Sentire Ascoltare n.52 pag.102Più che post rock, malinconie strumentali concepite per pellicole
struggenti, crescendo umorale su arpeggi rinsecchiti, stratificazioni
in punta di plettro intense ed evocative.
Il nome è Dresda -ripreso dall'insuperabile Mattatoio n.5 di Kurt
Vonnegut- e l'ideologia che serra le fila pare essere quella di
descrivere ambientazioni con la musica per rendere i suoni parte di una
scena a più dimensioni".
Tra field recordings e elettriche urticanti, tastiere e glockenspiel,
basso e theremin, i quattro genovesi riescono nell'impresa, alternando
momenti di stasi a distorsioni violente e consegnando ai posteri un EP
inquietante e catartico.
Recensione su Sound Magazine“Pequod” è come una piccola palla di vetro con piccoli fiocchi di neve artificiale al suo interno.
Racchiude in sè atmosfere rallentate e dilatate e non si cura nè del tempo, nè della forza di gravità.
E’ un album strumentale, alternato da rumori di sottofondo e voci in
secondo piano. E’un ben riuscito impasto alchemico di sonorità grevi,
che creano fredde sensazioni d’immobilità.
Le chitarre spingono fuori il ritmo e la malinconia; in “L’eterno
ritorno dell’uguale” ricercano la luce con un filo di rabbia e
passione. Gli arrangiamenti ricercano sonorità raffinate, oniriche e
lontane, senza mai esagerare nei colori o cadere nella banalità.
La musica dei Dresda è adatta a far da colonna sonora di un film,
poichè sembra una successione di fermo-immagini in bianco e nero.
E’ una palla di vetro preziosa, bella e rara.
Recensione su GenovatuneA volte capita fin dalle prime note di capire che sei al cospetto di un
prodotto meritevole: un'intuizione che nei confronti di
Pequod, ultima fatica dei
Dresda,
si rivela piacevolmente veritiera. Le atmosfere evocate da queste
cinque tracce sono sorprendenti: una malinconia palpabile pervade
tutto, e mentre un vento gelido sferza una strada ricoperta di neve e
rami secchi, un pianoforte inizia a raccontare un mondo che si mostra
come l'ombra di ciò che è stato un tempo, decadente, post-catastrofico,
dove un apocalisse dell'animo ci costringe a volgere gli occhi verso un
cielo bianco, mentre macchinari arrugginiti si muovono con lentezza,
producendo strani rumori; l'eterno gioco dei contrasti fa anche qui la
sua apparizione, venendo sviscerato con sapienza in un equilibrio di
suoni e suggestioni.
Non serve raccontare attraverso liriche
quello che si vuole descrivere: le note quando sanno stare al posto
giusto riescono a parlare meglio di qualsiasi voce. Così una
riflessione quasi sussurrata e battuta a macchina in
La stanza e l'orologioè l'occasione per scandire quello che già aleggia nell'aria, un
presagio di un finale tragico e alienante, senza possibilità di ritorno
a ciò che è irrimediabilmente perduto, mentre follia e decadenza
sembrano incalzare e ricoprire tutto ciò che si riesce ancora a vedere,
mentre
Attraverso lenti colorate si schiude in un
caleidoscopico trip di quasi quindici minuti, dove le dolci note sul
finale sembrano accompagnare come una ninna nanna l'ascoltatore verso
l'inesorabile oblio.
La produzione, così come l'esecuzione
dei brani è ben curata, si intuisce un buon lavoro sugli arrangiamenti
e suoi suoni proposti; nel complesso il disco riesce nel compito di
trasportarti nel mondo grigio raccontato dai Dresda, dal tempo sospeso,
dove freddi e tristi presagi si materializzano davanti ai tuoi occhi
come spettri e una dolce malinconia ti evoca ricordi sopiti.