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chiara vede cose

Chiara vede cose

Chiara Calpini


Last Updated: 10/3/2009

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Saturday, October 03, 2009 
Ormai sono anche io un'emigrata Myspace. Mi trovate più spesso sui blog

www.razorsisters.com
chiaravedecose.wordpress.com

e anche su twitter
www.twitter.com/razorette

Purtroppo sono pigra, leggete senza fretta!
C
Wednesday, June 11, 2008 
Monday, June 02, 2008 
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Sunday, May 18, 2008 
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Tuesday, May 06, 2008 
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Wednesday, March 19, 2008 
La tragedia non la batte nessuno. Da sempre. Sidney Lumet, pronto a compiere 84 anni, ci da una sensazionale lezione di cinema con il malamente tradotto Before the Devil Knows You Are Dead. Bambine possedute e zombie antropofaghi fanno meno paura di una discesa agli inferi nel bel mezzo della normalità, dell’irrompere del crimine nella vita di persone uguali a tante altre, della totale mancanza di moralità.

Lumet sceglie di raccontare la storia con una serie di flashback che non complicano la storia ma piuttosto ogni volta mettono in luce i lati oscuri dei protagonisti: il sempre più bravo Philip Seymour Hoffman, il perfettamente ignavo Ethan Hawke e l’emozionante e redivivo Albert Finney. Poi Lumet ci prende per mano e, con il suo stile classico ma mai banale o moralizzante, ci accompagna all’inferno: due fratelli pianificano una rapina ai danni dei genitori che, si scoprirà, è una sorta di nemesi per quello che i genitori hanno fatto ai figli. Perché l’idea è proprio quella che dietro figli "senza" (morale, principio di realtà, compassione, ecc) ci sono padri altrettanto "senza".

Dunque la prima parte del film si occupa di delineare la situazione dei due fratelli: la loro vita come un castello di carte che sta per crollare, l’estremo bisogno di soldi come soluzione unica ad ogni problema e poi l’organizzazione dell’atto criminoso, come ipotesi assurda che diventa sempre più concreta. La rapina ha un esito tutto sbagliato e sanguinoso ma la tragedia è solo appena iniziata.

La seconda parte del film affonda il bisturi nel cuore della famiglia mettendo a nudo l’orrore vero. Onora il Padre e la Madre ha la statura della tragedia antica e la lucidità della visione contemporanea, tra droga, tradimenti, menzogne, egoismo e risentimento. Nessuno di noi è al sicuro. E non sono gli zombie di cui avere paura.

chiaravedecose.wordpress.com
Friday, March 07, 2008 
Ossa rotta, pistole e deserto. Solo un pizzico di ironia. Questa volta i fratelli Coen ci vanno giù pesante portando sullo schermo in modo piuttosto fedele il romanzo omonimo di Cormac McCarthy. E' il 1980, dove gli Stati Uniti confinano con il Messico, nella terra dove le strade sono nastri tra sabbia e cielo e dove si concentra un gran numero di faccende illegali assistiamo ad una spietata caccia all'uomo, inzuppata fin da subito nel sangue. Un cacciatore di frodo viene casualmente in possesso di una valigia piena di soldi destinata ad uno scambio di droga. Sulle sue tracce il più terribile dei killer, interpretato dal celebrato Javier Bardem con improbabile caschetto e un'etica tutta sua, estrema e deviata. Appena un passo indietro, il più spaesato degli sceriffi (Tommy Lee Jones) testimone stanco di un mondo che cambia. Le inquadrature sono ricercate e raffinate. Gli attori tutti molto bravi. L'azione è serrata, la violenza totale. Corre sottile sulla faccia di una moneta, pronta ad esplodere per mano del killer e mai si placa. La mitologia del sogno americano si scontra con la violenza che da sempre è il suo lato oscuro. Non è un Paese per Vecchi è un'asciutta riflessione sulla spietatezza della vita, gli ultimi bagliori di un mondo che cambia e la visione della morte. Buffo pensare che alcune scene sono state girate accanto al set de Il Petroliere, altra riflessione sudista sulla spietatezza e sulla violenza, altro film da Oscar. I Coen ne hanno portati a casa quattro per Miglior film, miglior regia, miglior scenggiatura non originale e miglior attore non protagonista.
Friday, February 01, 2008 
Le baraccopoli da una parte e le gabbie dorate dall'altra. Il terzo mondo divide sempre più i suoi territori in zone separate dove vigono leggi separate, spesso spietate. La Zona raccontata nel primo lungometraggio del regista uruguyano naturalizzato messicano Rodrigo Plà è uno di quei quartieri blindatissimi di Città del Messico dove i benestanti si rifugiano per scampare alla violenza e alla povertà che assediano la megalopoli. Durante un temporale tre giovani ladruncoli riescono a scavalcare il muro per andare a rubare nelle case. L'incursione si bagna nel sangue ma la comunità della Zona decide di usare le proprie regole nel tentativo disperato di mantenere la tranquillità. Uno dei tre ladri, però, è ancora vivo e si nasconde nel quartiere: l'orrore, quello vero, deve ancora arrivare. Il film parte in modo quasi scontato con una farfalla che simbolicamente brucia le ali sul filo elettrificato che cinge la Zona. Ma la sua evoluzione senza sbavature è implacabile fino ad un finale che esplode di violenza e cisnismo; il poliziesco/caccia al ladro mostra in controluce dei richiami al fanta-horror: siamo tutti replicanti alieni quando ciecamente cerchiamo di mantenere lo status quo e ci sfugge che il nemico, ad esempio, è un ragazzino impaurito di quindici anni. Non c'è spazio per happy ending o per poliziotti buoni: ognuno ricade nel suo ruolo senza possibilità di salvarsi, ognuno ha il suo destino segnato e i soldi non danno libertà in questo caso. I ricchi della zona si trovano di fronte al dilemma morale della giustizia sommaria e dell'autodifesa ma non rispondono per questo con maggiore democrazia.
Ancora una volta il cinema messicano fa centro raccontando una storia che, partendo da una situazione locale, riflette in modo sanguigno sull'attuale società che vive sotto assedio, pronta ad imbracciare le armi per reagire alle minacce esterne... occhio per occhio, dente per dente.


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locandina La Zona
La protagonista si è già vista ne Il labirinto del Fauno e Y Tu Mama Tambien: Maribel Verdù
Wednesday, January 30, 2008 
Cloverfield è divertente. Non come una commedia, chiaramente. Ma come uno di quei film a tenore adolescenziale che ti fanno fare qualche salto sulla sedia, soprattutto se c'è un bel dolby surround.

Naturalmente Cloverfield è anche tutta tensione condensata in un minutaggio saggiamente contenuto. Definito come un mix tra Godzilla (per il mostro che attacca Manhattan e che comunque assomiglia molto anche ad Alien) e Blair Witch Project per le riprese che fanno finta di essere quelle amatoriali di uno dei protagonisti, il chiacchierato film fanta-catastrofista oltre ad intrattenere ha alcuni spunti interessanti.

Per iniziare un omaggio (sempre dovuto) al maestro Carpenter nell'immagine della Statua della Libertà decapitata, mutuata da Fuga da New York e poi una riflessione allargata sulla paura oggi e su come sia direttamente connessa all'uso dei video, dei cellulari e tecnologia varia.

L'idea degli autori (tra cui il produttore di Lost) era quella di restituire in modo realistico un evento impossibile: un mostro gigantesco che attacca Manhattan, liberando così tutte le paure del secolo. All'inizio siamo in piena atmosfera post attacco alle torri gemelle, poi si entra nel vivo dell'azione: i protagonisti muoiono tra le rovine oppure attaccati dal morso velenoso dei mostri (e mica c'è solo quello grosso!). Gli effetti speciali sono fantastici e ci accompagnano in uno scenario da incubo. Il terrore è la civiltà che crolla, la gente che scappa e i militari dappertutto. Il terrore è la guerra, qualunque sia il nemico e poi la fine di tutto ma non con una bomba atomica definitiva come negli anni '70, no: la fine è degenerazione e disumanizzazione. Ma soprattutto il terrore è sempre filtrato, filmato, schermato da persone che si fermano curiose a riprendere l'impossibile, perché "bisogna lasciare una testimonianza" o perché, chissà, riprendere fa pensare che l'orrore sia circoscrivibile. Che di questo passo il mostro non è neanche più il protagonista della paura e perde un po' del suo mordente (ma non la mordacità) spostando il fuoco dell'ansia sull'ossessione alla youtube, a volte fin troppo pretestuosamente.

D'altronde il mostro, si scopre nelle note di produzione, non è altro che un cucciolo (!) che ha dormito per secoli nell'acqua e ora è disorientato e molto collerico. Come Godzilla prende a cazzottoni la città. Io lo trovo molto divertente, ancora un po' mostro alla vecchia maniera. Ma probabilmente non faccio testo vista la mia passione per il maxi-dinosauro giapponese.

Si insomma, poi ci sono alcuni dialoghi dei protagonisti insulsi o poco credibili, product placement a manetta (nokia, sephora, ecc), il meccanismo della ripresa amatoriale che ogni tanto mostra la corda... ma in generale Cloverfield fa paura quanto basta anche se il limite di questa paura è proprio insito nella sua natura.



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Wednesday, January 16, 2008 
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Gregoy Crewdson




Si chiama staged photography quella che fa Crewdson: ore e ore per creare un set di proporzioni e accuratezze cinematografiche in cui scattare fotografie enigmatiche, simboliche ed oscure. A metà tra le atmosfere di alcuni film di Lynch e i quadri di Edward Hopper, le foto di Crewdson non sembrano neanche più foto tanto l'iperrealismo si fa sempre più iper e meno realista. Il fantastico si insinua nelle situazioni quotidiane, nel kitsch sempre presente della periferia americana attraverso simboli legati alla natura, più o meno morta. Gli arti su cui crescono spine, le auto lasciate in mezzo agli incroci con la portiera aperta come se gli alieni avessero rapito l'autista, l'Ofelia in salotto, le cucine sospese nel tempo, strane buche nel bosco... su tutto lo sguardo e i corpi delle donne, le uniche che sembrano percepire il momento in cui sono immortalate. Alcune sono attrici e testimoniano l'attrazione di Crewdson per il cinema e per la mondanità: nella mostra romana Julianne Moore e Gwyneth Paltrow. Guardando le foto dell'artista americano è impossibile resistere alla tentazione di ricostruire la storia dietro l'immagine, seguendo i mille dettagli che invece che chiarire ingarbugliano ancora di più la lettura. Oppure dare un titolo a scene che, quasi a farlo apposta, ne sono uniformemente prive. Con Crewdson si entra in un mistero un po' glamour e postmoderno, inquietante e pieno di riferimenti.
Come recitano le sue note biografich, Crewdson, classe 1962, ha fatto parte tempo addietro degli The Speedies, un gruppo punk-rock il cui singolo più famoso si chiamava, guarda caso, "Let Me Take Your Foto". Come se non bastasse nel 2005, la stessa canzone fu scelta dalla Hewlett Packard per la pubblicità di una fotocamera digitale. Alla metà degli anni '80 ha studiato fotografia al Purchase College, frequentando in seguito la Yale School of Art, presso la Yale University.è stato poi professore presso diverse università e alla Yale University, dove ha lavorato fino al 1993. La retrospettiva è visitabile presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 2 marzo.