...Qualcuno dirà:
"Leggere la fotografia? Ma ogni giorno io leggo le fotografie sul giornale, per strada, perfino a casa mia.
Pure troppo, le leggo.
E guarda qua: la foto l'ho fatta io ventuno anni fa in Austria. Beh: questa-è-mia-sorella-Anna-col-fidanzato-Luigi.
Allora la foto l'ho letta o no?"
Potrei rispondere: in un cero senso sì; ma allora mi domando: leggere è questo?
Tutto quel che si poteva dire sulla foto, il mio interlocutore lo sapeva già.
E tuttavia questa stessa foto potrebbe essere ulteriormente letta: potrei notare qualcosa sul tipo di relazione che lega le due persone leggendo il loro linguaggio corporale. Potrei recuperare informazioni sul periodo dallo stile di abbigliamento. Posso risalire alle condizioni materiali e culturali in cui è stata realizzata analizzando l'inquadratura, la carta, la stampa ecc.
Dunque leggere la fotografia è ben diverso da leggere qualche fotografia. Si avvicina a capire la fotografia, ammesso che questo significhi qualcosa di preciso.
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...E' ovvio che usiamo la parola leggere perchè non disponiamo di parole spendibili quando vorremmo dire: traggo un senso da una fotografia.
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...Per assurdo insisto: a che ci serve sapere come sono nate? Potrebbe bastarci il riconoscere cosa c'è nell'immagine, no?
...Sì, potrebbe bastare, non ci sarebbe proprio niente di male, però a questo modo non ci sarebbe alcuna speranza di trarre noi un senso dalle cose. Non saremmo noi a leggere il mondo, ma il mondo a farsi leggere o a prendersi gioco di noi se, per qualche motivo, qualcuno volesse farci comprendere una cosa per un'altra.
A prenderla in buona fede, l'immagine ci farà sempre capire quel che vuole lei, o colui il quale l'ha fatta, scelta, usata, esportata.
E domandiamoci pure se la guardiamo davvero, questa benedetta fotografia. Non sarà piuttosto che tentiamo di guardare qualcosa attraverso di essa?
Non sarà che la storia della cultura occidentale ci ha dato l'abitudine e l'illusione di poter vedere-attraverso la fotografia, il cinema o la televisione-il mondo lontano da noi come se fosse qui, o il mondo attorno a noi come se fosse altrove?
Questo è in parole povere quello che sostiene il massmediologo canadese Marshall McLuhan quando nel 1964 nel suo Understanding Media, tradotto come Gli strumenti del comunicatore, parlava dei massmedia come di protesi dei nostri sensi. Ma l'abitudine all'uso documentario della fotografia è proprio il motivo per cui la nostra lettura il più delle volte si appoggia al modello "foto come immagine del mondo".
E lì sta il vero problema, che riassumo col celebre fotoreporter statunitense Eugene Smith (1918-1978) il quale sosteneva: "La fotografia è la più grande bugiarda che ci sia, complice la convinzione che essa mostri la realtà così com'è".
E se Pablo Picasso (1881-1973) affermava che "L'arte è una bugia che ci fa realizzare la verità [e che] l'artista deve conoscere il modo di convincere gli altri della verità delle proprie bugie", non diceva lo stesso Smith quando ammetteva "Onesto: sia pure! Obiettivo: No!"
Ora, poi, cos'altro succede quando la foto non sembra un'immagine del mondo, o magari lo sembra in modo imperfetto? Allora l'imbarazzo serpeggia e ci rifugiamo nella certezza che l'immagine ambigua sia stata creata apposta per vendere qualcosa, per stupire, per dar da pensare o indignare ecc.
Quella foto si comporta così -pensiamo- ma le altre, in generale, no.
O ancora, che succede quando un'immagine sta da sola senza testo? Che leggiamo lì? come leggiamo? Che senso ne traiamo?
Ecco allora che, invece che goderci la solitudine, la libertà del rapporto diretto con l'immagine, escono fuori altri concetti scivolosi - se non pericolosi, perchè ambigui e vuoti - come artistico, espressivo, suggestivo, eccezionale...
L'emozione come interprete universale non è un metodo tanto sicuro, perchè esclude il valore della conoscenza, esclude la consapevolezza e si basa sulla sensibilià individuale.
Tipo: "siete sensibilissimi? Capirete tutto" o "non capite? Siete delle zappe".
E chiaro che così non si va da nessuna parte.
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..."Ma che barba! - si dirà - Consapevole, inconsapevole, che differenza fa?". Semplice, eppure drammatico.
Dobbiamo essere noi a condurre il gioco, noi a decidere quel che ci succede, a scegliere ciò che vogliamo approfondire, ciò che riteniamo interessante e che desideriamo aver più chiaro.
Altrimenti il gioco si gioca altrove e noi siamo solo pedine: disinvolte, attive, magari intelligenti pedine bloccate in una scacchiera.
...L'immagine fotografica, io credo, va pensata un po' come si pensa un albero: se mi limito a come lo vedo esteriormente (il tronco, le foglie, il movimento al vento, la dimensione) mi mancherà la consapevolezza delle radici profonde e gigantesche che si ramificano ed entrano in contatto con altre realtà, mi mancherà inoltre la percezione della sua crescita nel tempo.
Se invece pretendo di osservarne solo la parte di solito invisibile: il sotto, il dentro, l'altrove, mi perderò quella frase d'amore incisa sulla corteccia di un salice, o non saprò più comprendere il senso di un cipresso in un giradino all'inglese: mancherò di cogliere, insomma, il ruolo che svolge, il mio oggetto d'analisi, nel mondo reale.
Non so se mi spiego; non mi devo perdere né nel pragmatismo, né in speculazioni tecniche o teoriche scisse dalla realtà. E questo perchè sono importanti sia le regole profonde, sia la vita stessa di un'immagine: il senso che acquista quando la usano e manipolano l'uomo, gli uomini, l'umanità.
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...La fotografia non afferra il mondo, infatti lo dàò a vedere. E nel darlo a vedere qualcosa di quel che si voleva mostrare si può perdere, e qualcosa che non si aveva intenzione di mostrare finisce nell'immagine. Questo può avvenire involontariamente oppure essere il risultato di laboriose finzioni, visibili o invisibili; o può essere il frutto di una precisa scelta di poetica: lasciare che il mondo si imprima liberamente sul supporto fotosensibile.
C'è chi dice che, per questo, la fotografia sia una disciplina autonoma diversa fisicamente dalle altre e che tanto basta per autorizzarne uno studio speciale.
E va bene: nessuno pensi però che il procedimento di passaggio della luce attraverso l'otturatore garantisca della verità, assoluta e pregiudiziale, di ciò che la fotografia da a vedere. Il dibattito è annoso e gli esperti lo sanno molto bene. Nessuno fa finta di avere di fronte la Realtà.
Anche sostenere che fare una fotografia sia un atto interpretativo difende l'autonomia della fotografia.
estratti da
Leggere la fotografia
di Augusto Pieroni
Ed EDUP
ISBN 978-88-8421-147-7
310pag 13,50 euro
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Se siete di Rimini, vicino Rimini, abbastanza vicini a Rimini o se ci capitate, andate assolutamente a visitare l'esposizione FINESTRE di Francesco Pasculli, presso la Galleria dell'immagine, Palazzo Gambalunga... in via Gambalunga, stesso ingresso della Cineteca.
Le opere rimarranno esposte fino al 4 ottobre 2008 con questi orari:
9:30 / 12:30 16:00 / 19:00
sabato dall 10:00 / 12:00
domenica e festivi chiusi
io per un colpo di fortuna la ho trovata aperta domenica, e qui c'è qualche scatto: http://viewmorepics.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewPicture&friendID=129409825&albumId=1992399
