Da Kalporz.com
SAMUEL KATARRO
Beach Party (Angle Records / Audioglobe, 2008)
di Massimiliano Locandro .. ..Non sono in grado di dire se Samuel Katarro saprà indossare senza fastidio il soffocante vestito da The next big thing che in molti gli stanno già cucendo addosso con cura meticolosa. Certo è che il vorticoso ronzio che aleggia nel cervello dopo aver ascoltato il suo primo lavoro è un vitale segno di freschezza che fa (molto) ben sperare..... Dimenticatevi i tronfi reverendi neri e gli stropicciati messaggeri della musica del diavolo, lasciateli galleggiare a vuoto nel loro brodo primordiale. Per avvicinarsi al lavoro di Samuel Katarro basta molto meno: socchiudere gli occhi e lasciarsi trasportare senza opporre alcuna resistenza attraverso i lisergici paesaggi partoriti da una mente certamente fantasiosa e affascinante. .... 'Beach Party' è il trionfo della distorsione, da buttare giù tutto d'un fiato, fino a rimanerne storditi: distorsioni sonore, che caratterizzano il suo personale approccio alla chitarra, strapazzata senza alcuna pietà, quasi a volerne estirpare l'anima gracchiante, distorsioni dialettiche, che si incuneano tra le righe dei suoi testi allucinati, distorsioni vocali, che derivano dal suo personale stile di cantare (un perenne falsetto che produce deliranti visioni di un Billy Idol sull'orlo del collasso psichico) e infine distorsioni cerebrali, che danno bello sfoggio di sè tra le pieghe delle tante contraddizioni che animano questa fascinosa proposta artistica e proprio per questo la rendono capace di emettere bagliori del tutto particolari..... E allora sfido chiunque a dirmi quanto spessore artistico ci si sarebbe potuti attendere da un ragazzetto poco più che ventenne che si fa chiamare 'Samuel Katarro' e che cita come suo gruppo musicale preferito nientemeno che i Beach Boys ed inoltre, come se non bastasse, intitola pure il suo disco d'esordio 'Beach Party'..... Ebbene signori, posso affermare con tutta franchezza che mai come adesso avreste sputato le vostre sentenze invano: 'Beach Party' è cento per cento anima e zero plastica, blues fino alle radici, marcio fin quasi a sentirne l'aberrante puzza di cadavere. Ascoltarlo è come farsi il segno della croce con l'acqua ragia: corrode l'anima e brucia la pelle, fino all'ultimo tendine, senza alcuna possibilità di scampo..... Samuel Katarro colpisce a fondo perché gioca in piena libertà con la sua fantasia e con le sue visioni deliranti, senza vincolarsi con inutili sigilli che limiterebbero di gran lunga la sua debordante vena artistica: le sue canzoni si rivelano scarne, essenziali, quasi 'naif' e pur non essendo figlie di un approccio lineare e dai contorni ben definiti, riescono a liberare un fragoroso inno alla spontaneità..... 'Beach Party' è un armadio pieno zeppo di scheletri che non ne possono più di starsene là dentro, zitti e senza dare fastidio, ed hanno deciso di uscire allo scoperto all'improvviso, uno ad uno, facendo schioccare paurosamente tutte le loro ossa all'unisono. .... Ci si trova così intrappolati in mezzo a deserti paludosi, con il fango che arriva ben sopra le caviglie ('From Texarkana to Texarcana'), in compagnia di malati terminali che fanno sentire la loro stridula voce con delirante ironia ('Terminally Illness Blues'), impauriti dalle allucinanti visioni di un'apocalisse che verrà ('Wiched Child') ed incuriositi da uomini che ancora credono di poter sparare alla luna, in un pazzesco crocevia dove si incontrano e scontrano, senza ferirsi, flamenco e blues ('The moonlight murders psychedelic band'). C'è anche il tempo per una gustosa leccata psichedelica con tanto di retrogusto blues ('There's a lady inside a cabin') ed un morso più consistente a contenuti lisergici più puri ('Headache'), ma si tratta solo di piccoli assaggi e siamo già arrivati ai titoli di coda, suggellati in modo impeccabile dalla gemma grezza 'Beach Party', chiamata con successo a scaldare i nostri cuori, ormai intorpiditi dai gelidi venti invernali e dalle troppe atmosfere claustrofobiche e surreali..... Proprio quando ci domandavamo dove fosse finita la nuova generazione, sempre persa nell'affannosa ricerca di una vera e propria anima, a rovistare dentro ai magici scatoloni pieni zeppi di falsi miti creati subdolamente da MTV e sballottata senza sosta tra i fuochi fatui delle Play-Station e le inutili domande degli avvilenti Talk-Show televisivi, ecco che spunta dal nulla Samuel Katarro con tutta la sua esuberante voglia di raccontare e di fantasticare su una realtà che non lascia altro scampo e che ad oggi risulta miseramente non pervenuta, sempre più vicina ai lineamenti di un decadente medioevo tecnologico..... Vi prego, non chiamatelo 'The next big thing', lasciategli almeno il tempo di proseguire con calma il suo percorso solitario lungo la sua personalissima cattiva strada, a tentare di smussare gli spigoli più invadenti della fragile pepita grezza che si è ritrovato improvvisamente tra le mani: chissà se riuscirà a tirarne fuori oro zecchino.
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Da Rockit.it
Samuel Katarro
Beach Party
Il pistoiese Samuel Katarro, dopo la vittoria al Rock Contest del 2006, colpiva nel segno con un promo per voce ululante e chitarra maltrattata che deragliava sui binari di un blues acustico e sbilenco.
Scoprimmo in seguito che il buon Katarro aldilà dell'estetica, rinnegava in parte l'eredità delle 12 battute tipiche del genere, sentendosi più a suo agio accostato ad un certo tipo di cantautorato folk psichedelico, tra trip alla Flaming Lips e introversioni Pere Ubu: scoprimmo ancora più tardi che Alberto Mariotti (il vero nome di questo minuto ventitreenne) era perdutamente innamorato dei Beach Boys, ma non quelli delle tavole da surf e delle belle ragazze, bensì dei visionari pronti a sciogliersi nell'acido per immolarsi a Dio nel nome della melodia perfetta.
Una serie di indizi che ora ben spiegano la scelta di Marco Fasolo dei Jennifer Gentle alla produzione artistica di 'Beach Party', uno che in fatto di stramberie psico-attive dovreste conoscere bene: l'album conferma tutto l'estro e il talento sproporzionato di Samuel Katarro, di quel mondo tutto suo racchiuso tra corde e ugole di cui via via diventa il Re, il buffone di corte o il figlio incompreso. Detto questo, il lavoro di registrazione di Fasolo è impeccabile, perchè non stravolge bensì avvolge di bambagia imbevuta di acido lisergico gli arrangiamenti, 'espandendo' i suoni e il loro spazio, dando più risalto a quelle luci improvvise all'orizzonte che squarciano le penombre arcane che tinteggiano le tele di queste canzoni. Aggiungeteci trame arzigogolate per violino zigano, rintocchi da piano sdentato da saloon, aperture da flamenco nel mezzo della prateria, deraglianti slide per ululati blues, il tutto filtrato dall'immediatezza se vogliamo acerba ma coinvolgente di un cantato a metà strada tra il grido di dolore e le litanie di un folle su una scatola di sapone: oltre a questo c'è veramente poco altro d'aggiungere, se non che 'augurare' a Samuel di continuare a tormentarsi riuscendo un giorno a vivere della propria arte. Le carte buone, come un vecchio e stralunato gambler degli stati del sud, le ha tutte incosapevolmente in mano.
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Recensione ed articolo su
www.sentireascoltare.com------------------------------------------------------------------------------------------------------
Recensione del 23/10/2008 su troublezine.it
http://www.troublezine.it/view.php/pagina/recensioni/Samuel-Katarro/Beach-Party/id/1698/unique/575071318537149c26289d7d31410604/
Band: Samuel Katarro Provenienza: Italia
Album: Beach Party
Label: Angle Records
Categoria: Album
Una bellissima sorpresa Samuel Katarro che dal nome non prometteva nulla di "serio" e che a giudicare dalla copertina dell'album si preannunciava un disco death metal!....
Come definire questo stranissimo progetto? ....
Musica per chitarra e voce onesta, molto naif, senza troppe pretese di prendersi sul serio, un po' bat cave un po' nu wave e mooolto blues/country.....
Il tutto è frutto dell'appena 22enne Alberto Mariotti, proveniente da Pistoia che si occupa da solo di chitarra e parti vocali.....
Il ragazzo pare abbia già alle spalle una vittoria al Rock Contest di ControRadio nel 2006 e che sia lanciato verso la via di un discreto successo underground, almeno per ora.....
Ci è piaciuto parecchio "Beach Party", è appassionante quello che dice e come lo dice, ci si affeziona in fretta alla voce sgraziata di questo ragazzo che sembra essere uscito da un altro periodo storico. Samuel Katarro (mi piacerebbe proprio sapere dove ha trovato questo nome d'arte azzeccato a mio parere) è tante cose, ma l'aggettivo che le racchiude bene più o meno tutte è semplicemente: originale.....
E mi fa tanto piacere che Samuel sia italianissimo perchè sono proprio questi artisti a continuare a tenere alto il nome dell'indie italiano.....
Un talento che sembra caduto dalle nuvole e che forse non si rende davvero conto di quello che produce e di quanto la gente può apprezzarlo..(e forse è meglio così).....
Carinissimo, grottesco, scanzonato e consigliatissimo.....
Recensito da Velvet il 23/10/2008....
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Recensione del 03/11/2008 su delrock.it (Disco della settimana)
http://delrock.it/album/2008/samuel-katarro-beach-party.php
Samuel Katarro – Beach Party
Casa discografica: Angle Records
Anno: 2008
"Se Alfred Jarry avesse scritto la Bibbia, Gesù Cristo sarebbe stato in preda alle allucinazioni mentre nuotava nel deserto ai piedi del monte Sinai con una scimmia nel bicchiere". O anche: "Perdersi irrimediabilmente sul bordo della vita, in un lago senza precise coordinate spazio-temporali salutando spiritelli fluttuanti. Grazie Jarmusch".
Samuel Katarro scrive come suona, con una febbre di fantasia che lo divora e fa vorticare tutti insieme nella mente i dischi del suo juke box: i Pere Ubu e Syd Barrett, i Gun Club e Jon Spencer, Charlie Patton, i bluesmen della Depressione.
Ha ventitre anni, viene dalla provincia di Pistoia e in realtà si chiama Alberto Mariotti; ma sono minuzie crono-geo-anagrafiche che non contano, se è vero che uno spirito forte e incontrollabile si è impadronito da anni del ragazzo trasportandolo in una Fantasyland tra il Mississippi e il deserto del Mojave, dove abbaiare alla luna storte canzoni come queste undici, le prime del suo repertorio. Katarro è un maverick, un agitato fuori schema, che oscilla sulla lama affilata della sua chitarra acustica con una voce che sbraita mugugna geme in falsetto, un po' Beefheart e molto David Thomas. E' un bluesman informale e paradossale, un madonnaro di musica che con i suoi gessi disegna un mondo "tragico e grottesco, naif e fumettistico, quasi Burtoniano".
Scontato che piaccia alla critica, per i suoi molti nobili riferimenti, probabile che attiri i rabdomanti del "famolo strano". Più difficile che duri e lasci il segno, una volta sfogate queste affascinanti canzoni che non ti aspetti. Peccato per la scelta di cantare in inglese, l'italiano è un tesoro che continuiamo a ignorare e qui sarebbe andato a modino, con i dovuti innesti dialettali. Ma ammetto che non venga spontaneo raccontare in pistoiese "la scena in cui si vede David Thomas che, una volta acciuffato Jim Morrison per la collottola, lo fa rimbalzare sul muro a circa 170 bpm".
Riccardo Bertoncelli
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Recensione del 19/11/2008 su Mescalina.it
http://www.mescalina.it/musica/recensioni/recensioni-musica.php?id=2502
Articolo di: Massimo Sannella Del 19/11/08
Ma che ci fa uno come Samuel Katarro col suo spirito da wild coyote, infervorato tra slide, sabbia di arenaria da old west e blues peyoteco, in giro tra questi paraggi cementati e anonimi di inizio quarto millennio ? Forse echi riesumati da un vecchio 78 giri yankee sformato dal sole e sbolognato ad un mercatino delle pulci o deliri tramandati da avi circa un appuntamento di compra-vendita d'anima notturno pattuito con un allora diavolo di turno ?
L'enigma rimane vago nella materia grigia, ma la persuasione di avere tra i piedi un personaggio, un giovane musicista strambo quanto creativo, caratteriale quanto destabilizzante, eccezionale quanto stupefacente, è a un passo dall'assalirci. Katarro piomba nella scena musicale con l'aura dannata e alcolica dei vecchi bluesman sdentati dell'Alabama della perdizione che danzano e risorgono in un modus musicale isoscele, fumettistico, rarefatto e scombussolato; una interpretazione libera, anarchica, sregolata che fa angolo retto con Jon Spencer, Captain Beefheart, e che si coagulano come acquavite inacidita in questo bel "Beach Party" , l'album che finalmente viene a scuotere le paralisi underground.
Virtuoso della chitarra sliddata e maltrattata, il pistoiese Alberto Mariotti, per tutti Samuel Katarro, trasfigura immagini e incubi non solo quando canta nei registrati, ma anche nella dimensione fisica dei live, dove raggomitolato sulla sua chitarra sembra essere impossessato dagli spiriti fluttuanti del Black Tennessee; suoni e mugolii, poetiche sbavate, rantoli e solismi sono incastonati da un maneggio chitarristico che lascia esterrefatti; intrecci, riff e tanto slide che attraggono e respingono, come in un drammatico gioco della parti.
Un bluesman "a parte", che mixa i sound doloranti del south con una schizofrenia che lambisce il punk scat e poi li traduce in lirismi cantati in falsetto col vezzo dei grandi Henry Vestin, Nehemiah "Skip" James; l'imbarazzo di andare a prendere qualche esempio dal corpo del disco c'è, tanto è ricco di sensazioni e di arrangiamenti doc. Procediamo casualmente e a random: "There's a lady inside the cabin" eccentrico rock'n'roll acustico dalle venature Canned Heat, " Terminally illness blues" civettuolo che parla di un malato terminale preoccupato dopo la sua dipartita che nessuno si occupi della sua tartaruga, il Nik Cave funereo che traspare in "The moonlight murders psychedelic band", ballata di dolore nigger o la passionaria struggenza di "Com-passion" graffiata da inserti di Hammond e pianoforte a muro scordato che fa tanto Baton-Rouge agèe. Perle tra le perle "Wicked child", dalla spennata ritmata sui grandi view degli Appalachi sognanti e "Beach party" la title track, delicatissima song country di frontiera che batte bandiera tremante tra i bivacchi e i falò delle praterie Whitmaniane e ..la Nashville.. dei dreamers looner.
Un disco che ci voleva per differenziare le quote d'offerta che il sottosuolo suonante mette – sempre più titubante – al servizio dei fruitori; e se prima ci si domandava cosa facesse uno come Samuel Katarro col suo spirito da wild coyote in giro in questo dettaglio di inizio quarto millennio, ora la risposta è univoca: "fare i coperchi alle pentole" annerite e preziose della sua visione di blues, perché se ancora non lo avete capito, impenitenti distratti, lui non ha venduto la sua anima al diavolo, il diavolo è lui stesso!!
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Recensione del 24/12/2008 su indieforbunnies.com
http://www.indieforbunnies.com/2008/12/24/samuel-katarro-beach-party/
SAMUEL KATARRO
Beach Party
24 Dicembre 2008....
di Claudio "jollyclaudio" Rinchi
.. .. Quando si parla o si scrive di cose serie, bisogna essere seri.
Proprio per questo, lascerò da parte sarcasmo e mezzi termini, per arrivare diretto al nocciolo. Già perché Alberto Mariotti, al secolo Samuel Katarro, è uno che quando suona non usa fronzoli, ma arriva dritto dritto al cuore dell'ascoltatore e dell'argomento e lo fa trasportato da una carovana di schizofrenia, agitazione ed emotività allo stato puro. Il ventitreenne di Pistoia racconta personalissime storie di periferia,dove i fantasmi, i sogni e le prorie sconfitte, vagano per le strade della città che ci descrive nel suo "Beach Party" (Angle Records) ,somigliante per le atmosfere grottesco-surreali più a Gotham City che non alla provincia toscana.
Il suo mezzo è il blues, graffiante, legnoso, psichedelico quanto basta per non sembrare nevrotico, aggettivo quanto mai calzante in alcuni punti del disco. Sicuramente mai banale a cominciare dalla voce, in falsetto,stridula da vero bluesman del sud (Skip James docet) caratteristica innata,si sente dalla facilità con la quale la usa per narrarci le sue visioni, quando ci racconta di lunghi viaggi nel deserto, dove i Pere Ubu incontrano come per un miraggio Robert Johnson come in "From Texarcana To Texarcana"; oppure quando si mette in gioco raccontandoci in toto delle sue tragedie in chiave biblica come in "Com-Passion". Sfuggirò,in questo caso dalla solita disamina pezzo per pezzo, perché lo stesso disco, sembra fuggire da questa logica. Va preso ed ascoltato tutto d'un fiato, non perdendo mai di vista la forza evocativa e delirante, vero filo conduttore dell'intero album; che in alcuni momenti vedi "Wicked Child" diventa tragi-comica ed in altri si rilassa per dar spazio ad atmosfere molto più serene come nel pezzo finale, tiltle-track, "Beach Party". Insomma, se non si è ancora capito, ribadisco la mia più sincera ammirazione per questo nuovo talento nostrano, a cavallo tra antichi sapori presi in prestito direttamente dal delta del Missisipi e contenporanea alienazione cittadina.
Similar Artist: Robert Johnson, Pere Ubu, Flaming Lips
Rating: 4.5/5
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www.indie-zone.it
Se ti fai chiamare Samuel Katarro e chiami il disco Beach Party mettendo poi come artwork di copertina il disegno di una spiaggia desolata dominata dallo scheletro di un qualche pesce di grosse dimensioni puoi fare fatica a farti prendere sul serio. Puoi distruggere questi pregiudizi con la tua chitarra, arpeggiata o slide a seconda del caso, facendoti accompagnare saltuariamente da piano, organo, tastiera e violino, urlando con una voce a metà fra il bluesman temprato dagli anni e uno schizofrenico Nick Cave deliri psichedelici dal sapore antico. E puoi riuscire a convertire con questi elementi chi guarda con diffidenza gli strali di "nuovo fenomeno musicale indie" che ti vengono cuciti addosso: come me.
Già, ma cosa fa Samuel Katarro, al secolo conosciuto come Alberto Mariottti? Fa Blues, puro e semplice. Lo fa col fare evocativo tipico di chi si è vissuto una vita sulla strada attaccato alla propria chitarra, cantando con una personalità che emerge dai biascichii, dalle parole mangiate, dai falsetti…il tutto pur avendo, e non lo si direbbe ascoltandolo, meno di 25 anni. Ad accompagnarlo, oltre alla sua chitarra, solo pochi elementi: organo, piano, tastiere (il tutto ad opera di Fabrizio Marchetti) e percussioni appena accennate fanno la comparsata qua e là aiutando non poco l'atmosfera (è il caso di Terminallt Illness Blues e There's A Lady Inside The Cabin, dove viene naturale pensare al tipico saloon affollato da tipi poco raccomandabili), il violino di Francesco D'elia si unisce al coro in This Garlic Cake ed il kazoo si palesa nel finale dell'intensa Dead Man On A Canoe. Un approccio minimalista che contribuisce notevolmente a farsi catturare dalle visioni evocate dai testi, che se presi da soli non direbbero granchè (penso a filastrocche come la macabra Wicked Child o Beach Party) ma uniti al tappeto sonoro diventano qualcosa di notevole, andando dalla godereccia istantanea del piacere a pagamento di There's A Lady Inside The Cabin alla cupa ed ossessiva visione apocalittica della già citata Wicked Child. Un susseguirsi di situazioni musicate con sagacia, spesso cupe ma con un retrogusto divertito che permea, ad esempio, This Garlic Cake, dove anche la morte viene vista con quel particolare punto di vista che si fa beffe di qualunque cosa. Di tutto altro genere Dead Man On A Canoe, allucinata e malinconica quanto il film da cui sembra prendere spunto (Dead Man di Jim Jarmusch, un viaggio iniziatico verso la morte nei boschi del vecchio west fra indiani, improbabili banditi e cacciatori di taglie), ma la varietà di spunti può essere ben esemplificata anche dalle allucinazioni desertiche dell'iniziale From Texarkana To Texarkana, dagli incubi alcolici The Moonlight Murders Psychedelic Band, e via di questo passo…
Siccome un certo Vasco Brondi è stato acclamato a gran voce come profeta con solo la sua chitarra ad accompagnarlo altrettanto, da quel poco che leggo in giro, si sta facendo con il buon Alberto Mariotti. Al di là della personale convinzione che Le Luci Della Centrale Elettrica sia un buon artista ma decisamente troppo ripetitivo, ritengo che l'appellativo di "The Next Big Thing" andrebbe usato più per Samuel Katarro. Il ragazzo ha una personalità musicale che, per quanto non molto innovativa, trasuda in qualsiasi punto del disco, con una voce che è il maggiore elemento di pregio della produzione. Musica fatta con piglio sincero, ma se questo ragazzo è un fenomeno io lo scoprirò solo se si manterrà a questi livelli: il resto lo lascio a chi vuol riempirsi la bocca anticipatamente con le frasi ad effetto.
Stefano Ficagna
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www.storiadellamusica.it
Beach Party
di Marco Biasio Nel mondo di Alberto Mariotti, giovane ragazzo pistoiese, regna la desolazione. Il vuoto interiore. E, nel contempo, la loro consapevolezza. La capacità di inquadrare un istante con poche parole o un riverbero di slide. L'essenza, la reductio ad unum. Una doppia anima: la prima, sofferta e sofferente, che imbraccia una chitarra acustica, con pochi sprazzi elettrici, e ne tira fuori dei blues viscerali, estremamente partecipati, scomodi, profondi nella loro umanità. La seconda, che transmigra un cinquantennio avanti, nell'era della new wave (o della no-wave?), con atmosfere piatte, squarci di abbandono e solitudine, fruscii e sibili, una voce che si trascina lamentosamente canzone per canzone: nasale, alcolica, biascicata. Ricordo benissimo l'hype sollevatosi intorno alla figura di Vasco Brondi, alias Le Luci Della Centrale Elettrica, esattamente un anno fa, in occasione dell'uscita del suo primo, omonimo demo. Anche in quel caso, un nuovo cantautore, voce e chitarra, Rino Gaetano e rock di protesta buttati giù come se piovesse, tono ruvido ed esistenziale per dieci pezzi di vetro dall'enorme potenza espressiva. Tempo qualche mese, l'approdo ufficiale su una label e una produzione di Giorgio Canali: nella centrale elettrica sono andati in cortocircuito un bel po' di lumi. Qui il discorso è differente. Il Nostro attinge, per la sua immagine e la sua musica, da molte più fonti rispetto a quelle del collega ferrarese. Pare, talvolta, di stare a sentire i deliri di un Syd Barrett che sta per annegare nel Delta più nero della storia del blues ("Headache", con tanto di motivetto down&out in tastiera). Lo stile, seppur sobrio ed essenziale, vive numerosi momenti felici: si passa da "From Texarkana To Texarkana", traccia d'apertura, un'odissea westernata dove i sibili del sintetizzatore sono, al contempo, i sospiri e le geremiadi del cantante, mentre la sei corde scrosta via, in un colpo solo, Morricone e Robert Johnson, a "Wicked Child", graffiante nenia che, per costruzione e cantato, potrebbe ricordare alla lontana un Tim Buckley inzuppato nelle gelide architetture dei Pere Ubu. Undici brani che, sebbene sforino in poche occasioni il convenzionale tetto dei tre minuti, riescono a condensare un grande numero di concetti. Ascoltando il caracollare lento ed assonnato di "The Moonlight Murders Psychedelic Band", tenebrosa litania che rivede Micheal Gira in salsa steel (guitar, d'intende), non sembrerebbe nemmeno, linee vocali a parte, di stare a sentire lo stesso autore del country sgangherato di "There's A Lady Inside The Cabin", dalle improvvise accelerazioni che, se fossero state concepite in un'ottica elettrica, sarebbero suonate decisamente ruvide e scartavetranti. Così come il falsetto di "Terminally Illness Blues", splendida burella di due minuti che sembra fare quasi da ponte, potrebbe fare a pugni con l'andatura mid-solenne di "Dead Man In A Canoe", folk rock pieno di tizzoni, con distorsioni roventi. La casa a Pistoia, il cuore a Duluth. Un'avvertenza: la title-track, posta in chiusura, potrebbe trarvi in inganno, con i suoi toni dimessi, più distesi e, per assurdo, quasi più americani. Non fatevi raggirare e tenete sempre le orecchie bene in allerta, perché Mariotti è pronto ad addentarvi le viscere con un travaglio allucinogeno che lascia profondi solchi, non solo a livello interiore. Una salita sul Golgota dagli strascichi noise, che vi spezzerà le gambe con un finale palpitante e nevrastenico ("Com-Passion", piccolo gioiello). Dimenticavo: il Nostro si fa chiamare Samuel Katarro. E questo, l'avrete intuito, non è un disco di canzoni da spiaggia.
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www.lisolachenoncera.it
Beach Party - Samuel Katarro
Angle Records/Audioglobe
2008.... Durata: 36:44.... Brani migliori:
The moonlight murders psychedelic band
There's a lady inside the cabin
This garlic cake....
di Michele Manzotti
.. ..
Siamo d'accordo: il nome d'arte è tutt'altro che rassicurante. Ma se il giovane pistoiese Alberto Mariotti ha scelto di presentarsi come Samuel Katarro ci sarà un motivo: secondo noi quello di porsi in modo originale tra i giovani musicisti italiani. Obiettivo perfettamente riuscito, tanto che chi scrive consiglia vivamente l'ascolto di questo Beach Party, seppur con alcune avvertenze. Innanzitutto bisogna avere un po' di confidenza con la il blues più torbido perché è da lì che Mariotti trae le sue ispirazioni. Poi amare le sfide sperimentali e non aspettarsi la melodia accattivante. La festa sulla spiaggia cantata da Katarro – che nel titolo cita un disco dei Beach Boys – è quanto di più oscuro si possa immaginare, ma al tempo stesso affascinante. Perché tra i palazzoni sullo sfondo e gli scheletri sulla spiaggia si intravede un filone d'oro. Katarro si fa vivere in un mondo musicale totalmente folle: come se Brian Wilson avesse affidato i brani di "Pet Sounds" a Tom Waits che nel frattempo aveva deciso di affrontare un trip lisergico. Magari con Frank Zappa a dare una mano qua e là. Tutto in modo essenziale, semiacustico, una formula che ha permesso a Katarro di vincere il Rock Contest 2006. Parlavamo di melodie, che esistono e sono affrontate con rabbia, con testi in inglese semplici e interessanti. Chitarre bluesy (Terminally Illness Blues) ci portano lontano, in viaggi senza speranza (The moonlight murders psychedeli band, Dead man on a canoe) o dall'ironia sarcastica (From Texarkana to Texarkana, There's a lady inside the cabin) fino alla danza macabra di This garlic cake e alla timida speranza della conclusiva Beach Party. Non piacerà a tutti, ma c'è talento, creatività e originalità a vendere. Vi pare poco?
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www.comunicazioneinterna.it
È un grande talento quello di Samuel Katarro/Alberto
Mariotti, il ragazzo toscano che col suo album d’esordio “Beach Party” sta
creandosi una visibilità ampiamente meritata. Le fotografie cupe, gli echi e
l’ingresso man mano più cadenzato della chitarra permettono di comprendere il
mood introspettivo e allucinatorio di cui è permeato l’intero lavoro a partire
dalla copertina, raffigurante la carcassa di una balena in un paesaggio
apocalittico. Di certo non si parlerà di canarini e di arte del bricolage,
sembra voler dire. Anche se accompagnato soltanto dall’organo e le tastiere di
Fabrizio Marchetti e in un solo brano dal violino di Wassilij
Kropotkin/Francesco D’elia (che però segue l’artista in molte delle sue date),
Katarro riesce a liberare con le sue canzoni una potenza stupefacente, grazie
soprattutto ad una voce capace di dosare la melodia, l’ipnotismo e l’isteria in
una commistione esaltante. Le atmosfere e i suoni sotterranei palesano la
presenza della mano di Marco Fasolo (Jennifer Gentle) nel mixaggio. Tutto il
disco riesce a mantenere una propria omogeneità, che forse soltanto nel sesto
brano (There’s a lady inside the cabin, il più “radiofonico”) subisce un
leggero seppur piacevolissimo spostamento dalla retta tracciata in partenza.
Onore al merito per questo artista che riesce ad entusiasmare l’ascoltatore con
poca strumentazione e con una grande dose di coraggio, che tuttavia non
basterebbe se non associato all’estro necessario di cui Katarro dispone abbondantemente.
In un clima in cui il blues affoga nella propria autoreferenzialità, così come
i bluesmen contemporanei ci stanno abituando, “Beach Party” è un lavoro davvero
interessante, che non dovrebbe assolutamente limitarsi a rimanere confinato in
Italia.
Alessandro Salzmann
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www.audiodrome.it
Oscura, tormentata, psichedelica e blues
Questi sono i
connotati della musica di Samuel Katarro. No, non è un bluesman maledetto
proveniente da qualche degradata cittadina statunitense, ma un ventitreenne di
nome Alberto Mariotti che vive nel pistoiese. Il suo stile è molto scarno ed
essenziale, i suoi pezzi sono dominati da una chitarra acustica suonata come
fosse un’elettrica e da una voce malatissima a metà tra David Thomas dei Pere
Ubu e Captain Beefheart. Il tutto condito da un’ attitudine allucinata un po’
barrettiana. Beach Party, a discapito del titolo, è un disco che riporta
angosce e paure, che fa intravedere ben poca positività, sia per quanto
riguarda la voce di Alberto sia per i testi evocativi e visionari, che
acquistano di valore e significato se accostati a queste chitarre acustiche
arricchite qua e là da piano e organo, o dal violino nel caso della
schizofrenica “The Garlic Cake”. Il giovane cantautore, nonostante alcuni
spigoli un po’ da smussare nel songwriting, ha già una sua personalità ben
definita, e questo esordio a dir poco convincente (se vogliamo, anche maturo) è
quanto basta per definirlo un grande talento del quale sentiremo parlare ancora
per molto. Ammesso e non concesso che ci sia sempre spazio per la musica di
qualità (aggiungete mezza stella al voto).
A cura di: Marco Renzi
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Musicboom.it
Oscurità ed ipnotismo
di
Stefano Bartolotta
Se siete tra quelli che cercano di indovinare cosa aspettarsi da un disco in
base al titolo, stavolta andrete immediatamente fuori strada. Il contenuto di
questo debutto del pistoiese Alberto Mariotti, in arte Samuel
Katarro, non richiama nemmeno alla lontana un qualsivoglia tipo di festa
in spiaggia, ma con il suo blues semiacustico psichedelico, evoca paesaggi
lunari o comunque atmosfere cariche di oscurità ed ipnotismo (in questo la copertina
è decisamente esplicativa).
Un songwriting sghembo e decisamente poco melodico, una voce tagliente, un
suono nel quale la chitarra acustica è come un tappeto su cui si adagiano le
linee vocali, arricchito da ritmiche leggere e fantasiose e da campionamenti di
vario tipo proprio per elevare all’ennesima potenza la già accennata impronta
oscura ed ipnotica. A scanso di equivoci, Katarro merita lodi non solo per il
coraggio di proporre un lavoro senza compromessi come questo, ma anche, e
soprattutto, perché detto coraggio non sconfina mai nella pretenziosità, di
modo che è facile apprezzare da subito il risultato finale, nonostante in
teoria sia di difficile ascolto.
Il limite dell’album sta nella difficoltà di distinguere una canzone
dall’altra, ma intanto è già positivo il fatto che in un ascolto come questo
non si abbia l’impressione di ascoltare la stessa nenia dall’inizio alla fine,
ma ci sia un minimo di varietà, anche grazie ad un paio di brevi escursioni in
territori barrettiani nella seconda metà del disco, escursioni che non appaiono
causali, visto che alla produzione ha collaborato Marco Fasolo dei Jennifer
Gentle. Poi quando gli elementi portanti di un disco sono così a fuoco,
l’ascolto non stanca mai anche se le canzoni si assomigliano un po’troppo,
quindi questo che normalmente può essere considerato un difetto importante, in
questo caso è soltanto un effetto collaterale oscurato dai punti di forza
dell’opera.
Un disco, in definitiva, che unisce personalità ed efficacia, e che
rappresenta quindi un inizio di carriera molto promettente per questo
cantautore.
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Current Highway - Le Recensioni/Interviste/Focus di LostHighways
Beach Party – Samuel Katarro
By Emanuele Gessi on Mar 15, ..2009 in..
Album, Recensioni....
Quante parole sono già state spese per Samuel Katarro?
Uscito il suo album d’esordio alla fine del 2008, il vociare si è fatto sempre
più sostenuto, fino all’urlante incoronazione da parte della critica. Dopo
tutto questo clamore (che ultimamente ricorda solo l’esordio roboante di
Le luci della centrale elettrica) ora l’aria è tornata respirabile per Alberto
Mariotti, 23enne toscano dall’insospettabile volto da “non-rockstar”.
Finalmente si può provare ad ascoltare Beach Party senza dover
necessariamente subire le decine di accostamenti proposti: chi lo vedeva al
fianco dello zio Tom tra i campi di cotone, chi lo sognava in una fumosa Londra
a spasso con Syd Barret e chi invece lo immaginava comparsare in un film di Tim
Burton. Punto e a capo.
Samuel Katarro (non) suona blues. Samuel Katarro (non) suona la chitarra.
Samuel Katarro è semplicemente libero. Sinceramente non mi stupirebbe
aspettarmi da lui, fra qualche anno, un album di tutt’altro genere, con al
fianco una band di pazzi scatenati che rincorrono le sue visioni (sulla strada
Fasolo-Antolini). L’attuale musica di Samuel Katarro non ha veri riferimenti,
se non il proprio personale gusto in questo preciso istante della sua vita. Ed
attendendo evoluzioni su i più inimmaginabili fronti, non ci resta che premere
play e lasciarci avvolgere dai demoni che riesce ad evocare con le sue
imperfezioni che lo rendono vero e colmo di arte. Se la sincerità è ciò che più
conta in un rapporto umano, proprio mentre suona il viso di Katarro non riesce
a mentire; pare di vederlo anche solo ascoltando Beach Party:
tutti i muscoli perdono il controllo, il viso si trasfigura, i suoi capelli
ricci tentano di entrare nella chitarra. Un groviglio: questo è Beach
Party. Canzoni folli, urla (vocali e chitarristiche), lamenti e deliri
stilisticamente simili uno all’altro, ma senza un filo conduttore.
Sfaccettature di una personalità che estroflette il proprio io più caricaturale
(e quindi forse più vero) e lo rivolge all’ascoltatore, senza timore di essere
scambiato per pazzo. Com-Passion ondeggia su un piano da saloon
mentre la chitarra suona metallica e furiosa; Wiched Child
porta nel paesaggio italiano tempeste di polvere che fa perdere la vista; There’s
a Lady inside the Cabin si apre ad una nuova solarità senza perdere
quel che di alieno che contraddistingue Katarro. Dead man on a canoe
potrebbe essere un brano di The midnight room dei Jennifer
Gentle a testimonianza del feeling musicale che si è stretto in fase di
registrazione tra il giovane toscano e Marco Fasolo, mentre i violini di This
Garlic cake spiazzano in un assurdo e magnifico straziamento di corde
di chitarra, violino e voce. La conclusiva title-track (Beach Party)
allarga gli orizzonti in un ambiente onirico a metà tra sogno e realtà: la quiete
riesce a domare lo stremato menestrello e l’altrettanto distrutto ascoltatore,
che di brano in brano ha sofferto le pugnalate inferte da Samuel Katarro che
fin già dall’esordio ha mostrato che sa bene dove colpire.
Beach Party non è un album facile, e non lo si deve ascoltare per svago. Samuel
Katarro è capace di rapire e portare con sé chiunque voglia intraprendere
viaggi senza meta nelle più buie e grottesche fantasie.
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l'album della settimana
L'album consigliato dai conduttori del Notturno
Italiano, scelto tra i classici, le novità, le ristampe e le rarità.
SAMUEL KATARRO
Beach Party
ANGLE CD 019 (2008)
Alberto Mariotti, in arte Samuel
Katarro, ventitreenne della provincia di Pistoia,
sembra appena uscito da una full immersion di rock. La sua musica è un frullato
dai mille sapori ma nonostante si riconoscano e si apprezzino nobili influenze,
da Pere Ubu ai Sucide, fino a Nick
Cave, Gun Club ed il blues del Delta,
lo stile che ha creato per sé è incredibilmente originale , semplice e
complesso nel contempo. Dotato di voce potente ed espressiva, usa a volte un
maligno falsetto che rende la parte melodica ancora più forte e corrosiva. Beach
Party, disco d'esordio, in rete è stato trattato con amore, capito e
coccolato, L'unico dubbio è stato espresso da Riccardo Bertoncelli,
decano dei critici rock, che nonostante il giudizio positivo sull'opera,
prevede che le undici canzoni dell'album non avranno un seguito, consigliando
l'uso dell'italiano per i testi. La "famosa" democrazia della rete ci
permette di controbattere alle affermazioni del venerabile esperto, ricordando
che la produzione del cd è affidata a Marco Fasolo dei Jennifer
Gentle, gruppo nazionale molto rispettato negli States e con un
contratto per l'etichetta portavoce del movimento grunge negli anni'90, la Sub Pop
di Seattle. Quindi, suoni in linea con i colori musicali
americani, stile internazionale e possibili contatti con lo show business che
conta, prospettano un futuro nei circuiti anglosassoni ed una popolarità che
superi i nostri confini. Per quanto riguarda la lingua, Bertoncelli vuole
che Katarro partecipi a Sanremo, o ad X
Factor, oppure sia ospite di qualche banale talk-show del pomeriggio? Samuel
è da un'altra parte, percorre un'altra strada; con una faccia da
studente di college ed un'anima visionaria.
Marco Artico
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Samuel Katarro: Beach
Party
Scritto da Antonia Botte – 22
febbraio 2009 – 09:00Nessun
commento
Samuel Katarro
Beach Party
(Cd, AngleRecords)
surf, rockability
Beach Party è senza dubbio un disco strano, fuori dagli schemi
normali della musica e assolutamente e incredibilmente non etichettabile.
Samuel Katarro è il progetto solista di Alberto Mariotti, chitarrista e
cantante di alcuni gruppi dell’area pistoiese.
Il Cd contiene undici tracce, tutte uniche e strane nella loro
particolarità. In questo disco Samuel Katarro recupera le sonorità del noise
rock, tinteggiandolo di folk e blues. Questo lavoro proietta l’ascoltatore in
una dimensione musicale totalmente acustica, fatta solo di chitarra e
voce. Una voce particolare, fuori dagli schemi, gracchiante e arrabbiata.
E’ una musica pazza, libera e totalmente furiosa, nel senso buono del
termine se esiste.
Va a gusti. Non è certo un Cd per orecchie deboli abituate alle ballate e
nemmeno per darkettoni incavolati con le loro chitarre. Ma vale la pena dargli
una possibilità. “O famo strano” a volte convince.