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Tuesday, November 03, 2009
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Wednesday, October 21, 2009
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from youtube.com
While California is going bankrupt, one business is booming. "How
Weed Won the West" is the story of the growing medical cannabis /
marijuana industry in the greater Los Angeles area, with over 700
dispensaries doling out the buds. As a treatment for conditions ranging
from cancer and AIDS, to anxiety, ADHD, and insomnia, cannabis is
quickly proving itself as a healthier natural alternative to many
prescription drugs.
Following the story of Organica, a southland
dispensary which was raided by state and federal agencies in August of
2009, the film shows that although much has changed with Obama in
office, the drug war is nowhere near over. From Kevin Booth, the
producer/director of Showtime's "American Drug War", "How Weed Won the
West" puts California forward as an example to the rest of the country
by documenting how legalizing marijuana can help save the economy.
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Sunday, October 18, 2009
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Ace Bank...quando la banca e.. onesta ma a tal punto che nn ha piu alcun limite....
forse sara un esempio perche cmq chissa quanti soldi abbiamo gia investito in armi e nn lo sappiamo....il mondo delle banche e.. fatto soprattutto di questo....e forse la Ace bank e.. l unica onesta che almeno lo dichiara fino dall inizio...e.. giusto una questione di trasparenza...o una ottima trovata di Onest But Orrible Comm ? La cosa bella e.. hce poi alla fine e.. solo un bello scherzo...Cmq le banche continueranno normalmente a fare sto genere di investimenti...alla fine cmq ci siamo fatti una bella risata.HAHAHAHAHAHAAAHAHA chissa
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Monday, October 12, 2009
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Wednesday, October 07, 2009
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a volte..anche se un po in ritardo si leggono degli articoli veramnte interessanti...ah siiis scusate sempre per chi la testa la vuole usare anche per pensare...una volta tanto.
Luglio 2008
Da un mondo all’altro - Roma
Il capitalismo cognitivo: del deja vu?
di Enzo Rullani
Perché parliamo oggi di capitalismo cognitivo?
Nel gran parlare che si fa intorno all’economia della conoscenza si
trascura, in genere, la domanda più importante: perché si sente oggi il
bisogno di legare la produzione di valore economico alla produzione di
conoscenza? Perché questo bisogno è emerso prepotentemente oggi, e non
dieci o venti anni fa?
Il legame tra economia e conoscenza non è infatti una novità. Esso
esiste, e «pesa», da quando, dopo la rivoluzione industriale, la
produzione ha cominciato ad usare le macchine (ossia la scienza e la
tecnologia incorporate nelle macchine), per poi passare, con Taylor, a
organizzare scientificamente il lavoro. Tutta la storia del capitalismo
industriale, nei suoi due secoli di vita, è storia del progressivo
estendersi della capacità di prevedere, di programmare e di calcolare i
comportamenti economici e sociali attraverso l’uso della conoscenza.
Il «motore» dell’accumulazione di capitale è stato infatti messo a
punto dal positivismo scientifico che ha raccolto, nell’ottocento,
l’eredità della ragione illuministica, appoggiando il sapere sulla
riproducibilità. La conoscenza è stata messa al servizio della
produzione in quanto conoscenza deterministica, che ha il compito di
controllare la natura (tecnica) e gli uomini (gerarchia). Ne sono
derivati vantaggi pratici rilevanti (aumento della produttività e dei
redditi), ma a prezzo di perdere la forza liberatrice di una ragione
che, dopo avere superato antiche sudditanze, sembrava pronta ad
immaginare, sentire, comunicare ben oltre la frontiera
dell’utilitarismo. Riducendo la conoscenza a mezzo di calcolo e di
controllo tecnico, la modernizzazione ha compresso gli aspetti di
varietà, variabilità e indeterminazione del mondo per renderlo conforme
alle esigenze della produzione. Ossia ha forzatamente ridotto la
complessità (varietà, variabilità, indeterminazione) dell’ambiente
naturale, dell’organismo biologico, della mente pensante e della
cultura sociale alla misura tollerata dalla fabbrica industriale. Vale
a dire: a poco o a niente.
Negli ultimi due secoli, la conoscenza ha fatto, dunque, la sua parte
per oggettivare il mondo, finalizzando natura e uomini alla produzione.
Non ci è riuscita fino in fondo, ma, in questo processo è diventata
legittimamente parte integrante del capitalismo industriale, insieme
alle macchine, ai mercati, al calcolo economico.
Nel capitalismo moderno, dunque, la conoscenza è da tempo divenuta un
fattore di produzione, necessario non meno del lavoro e del capitale.
Più precisamente, è un fattore intermedio. Un po’ come la macchina, la
conoscenza «stocca» il valore del lavoro (e degli altri fattori
produttivi) impiegato per produrla e, a sua volta, entra nella
produzione governando le macchine, gestendo i processi, generando
utilità per il consumatore. Nel circuito produttivo del capitalismo
industriale, insomma, il lavoro genera la conoscenza e la conoscenza
genera il valore, cosicché il capitale, per valorizzarsi, non deve
«sussumere» (marxianamente) solo il «lavoro vivo», ma anche la
conoscenza che esso genera e immette nel circuito.
Sono proprio le difficoltà di questa «sussunzione» che impediscono di
ridurre semplicemente la conoscenza a capitale e che dunque danno
significato all’idea di capitalismo cognitivo.
Infatti:
1) la conoscenza, nel circuito produttivo del valore, è un mediatore
assai poco docile, perché la valorizzazione della conoscenza risponde a
leggi molto particolari che differiscono profondamente da quelle
immaginate dal pensiero liberale e da quello marxista nelle rispettive
teorie del valore; di conseguenza il capitalismo cognitivo funziona in
modo differente dal capitalismo tout court;
2) questa differenza, che c’è sempre stata, oggi emerge e diventa
facilmente riconoscibile perché i processi di virtualizzazione separano
la conoscenza dal suo supporto materiale e la rendono producibile,
scambiabile, impiegabile in modo distinto, rispetto al capitale e al
lavoro che sono serviti per produrla. Il postfordismo, che usa
largamente conoscenza virtualizzata, risulta totalmente incomprensibile
se non ci si appoggia ad una teoria del capitalismo cognitivo;
3) la valorizzazione della conoscenza, specialmente quando questa viene
usata in forma virtuale, genera tutta una serie di mismatching
(disadattamenti) nel circuito della valorizzazione. Il processo di
trasformazione della conoscenza in valore non è perciò lineare e
stabile nel tempo, ma implica instabilità, punti di discontinuità,
catastrofi, molteplicità dei sentieri possibili. Proprio all’interno di
una prospettiva postfordista gli ostacoli incontrati nella
valorizzazione della conoscenza identificano spazi di «crisi» che sono
anche spazi di libertà, in cui possono inserirsi soluzioni nuove e
trasformazioni istituzionali non banali. Ecco perché, a ragione, se ne
parla tanto.
La conoscenza non è una risorsa naturalmente scarsa, ma ha soltanto una scarsità artificiale
In quanto termine intermedio, la conoscenza sarebbe ininfluente sulla
teoria del valore se si limitasse ad essere una specie di semilavorato
che semplicemente «conserva», e «trasmette» ai processi a valle, il
valore del lavoro e del capitale impiegati per produrla.
Ma non è così.
Né la teoria del valore della tradizione marxista né quella di
impostazione liberale, attualmente dominante, rendono conto del modo
con cui la conoscenza si traduce in valore. Infatti:
la
conoscenza ha certamente un valore d’uso (per gli utilizzatori, per la
società) ma non ha un valore-costo di riferimento che possa essere
impiegato come riferimento per il valore di scambio, funzionando come
il costo marginale (teoria neoclassica) o come il costo di riproduzione
(teoria marxista). Infatti il costo di produzione della conoscenza è
altamente incerto (il processo di apprendimento è per sua natura
aleatorio) e, soprattutto, è radicalmente diverso dal costo di
riproduzione. Una volta prodotta la prima unità, il costo necessario
per riprodurre le altre tende a infatti a zero (se la conoscenza è
codificata) o, comunque, non ha niente a che fare col costo di
produzione iniziale;
nemmeno
il valore d’uso della conoscenza è, però, il punto fermo su cui
appoggiare il valore di scambio, un po’ come succede con l’utilità
marginale nella teoria neoclassica del valore. Infatti, qualunque sia
il valore d’uso per gli utilizzatori, in un regime di libera
concorrenza il valore di scambio di una merce che ha costo di
riproduzione nullo tenderebbe inevitabilmente a zero. Il valore di
scambio della conoscenza è dunque interamente legato alla capacità
pratica di limitarne la libera diffusione, ossia di limitare con mezzi
giuridici (brevetti, diritti d’autore, licenze, contratti) o
monopolistici la possibilità di copiare, imitare, «reinventare»,
apprendere dalle conoscenze altrui.
Il valore della conoscenza, in altre parole, non è frutto della sua
scarsità (naturale) ma unicamente delle limitazioni stabilite,
istituzionalmente o di fatto, all’accesso, limitazioni che comunque
riescono a frenare solo temporaneamente l’imitazione, la «reinvenzione»
o l’apprendimento sostitutivo da parte di altri potenziali produttori.
La scarsità della conoscenza, ciò che le dà valore, è dunque di natura
artificiale, e deriva dalla capacità di questo o quel «potere» di
limitarne temporaneamente la diffusione e di regolarne gli accessi.
Economia della velocità
Il valore degli assets conoscitivi, garantito da questa forma di
scarsità artificiale, tende strutturalmente a decrescere in funzione
del tempo. I valori economici sono iscritti nel tempo e variano con
esso.
In questo senso, l’economia della conoscenza è un’economia della
velocità: i valori non sono stocks che si conservano attraverso il
tempo, ma decrescono all’aumentare della velocità dei processi. Per
estrarre valore dalle conoscenze possedute bisogna dunque velocizzarne
l’uso, diffondendo al massimo la conoscenza; al tempo stesso, però,
bisogna considerare che, nel tempo, e anzi spesso a causa della
diffusione stessa, la conoscenza viene socializzata, ossia diventa
patrimonio comune dei potenziali concorrenti e dei potenziali
utilizzatori, man mano che si abbassano le barriere che ne limitato
l’accesso. Diffusione e socializzazione sono due processi paralleli che
tuttavia il proprietario (o possessore) della conoscenza deve mantenere
divaricati, accelerando il primo e rallentando il secondo. Il valore
disponibile per i produttori dipende dunque, in ogni momento, dal gap
che essi riescono a mantenere tra la velocità della diffusione e quella
della socializzazione.
Il potere contrattuale (sostituibilità) dei diversi anelli e dei
diversi fattori, determina, attraverso i prezzi delle conoscenze
scambiate sui mercati «intermedi», la distribuzione del valore
disponibile tra le imprese, da una parte, e tra i fattori, dall’altra.
La conoscenza in-forma l’accumulazione di capitale
Come si vede, il rapporto tra valore (di scambio) e conoscenza è molto
complesso, passando per l’effetto moltiplicativo della diffusione e
quello demoltiplicativo della socializzazione. Il capitale cognitivo
interiorizza le leggi della valorizzazione della conoscenza, ossia la
logica dei rendimenti decrescenti nel tempo, dell’accelerazione della
diffusione, del contenimento della socializzazione, della riduzione,
con ogni mezzo, della propria sostituibilità.
Inoltre, si tratta di un processo che resta sempre, in una certa
misura, indeterminato. Non c’è un modo ottimale di far rendere le
conoscenze, estraendone il massimo profitto, perché ciascun operatore
deve esplorare a suo rischio lo spazio delle diverse possibilità di
diffusione, socializzazione e sostituzione nella supply chain.
L’accumulazione delle conoscenze e del valore che esse generano è, in
effetti, un processo sperimentale che prende forma in diversi contesti
e va avanti senza risultati predeterminati. Niente a che fare con
l’omogeneità del capitale-denaro, che pretende di prevedere e livellare
i tassi di profitto delle diverse unità astratte di capitale.
I processi cognitivi partono da contesti differenti e procedono
sperimentalmente, cosicché non ammettono una sola risposta, ma molte
risposte. La varietà delle situazioni e delle strategie possibili
differenzia strutturalmente e in modo durevole le diverse unità del
capitale cognitivo, ciascuna delle quali incorpora conoscenze di
partenza diverse, adotta diversi sentieri di valorizzazione e ottiene,
alla fine diversi tassi di profitto.
Viene dunque a mancare quella astrazione reale (riduzione del lavoro a
tempo lavoro) con cui il capitale marxiano realizzava la sussunzione
del «lavoro vivo», riducendolo a capitale-denaro. Nella sussunzione
delle conoscenze il capitale cognitivo rimane contestuale e
differenziato, anche se usa, in parte, conoscenza astratta.
Il livellamento del tasso di profitto che rende omogeneo il capitale
finanziario, dandogli la forma di capitale-denaro, viene dunque
clamorosamente contraddetto dalla natura situata, specifica, in parte
autoreferente del capitale cognitivo che esso pretende di livellare e
dirigere. Il capitale-denaro riesce, in realtà, ad affermare la sua
omogeneità solo separando il livello finanziario da quello produttivo,
nel quale i capitali cognitivi sono e rimangono profondamente
differenziati.
Le due «anime» del capitale, ossia la forma-conoscenza (capitale
cognitivo) e la forma-denaro (capitale finanziario), non si fondono, ma
restano invece distinte, dando luogo a tutta una serie di mismatchings
(disadattamenti).
I tipici mismatching del capitalismo cognitivo
Per quanto detto, all’interno del capitalismo cognitivo, la logica
intrinseca della valorizzazione della conoscenza non coincide, e anzi
spesso contrasta apertamente con quella degli attori (le imprese in
primo luogo, ma anche i lavoratori, i consumatori ecc.) che dovrebbero
produrla e utilizzarla. Si crea in altri termini un’incoerenza, una
forma di mismatching tra i vari elementi che concorrono al ciclo di
accumulazione delle conoscenze e del valore.
A causa dell’incoerenza:
il
valore estraibile dalle conoscenze prodotte non viene massimizzato,
perché la diffusione rimane minore di quella potenzialmente possibile;
se,
anche per effetto di questo difetto di diffusione, non ci sono
sufficienti garanzie di rendimento, i nuovi investimenti in conoscenza
non vengono fatti o vengono fatti in misura minore di quello che
sarebbe astrattamente possibile e conveniente (per la società).
Nel primo caso, c’è uno spreco sociale, un uso poco efficiente di una
risorsa disponibile. Nel secondo, c’è una sotto-accumulazione sia sul
piano cognitivo che su quello del valore: la produttività e il reddito
prodotto crescono meno di quanto sarebbe possibile ottenere se si
aumentassero, in modo appropriato, gli investimenti in apprendimento.
Si tratta di due condizioni in cui si può intervenire: dal punto di
vista imprenditoriale con innovazioni organizzative, contrattuali,
istituzionali che riducano gli effetti di mismatching; dal punto di
vista politico con innovazioni istituzionali e di contesto che rendano
governabile il mismatching e realizzabili gli investimenti socialmente
convenienti.
Nel funzionamento del capitalismo cognitivo, ci sono almeno tre grandi
occasioni di mismatching, in funzione del contrasto tra:
a) diffusione e appropriazione. La conoscenza genera valore se viene
diffusa, ma la diffusione tende a ridurre il grado di appropriazione.
b) tempo della vita e tempo della produzione. Il tempo della vita
procede con la lentezza necessaria all’apprendimento complesso. Il
tempo della produzione è invece dominato dalla velocità
dell’apprendimento semplificato, che genera un mondo di oggetti e di
comportamenti estraneo, alienante, rispetto al mondo della vita;
c) rischio e investimento cognitivo. Le persone, le imprese e i
territori rischiano di sbagliare quando cercano di orientarsi in
situazioni complesse, dove il valore delle proprie risorse non è
garantito. Per ridurre il rischio tendono a ridurre l’investimento in
nuova conoscenza, emarginandosi dal processo di apprendimento sociale e
di produzione del valore.
Una mappa dei capitalismi possibili
I tre problemi sopra richiamati ci offrono la possibilità di mappare le diverse varianti di capitalismo cognitivo.
Paesi, regioni, imprese, lavoratori e consumatori hanno, nel corso del
tempo, scelto posizionamenti diversi in questa ideale mappa delle
risposte possibili. Alcuni hanno anche introdotto innovazioni tecniche,
organizzative e istituzionali capaci di spostare il trade-off e di
generare in questo modo nuovo valore potenziale. Quando ci sono stati
avanzamenti rilevanti su questo terreno, è cambiato il disegno
complessivo di governo dei trade-off, creando una discontinuità tra
«prima» e «poi» che può essere efficacemente descritta come cambiamento
da un paradigma di capitalismo cognitivo ad un altro.
Ciascuno dei diversi paradigmi che si sono succeduti dalla rivoluzione
industriale in poi (capitalismo mercantile nell’ottocento, fordismo nel
novecento, postfordismo nel nostro secolo) è partito da qualche
avanzamento importante nei trade-off sopra richiamati, realizzando, nel
corso del tempo, sistemi coerenti di gestione del circuito cognitivo.
source: http://www.posseweb.net/spip.php?article30
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Tuesday, September 22, 2009
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Sunday, August 30, 2009
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anche se sono ormai stufato di ste cose da gossip all italiana del c.... il viedo che ho becato alla fine e.. carino... e poi anche all..estero oramai siamo diventati proprio una macchietta... complimenti a chi ha fatto il video cmq...un ottimo esempio remix content web 2.0 statv buon
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Saturday, August 29, 2009
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certo che quando ho visto sto video e come.. specie come e.. stato abilmente ragionato e meccanicamente fatto... ho iniziato ad intravedere la video scuola del nostro prossimo futuro ipertecnologico.... sempre piu tecnologici e sempre meno umani...dato che se sei un coglione....coglione rimani...con tutte le leggi e i paletti che ti possono immettere nel cervello e nello spirito.... il palo nel c.... se nn lo sai schivare da te.... (con coscenza e conoscenza di te stesso...di chi sei e che ci fai qui nel mondo..)...prima o poi ti arriva sempre..!!!... diciamo che lo dico con tutto il rispetto e metaforicamente parlando...ma alla fine...diciamo che...nn c..e.. piu tanto da dire se non guradare per credere sanTommasamente...
buon giorno ps: spiacente per gli accenti ''' ma ho una tastiera inglese di m....che nn mi fa scrivere corretamente..:)) in velocita...dato che nu tenc tiemp..
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Sunday, August 23, 2009
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docutrashfilm.noblogs.org/
Dal 2003 al 2009, un gruppo di videomakers, ha documentato la cosidetta
emergenza rifiuti Campana per svelarne gli ingranaggi, individuare
responsabilità e attori di quindici anni di gestione straordinaria. Uno
spettacolo costato miliardi di euro e decine di processi in corso. Ma
dove finiscono i rifiuti campani? Quali sono le ferite di una terra
bruciata e i danni alla salute di milioni di persone? Il più grande
disastro ecologico dellEuropa occidentale raccontato dalle voci delle
comunità in lotta per difendere il proprio futuro: l'assalto ai fondi
pubblici, le zone d'ombra della democrazia, il boicottaggio della
differenziata, le collusioni con le ecomafie e le proposte di chi si
interroga seriamente sulle alternative.
E se vivere in emergenza fosse solo una strategia per accumulare profitti!?
----
Da un'idea di Sabina Laddaga, Maurizio Braucci e Nicola Angrisano con
la voce narrante di Ascanio Celestini con le musiche di Marco Messina
Regia di Nicola Angrisano
----
Questo film è distribuito con licenza Creative Commons 2.5: attribuzione, non commerciale, non opere derivate.
creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/legalcode
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Saturday, August 08, 2009
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Wednesday, July 22, 2009
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http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/scienze/google-biotestamento/google-biotestamento/google-biotestamento.html?rss
google health
https://www.google.com/accounts/ServiceLogin?service=health&nui=1&continue=https%3A%2F%2Fwww.google.com%2Fhealth%2Fp%2F&followup=https%3A%2F%2Fwww.google.com%2Fhealth%2Fp%2F&rm=hide
questo
è l inizio della fine della nostra liberta di sapere solo noi tutto
quello che ci riguarda a livello strettamente personale (al di fuori di
una semplice foto o del nostro reddito...e così via) ...ed è già
attivo.
Se propiro l'America è il faro dell'umanità contemporanea...ci dobbiamo veramente stare attenti.
provate
ad immaginare quante possibili deviazioni commerciali potra avere una
simile prassi nel futuro...ho già il terrore....con tutto che sono
d'accordo sul testamento bioogico che nn vuol dire appunto
"WEBsfruttamento biologico"
Di sicuro il social network sulla
mia salute mi fa pensare à qualcosa di veramente eccessivo se non
meschinamente architetttato per fregarti l'ultima parte della vita
che rimaneva ancora un pò tua: la salute appunto.
la cosa più bella è quello che google afferma:
"Google
stores your information securely and privately, but you always control
how it's used. We will never sell your data. You are in control. You
choose what you want to share and what you want to keep private. View
our privacy policy to learn more."....per
saperne di più riguardo a cosa nn si sa di preciso dato che il garante
di quello che afferma google è google stesso, una multinazionale di
servizi web ( e tutto il resto) che infine diviene anche proprietaria
fittizia della tua decisione ultima. Chissà forse Google si è tramutato
in Stato Nazione...non mi sembra ancora ma è possibile che mi sbaglio:)
Un nuovo Dio in terra, elettronicamente organizzato, con
delle belle e semplici ( se non friendly come pia dire a loro)
crocette da mettere qua è la (per organi da donare...e tutto il
resto...) da mettere un pò qua ed un pò là...come per i quiz della
patente...come per i quiz di Mike Buongiorno.
Svegliatemi
che credo veramente di essere entrato nel circuito della follia
seguendo la goggle map della nuova organizzazione della salute globale
oppure se non diventerò pazzo tra 5 minuti...succederà di sicuro tra
6...appunto dopo che vi avrò inviato questa notizia.
Se no
chissà preferirò forse campare e morire come un vegetale...come natura
vuole, almeno non sarò amministrato da una transnazionale
ultramiliardaria quotata in borsa che potenzialmente potrebe vendermi
la coca, la barbie così come un bel rene con la granzia e pagabile con
pay pal....soddisfatti o niente....tanto saremo tutti morti...e google
rimarra per sempre vivo. Ave GOOGLE.
Immaginate ...potremmo
decidere dal nostro iphone se schiattare o no in modo consenziente,
FANTASTICO. MAnda un sms ...o cose del genere (questo potrebbe essere
una bella pubblicità pregresso del servizio..bho)
e tipo le espressioni saranno: "che
bello da oggi potremmo condividere i c...nostri con tutti i nostri
amici...tipo: tu quanti organi vuoi donare..quando hai deciso di
schiattare...nn è che vorresti donare i tuoi polmoni à mia sorella
quando schiatti così poi io dico à lei che nel caso schiattassi prima
tu lei potrebbe decidere di darti i suoi...e così via come al
fantacalcio...la fanta salute. Un gossip organico di linfa mortale""
Poi dicono che matrix era solo un bel film...o forse un bel modello a cui ispirarsi:)) chissà...?
buona notte e buona social salute a tutti... p.s scusate gli errori se ci sono ..e nn rompete le BOXes co ste c....te da alletterati che è tardi è mi sto coricando.
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