Gender: Male
Status: Single
Age: 42
Sign: Taurus
City: in cielo in terra e in ogni luogo
State: Roma
Country: IT
Signup Date: 9/17/2006
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Monday, May 14, 2007
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::::::::::::: BAHAMUT TENTATIVO DI RECENSIONE ::::::::::
Spettacolo (mai) scritto da Antonio Rezza.
Quest'uomo e' una forza della natura che si esprime in cataclismi.Impossibile cercare una definizione ed inutile parlare di cifra stilistica.
Proverò a parlare per immagini.
Bahamut non inizia nella medias res cui aveva affezionato il pubblico negli spettacoli precedenti, ma con una stasi. Quasi insopportabile. Da un buio il suo corpo immobile , se di immobilità si può parlare di fronte alla sua implacabile presenza fisica, comincia a rumoreggiare . Poi con incredibile lentezza si fa duce, da' ordini da fermo.. da quelle glossolalie iniziali la trasformazione e' lenta prima di arrivare alla compiutezza di una parola chiara e scandita.
Il fuhrer statico comanda due "addetti", due "infermieri" o "schiavi" (due corpi in scena oltre al suo onnipresente) di muoverlo secondo i suoi ordini ogni volta più improbabili e meschini ( chiaramente esilaranti ). Finalmente prende possesso di sé, di ogni piccolo centimetro utile, in una metamorfosi atletica surreale - e da qui parte l'amatissima (c)reazione a catena di un mondo visionario, abitato da quei demoni quotidiani (una girandola allegorica di personaggi - un circo grottesco di esseri concreti - esistenze spaventose e spaventosamente conosciute) per usare sue parole ha inizio quell' "..interpretazione schizofrenica di varie realtà che si intersecano".
Questi esseri parlano da ogni buco, da ogni squarcio, da ogni angolo.. usano ogni brandello di stoffa e poi irrompono dal buio (e in quel buio aggrediscono uno spettatore in prima fila).
Quel corpo che era immobile diventa voce - diventa voci - parti - tranci - pezzi pieni di vigore che si bastano, che possiedono una dignitosa e compiuta autonomia.
Diventa corpo infaticabile - vivo sempre - saltellante - al limite delle sue possibilità sceniche e umane. Un corpo in "movimento perpetuo […] che deteriora gli arti e gli organi interni". Diventa quel corpo di "gioie muscolari" vaticinato nelle teorie e pratiche mejercholdiane della biomeccanica.
Un corpo che esprime "la vertigine e il capogiro della sua esistenza fisica" ( definizione che Eugenio Barba aveva dato di Grotowski dopo averlo conosciuto, che mai ho avuto così nitida e vivificata se non di fronte a questo grandissimo artista).
Un corpo che usa lo spazio, una struttura praticabile – che ha la forma di una scatola gigantesca - aperta e rialzata - ma diventa qualsiasi cosa una mente elastica possa immaginare - letto, pista da sci, stanza d'albergo, orologio a cucu'.. un allestimento-scultura creato naturalmente da Flavia Mastrella, l'artista che nelle parole di Rezza ".. mi da' le sue opere d'arte, così belle che io possa deturparle e deturparmi", "lo spazio non come opera figurativa ma come necessità per infliggere al mio corpo a tortura", "lo spettacolo è nato grazie allo spazio che lei ha inventato non per me ma per se stessa. Io mi sono limitato a farmi scempio nello spazio da lei allestito. Nel senso che quello che facciamo è innanzitutto forma. Poi, in secondo luogo, può essere parola e sofferenza. Ma la sofferenza priva di forma è quella dell'uomo comune (con tutto il rispetto e devozione verso l'uomo). Ecco, credo che riconoscere che senza spazio non c'è l'uomo sia fondamentale".
Quel corpo utilizza quello spazio nella sua totalità, assemblando quadri/tableaux attraverso un montaggio ejzensteniano delle attrazioni. Una sequenza inarrestabile di aggressioni fisiche e verbali.
Antonio Rezza lo dice a chiare lettere ".. mi piace sfinirmi, mi piace arrivare alla fine" e purtroppo non si riesce mai ad intuire quando questo accade. E' una cosa confortante per gli animi inquieti che in questo modo sono costretti a non trovare pace, a stare attenti ad ogni scricchiolìo, ad ogni fiato, che non sembra mai l'ultimo.
Poi arrivano un silenzio e un buio che ci fanno sentire colpevoli e distratti. Anche questa volta non abbiamo intuito la fine. "I veri fans vengono ai miei spettacoli e dormono perchè sanno già che lo spettacolo è bello. Voi invece state svegli perchè non vi fidate."
Arrivano gli applausi, altro momento assolutamente teatrale dello spettacolo. Ogni sussulto e' parte in causa nel processo della performance. Un ragazzo si alza e l'attenzione cade a capofitto su di lui. " Perche' te ne vai? Non ti senti inadeguato?"
Io si.::::::::::::::::
S.V. (23/11/06)
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Friday, March 23, 2007
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"..mi dà le sue opere d'arte così belle, che io possa deturparle e deturparmi"
"Lo spettacolo (Bahamut) è nato grazie allo spazio che lei ha inventato non per me ma per se stessa. Io mi sono limitato a farmi scempio nello spazio da lei allestito.."
Antonio Rezza
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| NOTE |

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La materia è tutta manipolabile, ogni oggetto ha un significato insito, io gioco con i suppellettili della nostra epoca, cosí con semplicità ottengo la forma di un concetto... esamino la realtà con l'animo di disadattata le mie allucinazioni prendono forma.
Ho iniziato la mia carriera esplorativo-artistica realizzando soffitti e vetri dipinti in case private, uffici, negozi, ristoranti, cimiteri, in un albergo e in una chiesa, per incarico dello Studio Mastrella (Roma, Positano, New York, Bombay, Anversa). Tra il 1977 e il 1986, inoltre, ho realizzato quadri, sculture e agglomerati metallici che esponevo insieme con i miei amici negli spazi Comunali o in gallerie inventate. Dopo alcuni tentativi falliti d'esporre presso gallerie romane, lavoro per "La Mano Editore" casa editrice d'arte di Romano Mastrella, curando la redazione dei volumi editi. Imparo la carta attraverso il montaggio di un libro ideato da Bruno Munari "La Regola e il Caso": "I Buchi Neri" di Claudio Capotondi e "Frammenti" di Amerigo Tot con poesie di Giacinto Spagnoletti. La mia esplorazione continua con vetrate fuse o tagliate e assemblate con la resina. Approfondisco il mio rapporto con il vetro e la luce modellando con la fiamma ossidrica sculture, soffitti e quadri al neon da me ideati. Prime esperienze di fotografia. |
| 1987 |

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Cresce in me l'interesse nei confronti del corpo ..... incontro Antonio Rezza attore e autore di teatro: il senso dell'ironia e la voglia di lavorare ci unisce. Rielaboro la scenografia di "Francesco Mosè" spettacolo già esistente. |
| 1988 |

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Ossessionata dalla mancanza del movimento nell'arte figurativa , e non amando fare performance, scopro le scenografie da indossare realizzate in stoffa: le chiamo quadri di scena, in cotone e fibre sintetiche, il colore a tinte piatte o trattato a batik. I quadri,ispirati ai grilli medievali e ai tagli di Fontana, sono montati su un supporto agile di m.t. 2,20 x 2,20 in metallo e rivelano una realtà bidimensionale. L'attore indossa il quadro infilando la testa e le braccia in appositi buchi e tagli; al contatto la stoffa trasfigura in costume dalle forme astratte, le tele influenzano i movimenti e sono fonte d'ispirazione per l'invenzione delle storie. Nasce lo spettacolo comico "Barba e Cravatta" con A.Rezza regia di F.Mastrella A.Rezza e scritto da A.R. quadri di scena di F.M. Organizzo la nostra immagine, curo la grafica, scatto le foto, e scrivo i testi con A.Rezza per locandine e pieghevoli informativi realizzati in cartoncino e fotocopie. |
| 1989 |

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Nel 1989/90 curo l'allestimento e la veste grafica della mostra i "Visi...Goti", ritratti di Antonio Rezza fotografato da Angelo Fratini: simulazioni ironiche di concetti oggetti e personaggi elaborati da noi due giocando con le immagini già esistenti; il catalogo ideato da me è edito da "La Mano Editore" di Romano Mastrella. Esposta a Roma nel Centro Culturale dell'Immagine "Il Fotogramma" diretto da Giovanni Semerano.
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| 1991 |

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Curo la regia insieme con Antonio Rezza del cortometraggio video "Suppietij" presentato a Milano "Filmaker". Realizzo le scenografie per lo spettacolo "I Vichinghi Elettronici" di A.Rezza rappresentato a Roma nel teatro San Genesio. Costruisco un allestimento mobile per i quadri di scena di "Barba e cravatta" rappresentato da A. Rezza in francese all'interno del festival di Avignone. |
| 1992 |

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Creo i quadri di scena per lo spettacolo comico "Seppellitemi ai fornetti" ispirati all'opera di Burri, di A.Rezza e F.Mastrella con Antonio Rezza. Lo spazio dell'azione scenica diviene più ampio (m.t. 2,20 x 4,70), il colore è a tinte piatte, le stoffe sono di varia natura. Roma "I Visi Goti" esposti al "Lavatoio Contumaciale" diretto da Bianca Menna. |
| 1993 |

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"Implosioni" sculture di Flavia Mastrella commentate dalla fotografia di Franco Barbieri esposte nel C.C. dell'immagine "Il Fotogramma" diretto da Giovanni Semerano. Le opere in cartapesta e reperti marini raccontano le sensazioni dei lattonauti (popolazione nomade). Calcata, "Implosioni" galleria "Vecchia Calcata", mostra organizzata dall'associazione Latteria del Gatto Nero di Giovanna Colacevich. Calcata, mostra fotografica nella galleria "La Porta Rossa" diretta da Giuseppe Salerno dove partecipo con due montaggi fotografici. Roma, cinque montaggi fotografici esposti alla terza rassegna nazionale di arte fotografica. Vinco il premio "Sebastiano Oschman Gradenigo" per i giovani fotografi romani. Realizzo e interpreto con Antonio Rezza i cortometraggi video "Confusus" Gabbiano d'oro a "Bellaria Anteprima" 1993 e "Torpore internazionale" presentato a Torino Cinema Giovani. |
| 1994 |

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A Roma, al "Lavatoio Contumaciale" di Bianca Menna espongo "In Viaggio da Milano al Mare" una serie di montaggi fotografici con foto istantanee scattate durante una tournée teatrale. Sempre al "Lavatoio Contumaciale" partecipo con due sculture di "L'emozione fatta suono" (reperti di metallo e plastica) all'interno della mostra "Le maschere di Pan". Realizzo i quadri di scena per "Pitecus" di A.Rezza e F.Mastrella, l'allestimento scenico raggiunge gli otto metri , il colore è a tinte piatte, inserisco dei reperti in plastica nella stoffa. Fotografo A.Rezza nei quadri. Realizzo e interpreto con A.Rezza i cortometraggi video "De civitate rei" presentato a "Bellaria Anteprima" e "Il Piantone" vincitore a Torino Cinema Giovani. Vinco il premio della miglior fotografia con il video "De civitate Rei" al festival di Castrocaro. |
| 1995 |

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A Roma, primo salone della Creatività Femminile "La Parola e lo sguardo", Palazzo delle Esposizioni, organizzato dal comune di Roma ufficio progetti donna con una video installazione "La Storia di Mongana". Calcata, presso la Galleria del Gatto Nero, "Autopatia" sensazioni metropolitane; sculture in Cartapesta e reperti urbani. A Zurigo nella galleria Tumb, "New Psychedelic" partecipo con alcune sculture di Implosioni e montaggi fotografici. Realizzo con A.Rezza il cortometraggio video "Schizzopatia" presentato a Bellaria Anteprima. Roma, una serie di mostre di scultura e fotografia organizzate da G.Semerano all'Area Domus in Via del Pozzetto. Cortometraggi a Blob RAI 3. |
| 1996 |

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Scrivo e dirigo insieme ad Antonio Rezza il film "ESCORIANDOLI" Il montaggio è di Jacopo Quadri -presentato alla mostra del Cinema di Venezia. A Roma "D'apres Claude Cahun" Autoritratto al femminile, all'Accademia delle Arti e Nuove Tecnologie, montaggio fotografico (polittico). Inizia una collaborazione con il Teatro Stabile delle Marche. Fotografo A.Rezza nei quadri di scena. |
| 1997 |

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A Roma, "Cravatta d'autore" al Lavatoio Contumaciale di B.Menna "Monolit..." ritratto di Enrico Ghezzi. Realizzo con A.Rezza alcuni cortometraggi video trasmessi da RAI 2 per "Pippo Chennedy Show" e una serie di micrometraggi di critica cinematografica per TELE PIÙ. Al "Fotogramma" Angeli negli occhi di Alberto. Video scultura. |
| 1998 |

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Nasce l'allestimento per "IO", lo spazio scenico è in continua mutazione, ci sono trenta varianti cromatico-ambientali , i quadri di scena forniscono un apparato estetico dove ognuno dà il suo nome alle cose. In IO i quadri di scena diventano mutanti, scivolano dal supporto e diventano costume, i videogiochi e le sculture di Fausto Melotti sono la fonte di ispirazione. Fotografo A.Rezza. Bellaria "Adriatico Cinema" e TELE PIÙ dedicano a me ed A.Rezza una retrospettiva. |
| 1999 |

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Al "Lavatoio Contumaciale" espongo il montaggio fotografico "Cibo del guerriero saggio". Sempre nel 1999 realizzo, insieme ad Antonio Rezza, la regia della trasmissione televisiva "Troppolitani" RAI 3, con la collaborazione autoriale di Annamaria Catricalà e Stefano Coletta. Sei puntate di interviste a corpo libero nella realtà urbana. |
| 2000 |

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Espongo alcune opere della serie L'Emozione fatta suono al Kongresshaus di Zurigo. Nello stesso anno realizzo ancora con Antonio Rezza per RAI 3 nove nuove puntate di "Troppolitani". Il montaggio è di Lorenzo Michelazzi. |
| 2001 |

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Organizzo lo spazio e realizzo oggetti di scena per lo spettacolo di danza 'Io sono Sceik' di Rebecca Murgi. Espongo ai 'Teatri di Vita' (?!) mostrosauro, scultura in p.v.c che affronta il tema del confronto tra l'individuo libero e la persona potente nello spazio nero della realtà convenzionale |
| 2002 |

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Esce il secondo lungometraggio "Delitto sul Po'".antifilm a corpo morto. Inizio con Antonio le Riprese di SAMP la storia di un killer che vaga nelle Puglie. Un esperimento di cinema da strada. – una smitizzazione del set sedentario. Sempre nel 2002 nella Certosa di Padula insieme ad Antonio siamo presenti all'esposizione "Le opere e i giorni" curata da Achille Bonito Oliva (artisti in convento) con lo spettacolo "IO ". Nello stesso periodo lavoro all'allestimento di Fotofinish lo spazio scenico nella mia fantasia si allarga l'elemento scultoreo prende il sopravvento….avverto per la prima volta un limite nello spazio teatrale.
Sono stufa del corpo umano……mi sto dirigendo verso la rappresentazione del corpo post-umano? |
| 2003 |

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Fotofinish s-documento a più punti di vista girato durante la rappresentazione dello spettacolo e montato da Eugenio Smith. |
| 2004 |

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Con delle immagini girate in libertà realizzo un videoritratto a George Garzone e Antonio Rezza 12-14 Gennaio montaggio Eugenio Smith Nella Certosa di Padula partecipo all'esposizione "Le opere e i giorni" curata da Achille Bonito Oliva (artisti in convento) con "Microcosmo" scultura plurifunzionale . |
| 2005 |

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Tra Agosto e Settembre Flavia Mastrella espone le sue sculture in "L'emozione fatta suono" a Polignano a Mare(Bari). | ..>
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Monday, February 05, 2007
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Tre prologhi, un corpo
Un uomo steso fa le veci del tiranno. E cede il passo all'atleta di Dio che volteggia sulle sbarre con le braccia della disperazione. E poi un nano, più basso delle sue ambizioni, che usa lo scuro per fare, e la luce per dire. Frattanto qualcuno cade dall'alto e si infila i piedi nella gola. E quindi la realtà figurata delle vittime del povero consumo, connotate da assenza di astrazione, con il padrone unto dall'autorità del denaro.
Ma si affaccia Bahamut, l'essere supremo, che dopo breve apparizione si sottrae al tempo e al giudizio. Mentre la merce si mescola a corpi fatti a pezzi. Pezzi di uomo ancora da nascere ma già immolati alla meschinità costituita. E viaggiatori dell'anima con il corpo stanco, alloggiati come bestie a copulare nel grande albergo della carne mozza. Intanto le sfilate della vanità su corpi zoppi e deceduti. E un amico che parla senza voce e sente senza orecchie. Ma il senso della vita si incontra solo all'infinito dove l'uomo fa la fine del capretto da sgozzare. Brufoli e depressioni tristemente accomunati con le bibite a ghiacciare le parole nella gola. Ma la corsa al vestire il corpo nudo e verme non da tregua all'uomo pellegrino, mentre le braccia del padrone, camuffate da proletariato, saltano al ritmo di una danza di classe. E l'orologio segna sempre l'ora in cui un passerotto castrato, si affaccia e grida la sua costernazione sotto forma di cucù, per poi rientrare diligente nella trappola del tempo. Editti a favore di chi non ha. Urla squassanti di chi non è. Urla come indiani, urla che non vengono capite perché non le si vuol capire. Ma come Bahamut sostiene il mondo, così le immagini si sovrappongono. E il gran finale, con i personaggi a fare la figura degli sguatteri mentre l'autore che li muove è il gerarca dalla lingua biforcuta. L'autore è il male dell'opera.
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SCENA E STRUTTURA
Dal giocattolo a Bahamut
In una scatola appena accennata, un uomo trascorre l'agonia che lo porterà a una nuova vita fatta di rigurgiti tribali e storie passate, inquinate da problematiche contemporanee.
Il lavoro di ideazione dello spazio scenico è durato due anni. Ho concepito la scatola e gli altri elementi scultorei per l'allestimento scenico di Bahamut pensando a un grande giocattolo, sviluppando l'idea delle sculture in tasca * (una ricerca di microscultura che porto avanti dal 2004).
L'allestimento scenico è composto da pochi elementi – L'abito rosa, in stoffa e metallo, spersonalizza la materia uomo, dando vita a un personaggio antropomorfo che si muove sul palcoscenico col carisma di un essere mitologico incline a problematiche conservatrici.
Il volo è un elemento simile a un ventaglio ingigantito, azzurro e arancio di stoffa e legno: la scultura non riesce a decollare per motivi di spazio e diventa componente estetica, emblema della potenzialità ignorata…. I quadri di scena mutanti frammentano il corpo recitante che si moltiplica col movimento e racconta di un sé contaminato, reattivo fino allo sfinimento.
Gli oggetti sono ridotti al minimo…Bahamut vive di atmosfere e non considera gli orpelli che umanizzano la situazione giocattolo, e dirigono la percezione alla facile comprensione.
La scatola, giocattolo di metallo, legno, stoffa verde e aria, determina un vincolo formale e provoca un'urbanizzazione dello spazio composto di piani d'aria, definiti da rette quasi mai parallele.
Il giallo fluorescente delle aste, le dimensioni spropositate, i rapporti di equilibrio distorti, danno all'uomo d'oro, che vive l'ambiente, la possibilità di sfinirsi nell'immobilità e in seguito di estendersi e saltare affiancato dai due ragazzi blu, intesi come elementi dinamici. I due giovani mettono in moto le possibilità meccaniche della struttura, ruotano le ali leggere e svolazzanti che chiudono la scatola e si mostrano indaffarati intorno al fardello uomo, entrano in scena frantumando la solitudine del protagonista e la staticità della scultura.
La scatola, elemento filiforme dall'equilibrio bizzarro, possiede solo l'illusione della chiusura, è vibrante nello spazio e soprattutto è dipendente alle sollecitazioni dell'umano. Antonio è partito dall'immobilità di un uomo steso. La storia dello spettacolo è nel ritmo: i passi, le frasi, I frammenti narrati, sono tenuti assieme dal corpo–parola. Il susseguirsi delle vicende è una costruzione creata con le regole del montaggio cinematografico; Bahamut si svolge in uno spazio esterno-interno che logora la percezione del tempo e lo reimposta. La sequenza drammaturgica è costruita mettendo in relazione i frammenti di storie con i movimenti e con i ritmi sonori della parola recitata in corsa. La triade parola-corpo-spazio si manifesta in forma biforcuta, a tratti sintetica e metaforica e in altri momenti estremamente rappresentativa. La successione degli eventi nell'ambiente giocattolo, devia la percezione del reale dall'immagine persuasiva.
* LE SCULTURE IN TASCA SONO materia APPENA ACCENNATA COMPOSTA CON IL CRITERIO DEL MARE... CON IRONIA PARLANO UN LINGUAGGIO CODIFICATO NEL PARTICOLARE E STRAVOLTO NELLE DIMENSIONI
Teatro leggero
L'allestimento scenico di BAHAMUT è veloce da montare come Pitecus IO e FotofinisH. La stoffa e il metallo sono le materie che rispondono meglio alle mie esigenze di leggerezza. In Bahamut ho inserito anche degli elementi di legno per rafforzare la stabilità della scatola. Questa innovazione nella materia mi ha molto divertito ed era necessaria affinché venisse fuori la forma del giocattolo con tutto il suo sapore. La struttura mangiaspazio e l'allestimento dell'ambiente che accoglie la rappresentazione, sono per me due opportunità scoperte nel 2003 con la nascita dello spettacolo Fotofinish. Bahamut mi ha permesso di sviluppare queste due intuizioni, ma mentre prima parlavo di estensione lineare ora affronto la capacità spaziale del singolo elemento scultoreo.
(FLAVIA MASTRELLA)
Come corpo pensavo
In quanto carne pensavo di conoscermi. E invece mi sorprendo di come, ancora una volta, la mente mandi il corpo a soffrire per poi rintanarsi nella facilità del pensare. Mi muovo da molto con le membra a sfiancare e quindi dovrei aver compreso l'indole del patimento. Ma nel caso di Bahamut ho scoperto che gli organi interni hanno una coscienza viva se sottoposti a un'andatura sussultoria e verticale. Nelle opere precedenti il mio incedere è stato lento nella sua difficile armonia e poi veloce nel pendolare circolare e incessante. Ma ciò che incessa quasi mai decessa e cioè, qualunque carne con le ossa attaccate si abitua se ben addestrata. E quindi, dopo "Fotofinish" ero certo che il massimo del movimento fosse stato raggiunto. Creare un qualcosa di più faticoso era arduo e poco intelligente< Ma nella scatola le corse laterali me le son proibite dall'inizio. L'allestimento di Flavia Mastrella ha suggerito soluzioni azzardate. E ho cominciato a fare del mio corpo un assoluto verticale, con salti da fermo e in progressione che danno il ritmo alle interiora. E ciò lo percepisco mentre mi esibisco. Sento il cuore affaticarsi e la milza intenerirsi, sento lo stomaco in subbuglio, per nulla offeso da un compito non suo. Insomma avverto un corpo diverso, sottoposto alla trazione verticale che ne esalta l'allungarsi non della vita ma almeno delle membra tutte. E mi sorprendo ancora di come, mentre la pelle se ne va a finire, la mente la costringa a spasmi insperati e vigorosi.
E per questo il pensiero è inferiore.
Come urla sentivo
L' inserimento delle urla come suono costituisce il nuovo orecchio di uno spettacolo fatto per i soli occhi. Privilegio di chi vede è il non capire ciò che un altro fa. Le parole aiutano la miseria della media comprensione. Le urla fanno la musica senza le mani. La gola non si suona con le dita a meno che non ci si voglia soffocare. E nessun urlo può essere raggiunto dalle mani, tirato fuori e mostrato a chi ci guarda. Insomma con le urla ci si accorcia il patibolo. Ma questo sembra un atteggiamento pessimista di chi non ama la vita a sufficienza. E invece no, io amo fare quello che non si può comprendere.
In questa opera ultima le urla unificano le parole intere: le urla sono fatte solo di vocali allungate che cingono la preda del concetto e la mandano a morire nella testa di chi ignaro si attarda a capire.
Io sono il mio tamburo e mi suono al ritmo mio.
(ANTONIO REZZA) | ..>
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Thursday, October 26, 2006
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- 2006 BAHAMUT - - 2004 FOTOFINISH -
 E' la storia di un uomo che si fotografa per sentirsi meno solo. E grazie alla moltiplicazione della sua immagine arriva a credersi una folla che non c'è. E solo quando è costretto a mettere un cane a difesa della sua abitazione capisce di esser solo e di essere lui quel cane posto a tutela della proprietà. E capisce di non aver capito che nulla è mai esistito. L'unica cosa che esisteva era la sua solitudine. Che non può essere fotografata perché la solitudine è l'assenza di chi non ti è vicino. L'allestimento scenico si adatta ad ogni spazio, le sculture di stoffa imprigionano il corpo, il corpo mortifica la forma , la sfera elemento del cosmo determina il microcosmo . tutto è bianco.
- 1998 IO -
 "Noi, coppia vagante e stravagante, danno alla luce Io, figlio lunato e stralunato".
Il radiologo esaurito fa le lastre sui cappotti dei pazienti mentre un essere impersonale oltraggia i luoghi della provenienza ansimando su un campo fatto a calcio. Io cresce inumando e disumano, inventando lavatrici e strumenti di quieto vivere. Il radiologo spossato avvolge un neonato con l'affetto della madre, un individualista piega lenzora a tutto spiano fino ad unirsi ad esse per lasciare tracce di seme sul tessuto del lavoro. Tre persone vegliano il sonno a chi lo sta facendo mentre il piegatore di lenzora, appesantito dal suo stesso seme, scivola sotto l'acqua che si fa doccia e dolce zampillare. Io mangia la vita bevendo acqua rotta che è portavoce dell'amaro nascere, il piegatore di lenzora parte per la galassia rompendo l'idillio con il tessuto amato. Si gioca all'oca, parte il dado di sottecchio, Io si affida alla bellezza del profilo per passare sotto infissi angusti. Ogni tanto un torneo, un uomo che cimenta in imprese impossibili ma rese rare dalla sua enfasi, un ufo giallo scrutante esseri e parole, un visionario vede vulva nelle orecchie altrui. E Io, affacciato sul mondo terzo dove scopre che, tra piaghe e miseria, serpeggia l'appetito non supportato dalla tavola imbandita. Infine la catastrofe: Io si ridimensiona... Como poco innato tra clamori e vanto così l'idea dell'inventura porta la mente a vita duratura. Anche questo allestimento scenico si avvale dei quadri di scena o teli intesi come arte. Le scene sono coinvolte completamente nell'azione drammaturgica, la struttura è di metallo sottile, sostiene i teli che, disposti in vari piani, risentono del movimento del corpo............tutto barcolla. Il colore dei quadri si espande, il metallo si insinua nella stoffa, i cambiamenti di scena frequenti rinnovano in continuazione l'andatura cromatica. Il giallo, il rosso, il blu di vari tessuti e intensità rispondono in modo diverso alla luce che ne esalta inoltre le diversità della trama. I verdi in velo, i bianchi di seta, rete o traforati, compatti o trasparenti coprono il corpo rivelandone i contorni; i quadri mutanti hanno vita breve e vengono abbandonati in terra formando macchie colorate sparse in un mondo buio. La simmetria non esiste, le forme giocano in verticale, i personaggi siano essi solitari o raggruppati, risultano sempre simpatici e vittime di un'agglomerazione.
- 1995 PITECUS -
 "Pria che l'uomo canti due volte e rinneghi il suo spirito libero, lì, a contatto di gallo, l'uomo alzerà gomito e cresta e cozzerà le sue basse ambizioni contro un soffitto di inutile speranza ".
Gidio è chiuso in casa, Fiorenzo, uomo limbo, sta male fisicamente; il professor Stella, videodittatore dipendente, mostra a migliaia di telespettatori alcuni malati terminali, un padre logorroico non si capacita dell'omosessualità del figlio; Saverio, disinvolto ed emancipato, prende la vita così come viene, cosciente del suo fascino fuggevole. Mirella prega intensamente le divinità per essere assunta alle poste, Roscio, di nome e di fatto, frequenta una nuova compagnia di amici che lo sbeffeggiano a tracotanza. La bella addormentata non prende sonno ed il re, stanco di fasce e capricci, tenta di asfissiare il corpicino bambino. Un giovane studente ha un rapporto conflittuale con la radiosveglia mentre mariti annoiati e lussuriosi vengono rapiti dal fascino indiscreto del solito Saverio, borghese che miete amori ed affitta sentimenti. Un nuovo dibattito a tinte fosche analizza il rapporto uomo-droga, un signore solo e mediocre adotta Fernando Rattazzi a distanza, due ragazzi restano a piedi e sfidano le leggi della sopportazione, uomini che tentano di godersi sprazzi di libertà ma, proprio perché a sprazzi, non la riconoscono più. Giovani handicappati incattiviti e solidali si scagliano contro creato e convinzioni, esseri senza ottimismo dividono il proprio corpo pur mantenendo intatto l'istinto luciferino. Questi personaggi parlano un dialetto frastagliato e tronco, si muovono nervosetti, fanno capolino dalle fessure e dai buchi dei vasi di stoffa variopinti, i menti e le capoccette pensanti spuntano e si alternano dalle sete, dalle reti e dalla juta dando il senso di quartieri popolari affollati dove il gioco e la fantasia alzano il vessillo dell'incomprensione media. Il quadro di scena è la scenografia mista al costume, ogni storia ha il suo habitat, ogni personaggio un corpetto diverso e mortificato.
E' uno spettacolo che analizza il rapporto tra l'uomo e le sue perversioni: laureati, sfaticati, giovani e disperati alla ricerca di un occasione che ne accresca le tasche e la fama, pluridecorati alla moralità che speculano sulle disgrazie altrui, vecchi in cerca di un'identità che li aiuti ad ammazzare il tempo prima che il tempo ammazzi loro, persone che tirano avanti una vita ormai abitudinaria, individui che vendono il proprio corpo in cambio di un benessere puramente materiale, esseri che viaggiano per arricchire competenze culturali esteriori e superficiali. PITECUS racconta storie di tanti personaggi, un andirivieni di gente che vive in un microcosmo disordinato: stracci di realtà si susseguono senza filo conduttore, sublimi cattiverie rendono comici ed aggressivi anche argomenti delicati. Non esistono rappresentazioni positive, ognuno si accontenta, tutti si sentono vittime, lavorano per nascondersi, comprano sentimenti e dignità, non amano, creano piattume e disservizio. I personaggi sono brutti somaticamente ed interiormente, sprigionano qualunquismo a pieni pori, sprofondano nell'anonimato ma, grazie al loro narcisismo, sono convinti di essere originali, contemporanei e, nei casi più sfacciati, avanguardisti. Parlano un dialetto misto, sono molto colorati, si muovono nervosi e, attraverso la recitazione, assumono forme mitiche e caricaturali, quasi fumettistiche. Per quanto riguarda i quadri di scena, che consideriamo un'operazione di arte applicata alla drammaturgia, essi conferiscono allo spettacolo un linguaggio figurativo che mischia colori e parole. L'uso dei materiali si rifà all'arte povera anche se un occhio é sempre attento alla moda ed al costume che influenzano mentalità e portamento dei personaggi. Nei quadri di "PITECUS" prevale il triangolo, figura mistica un po' per tutte le religioni: teste spigolose fingono ragionamenti razionali, spicchi di volto incattiviscono somatismi già di per se malvagi e corruttibili. Colori usati a tinte piatte, gialli, verdi, azzurri, rossi, riportano al mondo dell'infanzia, alle costruzioni, ai giocattoli di legno. La stoffa avvolge i personaggi completandoli: juta, seta, cotone, sintetici, plastica, li rendono opachi o scintillanti. Parti di corpo che aggrediscono parti di realtà, porzioni di arti che inveiscono contro la narcosi che sembra fare scempio di uomini e desideri, parole tronche che inneggiano alla libera immaginazione: non é stato inventato tutto, non tutto é stato enunciato, le parole sono infinite ed infinite le combinazioni, chi vuole farci credere che non c'é più nulla da scoprire é il primo nemico da combattere. PITECUS si scaglia contro la cultura dell'assopimento e della quiescenza creativa.
- 1992 SEPPELLITEMI AI FORNETTI - SEPPELLITEMI AI FORNETTI E' IL TITOLO DI UNO SPETTACOLO CHE AFFRONTA I DIFFICILI PROBLEMI DELL'AGGREGAZIONE APPARENTE E DELLA COALIZIONE INOFFENSIVA DELL'INDIVIDUO. E' UN'OPERA CHE USA A VOLTE LA SCIABOLA E A VOLTE IL FIORETTO, INTESO COME COLPO SCHERMISTICO E NON COME OPERA PIA.
Lo spettacolo prende in esame alcune forme di aggregazione collettiva forzata e le contrappone al comportamento individualista dell'uomo. Le case popolari, le metropolitane, gli uffici postali stracolmi, gli stabilimenti balneari, finiscono per essere dei contenitori di persone per necessità sono costrette a dividere la stessa situazione, dando vita ad una parvenza di socialità che in fin dei conti non esiste. Ultimamente l'individuo mi è sembrato buffo proprio per questa sua esigenza di aggregarsi a fondo perduto, di spartire la propria condizione illogica solo in apparenza, senza la benché minima volontà di migliorare uno stato di vita contraddittorio. Le metropolitane stipate sono una contraddizione culturale, proprio perché ci viene offerta una compressione fisica forzata a scapito di una più importante armonia intellettuale. I mezzi di spostamento pubblici non permettono data la precarietà degli occupanti, una presa di posizione vigorosa su un assurdo modo di concepire il trasferimento da una parte all'altra della città, così come le case popolari, tanto brutte quanto necessarie, non portano l'uomo a ribellarsi ad un'architettura infame ed alienante. Preferiamo un comodo contatto corporeo, forzato ed occasionale, ad un più sano contatto cerebrale, al fine di creare uno spirito di dissenso nei confronti di chi disegna il paesaggio in cui viviamo. Non creiamo cultura, bensì piccoli comportamenti quali l'ipocrisia, il cinismo, l'invidia verso che vive con un po' più di decoro un'esistenza che non lascia traccia. Siamo purtroppo schiavi dell'esigenza, della caccia al bene di sussistenza primario e secondario, una necessità che invece di aguzzare l'ingegno finisce per spersonalizzarci e renderci una massa informe, un'accozzaglia di persone senza futuro che non vivono, non pensano, ma vegetano in modo indisponente. Questa sofferenza continua anche dopo la morte, grazie all'architettura dei nostri cimiteri: i fornetti ci assicurano una compressione per l'eternità come giusta pariglia per non aver focalizzato la relatività del nostro vivere. E' l'epoca delle finte amicizie, della perdita di dignità, di un'unione apparente che non può fare la forza, proprio perché superficiale e rassegnata. Nonostante il preambolo esistenzialista lo spettacolo si presenta al pubblico ammassato in sala come un'opera altamente comica.
- 1990 BARBA E CRAVATTA - BARBA E CRAVATTA SONO DUE ATTRIBUTI CHE POSSONO RIVESTIRE LA PERSONA SIA CONTEMPORANEAMENTE CHE IN SEPARATA SEDE. NON SONO NECESSARI ALLA SUSSISTENZA DELL'INDIVIDUO , MA LO COMPLETANO, LO DEFINISCONO E GLI DANNO UN TONO, MIGLIORANDONE GLI ATTEGGIAMENTI, I SENTIMENTI, IL PORTAMENTO E LA RICERCA SUL SOCIALE. LE MIGLIORI BARBE E I MIGLIORI BAFFI APPARTENGONO SICURAMENTE AL NOSTRO PASSATO: GLI UOMINI DI SANTA FEDE SI ADORNAVANO DI BARBE LUNGHISSIME E DI MOSTACCI ACCATTIVANTI PER DIVULGARE IL LORO MESSAGGIO RELIGIOSO. LE MIGLIORI CRAVATTE E LE MIGLIORI GIACCHE APPARTENGONO, INVECE E PURTROPPO, AL NOSTRO PRESENTE: GLI UOMINI DI POCA FEDE SI ADORNANO DI CRAVATTE LUNGHISSIME E DI GIACCHETTE AMMICCANTI PUR DI PORTARE AVANTI LA LORO RICERCA SUL SOCIALE. PECCATO, POTEVAMO VIVERE A QUATTRO GUANCIALI SOMMERSI NELLE BARBE, ED INVECE SIAMO SOFFOCATI DALLE CRAVATTE.
- 1988 LE NUOVE PARABOLE - - 1987 FRANCESCO MOSE' - Tratto da Francesco Mosè
Un mendico chino per terra aspetta l'elemosina di chi chino per aria aspetta di trovare un mendico. - 1984 ERO UN FIORE STAMATTINA -
Tratto dalla scena quinta di ero un fiore stamattina
"che fao! stao solo eh? solo solo che fao? Solo come no derelitto. come no derelitto che fao? stao solo? telefonala! telefonala co lo tito te lo pieto. telefonala stao solo. accarezzala co lo tito te lo pieto. solo se penso, se penso de pi?. solo come lo tito te lo pieto. stao solo, solo soletto. ma ce stanno altri e quattro titi te pieto."
- BRIGHELLA
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