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Felice

Felice Serino


Last Updated: 7/4/2009

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Saturday, July 04, 2009 


http://www.youtube.com/watch?v=SB2tYYYlwMc

Video of Scott McKenzie - San Francisco ( Hippie footage, be-ins, etc.)exccellent video!!!!!!.

Saturday, June 27, 2009 
MARCELLA ARTUSIO RASPO

Da Prova d'orchestra -
Bastogi Editrice Italiana, 2002


Dalla sezione Il Magma

Il mimo

Una patetica coccarda a pois,
lo sguardo attonito
in un reticolato di rughe infarinate,
mima lentamente il dolore della vita
come un fantoccio di gomma
dimenticato su un piedistallo
di figure grottesche sfumate
in un evanescente sorriso.
Teorie di spettatori fluiscono
e migrano in un velo di solitudine
su marciapiedi di alienata fissità.
Ai bordi della piazza
un'orchestrina ritma malinconicamente
una fuga di note
in una ossessiva ripetitività di gesti.
Il mezzogiorno incombe crudele
e lambisce storie già lontane
in un incastro di muri
persi nel logorio di ore vuote.
La nuvola di una sigaretta
scherma una silhouette di adolescente acerbità
e si perde in un'assorta trasparenza
.
*
I cannibali

Come nei ritratti espressionistici
deformati da appetiti insaziabili
ho visto i consanguinei spolpare l'osso
sino al midollo
in un feroce delirio di istinti tribali,
oscurantismo di massa
coperto dalla viscida maschera dell'ipocrisia
nella Babele dei consumi.
Caino depreda Abele
prima di condurlo ai campi
dove pascolano i lupi
incancreniti dalla febbre dell'oro.
Branchi accecati dall'orgia del potere
vestono i rigorosi abiti del perbenismo
con volti lividi, bocche spalancate
e sguardi taglienti
ammantati di tollerante benevolenza.
Cristo salì sul Golgota
per la salvezza degli uomini,
ma la collina rimbomba nella sua vuota cavità
e spazza via l'eco dell'estremo sacrificio.
La Rozza Bestia si aggira sulle rovine
Di turrite mura
E irradia il fuoco della violenza.
Il fiore dei campi aperti
a stento cerca un varco nella spaccatura
di un'arida terra
e respira di nuda luce nel deserto delle parole.
Si consuma nel marchio originale
il rito quotidiano della follia.

*
I camaleonti

Si mimetizzano come lucertoloni al sole
nell'essiccarsi dell'anima
e strisciano nelle quinte polverose
di un teatro di maschere tragicomiche
immiserite da un vaniloquente copione.
Si arrampicano sui palazzi di vetro
di un onnipotente dio,
truculento Mammona dalle cadenti mascelle
su un trono d'oro
ricoperto di serpentini orpelli
nel luccichio del mondo.
Scalano solitarie cattedrali
sulle aride colline del martirio
e brandiscono simboli
grondanti sangue e abbandono
come spade fiammeggianti
di luminosi messaggi.
Si insinuano nei labirintici corridoi
dei castelli di carta delle umane sorti
e creano mostri di ambiguità
vaganti nel deserto delle idee.
Su scoscesi versanti visionari profeti
puntellano frammenti di rovine
sparse sui selciati della desolazione
e dolenti figli della terra
scavano il solco della sopravvivenza
tra fragili radici di catartiche pulsioni.

*
Il caos
Un lavorio di stelle
magma incandescente nell'abisso del cosmo
regolato da invisibili fili,
fucina di Vulcano
nel vorticoso roteare di atomi intelligenti
affatica la materia e risucchia il mio essere
nella ciclicità di velate stagioni
scomparse su orizzonti di fuoco.
L'eco di lontanissime esplosioni
rimbomba nei cimiteri del nulla
e giunge attutita e buia
sulle sponde insanguinate
di questo inquieto pianeta
fiore del male
imputridito dalla cecità dell'odio
nella mostruosa solitudine
di nani e pigmei
stravolti dalla febbre di effimeri traguardi,
polvere del deserto
nelle fumanti macerie del pensiero
oscurato da voraci tarli.
Lucrezio, voce ancestrale della poesia
armonizzò il caos
nella folgorante lucentezza del verso,
nell'eterno flusso della parola.
Noi ci nutriamo di pirotecniche illusioni,
creature senz'anima
in un'intricata foresta di richiami
dal timbro stonato,
vuoto come pietra tombale
e trasvoliamo velocissimi
verso una linea siderale e fredda
che ci uniforma e ci accomuna.
Il pianto delle madri
nudo in neri velami
si eleva invano nella cavità dell'enigma
e sfiorisce in lontananza
nelle pianure del dolore.

*
Oniriche visioni

Statue sulfuree nello specchio lunare
guardano ambigue la piazza deserta
immersa nel bianco sonno invernale.
Un gatto scala i tetti
e sparisce nel nerofumo di un abbaino
in un flebile miagolio
indistinta voce della notte.
In lontananza sfreccia la leggerezza
di veloci sogni.
La città ci avvolge in una magica fissità,
pallido enigma
nei segreti di provvisorie vibrazioni.
Ti cerco in queste brume
che velano la dolcezza del tuo sguardo
nel furtivo sorriso
di un volto sofferto.
Ci amiamo nella solitudine
di vite intrecciate e spaurite
ignari dell'insondabile velo del destino.
Un verso querulo
nascosto tra il fogliame
giunge fino a noi
attutito dall'eco del tempo.
I palazzi dormono
nella fosforescenza del silenzio.

*
La veglia

Occhi di stelle nella vertigine del cosmo
spiano da remote lontananze
il mormorio della notte.
Crepitio di foglia sul vetro terso
della finestra
nella bianca corsia dell'inverno.
Sul viale rami spogliati dalla rapina
del gelo
si aprono come croci sospese
su un'attesa di redenzione.
Tutto tace.
La città si avvolge nei suoi silenzi,
nelle sue penombre di tristezza.
Negli ospedali fruscio di morte
su asettiche pareti.
Sguardi febbrili si spengono nel buio
sul filo dell'estremo traguardo.
Un bambino nasce, fiore purpureo
e afferra vorace la vita sul fluire dei marciapiedi
calpestati dai passi dell'alba.
Nell'isolamento della mia camera
ascolto il ritmo del tempo
dileguarsi nelle caverne del nulla
fragile voce nello stupore di velate piazze,
di palazzi addormentati
dischiusi ai segreti di incompiute parole.
Odore di neve negli inconsci labirinti
di estenuate veglie.

*
Inquietudine

Si è chetato il vento.
Qualche foglia ancora oscilla nel pulviscolo
dei lampioni,
i tetti riverberano la pioggia lunare
nella calma del mistero.
Odo voci lontane, disperse, frantumate,
voci di delirio,
di rabbia lanciata contro un muro di solitudine,
voci di donne vendute,
di coscienze rubate
nel dedalo di vie che si interrompono
dove la striscia dell'alba ingoia ombre incerte
di esistenze giocate sull'estro di una cieca fortuna.
Nel dormiveglia colgo indecifrabili sussurri,
ascolto il fruscio della notte
che fugge lontana verso cosmiche risonanze
nell'uniformità delle ore.
Cerco la tua mano nel buio dell'attesa
e mi assopisco nel pulsare del tuo respiro,
lieve come l'azzurra musica dei cieli
che sovrastano indifferenti la fatica del vivere.
Una rosa sbocciata in un chiarore di neve
si inquadra sul limite del giardino deserto.


Dalla sezione L'Eco

Poiesis

Poesia, diamante solitario
su altura di roccia
nell'abbagliante luce dell'idea,
oscurità di spelonca
nei penetrali di una profetica Pizia,
marea montante nella tragedia del vivere,
quiete di lago
nella pausa di logoranti tumulti,
mi accompagni a sera
quando l'ultimo volo scompare
nelle nebbie del nulla,
mi insegui nell'ambiguo volto
della notte
quando gli impulsi si attenuano
in un nero strato di mistero,
mi illudi e mi abbandoni
come un amante capriccioso,
fuggi su sponde inafferrabili
e ritorni come onda di mare
che si placa nel grembo dei primordi.
Rimbaud, divino fanciullo
ti sconvolse con forza primitiva
e spense la tua eco
nelle orme di lontane terre,
creatura intrisa di canto
che trascendi il tormento della pagina,
fiore inquieto di Elisi
senza peso.

*
Notturno pavesiano


A Cesare Pavese

La luna se n'è andata per deserte vigne
nelle gole del Belbo
a rischiarare anfratti dell'anima
e ha sommerso rughe di colline
declinanti nel sonno geologico dei Titani.
Tu sei l'ancestrale folgorazione della poesia
che appena sfiora deserti di egoismo
nell'indifferenza del mondo,
o forse sei il bambino che piange
nella spelonca degli avi
e tenta di afferrare segreti spazi
su lontani mari del Sud.
Nell'ora senza ritorno
hai ammainato le vele
per rifugiarti nei sogni del nulla
e hai piegato alla tua inquieta volontà
il filo della Parca.
Forse percorrevi altri sentieri
più impervi e rapinosi
nella progressiva omologazione delle menti.
Eri uno scalatore solitario
su pareti di vento,
un musicista di parole
orchestrate nella durezza della terra,
nella voce sottile dei pioppi
sul finire della sera
quando i lampi di calore
svelano il volto lontano
di angeli caduti.

*
Le ore spente


Consolatio ad matrem

La fontana muore in un gorgo oscuro
nello smarrirsi della notte
sulla quiete del vento.
Scricchiolio di ghiaia
in un lievitare di passi
nelle lande dilatate del tempo.
Parole d'ombra corrono sui sentieri
della memoria.
Nella trasparenza cangiante del glicine
cerchi la nicchia delle tue soste
quando smemorata nel torpore
di un'ingannevole estate
scrutavi l'enigma di misteriosi segni
su un selciato di solitudine.
La casa filtra il vuoto
tra rovine di muri e morti suoni.
La tua voce incolore
si avvolge in un velo di nostalgia
sul limitare incerto di una veloce parabola
e trascina nel buio polvere
di ore spente.
L'arco del pendolo tocca astratti spazi
su invalicabili confini di lontananza.
Mormora la siepe
e si richiude in un brivido di smarrimento
in un'alba muta come un pallore
di nuvola.

*
Il rintocco

Nei fondali della memoria
si apre il tempo, bianco, metafisico
con ali vibranti,
occhi impenetrabili
in una macchia oscura
come l'enigma delle galassie.
Al capolinea del tempo
teorie di supplicanti sostano spaurite
alla sorgente della Giustizia
e crocifiggono il vuoto
con remoti richiami.
In un'ancestrale vertigine
schiudo i miei sensi,
vigili, sofferti nel bagliore della percezione
e migro leggera come foglia orfana
su sottili trame di luce.
Un sotterraneo rintocco
martellante nella spelonca del dolore
disegna impercettibili fili,
consunti legami
in un tremulo gioco di visioni
e sfiora l'impalpabile polvere
di irraggiungibili dimore.

*
Il giardino della baronessa

Una stella,
scheggia errante di universi perduti
trafigge il fogliame di un albero
nel giardino sospeso su specchi di memoria.
La voliera dorme in un sussulto d'ali
nell'ombra sgretolata del muro.
La torre incombe nella dissolvenza del glicine.
Dalla finestra dell'abbaino
bianco di sogno
un adolescente scruta magmatiche sfere,
cosmici incendi
nei liberi spazi della coscienza
e si avvia verso ardite costruzioni
di matematiche formule
in una compenetrazione siderale
rapinosa come la sua mente.
Intorno tutto si acquieta nel segno
di impercettibili passi.
Il telescopio punta lontano
oltre la barriera del suono
e si avvolge nel cerchio delle galassie.
Quel volto puro come un cammeo,
scomparso nell'Apocalisse della guerra,
mi perseguita nelle ore oscure
e solleva il lenzuolo dell'imponderabile.

*
La bisaccia

Andiamo sulla bianca spuma del mare
che ci avvolge come un liquido amniotico,
attraversiamo sabbie incandescenti
di deserti che inseguono spazi metafisici,
sfidiamo coltelli acuminati di roccia
nel brivido di invisibili scalate
e ci portiamo sulle spalle
la bisaccia dell'ebreo errante
nella geometria del mondo.
Nessun sasso può sopire la febbre
dell'inquietudine,
nessuna orma può racchiudere nella sua nicchia
la sfuggente essenza del vivere.
Sospesi su estreme latitudini
ci muoviamo in ambiti circoscritti
e vorremmo afferrare il cielo con la mano,
creature dimezzate tra visioni angeliche
e opacità di quotidiani inferni.
Inseguiamo idoli dai volti ambigui
su traguardi inconsistenti
come fiocchi di neve racchiusa
in un'ampolla.
Zaccheo salì sul sicomoro per vedere Dio.
Noi, lacerati dal fuoco di feroci olocausti
abbiamo perso lo slancio vitale
nella tragica pulsione della storia.

*
Nude dimore

Si insinua nelle vene un'increspatura di mare
su lidi deserti
arati dal volto rugginoso di un metafisico inverno.
Il silenzio sfiora l'onda
che pulsa inquieta
e si perde nelle distese del nulla.
Tu cammini controvento
con i pugni affondati nelle tasche
orfane di sogni
in un cappotto troppo largo
per l'esile traccia di un'esistenza smarrita,
lo sguardo stanco riflesso su scogli morenti
nelle rovine di vaghi castelli
regolati da remote meridiane.
La bilancia delle ferite inferte e subite
oscilla ambigua nella vacuità dello spazio.
Ti cerco con amara dolcezza senza ritrovarti
in questa spiaggia di ciottoli
levigati da un incessante sciabordio.
Un foglio di giornale vola leggero
portando notizie di vicende senza suono.
Solitari fantasmi seguono il vagabondare
di una sottile malinconia.
L'aria cristallina sferza sagome incerte
prigioniere di nude dimore.

*
L'attimo

Nella notte errante su occhi addormentati
di comignoli
mi smarrisco nel remoto linguaggio
delle stelle,
ora fievole come soffio incorporeo,
ora incandescente come magma inquieto.
In queste pianure velate
da impenetrabili nebulose
cerco la chiave che apre il sigillo
dell'eternità.
Un brusio d'ombra galleggia nella leggerezza
del nulla,
un frammento astrale percorre oceani
di buio
e svanisce in una traiettoria di spazi.
Trema all'orizzonte un annuncio di chiarore
e si polverizza nella musica del cosmo.

*
L'inconsistenza dell'essere

Come fumo nell'aria
ho consumato il sapore della vita
ricreandomi in altro.
Su un crinale declinante
verso sconfinati oceani di sabbia
attendo l'angelo della notte.
La parola si fa silenzio
nelle grotte dell'indicibile
e si richiude in anfratti d'ombra
nella fisicità del mistero.
Saturday, June 27, 2009 
Saturday, June 27, 2009 
Saturday, June 27, 2009 


http://www.youtube.com/watch?v=ILDqWHutba0

Johnny Hartman sings his signature song, Lush Life, on the Jonathan Schwartz TV show (NYC) in 1983.

Friday, June 26, 2009 
Wednesday, June 24, 2009 
Sunday, June 14, 2009 
Ho appena aperto un mio sito personale, se vuoi dargli un'occhiata

www.webalice.it/felser41
Saturday, June 13, 2009 

    
      Otto poesie di Rafael Courtoisie
      da Casa de cosas (2003)
      tradotte da Alessio Brandolini
      in POETI e POESIA
      Rivista Internazionale, n. 14 – Agosto 2008
 
      *
      LA CANZONE DELLO SPECCHIO
      Pensa che non sono te, così non mi pensi.
      Guarda da un’altra parte
      guarda il mare, guarda dentro.
      Non mi guardare. Pensa che non è vero
      pensa che nel fondo ci sono pietre.
      Pensa alle pietre: questo è un pensiero buono, stabile e solido.
      Alle pietre che sembrano desideri, alle pietre del tempo
      che sembrano anni. Pensa agli anni. Non guardare lo specchio.
      Questo non sono io. È il tuo ricordo. È la melodia,
      la musica dell’immagine che ti assomiglia. Non sono io.
      Non sei tu.
      Non è nessuno.
      Pensa all’acqua del mare, al suo movimento, al suo peso.
      Pensa all’acqua e non a me, pensa al pensiero
      che viene e va, come uno specchio.
      Ma non pensare allo specchio, spezza lo specchio
      con una sassata, pensa all’anima dura delle pietre
      alle pietre: loro sì che ti sono necessarie
      con la loro fermezza, con il loro allegro peso
      misteriose e serie: alle pietre.
      Se lo specchio si spezza non sono io, non sei tu
      non è nessuno, è la forza
      del ricordo che affoga nello specchio, nell’acqua
      asciutta dello specchio, la forza senza forza, la luce che si spegne
      lo specchio spezzato ed io, la mia innocenza
      che ti dice:
      pensa che non sono te, non mi pensare.
      *
 
      IL CAFFÈ
      “Olio mortuario”
      lo chiamò César Vallejo.
      Tuttavia il caffè è una parte della notte
      la parte più sveglia, quella che s’allontana dal sonno
      la parte tenebrosa.
      Latte nero, il caffè, latte d’ombra, cibo per mostri
      vino assurdo dell’autunno
      acqua dell’odio.
      Per stare svegli, per vigilare, per uccidersi
      il caffè.
      Liquido nero.
      Nell’anima non c’è posto per la gioia.
      Si prende il caffè, la sua veglia eretta
      la sua voce rauca
      il suo cuore nero.
      Si prende il caffè, la sua efficienza.
      Una tazza di caffè, una tazzina
      un sorso.
      Si beve il caffè. Una dose.
      Il caffè. Un poco.
      Al mattino l’urlo del caffè, il suo urlo scuro
      al mattino,
      quando bisogna svegliarsi
      l’urlo del caffè
      un gallo liquido.
      Il suo canto nero.
      *
      LE ARANCE
      Puttane tonde, palle
      piene di fame sessuale, d’una luce sottomessa
      senza tempo, d’una vita agrodolce
      della passione idiota
      d’alcuni scarsi momenti, dell’amore d’un minuto
      dell’ombra, del sesso degli spicchi
      del guscio.
      Non assomigliano al sole, non sono come la luna
      assomigliano al tramonto, assomigliano al vento
      quando soffia sopra le rocce, quando parla il silenzio.
      Hanno una virtù: sono pazze.
      La frescura e il dolore si assomigliano.
      Le arance dementi non hanno capelli, non hanno voce
      non hanno sentimenti.
      Le arance sono fresche, pazze e fresche
      come il succo del pensiero.
      *
      ALL’ORA DI CENA
      Nel coltello c’è energia virile, eretta e nella forchetta
      silenzio assoluto.
      Il tridente con in più un dente, la forchetta dialoga laboriosa
      senza parole con il suono del coltello, lo aspetta,
      attende che tagli
      e lo corregge.
      Più tardi, pieno di oscure verità, arriva alla bocca.
      Il coltello taglia e la forchetta resiste.
      Il coltello separa e la forchetta trasporta.
      Il coltello affonda e la forchetta emerge.
      Il coltello squarta e la forchetta raggiunge.
      Il coltello urla e la forchetta singhiozza.
      Il coltello penetra e la forchetta plana.
      Il coltello è arma e la forchetta innocenza.
      Sono due parole di metallo, ma diverse:
      una secca e violenta, l’altra silenziosa.
      Sono due parole di metallo, ma una uccide.
      La forchetta mormora mentre il coltello ulula.
      Il coltello è lupo la forchetta agnello.
      Che c’è nel coltello da fare così paura?
      Che emana la sua presenza, il filo delle sue idee?
      In che consiste il coltello immerso
      nel tempo del suo utilizzo?
      E che rappresenta la forchetta che non si ferma?
      Entrambi sono utensili dello stesso metallo
      ma il coltello sembra più feroce
      invece la forchetta si mostra quasi addormentata, appena sveglia
      più dolce e soave nella carne misteriosa del metallo
      più prudente e levigata.
      Il coltello non dorme.
      Nella vita queste due parole, forchetta e coltello
      coltello e forchetta
      s’incontrano
      non riescono a staccarsi:
      si cercano, si annusano, si amano
      si odiano
      sfiorano, palpano e strofinano le loro pelli
      di metallo artistico, maschio e femmina.
      La lattuga giace moribonda, mozzata
      la carne sanguinolenta nel piatto.
      *
      UN BICCHIERE D’ACQUA
      Bere un bicchiere d’acqua è un atto perfetto
      pieno di violenza.
      Bere un bicchiere d’acqua è uccidere la trasparenza
      bere silenzio assoluto. Bere silenzio.
      Bere è come vivere
      bere acqua è morire.
      Un bicchiere d’acqua è una parte assurda del tempo
      senza suono, senza voce, un pezzo allentato
      abbandonato, demente
      dell’innocenza.
      Un bicchiere d’acqua è una pietra della tristezza
      la tristezza stessa sbriciolata, un canto della tristezza
      il canto dell’acqua, la luce dell’acqua, il suo corpo
      una lacrima viva.
      L’acqua separa i continenti
      i fiumi bagnano la mente.
      Pensare un fiume è annaffiare il cervello
      la vita che soffre
      l’anima asciutta.
      Quest’acqua, la vita che sta nel bicchiere
      si spegne, come una luce, sulla lingua.
      La bellezza inumidisce le parole
      che nominano l’acqua.
      E la sete spegne in un sorso la bellezza.
      *
      VOLO BASSO
      Io voglio toccare gli occhi, il mondo
      che si fa buio. Le putride
      linee
      della vita.
      È tiepida la chioma d’un vetro?
      Non hanno bocca?
      Ognuno porta il suo lampo spento
      la pietra di non esserci, sulle spalle.
      Ma non parlerò più dei morti
      parlerò delle proprietà del ferro:
      gli avanza la fermezza e sogna oscuro.
      È un metallo di terra
      parco
      non si ascolta
      la sua voce che nel duro
      permane
      nella memoria delle cose
      nella bocca dell’aria
      il sapore del suo vino indurito.
      Ma l’acido lo morde, l’acqua
      finisce per lasciargli lividi,
      minuziose
      ferite incipienti.
      Così cambia in aceto polveroso, in sale, in
      niente del suo ossido d’autunno. Piove
      sulla luna di ferro e questa pioggia
      l’ascoltano soltanto i morti.
      Quello che la poesia tocca, resuscita
      *
      ORDA
      La moltitudine teme i cammini
      le strade, le case
      che la dissolvono.
      Ci sono folle d’un solo morto.
      Le cellule d’un tessuto.
      Le fibre d’una trama.
      I pezzi d’un mosaico.
      Una detonazione, un solo sparo
      all’alba.
      *
      ORO
      E ora andiamo a cercare l’oro.
      Guarda come brilla nell’acqua, nel ricordo, nella vita l’oro.
      Brilla.
      È sveglio come un pane. È contento. L’oro della vita brilla per
      festeggiare. I cattivi della Terra s’ammazzano senza poter cantare, però
      guarda come brilla.
      È una luce, un osso di sole, una montagna che non vale nulla. E questo è
      il buono.
      I soldi sono una merda.
      Guarda l’oro, la luce dell’oro caldo dei corpi, il punto d’oro che c’è nel
      centro della donna, la punta d’oro che c’è nell’uomo, l’oro delle piaghe
      dei minuti, il tempo che se ne va, l’oro in polvere, la polvere d’oro.
      Poche cose sono così allegre come la luce del corpo, ed io la vidi.
      Odio le ombre che si portano via il tempo, le bocche a granchio dei sicari.
      Odio quelle bocche nere, l’invidia e la cupidigia, le chele, le mele
      avvelenate, il calore del corpo di chi vuole di più quando ha già molto.
      Poco.
      È poco parlare della luna.
      Guardate la luna. La luna è sveglia come un pesce. È nella mano del mare
      come un pesce, nelle maree, solleva l’acqua come il grano di un pesce.
      È poco.
      Che c’è nel pozzo?
      Probabilmente acqua, e lì ci sono gli istanti, lì si trova l’oro che sta
      dentro il corpo, nella luce genitale. La luce è nella vita.
      Prendiamo pala e piccone.
      Già incontrammo la vetta, il giacimento.

 
Saturday, June 13, 2009 
Carissimo, ho “letto” i tuoi due ultimi volumi di cui mi hai fatto parte: In una goccia di luce e Dentro una sospensione. In entrambi i tuoi libri, si respira quell’aura del trascendente che pone – al primo impatto – la tua lirica nel clima della grande spiritualità del nostro tempo, che attinge al metafisico, ai colori/sentimenti nella loro massima espressione, dei valori assoluti, in cui riscontriamo il senso ed il sublime della vita – della nostra esistenza.
La “luce” di cui tu parli, ed a cui tendi, attraversa ogni tua parola, e rappresenta l’inizio e la proiezione del tuo pensiero e della tua visione del mondo.
Mi limito a segnalarti – a te, autore – “… ricorda: sei parte dell’Indicibile - sua /infinita Essenza // nato per la terra / da uno sputo nella polvere”. E, altrove: “… essere e proiezione / del Sé / (per speculum in aenigmate…”
La tua problematica – che risponde ai grandi interrogativi dell’umanità, sul nostro globo-terraqueo, poggia sullo squarcio degl’orizzonti lontani, nella visione di un “altro” universo, a cui siamo diretti, rientra in un codice altamente significativo. E la tua scrittura così netta, stagliata, come ad es. “se nascere nella morte / è questa vita / breve sarà il vagare…” è ariosa, limpida, anche se carica di domande che ripongono nella Fede la loro risposta.
 
Posso dirti: continua, va avanti, procedi. La vita e l’arte vanno di pari passo.
 
Giuseppina Luongo Bartolini
 
24 maggio 2009 [lettera privata]