City: Volcano Etna, Sicily
State: Catania
Country: IT
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Monday, October 26, 2009
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La banda comunale di Zafferana ha un pubblico piccolo e raccolto, molto più ristretto degli andini fasulli con le loro basi midi e i flauti di Pan e i cd da vendere nella valigetta. Segno dei tempi, di musica sembra non capire più un cazzo nessuno, forse la banda suona troppo popolare e paesana alla generazione dei tronisti che si credono evoluti perché hanno i jeans dell'ultima marca-cometa, mentre la paccottiglia pseudo-etno-new-age va tanto forte. Anna e i bimbi in genere sembrano particolarmente attratti dalla banda, forse perché hanno ancora il senso della bellezza. Il ragazzo alto stacca il bocchino al suo corno e fa sgocciolare la saliva per terra. Comincia un altro brano. Sono belli e veri, nella vita faranno altro, qualcuno sarà barbiere, qualcun altro meccanico, ma eccoli lì tutti in fila a suonare. Il loro lato b, la loro 'S' rossa e gialla sotto la camicia. Tutti dovremmo averne una.)
Quando risposi a quell'annuncio sul mercatino, non sapevo ancora che davvero sarei salito su un palco, che qualcuno ci avrebbe davvero battuto le mani. Non è vero che non conta. Sentire la gente entusiasmarsi per quello che fai è meraviglioso. Non ho mai creduto all'idea dell'artista puro che non si svende, che se ne frega del mondo circostante. Tutti vorremmo battute le mani per quel che facciamo, tutti vorremmo fare per lavoro qualcosa di creativo che ci piace, ed essere ammirati e magari guadagnare un pozzo di soldi. In questo senso i Tokio Hotel e i Take That sono fra le band più sincere che esistano al mondo. Almeno non si fingono puri e disinteressati e distanti dal mondo.
Però ci sono infinite motivazioni al mondo per cui uno mette su una band e decide di fare musica (ad esempio, il semplice e condivisibile proposito di non essere come i Tokio Hotel o i Take That), e non tutte hanno a che vedere col diventare ricchi o col successo planetario.
Il prossimo brano che presto pubblicheremo sul nostro myspace è la canzone più puttana che abbiamo, si chiama Swindle Hit Single (o, come la chiama Fabio sin dal primissimo giorno in cui venne fuori tre anni fa, il 'Brano Truffa'), e sono certo che qualcuno ascoltandola ci dirà che è deliziosa, qualcun altro resterà sconcertato per quanto è pop, dirà che ci siamo svenduti. (A chi, a cosa, non si saprà mai dal momento che siamo e resteremo sempre una band provinciale e poveri in canna.) :-) La verità, molto ironica, è che si tratta del brano più antico che abbiamo (prima ancora di Hate Song #1, quando ancora non ci chiamavamo neppure Long Hair In Three Stages), si tratta proprio dell'inizio del percorso e non volevamo negarci il piacere di registrarla, mixarla e condividerla con voi, propro subito prima di offrirvi quella che è invece la nostra canzone più complessa e ruvida, "Fossil fuel junkie planet", che arriverà subito dopo.
Forse scriveremo altre canzoncine così anche in futuro, forse no. Forse diventeremo ricchi e famosi con questo brano (volesse la madonna), molto probabilmente no.
Eppure c'è in giro tutta questa gente che ti parla di prospettive, di successo, che dà consigli, ti fa auguri di crescita. Crescita? In che senso? Diventare ricchi con la musica? Con la nostra musica? Ok. Metter su un'azienda musicale e farci su un po' di soldi non è un peccato mortale né una cosa disonesta, checché ne possano pensare i fascistoidi dell'indie che vorrebbero tutti purissimi (ma che poi indossano Nike e Adidas fatte da bambini cinesi), ma ragazzi... davvero credete a queste cose? Alle radio, alla promozione, alle classifiche, al successo? Riflettete. È semplicemente così improbabile, quello che voi chiamate 'successo', che non vale neppure la pena di pensarci.
Ditemi, quanti artisti nuovi avete visto spuntare nell'ultimo anno? Pochissimi. E avete idea di quante realtà ci siano sotto, di quanta gente cerchi di arrampicarsi per arrivare fin lì?
Eppure c'è tutta questa gente che vuole vincere contest, ricevere patentini di approvazione, certificati di credibilità statica. Passare la vita a sperare di passare per radio e tv, per un breve istante, e poi magari riuscirci pure, e poi passare il resto della vita a risognare quel momento, e un giorno andare rugoso da Carlo Conti a cantare quell'unico successo di venti anni fa. Bella prospettiva.
Ma il punto è che la musica non è così lontana. Non passa solo
sul due. È ovunque intorno a noi, se quel che gli altri fanno (compresi
noi) non ti piace o se ti si senti 'artista' non devi necessariamente
andare a sottoporti al giudizio di Morgan o Mara Maionchi, ma chiuderti
in un garage e formare la tua band.
Per te stesso, non per il successo.
Tutti possono farlo.
Tanto, le ipotesi di successo sono così rade e minuscole, mi dico guardando l'allegra banda comunale di Zafferana, e le prospettive del largo pubblico o dei suoi "censori sonori" sono così ristrette, che mettersi a suonare quel che speri vogliano sentire gli altri, imitando quel che altri hanno già fatto, più che scorretto o immorale, è uno spreco di energie deprimente e statisticamente inutile.
Non è un problema andare a Sanremo, se ci vai con la tua musica; il problema diventa se sogni di andarci e ti poni domande, seghe mentali, limiti, frustrazioni e paranoie in vista di quell'obiettivo, dimenticando che il piacere e la soddisfazione e persino il successo è già lì davanti a te, nella chitarra che puoi imbracciare oggi e suonare per te.
Questo, vorrei dire ai ventenni che mettono su le cover band o che imitano il sound del momento: lasciate perdere, è uno sforzo inutile. Come ben dice Daniele Grasso (uno che la sa lunga dall'alto dei trecento e più dischi che ha registrato nel suo Cave Studio) quel che ascoltate oggi è passato per mille mani ed era vecchio di almeno due anni già prima di arrivare a voi; quando sarete faticosamente arrivati a un produttore con la vostra imitazione, sarete già strasuperati. Perché sforzarsi? Tanto vale "suonare la propria anima", bella o brutta che sia, no?
Ecco perché i Long Hair In Three Stages sono così, prendere o lasciare. Non perché siamo puri secondo un vago metro di coerenza applicato da chissà chi. Non vogliamo essere puri. Scriviamo i nostri brani, buoni o pessimi, senza pensare a nulla che a noi stessi, ed è questa l'unica cosa che importa e che ci si debba aspettare da una qualsiasi band. Non per purezza, ma perché non vale la pena fare altrimenti. Smettere di godersi qualcosa che nasce come godimento, in vista di chissà quale ipotesi teorica, sarebbe un prezzo troppo alto anche per la più immensa delle vanità. Come una schedina da un miliardo per vincere un euro. Semplicemente non conviene.
Noi siamo esattamente come quella banda di
paese, operai di giorno e con una esse rossa e gialla sotto la camicia
che ogni tanto fa capolino per salvare qualche vita umana da una serata di noia.
Ottimi o pessimi poco importa, non abbiamo debiti o impegni di coerenza verso nessuno, se non verso il nostro gusto e il piacere che abbiamo di farlo. Finito quello, finirà la band. Esistono davvero altre forme di successo, oltre a quella del riuscire ad arrivare ad essere sé stessi senza costrizioni, foss'anche dentro a un semplice garage?
E se un giorno dovesse capitarci quella rarissima fortuna di diventare ricchi e famosi esattamente per quello che siamo, per le nostre canzoni scritte in piena libertà e divertendoci, nessuno si tirerebbe certo indietro. Ma intanto, anche senza quell'improbabile eventualità, noi stiamo già bene. il successo è già qui, due volte alla settimana in sala prove, e quando capita davanti a un pubblico.
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Wednesday, July 01, 2009
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Current mood:  thirsty
LONG HAIR IN THREE STAGES: CATANIA È ANCORA ROCK di Benedetta Motta
Si chiamano “Long Hair in Three stages”, ovvero “Come ottenere dei capelli lunghi in tre semplici passaggi”, una di quelle promesse da ciarlatano che alimentano false illusioni. Giuseppe Iacobaci, Fabio Corsaro, Roberto Risicato, ed Emanuele Finocchiaro hanno scelto questo slogan (preso in prestito da un album degli U.S. Maple) per dare un nome alla loro musica matta arrabbiata e triste.
Prima domanda a bruciapelo: perché ascoltare la vostra musica?
Perché a detta di molti siamo interessanti e non banali, consapevoli dei nostri limiti e del nostro ruolo ma quando suoniamo diamo tutto; perché ce ne freghiamo delle vaghe ipotesi di "successo" ma anche delle fosche visioni di chi impone alla musica un'etica ed estetica austera, cupa e nichilista. Perché anche se non sembra essere di moda, abbiamo una visione del mondo e delle idee, e le mettiamo nella nostra musica. E perché in un'epoca in cui tutto (da Avril Lavigne a Laura Pausini) viene definito rock e tutti imitano le band del passato, noi facciamo la nostra cosa, comunque si chiami, coniugandola al presente indicativo e al futuro.
Come è nata la vostra band?
Ci siamo trovati per necessità, pazzia e ostinazione a fine 2006. Ognuno di noi aveva un bisogno viscerale di un progetto creativo, di trovare qualcuno che lo seguisse in idee musicali fuori dai canoni; immagina qualcuno che d’improvviso scorge (e ti mostra) un lato di te che nessuno conosceva, qualcosa che nessuno avrebbe mai pensato: è libertà pura, un progetto vivo, passionale. La band è come un soggetto che ha pensieri e creatività impensabili per ciascuno di noi come singoli.
Qual è stato il vostro percorso artistico?
Quando dopo tanti provini, con l’arrivo di Emanuele, abbiamo chiuso il cerchio, siamo rimasti stupiti da quello che veniva fuori. Ci siamo presentati in qualche pub, impreparati, emozionati, e la gente è stata da subito entusiasta, e il seguito è stato un turbinio di eventi, Amaury Cambuzat che ci ascolta su myspace e ci vuole ad aprire per i suoi Ulan Bator a Palermo, la gente sempre più appassionata, i brani sempre più convincenti e personali, strambi ma granitici e allo stesso tempo orecchiabili. Poi, le varie manifestazioni e i live nei pub, adesso l’Etna Sound Festival davanti a tutta quella gente e la vittoria all’Indie Concept.
Come potremmo definire il genere di musica che suonate?
Una cosa che può piacere a chi ha amato il noise e la new wave e l’alternative rock, ma che non è noise né new wave né alternative. È un genere nostro, esplorativo ma grezzo come il punk, con sfumature cupe come certa new wave e orecchiabili come il pop e infatti abbiamo ascoltatori di ogni tipo (dal metal più serio, ai goth-dark, fino a chi magari di solito ascolta canzoncine alla radio). E La cosa ci lusinga moltissimo.
Quali sono le vostre influenze musicali?
Ecco, qui litighiamo… Roberto ama i Joy Division o i Sound, Emanuele Jeff Buckley, i Pixies, Fabio roba sperimentale, come Mars, DNA, U.S. Maple, i Jesus Lizard, Giuseppe Mark Lanegan o i Camper Van Beethoven, ma anche R.E.M., Portishead, Thin White Rope, Can, i Cure… difficile conciliare questi generi, e infatti non sono vere e proprie influenze, ma piccoli atomi che si uniscono per formare una sostanza differente.
Vi ispirate a questi gruppi quando componete i vostri brani?
No, quando scriviamo, non ci ispiriamo a nessuno. Ognuno porta qualcosa di suo, elementi teoricamente incongruenti. Prova a immaginare un brano sulla morte che si conclude come una specie di samba; e la cosa scioccante è che funziona.
Hate song #1 è la canzone del vostro debutto, com’è nata?
(Giuseppe:) Vedevo in giro tutti questi manifesti di una megadiscoteca tamarra con questo deejay americano, l’espressione carica di odio e disgusto, e mi chiedevo come facessero i catanesi ad andare a serate del genere. Il brano è venuto fuori di getto, come se ce l’avessimo avuto dentro da anni.
Siete italiani, ma cantate solo in lingua inglese, perché questa scelta?
Per vari motivi. La voce è soprattutto uno strumento e devi metterci delle note, un ritmo e un senso. L’inglese è secco, onomatopeico e puoi dire un sacco di cose, raccontare storie, in brevissimo spazio. Però non ti nascondo che ci piacerebbe molto cantare anche in italiano, penso ad artisti come De André, a Rino Gaetano, gli Afterhours... è un’ipotesi che non escludiamo.
Raccontateci della serata con gli Ulan Bator a Palermo.
È stata un’esperienza molto intensa. Tutti a battere le mani e farci i complimenti, c’era un matto esaltatissimo che a un certo punto prende di mano il microfono a Giuseppe e grida al pubblico “ciati affari n’applausu foitti foitti a sti picciotti ca su cioppu braivi!!”, una bambola da sexy shop che veniva lanciata da una parte all’altra del pubblico, la gente esaltata, persino una rissa -ok, cosa sgradevole ma si aggiungeva al quadro surreale. Insomma, in una parola, indimenticabile. Da quella sera un sacco di palermitani ci hanno scritto per mesi via myspace invitandoci a tornare a suonare lì.
Quindi avete già un “vostro” pubblico?
Siamo una band di outsider, o di asociali se preferisci, non abbiamo grandi cerchie di amici, ma un pubblico di estranei, gente che poi si affeziona e torna a vederci ogni volta che suoniamo, e che aumenta sempre più. A ogni serata c’è sempre qualche faccia già vista, gente che ci dice che è venuta perché ci aveva visti in precedenza, ci fa i complimenti e ci chiede quando sarà la prossima. Non suoniamo molto spesso, non più di una volta al mese di solito, ma è sempre un piccolo evento, una festa.
Cosa vi offre il panorama musicale locale?
Il problema non è tanto economico (su questo a Catania sono tutti più o meno rassegnati) ma il fatto che stanno mettendo, forse senza neppure rendersene conto, una specie di coprifuoco ai locali, a via di fonometri e multe, e molti pub stanno interrompendo le stagioni live o riconvertendole in altro. È assolutamente distruttivo perché così facendo riconsegneremo la città al buio e al silenzio di vent’anni fa. Le istituzioni sembrano aver dimenticato che sono state la musica e il movimento giovanile a rendere vivibili certe zone di questa città. Se gira poca musica originale non è perché ci sono poche band valide, ma perché in una città dove si tollerano parcheggiatori abusivi e illegalità d’ogni genere, si sceglie di essere intolleranti verso la creatività.
Come conseguenza naturale pensate che uscirete dalla Sicilia, per ampliare gli orizzonti o, parafrasando un vostro pezzo, per “rompere quelli delle aspettative”?
Sicuramente faremo dei live in giro, per promuovere e diffondere la nostra musica, ma non vogliamo spostare il “quartier generale” e non crediamo nel vecchio adagio cu nesci arrinesci. Grazie ai siti di social networking, poi, nessuno è più confinato nella sua città. Contando anche il solo MySpace, si può essere (e siamo) ascoltati da migliaia di persone praticamente in tutto il mondo. Però ci piace rompere gli orizzonti di attesa altrui, e ampliare i nostri, a casa come in capo al mondo.
(da UniversitInforma, Giugno 2009)
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Sunday, June 21, 2009
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Current mood:  virginal
Affettare e tagliare a grossi cubetti le chiappette di pterodattilo fresche (che avrete preventivamente immerso per quattordici ore in un misto di aceto di mele e succo di melastella). Se lo pterodattilo dovesse lamentarsi, dategli da mangiare del tofu, ne è ghiotto. A parte, in una terrina, mescolate succo di limone e della farina d'avena (ottenuta essiccandola e tritandola per bene), fino a ottenere un impasto simile a maionese (con la sola differenza che la maionese non canta "Noi puffi siam così"). Gettate via l'impasto ottenuto, e friggete i cubetti di pterodattilo in abbondante olio di avocado bollente, fino a dorarli per benino. Ricuciteli uno per uno al loro posto -giustapponendo lattuga e citrangoli- sul posteriore dello pterodattilo, che disporrete su un piatto da portata dall'apertura alare di circa ventisei metri. Lo pterodattilo, come appositamente addestrato, girerà fra tutti i commensali porgendo le terga, premiato di volta in volta con pezzettini di tofu lanciati per aria, che la bestiola afferrerà con la lingua prensile per la gioia di tutti, grandi e piccini.
Questa ricetta fu ideata in occasione della prima elezione, tramite televoto, del noto fotografo Fa****io Co**na a presidente della repubblica, nel lontano 2011.
disclaimer: noi amiamo gli animali. Nessuno pterodattilo è stato realmente ferito durante la digitazione di questa ricetta.
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Friday, June 05, 2009
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Il più grande nemico della coscienza è la confusione. E la confusione è figlia dell'ignoranza, della perdita di attenzione, della rimozione del passato, anche quello recente. Stiamo dimenticando tutto, stiamo perdendo la capacità di tenere desta l'attenzione. I giornali, e la cosiddetta minoranza parlamentare, portano avanti le loro battaglie soffermandosi sulle battute da cabaret che il presidente del consiglio si lascia sfuggire agli incontri ufficiali, tirandogli la giacca per le feste cui partecipa, ironizzando sulla sua statura fisica... e nessuno bada al problema vero, alla statura morale che un politico dovrebbe avere. E al di là di tutta questa cappa di fumo, ci sono cose molto semplici, e lampanti, che ormai non vediamo quasi più. Molte persone adesso maggiorenni sono nate in un mondo in cui già il potere mediatico strangolava la democrazia, e non hanno forse modo di cogliere appieno quanto tutto questo sia folle.
THE BUYER
Soccer teams and supermarkets, TV networks and the press, mass opinions, dreams and mindfuck the premiership and all your debts
You bought it all You fucked it all up You bought it all You fucked it all up
When we work, we work for you what we pay, we pay it to you what we had is owned by you what we had is owned by
Servants, assholes, freaks and dancers unctuous kicklines of bootlickers mobsters kissass priests and newsmen you even bought your own adversaries
You bought it all You fucked it all up You bought it all You fucked it all up
Lawyers, Judges, the laws themselves the same concept of impunity you even bought your own adversaries they’re all bowing down to Idiocracy
You bought it all You fucked it all up You bought it all You fucked it all up
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Tuesday, May 19, 2009
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Vi segnaliamo questi due testi, il primo scritto dai valorosi giovani di AddioPizzo, il secondo la classica mail a catena priva di autore, ma comunque molto interessante.
1- Lettera aperta al sindaco Stancanelli, da leggere alla pagina myspace di AddioPizzo.
(se il link non funziona, copiate e incollate sulla barra degli indirizzi del vostro browser il seguente indirizzo): http://blogs.myspace.com/index.cfm?fuseaction=blog.view&friendID=213076122&blogID=492730622
2- L'attacco finale alla democrazia è iniziato?
Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l'obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC), è stato introdotto l'articolo 50-bis, "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet". Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l'articolo è diventato il nr. 60.
Anche se il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della "Casta" che non vuole scollarsi dal potere.
In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero. Il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?
Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l'informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l'unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che vede un'impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d'interessi.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.
Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l'Italia come la Cina e la Birmania.
Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico (http://punto-informatico.it/).
Fate girare questa notizia il più possibile. E' ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E' in gioco davvero la democrazia!
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Thursday, May 14, 2009
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Quando t'inventi una canzone, in qualche modo non è già più tua... il piacere e lo stupore che hai sentendoti suonare una cosa nuova che ti esalta non è esibizionismo, vanità, o niente del genere. Quella dimensione c'è, c'è l'orgoglio, se la cosa che hai creato è bella, ma c'è soprattutto stupore, godimento, lo stesso che poi prova chi ascolta della musica nuova. Non vedi l'ora di vedere se agli altri farà lo stesso effetto, è qualcosa che davvero va al di là della vanità. Suonare su un palco davanti a della gente non dovrebbe essere molto diverso da farlo intorno a un falò (sarà per questo che Joe Strummer, mentre si riprendeva dagli alti e bassi della sua carriera, li amava tanto e ne organizzava con tutti i suoi amici?). È una semplice condivisione, sai fare qualcosa di bello o che quantomeno piace agli altri, e lo condividi. Tutto il resto, la grande truffa del rock'n'roll, le classifiche, le recensioni, sono cazzate di poco conto rispetto a questa condivisione. Per questo una band che suona nei pub è privilegiata, questo ho letto negli occhi di Cesare Basile quando dopo i bei complimenti mi invitava tra le righe, e con tutta la sua sincerità, a godermela, semplicemente. Quando t'inventi una canzone, in qualche modo non è già più tua; puoi essere persino fan della tua stessa band e stupirti di ogni cosa che esce fuori. E siccome quella musica non è più tua, è bellissimo vedere cosa può costruirci sopra qualcun altro. O cosa può venir fuori mischiando quelle note con delle immagini, con altre forme d'arte. Proiettare video da una esposizione sul suburbano catanese di Fabio Speciale, mentre scorrono le note di Turing, che effetto farà? O una serie di quadri della nostra amica Samantha Torrisi mentre suoni Para-Tango? Mettere sul palco di un paesino come Pedara una danzatrice di danza butoh mentre canti The Buyer? E come interpreterà una cricca di videomaker romani una canzone come Breaking The Horizon of Expectation? Tutto è possibile, ogni immagine o sapore, la vostra sensibilità di ascoltatori, la stessa birra che berrete domani sera ascoltandoci al Chakra, o il modo in cui scuoterete la testa, cambierà in qualche modo le prospettive e le coordinate di ogni brano. Tutto questo è meraviglioso, e tutto fa sì che la musica non sia mai una comunicazione a senso unico. Per questo, non per semplice vanità, una band vorrebbe sempre un pubblico partecipe, perché quello scambio (cui la tv e i media "domestici" ci hanno totalmente disabituati) è fondamentale. Tutti siamo artisti e tutti abbiamo la nostra parte da fare attorno a quel grande falò, per stare bene e godercela. Così, noi che non vogliamo un pubblico di allocchi e non usiamo insegne luminose, visto anche che non disponiamo di budget enormi, cerchiamo di pubblicizzare le nostre serate in maniera mirata, come per attirare alle nostre serate live gente che sia sensibile e attenta; pochi poster, sì, ma realizzati con cura, che si lascino guardare e ricordare (e spesso anche sgraffignare... la cosa non ci dispiace, anche perché spesso avviene solo dopo la serata in questione). Un grande artista (e dico "grande" non perché famoso, ma perché grande in sé, come è grande Samantha, o quelli della Ettefilm, o Ornella, la danzatrice di cui sopra) ci ha concesso di adoperare una sua opera per la serata di domani.
È molto facile rubacchiare immagini dal web senza consultare nessuno, ma è molto più bello quando un pittore celebrato e geniale (cosa intendo per geniale? cercate in libreria il "codex seraphinianus", un'enciclopedia di ben 500 pagine piena zeppa di immagini accuratissime e scritte inintelligibili, provenienti da un mondo alternativo e assurdo) accetta con generosità di regalarti le sue creazioni senza battere ciglio. In tipografia, mentre ritiravo i poster del live al Chakra, un ragazzo mi fa: "Ma sono tuoi questi? Io ho il Codex a casa! Ma davvero vi ha autorizzato Luigi Serafini? Come l'hai contattato?" Era stupito. Come l'ho contattato? Gli ho mandato una mail, è stato gentilissimo. A pensarci, aveva ragione, perché non è così ovvio. Siamo ancora fissati con quest'idea degli artisti maledetti, gli intellettuali a tutti i costi, sempre grigi e incazzati, i musicisti che pisciano sul pubblico (anche e soprattutto in senso metaforico, e sono tantissimi), i poetucoli snob toccati dal sacro fuoco dell'Arte che trattano il resto del mondo come fosse mota. Ma al di là della genialità, quel che fa di un artista un grande artista è la capacità di essere umile, di avere ancora i piedi per terra mentre ha la testa fra le nuvole.
Credo che questo valga per tutti, dal ragazzino che suona nella sua stanzetta fino ai Radiohead. Di ritorno da Oxford, dove ha ricevuto l'ennesimo riconoscimento alla sua opera, stamattina Serafini ha pure trovato il tempo di inviarmi questa cartolina virtuale... Che dire? Benvenuto anche tu attorno al falò, Luigi.

![]() | Currently reading: CODEX SERAPHINIANUS By LUIGI). Serafini, Luigi. Introduction by Italo Calvino (SERAFINI |
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Monday, April 20, 2009
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Quando si parla di Syd Barrett, le prime cose che vengono in mente (appena dopo il nome della sua ingombrante, fondamentale, fenomenale, idolatrata, a tratti fraintesa band) sono il suo sguardo intenso e un po' inquietante, la fragilità, la genialità, il destino tragico e ingiusto, così umano e così scioccamente favoleggiato (io stesso temo di averlo ricordato in questi termini, quando è morto); o il triste profetico appellativo "vegetable man" tratto da uno dei suoi brani (nulla di più errato, di meno puntuale, in realtà: uno schizofrenico è l'esatto opposto di un vegetale, lo dico senza alcuna retorica: è lui che corre troppo, troppo veloce, siamo noi i vegetali per lui semmai, fermi al palo e incapaci di seguire il suo pensiero).
Ma c'è dell'altro: c'è anche una deliziosa gioiosità in certe sue canzoni, una geniale leggerezza che spesso si dimentica, e che forse è la cifra più interessante, quella da ricordare e che forse avrebbe segnato il suo percorso musicale se la malattia mentale non gli avesse impedito di scrivere ancora. Ben pochi artisti al mondo, presenti e passati, si possono paragonare a Barrett, e sempre a rischio di essere linciati. Robyn Hitchcock su tutti, e pochi, pochissimi altri. Ma io oggi voglio pronunciare questa bestemmia, invitarvi all'ascolto di un brano che magari non avrà nulla di oggettivamente barrettiano (e scritto poi da una band che ha tutto da invidiare agli inimitabili primi Floyd, sia chiaro, anche se il loro album ha qualcosa, qualcosa di stuzzicante e di semplice, di vero... sta di fatto che da una settimana continuo a canticchiare la frase "Blake's got a new face", coretti compresi, irritando tutti quelli che mi stanno intorno) ma che nondimeno mi ha stuzzicato certi neurorecettori che la generosa previdente madre natura ha predisposto nel cervello umano esclusivamente per la fruizione di Syd Barrett, e certi altri che non mi si accendevano più dai tempi dei Camper Van Beethoven di Our beloved revolutionary sweetheart. Ecco il segreto. La bellezza può essere semplice e gioiosa; l'intelligenza può essere gradevole e leggera; e 'pop' non è una brutta parola.
Vampire Weekend "Bryn"
Ion displacement Won't work in the basement Especially when I'm not with you Here in the heartland A feelin so startlin' I dont know what I should do
Oh Bryn, you see through the dark Right past the fireflies that sleep in my heart You know its easy to see Wait for the season to come back to me
Nights by the ocean A westerly motion That moves California to sea Eyes like a seagull No kansas palm beetle Could ever come close to that free
Oh Bryn, you see through the dark Right past the fireflies that sleep in my heart You know its easy to see Wait for the season to come back to me...
 | Currently listening: Vampire Weekend By Vampire Weekend Release date: 2008-01-29 |
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Wednesday, April 01, 2009
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1. Chiamarsi con uno di quei nomi altisonanti che finiscono per A e che in genere non significano nulla, tipo "Smalegma", "Melesgria", "Suspansia", "Fristinpsia".
2. Dire stronzate tipo: "Minchia, però noi siamo molto più bravi di quelli lì!"
3. Inserire nella line-up una tastiera da suonarsi con effetto pianoforte, o viceversa un commodore 64 con la colonna sonora di The Last Ninja per fare i fighi suburbani neo-passatisti.
4. Inserire nella line-up una di quelle cantanti olimpioniche che si vestono con le borchie stile Suicide Girls e ti sanno fare precisa precisa "What's up" dei Four non blondes o "Nobody's wife" di Anouk, e delle quali puntualmente s'innamoreranno (parimenti ricambiati) tanto il chitarrista che il bassista, senza che l'uno sappia dell'altro.
5. Copiare i Killers, o gli Interpol, o i Franz Ferdinand, o gli Arctic Monkeys, o gli Editors (che già tutte sono già di per sé imitazioni di altra roba peraltro molto migliore) per imitare il sound del momento (e poi magari essere costretti a rincorrere quello del momento successivo, fino allo sfinimento o alla vecchiaia).
6. Fare la trecentosettesima cover punk di una sigla dei cartoni animati. Bastaaaaaa! Una volta era carino e divertente, adesso non lo è più.
7. Scrivere la settemilaottocentoseiesima pippa italiana dal titolo "Vertigine emozionale", "Spirali d'aria" o minchiate simili, magari con la precisa convinzione che tutte le radio d'Italia faranno a cazzotti per mandarla in onda.
8. Farsi produrre negli USA da Corrado Rustici o da uno sconosciuto che però è ammericano, minchia (e magari è un ammericano che da piccolo i compagnetti gli appiccicavano le ggomme ammericane dentro le orecchie e adesso è sordo come un babbuino autistico).
9a. Dopo qualche anno di onorata carriera abbandonare (magari dicendosi amaramente delusi dal pubblico) i percorsi più difficili per tentare la via del pop.
9b. Dopo qualche anno di onorata carriera abbandonare (magari dicendosi amaramente delusi dal pubblico) il rock per darsi all'elettronica.
9c. Dopo qualche anno di onorata carriera abbandonare (magari dicendosi amaramente delusi dal pubblico) la musica suonata per diventare deejay.
9d. Dopo qualche anno di onorata carriera abbandonare la vita umana e ridursi a dei vegetali peggio di Syd Barrett mettendosi a suonare, ogni martedì e sempre nello stesso pub, blues pieni di svisate e la sigaretta accesa in bocca con la faccia imperturbabile come durante a una partita di scopone scientifico.
9e. Dopo qualche anno di onorata carriera (magari dicendosi amaramente delusi dal pubblico) imitare Ian Curtis e suicidarsi. Non è più di moda, basta! E poi dice che il rock porta sfiga...
10. Schifare gli applausi e abbandonare tutte le canzoni più melodiche o di maggior presa considerandole quasi una colpa da espiare, per concludere l'esistenza rinchiusi in uno sgabuzzino mentale foderato di stridii e feedback.
11. Ubriacarsi a ogni live come un tacchino ungherese "per vincere l'emozione".
12. Spiegare/giustificare pubblicamente le proprie scelte, soprattutto quelle teoricamente inspiegabili, folli o imbarazzanti.
13. Suonare tristissime cover davanti a ragazze bionde lampadate in minigonna al trist'errimo Waxy's pub di Catania.
14. Farsi delle foto con il labbro pendulo e l'espressione da rottweiler bastonato e bisognoso di coccole, virate seppia o con quella grana marroncina fasulla che dà tanto l'effetto "minchia che virili poeti suburbani".
15. Stilare liste di cose che una band seria non dovrebbe mai fare.
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Wednesday, February 25, 2009
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Ogni tanto spunta qualche imbecille che sostiene che la musica rock è morta. Credo sia un fenomeno ciclico. A volte lo dicono per provare a venderci qualcos'altro (chessò, l'ultima rivoluzione dance, o una conversione di massa al pop più becero o una privata ed esistenziale, a una vita da borghese nostalgico ma senza più paure e inquietudini: fitter, happier, more productive...), complice l'inconsistenza assoluta delle grandi star dell'indie (Interpol, Editors, Franz Ferdinand, Rapture, Killers, Arctic Monkeys, Strokes, e via riciclando; oddioddioddio, avrò offeso qualcuno?), e come sempre c'è qualcuno che non vede l'ora di bersela. Ma, ragazzi, il rock non è le posettine di una sciacquetta che prova a fare il verso a Patti Smith, non è un assolo di chitarra elettrica suonato da un capellone. Non è un ciuffetto del cazzo che ti fa sentire parte di un gruppo. Al contrario, il rock è l'inafferrabile, è ben più spesso l'espressione di quell'isolamento che ti impedirà di appartenere ad alcunché. Il giovane imberbe protagonista di "Almost famous", molto più di tutte le maledette rockstar che incontra. Il rock non è una moda, non è codificabile. Non è nemmeno un genere musicale, è forse semplicemente un elemento mutageno che s'infiltra nel dna di un essere umano. È una malattia, è l'adolescenza, e come tale non è una fase, è qualcosa che ti cambia per sempre, è radioattività, pericolosissima. E puntualmente, infatti, anche in un anno di merda come questo arriva un disco come "Rook" degli Shearwater a dimostrare che c'è ancora tanto, tanto, tanto da dire, e di splendido, e in maniera incomparabile, personale, intensa, profondissima e nuova. Se c'è fra voi qualcuno che ama, chessò, Antony and the Johnsons, Joni Mitchell, addirittura (e chissà perché mi viene in mente) certo Jimmy Somerville, cert'altro Bruce Cockburn (idem, chissà), gli Okkervil River (di cui questo progetto è una specie di inversione degli addendi, e il risultato cambia, eccome: stavolta è Meiburg con la sua ossessione ornitologica, a guidare la barca), o anche nulla di tutto questo, beh, si tenga lontano da questa canzone, e da questo album. Il rischio è di intossicarsene e avere questa musica nel sangue per tutto il resto della vita. Io vi ho avvertiti.
when the rooks were laid in piles by the sides of the road crashing into the aerials tangled in the laundery line and gathered in a field they were burned in a feathering pyre with a cold black eye
when the swallows fell from the eaves and the gulls from the spires and starlings in the millions will feed on the ground where they lie the ambulance men said there's nowhere to flee for your life so we stayed inside and we'll sleep until the world of man is paralyzed
Oh the falcon heir awakes to the sound of the bells they're heading southbound they're leaving it alive and each empty cage just rings and is heard like a bell underneath these cold stars and this troubled night and the cries of man let the kingdom come to nigh let this dream be realized
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Monday, February 23, 2009
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Uscite discografiche post-sanremesiCome ben ci insegna l'esperienza di questi giorni, giudicare una canzone dal titolo è una cosa sciocca e superficiale...
Abbiamo avuto in anteprima esclusiva la pregnante tracklist del nuovo album di un noto artista sanremese, ma prima di pubblicarla abbiamo richiesto, onde evitare sciocche polemiche superficiali, che ogni traccia fosse accompagnata da un breve commento da parte del noto musicista. Eccola qui:
1. Ambrogio era gay Basta con i fraintendimenti. Come diceva il famoso Froids, non abbiamo niente contro i froci e comunque si può benissimo guarire. E comunque siete tutti scemi, la canzone è una cosa poetica che non parla di tutti i froci ma di un frocio specifico che è guarito, non è che guariscono tutti, questo lo so pure io; pure io sono stato fr... gay per un sei sette mesi ma poi sono guarito, quindi non è possibile che sono intollerante, io auguro a tutti di guarire e tornare normali come è successo a me e adesso mi piace la patonza e sono felice! No, davvero, lo auguro a tutti, di guarire, con grande simpatia e tolleranza: seriamente, anche esteticamente, c'è paragone fra la patonza e la minchia? Su, lo so, è colpa della mamma, vi è stata troppo col fiato sul collo, ma fate tutti uno sforzo e guarite, dai. Volevo dire solo questo. Ma voi giudicate dalla copertina e non avete capito niente, ma sapete che vi dico? In fondo io sono superiore e vi schifo tutti. Sì, sì, continuate, continuate, ha ha ha ha. Non vi sento, non vi sento, non vi sento!!
2. Quel ladro d'un ebreo Questa canzone lo so già che porterà tante polemiche che io non volevo. Come diceva il famoso Scecspìr, io non ci ho niente contro gli ebrei, ma giuro che mi è capitato di conoscerne uno che era un ladro, ma ladro! Perciò la canzone sarà fraintesa di sicuro ma è poesia, non parla di tutti gli ebrei ma di un ebreo specifico che è un gran ladro e pure figlio di mignotta ebrea per giunta. Non strumentalizziamo ora, io sono solo un cantante, non è che sto dicendo che tutte le mignotte sono ebree né che tutte le ebree sono mignotte, ma tu pensa la sventura di essere le due cose contemporaneamente! E questa qui era così, mignotta e ebrea e con un figlio ladro ed ebreo per giunta. Specificamente, dico.
3. Puttana Eva Basta con i fraintendimenti. Come diceva il famoso Danbràun, non abbiamo niente contro le puttane che anzi fanno un servizio alla comunità e spesso anche a me, anche se i prezzi sono troppo alti, e così siccome sono un musicista vario mi sono detto, devo fare un brano gèzz su questa cosa. C'era questa specifica puttana che si chiamava Eva, e anche non era ebrea (che poi sono uno tollerante) mi ha ispirato poeticamente questa canzone incompresa sui prezzi alti. Ma non è che adesso tutte quelle che si chiamano Eva se la prendono con me, non strumentalizziamo: ci sono Eve puttane e Eve no, questo va detto, visto che non lo capite da soli ve l'ho detto chiaro e tondo e chiudiamola lì.
4. Appendiamoli È una canzone coraggiosa sugli stupratori e gli assassini. Io dico: appendiamoli. Una bella corda e li appendiamo, così non lo fanno più. Basta con i fraintendimenti, su questo siamo tutti d'accordo. E comunque la canzone non parla di tutti gli stupratori e assassini ma pure di qualche ladro, specie se ebreo, ed eventualmente pure di qualche frocio, ma di froci specifici che non vogliono guarire, non è che poi guariscono tutti, e allora, poeticamente parlando, appendiamoli! Non vorrei però che questa cosa poi venisse strumentalizzata, io sono solo un cantante e racconto delle storie, non è che ho delle idee, anzi sono pure contro la pena di morte, però intanto uno li appende, poi quello che succede succede.
5. Questa cazzo di minestra In questa coraggiosa canzone prendo finalmente le difese degli uomini che tornano a casa da lavorare e non trovano la minestra pronta. Anzi, di un uomo specifico, e una specifica minestra. Il ritornello, cantato con la voce bella grattata e sofferta fatta da me nel compiuter del mio amico Cecco, dice: "Questa hazzo di minestra l'è miha pronta, la stiamo miha aspettando che fiorisca la zucchina? Lo vo' hapi' he dopo una giornata di lavoro uno smonta/ e trova te holle manimmano e piagnùholi pure, hretina?" Però basta con i fraintendimenti, io sono solo un cantante e sto solo raccontando una storia. Come diceva il famoso Pinkfloi non abbiamo niente contro le minestre, però le mogli un po' rompono il cazzo; ma voi tanto giudicate solo dalla copertina e strumentalizzate le polemiche come sempre! Tanto non vi sento, non vi sento.
6. Questi cazzo di cinesi Basta con i fraintendimenti. Come diceva Stivenking, non abbiamo niente contro i cinesi, basta che però non si mettono lì ad aprire tutti sti negozi con queste scritte che non si capisce un cazzo, magari c'è scritto vaffanculo italiani e tu non lo sai e ci vai a comprare la magliettina e quelli ridono tra loro e parlano cinese senza che li capisci. E come dico nel ritornello, "E puoi contarli anche per mesi, ma poi cazzo, si potrà sapere cazzo, quanti cazzo, sono questi cazzo di cinesi?" Oooooh, ma siete svegli o cosaaaa? La piantiamo con le polemiche? Io sono soltanto un cantante, sto raccontando una storia e basta, e il titolo è chiarissimo, parlo di questi cazzo di cinesi, non tutti quanti, tipo chessò, quelli che stanno in Cina a me non mi hanno fatto niente. Ho detto questi cazzo di cinesi, questi qui, non tutti quanti i cinesi, capito? La vogliamo finire con questi fraintendimenti e strumentalizzazioni?
7. Maremma bucaiola Basta con i fraintendimenti. Come diceva il filosofo Henghel, a volte una maremma può anche essere bucaiola, e non bisogna nascondersi dietro a una fettina di prosciutto fingendo di non vedere queste cose che tanto sono sotto gli occhi di tutti; ora i toscani so che stanno facendo un corteo contro di me organizzato dal mio manager, ma io queste polemiche strumentalizzate non le sopporto, c'è bisogno che lo dica o siete tutti scemi? E allora ve lo dico, non mi riferisco alla Maremma Toscana, ma a una specifica maremma che preferisco non nominare per turbare gli animi, ma vi assicuro che l'ho vista personalmente ed è bucaiola. So che questa cosa produrrà delle polemiche strumentalizzate, perché sono un portatore sano di polemiche, ma io sono solo un cantante, è solo poesia e tanto potete parlare quanto volete tanto non vi sento. Però comprate il mio disco, guardate che bella copertina, l'ho fatta io, è fantastico, vero?
8. Moreno lo stupratore romeno Basta con i fraintendimenti. Come diceva lo scrittore, quello lì, Grignam, Grisciam, quello lì, vah, non abbiamo niente contro gli stupratori, basta che però non siano romeni. Voglio dire, capita a tutti di essere stupratori nella vita, io per sei o sette mesi sono stato stupratore ma poi ho incontrato questa persona speciale e sono guarito e adesso stupro solo lei, ma solo un pochino. Invece se uno è romeno è più grave, perché non puoi essere romeno solo per sei sette mesi e poi guarire. Aspettate, comunque io sto parlando di uno specifico romeno, non di tutti i romeni. Magari quel romeno lì non può guarire, gli altri magari invece sì, io sono solo un cantante e non lo so, racconto solo storie, ma questa cosa la volevo dire per dare liberamente voce a tutti quelli che liberamente la pensano come me. Però scusa tu mettiti nei panni di un padre, ecco. Un padre specifico, dico. So che questa cosa produrrà delle polemiche strumentalizzate ma tanto io non ci sento. Ma l'avete vista la copertina che bella? Compràtelo, il mio disco, dai, dai, dai!
9. Io ti punirò Basta con i fraintendimenti. Questa canzone d'amore parla in maniera poetica dell'amore di uno specifico uomo verso una specifica donna e ha aspettato con pazienza che si laureasse e ora se la vuole pure sposare, ma la specifica donna però vuole iniziare una carriera da avvocato e sarebbe pure disposta a fargli pure le pulizie e cucinare e cambiare i pannolini ai bimbi come tutte le mogli, però vuole fare pure l'avvocato, ma lui è poco persuaso, le avvocatesse stanno negli uffici con gli avvocati, e poi ci sono i giudici, tutti questi maschi intorno che gli ronzano e passano e urtano, e urta oggi e scusa domani e parla, e guarda, e un caffè, e un aperitivo che ci fa, e un happy hour in fondo che cos'è, e uno poi si rompe pure un po' il cazzo, e giustamente. Allora poeticamente io mi sono immaginato nei panni di questo specifico uomo che vede questa specifica donna, non tutte ma lei proprio specifica, e la vede con quel tailleur grigio serio serio il primo giorno di lavoro e le grida in preda alla rabbia tutto il suo amore: "Io ti spoglierò / di quel tuo paltò / donna di successo che ti credi superiore / sei grigia come un cesso ma sarò il tuo punitore / oh, sì, io ti punirò / per amore, ti punirò". Certamente la cosa sarà fraintesa e strumentalizzata, ha ha ha ha, come se io ce l'avessi con tutte le donne in carriera! Ma non è vero, è solo con quella lì specifica che me la prendo.
10. Mario era normale Basta con i fraintendimenti. Come diceva il famoso coso, Schumacher, non abbiamo niente contro gli etero. Questa canzone poetica fraintesa e strumentalizzata che ho scritto su richiesta dell'arci-etero per fare par condicio con l'altra, è proprio tutta all'opposto e dimostra come sono aperto a tutti i messaggi e moderno. Parla specificamente di uno specifico etero che a differenza dell'altro dell'altra canzone invece lui è rimasto etero perché gli stava bene così e non aveva bisogno di guarire (e voglio dire, mi pare ovvio, cioè, voi ditemi se è normale uno che gli piace Bondi o uno che gli piace la Ferilli). Questo brano a differenza dell'altro dimostra che per me, uno, se è felice, può pure restare com'è. Il testo dice: "Mario era normale / e pure un po' maiale / girava ogni canale / in cerca di maiale/ Mario era felice / un po' meno Beatrice / lasciava a casa la moje / e annava a cerca' troje". Insomma, una canzone d'amore.
11. bonus track: Marcella era un po' mignottella (idea rubata a Wendell™) Basta con i fraintendimenti. Come diceva il grande Patchans, questa è soltanto la storia di una singola persona, una ragazza che la sera usciva con i jeans attillati e le minigonne e poi veniva stuprata, ma poi capiva di aver sbagliato e si chiudeva in casa a pregare per tutto il resto della vita, e spiego bene questa cosa profonda e poetica nel monologo del brano ("ero molto bella / e a causa dell'infanzia disagiata / a far la puttanella ormai c'ero portata/ capitemi però mi son pentita / e non giro più svestita / la donna discinta / facilmente resta incinta / ha fatto bene quell'omone / a insegnarmi la lezione / come diceva froid da qualche parte / il corpo nudo è un'arte / ma l'arte va nascosta o ti fai la bua / sennò so' cazzi tua, l'hai fatto apposta"). Insomma, un messaggio di speranza per tutte le ragazze svergognate che mostrano l'insert coin da questi jeans a vita bassa: si può guarire! Ora io non voglio lanciare polemiche, io sono solo un cantante e non lo so cosa vuol dire tutto questo, io non capisco un cazzo, io viaggio solamente in treno e quello che sento lo racconto, le mie canzoni nascono tutte da chiacchierate nei treni (tanto per fare qualche titolo dal mio prossimo album: "So' le otto e ancora stamo a Chiavari", "È occupato questo", "Chiamate il capotreno c'è un marocchino senza biglietto", "Cazzo la latrina è intasata", "Che dite, abbassamo 'e cucciette?") ma questa cosa la volevo dire per dare liberamente voce a tutti quelli che liberamente sono a favore dello stupro e questa è libertà del pensiero, stiamo in democrazzìa. Voi criticatemi, ma tanto io non ci sento. Ma l'avete vista la copertina che bella? L'ho fatto io, è il mio disco, si chiama "Pallonaro di mestiere." Compràtelo, dai, dai, dai.
 | Currently listening: Rook By Shearwater Release date: 2008-06-03 |
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Friday, February 20, 2009
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Dal comunicato di IndieWave: "Scelte le 24 favolose band su i 171 iscritti in Sicilia. [...] ecco le band e le serate dove suoneranno: NUOVO TEATRO MONTEVERGINI - Palermo giovedi 12 Marzo: Babilon Suite (CT) Hank (PA) Laya (PA) Famelika (PA) venerdi 13 Marzo: Paradisi Artificiali (PA) Mary Dow Jones (PA) Les Spritz (ME) Long Hair In Three Stages (CT) sabato 14 Marzo: Venus in Drops (PA) OrangeBeat (CT) Bruslii (ME) Famigliadelsud (PA) domenica 15 Marzo: Alga Nori (TP) Oldpolaroid (ME)Lalla into the garden (PA) Matrimia (PA); LA FACTORY - Siracusa - venerdi 20 Marzo: Papacheka e il jullare (SR) The Chimps (SR) Granpa (PA) Klaodeli & Polosid (RG); BARAKA LOUNGE - Agrigento - sabato 21 Marzo: Globuli rotti (AG) Monflor (RG) Marlowe (AG) White Acid Raimbow (PA) "
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Thursday, February 12, 2009
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I bravissimi videomaker di (ette)film, una casa di produzione video di Roma autrice di ottimi cortometraggi (alcuni dei quali facilmente reperibili anche in rete) hanno da poco iniziato le riprese del videoclip di "Breaking the horizon of expectation", nostro brano di cui sembrano essersi perdutamente innamorati... che dire? grazie mille, ragazzi... e buon lavoro!
cliccate qui per vedere (e iscrivetevi al loro blog per tenervi aggiornati)
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Monday, January 19, 2009
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Current mood:  stoked
(avviso ai lettori: se trovate qualche parolina attaccata è solo colpa dell'editor balengo di myspace: abbiamo già frequentato la terza elementare e siamo stati anche promossi, e ci stiamo presentando da esterni per l'esame di quinta)
LA MUSICA AL CENTRO DI TUTTO (UNA SERATA ALLA LOMAX)
Lo sapete, qui parliamo spessissimo e senza peli sulla lingua di cosa voglia dire essere musicisti (o gente che suona, cazzari, artisti, qualunque sia la casella in cui desideriate metterci) a Catania; quel che non sapete è che dietro a tanta apparente acredine c'è solo una grandissima passione per la musica, soprattutto da ascoltatori, e un profondo rispetto per chi viene a sentirci suonare. Quando scriviamo i brani, lo facciamo solo per noi, ma quando saliamo su un palco e Tizio o Caio vengono a vederci, noi dobbiamo fare in modo di presentare quei brani nel modo migliore. Specie poi se c'è un biglietto da pagare (ed ecco perché noi rifiutiamo di fare nostre serate nei pub con biglietto d'ingresso, se siamo gli headliner: perché se paghi per entrare, poi tutto dev'essere perfetto, e nei pub catanesi per forza di cose non lo è mai). Ma in tutto questo, non siamo bravi solo a lamentarci: in certe occasioni e in certi luoghi, come sabato scorso alla Lomax, tutto va in maniera splendida, fantastica.
Tanto per cominciare l'atmosfera: erano tutti simpatici, allegri, disponibili, pronti a venirti incontro (spesso con una birra in mano), insomma, normali. E trovare gente normale, a Catania, non è mica normale.
Alle band catanesi capita semmai di suonare in posti carini ma con un'acustica pessima (e vabbé, sono pub, non sale da concerto), di fare aperture gratis per band che si autodefiniscono 'importanti' e che poi non sanno neppure stare davanti a un pubblico senza lamentarsi per tutto il tempo (senza pensare che quel pubblico ha lavorato per tutta la settimana e vuole stare un po' in pace: se hai da ridire prenditela col tecnico del suono!); capita persino di essere trattati come un disturbo anziché come qualcuno che sta offrendo qualcosa. Alle band catanesi capita, spessissimo, di sentirsi fare proposte per partecipare a competizioni musicali che titillano l'insana vanità di poter 'vincere' su altri, e nessuno riflette mai sul fatto che in musica non si compete, e che queste cose sono organizzate solo per farti suonare gratis davanti a un pubblico. I talent contest sono l'affare del decennio, per i locali.
Alla Lomax no: era tutto etico, giusto, sano, bello, pronto all'uso, adeguato, semplice e professionale, senza la boria dei professionisti che ti mettono da parte come se lo spazio che hai per suonare fosse un dono elargito dall'alto. Tutto ovvio e giusto,normale, appunto. Ma rarissimo. Questi tizi hanno un posto fantastico, fanno una fanzine simpaticissima e intelligente, ci hanno chiamati a suonare senza conoscerci di persona ma solo perché gli piacevamo musicalmente, ci hanno fatto fare un soundcheck esaustivo, ci hanno offerto la cena (semplice genuina graditissima tavola calda), e vuoi una birra?, ecco qui, vuoi un whisky?, ecco qui... A un certo punto mi sono ritrovato a dire al barista, "ditemi che state scherzando, questo posto meraviglioso non esiste, tutto questo non è vero, domani mi risveglierò e sarò un ciuchino." "Un ciuchino!" sbottano a ridere i barman... più tardi, quando mi avvicino al bancone, prima ancora che io glielo chieda il barman mi stappa una Moretti e mi fa con le mani il segno delle orecchie da asino, sorridente.
Il tempo per l'esibizione era poco (per motivi di pacifica convivenza le serate devono concludersi presto, lì, ma è tutta questione di convenzioni: chi l'ha detto che un live debba iniziare per forza a mezzanotte?), quindi non abbiamo potuto eseguire tutta la scaletta come vi avevamo promesso e ci eravamo ripromessi (sono saltate Crash your TV, Paratango, Lesbian, Nothing, Rose...) ma ci siamo divertiti da matti, ed è stato naturale lasciare un po' più di spazio alla band che ci ha preceduto, i bravi Captain Quentin da Reggio Calabria. Le proiezioni dei quadri di Samantha Torrisi e dei video di Fabio Speciale (la sorpresa che avevamo promesso) sono piaciute a tutti, e nessuno si è scandalizzato del fatto che fosse il cantante a premere play nel dvd tra un brano e l'altro. Ci sentivamo tutti a casa, una casa bellissima e confortevole. Ma la differenza rispetto ad altre situazioni si è vista sul palco e persino scendendo dal palco: tutti ci avevano sentiti, stavolta, tutti erano lì per la musica e tutti ne erano entusiasti. Persino un Cesare Basile (persona e musicista che personalmente stimo davvero tanto, ma che ne ha viste tante e non mi sembra propenso ai facili entusiasmi) ci ha fermati per complimentarsi con noi. Ha detto (e ribadito più e più volte, con le parole e con il viso), "mi siete piaciuti moltissimo". Tutto è stato bellissimo, divertente, serio.
E adesso, come già prevedevo e raccontavo quella sera ai ragazzi dietro al bancone ancor prima dell'esibizione, mi sento come in quella pubblicità delle crociere: è un gran casino tornare alla normalità. I locali dove si suona musica originale sono sempre meno, quelli decenti sono pochissimi e non vi nascondiamo (come non nascondiamo mai nulla ai nostri visitatori: non abbiamo segreti professionali, non siamo 'musicisti', siamo 'gente che suona') che non sappiamo dove e quando suoneremo prossimamente. Una pausa per ultimare i brani nuovi (sì, abbiamo brani nuovi, abbiamo sempre brani nuovi, è incredibile) ci serve, poi si vedrà. Chi proprio vorrà sentirci nel prossimo periodo, beh, ci mandi un messaggino privato e sarà invitato ad ascoltarci in sala prove (non scherzo mica: siete i benvenuti, non troppi alla volta, però, e portate qualche birra)... in attesa di un'altra grande, bellissima occasione come quella di sabato. Viva la Lomax, viva chi mette la musica al centro di tutto!
Scaletta della serata:
- Breaking The Horizon Of Expectation - Hate Song #1 - Swindle Hit Single - Fossil Fuel Junkie Planet - The Buyer (aka 'Hate Song #2') - Trapped - Turing - Dead Trees - Evensong - Slide
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Sunday, November 09, 2008
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Questa settimana si riparte con una space-intervew di una band che.. schiettamente butta via la maschera del buonismo a tutti costi,parlando semplicemente della sua musica,del lavoro che vi è dietro.. e con una lente di ingrandimento ,pur consapevole delle sue qualità,pensa a fare quel che fa in modo impegnato ma senza dimenticarsi di divertirsi e divertire,con un po’ di critica nei confronti di “quei tanti” che credono di essere arrivati atteggiandosi a divi...
Catania Style vi presenta i Long Hair In Three Stages
Qual è il vostro background musicale? Ben poco da dire, siamo solo quattro ragazzi, in gran misura autodidatti, che hanno lungamente covato tutta una serie di ascolti personali e un enorme desiderio di creare, ma solo con i Long Hair In Three Stages queste cose sono sfociate in un progetto concreto. Ci siamo formati nel novembre 2006 e già a inizio 2007 abbiamo inciso i primi brani, che si possono ascoltare nello space. Altri seguiranno prestissimo.
Quali sono le vostre influenze musicali? Vi accomunano? Partendo da storie personali separatissime, ciascuno di noi ha portato nella band oltre a esperienze e attitudini diversissime anche gusti teoricamente inconciliabili... ma a ben vedere siamo tutti degli attentissimi ascoltatori di ottima musica... Roberto, il bassista, ha gusti prevalentemente dark-goth e new wave (Cure, Joy division, Sound), il nostro chitarrista Fabio ascolta in prevalenza musica sperimentale e rumorista (da Captain Beefheart agli Arab on radar, passando per i Jesus Lizard), mentre il batterista, Emanuele, è appassionato di rock anni '70, del funky e non disdegna il pop-rock; infine Giuseppe, il cantante, ascolta un po' di tutto, dai cantautori ai Portishead, dal roots rock in stile Dream Syndicate ai mitici Can.
Da dove avete preso il nome del gruppo? Avevamo una lista lunghissima di nomi e non riuscivamo a deciderci... a ciascuno di noi piacevano alcuni che invece altri detestavano. Nel frattempo la lista dei nomi è diventata il testo di un brano intitolato 'Breaking The Horizon of Expectation' (che, per la cronaca, è anch'esso un nome che avevamo quasi scelto, ma alla fine suonava un po' presuntuoso, no? Anche se rimane ancora il nostro motto di band)... Alla fine abbiamo optato un po' pigramente per l'unico che non faceva del tutto schifo a nessuno... ma ora siamo soddisfattissimi di questa scelta! Long Hair In Three Stages è un nome da manuale di tricologia, una promessa da ciarlatano, e soprattutto il nome del primo album degli U.S. Maple, una band americana che stimiamo molto.
Come avete cominciato a suonare insieme? Prima di questa esperienza non ci conoscevamo, siamo andati avanti per mesi a via di annunci e provini spietatissimi per trovare gente che mettesse il cuore prima della tecnica, e siamo ancora oggi convinti che alla fine tutta la nostra storia sia frutto di un intricato e irripetibile incontro fra caparbietà e fortuna. La stima reciproca e un fortissimo legame umano sono cresciuti dopo, pian piano, ma sono alla base di tutto. Da un certo punto di vista, proprio questo strano equilibrio è il nostro punto di forza.
Qual è il vostro rapporto con gli spettacoli live? Seguite qualche rituale? Bella domanda! Quando scriviamo i brani non abbiamo alcuna 'ansia da prestazione', non pensiamo mai a che effetto faranno sull'ascoltatore, è sempre come un gioco, ma nei live la tensione un po' la senti... Siamo 'indie', ma non snob: abbiamo fiducia e rispetto verso il pubblico e non potremmo salire sul palco fregandocene di piacere, sappiamo che siamo lì a creare qualcosa per qualcuno ed è una responsabilità. L'ansia è una cosa bellissima e funzionale al gioco, fa parte del godimento stesso del suonare, come la vertigine prima di lanciarti col parapendio. Guai alle band che salgono sul palco piene di boria e convinte di riversare sul pubblico fiumi di bravura o perle di saggezza! Comunque, c'è un antichissimo rituale scaramantico-ansiolitico, rispettato da un po' tutti noi, che consiste nel sollevare il gomito dal tavolo riversando nell'ugola il contenuto di un bicchiere. Giuseppe, il cantante, porta sempre in tasca qualcosa della sua bimba, un calzino o un fermaglietto.
E’ prevista l’ipotesi di un disco live? Tutte le nostre incisioni sono un po' dei live, registrazioni in presa diretta con pochissimo lavoro sopra. Registriamo suonando tutti insieme, poi elimiamo qualcosina, puliamo e mixiamo un minimo i suoni, ma quella che si sente, nonostante l'apparente pulizia dei suoni, è un'esibizione live. Quanto a un disco dal vivo nel senso classico del termine, al momento non avrebbe alcun senso.
Ricordate la vostra prima esibizione live? Impossibile dimenticarla. Fu la stessa maledetta sera che ammazzarono l'ispettore Raciti allo stadio Cibali. Se avessimo saputo cosa stava accadendo in quei momenti, probabilmente non avremmo suonato. E invece, strano gioco del destino, per noi che eravamo ignari di tutto fu una serata divertentissima. Eravamo in un pub fighettino, il titolare ci odiò sin dalla prima nota, le ragazze muovevano la testa e battevano il piede, e capimmo che le canzoni funzionavano. Non ci pagarono né ci offrirono da bere, anzi, quando scendemmo dal palco il proprietario disse agli organizzatori qualcosa del tipo 'questi qui non voglio mai più vederli in vita mia'. Ironia della sorte, adesso quel pub ha chiuso i battenti, mentre noi siamo ancora in giro...
Chi scrive i testi? Quanto c’è di autobiografico? Li scrive Giuseppe, il cantante. Non tutte sono esattamente confessioni o pagine di diario, ma comunque rispecchiano sempre una visione molto personale e insolita del mondo. Alcune sono delle invettive contro le cose che non vanno al mondo, altre dei veri e propri miniracconti, altre ancora delle riflessioni o piccole istantanee di sensazioni vissute... ce ne sono anche un paio che non dicono poi granché! Ma in generale andiamo molto fieri dei nostri testi.
Ci sono collaborazioni con altri artisti? Abbiamo detto tante volte che ci divertirebbe inserire in via occasionale degli strumenti come archi o fiati, o cose ancora più 'inattese' per il nostro genere, ma il problema sarebbe poi come portare queste persone in giro con noi per suonare magari solo in un brano o due... e d'altro canto siamo legatissimi a questa lineup tanto faticosamente conquistata e non vogliamo snaturarla. Ma abbiamo molti amici che ci aiutano, specie in situazioni momentanee di transizione o di difficoltà: l'anno scorso ha suonato con noi per breve tempo Salvo Fichera, un batterista metal molto bravo, fondatore dei Sinoath, mentre quest'anno il nostro bassista è stato sostituito per un mesetto da Antonio Farinella dei NoiseArena. In entrambe le occasioni abbiamo dovuto adattare qualcosa per non frustrare la naturale sensibilità musicale del sostituto e per sfruttarne anche solo per quel momento le peculiarità arricchendoci in maniera reciproca... Al di fuori di questo 'nucleo sonico' chiuso e un po' 'autarchico', ruotano in ambito non musicale degli artisti fantastici, splendide persone che ci supportano: videomaker e fotografi, come Fabio Speciale, illustratori e pittori come Samantha Torrisi, o le persone che ci aiutano in sala di registrazione, come Quinto Sardo. Quest'estate ci siamo accompagnati per alcune serate live anche a una performer, Ornella Grech, che ha illustrato con il linguaggio della danza i nostri brani... tutte queste persone sono vicine a noi soprattutto sotto un profilo umano, e come noi sono in gran parte degli autodidatti, liberi da schemi e un po' 'punk' nell'approccio alle loro rispettive forme d'arte... niente di scolastico e nessuna esibizione di bravura, solo ispirazione e entusiasmo, basta questo per conquistarci.
Come descrivereste il vostro sound? Le etichette sono sempre sgradevoli e limitative. Ma visto che tutti, a cominciare da Myspace, ti chiedono di incasellarti in qualche modo, ci siamo rassegnati a farlo, alla casella noise/wave. Batteria molto curiosa e particolare, basso goth, chitarra noise sperimentale e voce in bilico tra urla e melodia.
Dove vivete i vostri momenti creativi? Due volte alla settimana in una sala prove che puzza terribilmente di muffa (all'inizio avevamo il terrore di prenderci qualche brutta malattia, col tempo poi ci si abitua a tutto) nel pieno centro di Catania. Mentre la gente fuori passeggia ride e chiacchiera, noi là sotto come scienziati pazzi elucubriamo nuove follie da regalare al mondo, beviamo birra e spariamo parecchie cazzate. Situazione gradevole.
Qual è la canzone alla quale siete più legati? Hate Song #1, decisamente. Uno dei primi brani che abbiamo scritto. Il testo è uno sfanculamento assoluto a tutta la scena catanese, dalle cover band ai lounge party, dai fighetti fintoalternativi ai deejay, da quelli che inseguono il successo a tutti i costi imitando Ligabue a quelli che leccano il lato b (piccola censura del blog: noi avevamo detto "culo", NdLH3S) a chi ha avuto anche per una settimana un singolo in classifica.
Avete in mente dei progetti sperimentali? Come è nato l’ultimo progetto? Noi siamo un progetto sperimentale! Se non cercassimo di mettere dei paletti ogni tanto, a ogni serata di prove verremmo fuori con tre brani nuovi, sempre più schizzati dei precedenti, e probabilmente trascureremmo la fase successiva, quella in cui devi allenarti per cercare di suonarli al meglio! Comunque, tra i nostri prossimi progetti c'è l'uscita imminente di un secondo e.p. con dei brani molto belli e particolari, accompagnato da una serie di live con una commistione sempre più fitta fra musica e altre forme d'arte.
Cosa ne pensate del panorama musicale italiano? Vergognosamente, disgustosamente stantio e noioso. È assurdo, perché oggi i mezzi per esistere, incidere, farsi ascoltare sono letteralmente alla portata di tutti. Puoi metterti un pomeriggio con la chitarra e un microfono e aprire una pagina myspace, ma nonostante ciò c'è in giro un piattume assurdo. E soprattutto, nessuno, dai titolari dei locali alle singole band, si dedica davvero ad ascoltare quel che fanno gli altri. Tutti si prendono maledettamente sul serio e nessuno si diverte... tutti lì in posa con quelle brutte facce convinte e un pizzico scazzate, in foto che imitano quelle delle riviste... e poi nella sostanza c'è davvero pochino. Peccato.
Per concludere: un consiglio a chi ascolta la vostra musica. Beh... continuate a farlo! :-) E non dimenticate di dare un'occhiata anche ai testi... cliccando su 'lyrics' nel nostro space li troverete in italiano.......
(Dal blog 'Catania Style')
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Friday, October 31, 2008
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LONG HAIR IN THREE STAGES di Adriano Patti
(www.rumori.net)
 Un breve cenno biografico Long Hair In Three Stages nasce nel novembre 2006. Non ci conoscevamo, eravamo persone diversissime, e ognuno di noi ha contribuito con il proprio bagaglio (culturale, umano, musicale, di idee, desideri, frustrazioni, e soprattutto rispetto e curiosità) a dar vita a una creatura unica, che vive di vita propria e continua a stupire noi per primi, anche per la difficoltà che noi stessi abbiamo nell'etichettare la nostra musica. Dopo soli tre mesi abbiamo inciso i brani di 'Meet', il nostro primo e.p., e da allora abbiamo sempre continuato a fare esibizioni live in pub e festival e a scrivere canzoni sempre più mature e curiose, riscuotendo un inatteso grande apprezzamento ovunque ci siamo presentati a suonare.
L’attacco di Hate Song#1 ha tutta l’aria di essere una freccia al cuore della scena catanese: lo è? Beh: 'odiamo i segaioli che si fanno passare per artisti / l'arte è piacere, non mettersi in mostra / fanculo la club culture / fanculo le cover band / fanculo i talent contest / fanculo i saputelli indie di questa finta Seattle...' Piuttosto esplicita, no? Va detto però che non c'è alcuna animosità da frustrazione personale, in questo brano: è stato scritto quando la nostra formazione era appena nata, e rappresenta più che altro delle cose che avevamo già notato da ascoltatori di musica. Cose poi da band tocchi con mano, e dalle quali ovviamente badi a stare alla larga.
Non avete l’impressione che la storia della Seattle italiana possa ormai essere archiviata in maniera definitiva? Altroché, archiviare, nel fascicolo 'Stupida spocchia sicula'. Catania è una splendida città che sopravvive, e al contempo si autodistrugge, attraverso la 'magnificazione del nulla'. Apre una piccola filiale di una multinazionale dell'elettronica -che peraltro paga i nostri ottimi ingegneri con stipendi da fame- e parliamo di 'Silicon Valley siciliana'; allo stesso modo, nasce una stagione creativa obiettivamente florida, di artisti che però non costituiranno mai una vera e propria scena (artisti che i catanesi stessi idolatreranno per un attimo, salvo poi disprezzarli subito dopo, e che troveranno i maggiori apprezzamenti ben lontano dall'isola), ed ecco che siamo la 'Seattle d'Italia'. No,siamo troppo snob e presuntuosi per essere davvero una città rock. Creiamo serie A e serie B, cerchie di eletti e ci lasciamo appiccicare etichette ridicole, ci facciamo classificare, lusingare, premiare, è lo stile siculo. Basti pensare ai talent contest, a quel che gira adesso, tribute band che ricalcano trucco mosse e mossettine dei 'big', grandi solisti idolatrati che dispensano munifici note in jam session davanti a piccole cricche di adulatori, gente che poi non ha mai scritto un brano in vita sua... Ma no, quale Seattle... non c'è mai stata una scena qui. Molta creatività, ottimi artisti, ma ambiente provinciale, claustrofobico, sanremese. Ecco, siamo la nuova Sanremo. Nel senso del festival.
L’uso della Travis Bean riporta ad atmosfere Albiniane. Ritenete i tempi maturi per un ritorno di fiamma di certo noise sulla scena internazionale? Sinceramente, non importa molto, per noi... se ci sarà un nuovo noise, noi saremo altrove. Il suono della mitica Travis noi lo innestiamo su un percorso molto personale, fatto di tante altre cose: noise, certo, ma anche new wave, postpunk, pop... magari anche samba, valzer... qualunque linguaggio va bene, a patto che serva a raccontare noi stessi, e non a ricalcare le idee di qualcun altro. All'interno del rock c'è ancora molto da inventare e da dire, nuovi linguaggi e percorsi da tentare... Quanto ai 'ritorni di fiamma', siamo un po' scettici... le piccole e grandi rivoluzioni, come è stata quella del noise, come il punk, per essere davvero tali non possono e non devono ripetersi. Ascolta un po' cosa fanno tutte queste band 'neo-new wave', alla Interpol o Editors: hanno scongelato i Sound e i Joy Division e li servono, predigeriti, edulcorati, sbollentati, alle nuove generazioni. No, bisogna far tesoro delle grandi cose del passato ma poi fare una ricerca propria, esattamente come chi inventò questi generi: erano novità, seppure poggiate su solidissime basi preesistenti, erano in piena rottura col passato! 'Kill your idols', no? Ecco, per emulare quegli artisti bisogna guardare non alle loro mani sulle corde, ma al vulcano che avevano in testa.
Dal vivo una ragazza esegue delle performance che assecondano con movimenti di danza i vostri suoni. Da cosa nasce questa idea? È una semplice sovrapposizione di linguaggi. Un sottotitolo, un telegiornale per non udenti... Ci piace ispirarci con -e ispirare- altre forme d'arte. Lo abbiamo fatto con la danza e con la letteratura, lo rifaremo presto con la video-art, con la pittura... siamo sempre alla ricerca di gente creativa. In particolare artisti che nelle loro rispettive forme d'arte si avvicinano al nostro approccio: sperimentare, giocare, azzardare, anche con materie estranee, senza far abuso di 'tecnica' fine a sé stessa. Giocando, semplicemente, e senza alcuna presunzione o intellettualismi forzati.
Cosa piace ascoltare a LH3S? Di tutto, veramente di tutto. Dalla sperimentazione rock più estrema al jazz, dalla new wave ai cantautori italiani, dal pop-rock anni '70 alla indie degli anni '90... se facessi un minestrone dei gusti, diversissimi, di noi quattro, verrebbe fuori un melange forse indigeribile di U.S. Maple e Can, Cure e Jesus Lizard, Joy Division e Lucio Battisti, passando per Smiths, Pixies, Radiohead, Iron Maiden, Queens of the Stone Age, NoiseArena, Cristina Donà, The Sound, Guller, Primus, Koshowanishi, Rino Gaetano, De André, Alisons, Nirvana, Nick Cave, Uzeda, Charme, Shellac, Portishead, KZL333, Wire, Boomerang Baby, Hüsker Dü, Camper Van Beethoven, The Dream Syndicate, CCCP, Grant Lee Buffalo, R.E.M., Siouxsie, I Am Kloot, Mark Lanegan....
I vostri blog puntano spesso il dito sull’organizzazione dei live a Catania. Dove sta il problema secondo voi? Nel fatto, paradossale, scandaloso, che che quasi nessuno, tra quelli che si occupano di musica... ascolta musica. Provate, chiunque legga queste righe, provate a portare un cd con un nome inventato (tipo i Koshowanishi di cui sopra) in un pub, e a proporre la vostra finta band, e vedrete. Neppure lo aprono, non lo guardano, non sono curiosi. Credono di aver già sentito tutto. Nei pub più piccoli invece se gli garantite un fottio di gente per pochi soldi, vi daranno una serata, e la vostra band che non esiste sarà la headliner. La generazione che ha creato i pub, in quei famosi anni '90 della pseudo-Seattle, era una generazione di dinamici ventenni, ma è invecchiata malamente. Tirano a campare, non gliene frega, organizzano 'contest' a pioggia, infestano le serate di cover band per paura di non avere introiti, e spesso affidano tutto a ragazzini privi di professionalità, il cui unico interesse è creare un po' di folla. Si dà sempre la colpa al pubblico, ma non è corretto, la verità è che il pubblico oggi è mediamente molto più curioso e assetato di novità dei cosiddetti 'professionisti'. E la buona musica c'è, ci sono almeno una dozzina di nuove eccezionali band catanesi che ti potrei nominare, che non trovano orecchie attente e gente entusiasta che le promuova.
Da cosa nasce l’esigenza di affidare alla lingua spagnola alcuni versi di Lesbian? Potrei dire, 'dal fatto che lo spagnolo è la lingua più sexy al mondo', ma non è quello. In quei versi il brano si trasforma, divampa in una specie di 'trip sessuale', e lo 'switch linguistico' accentua lo straniamento... ma anche questa è solo la spiegazione che mi do adesso, non il motivo per cui l'abbiamo fatto; le nostre canzoni non sono mai progettate a tavolino, molti dei testi me li tengo da parte per mesi e trovano posto solo quando arriva la musica giusta... le frasi spagnole di 'Lesbian' inizialmente erano solo un gioco... il testo, nell'insieme, nasce da una frase che ripeto sempre: 'se fossi una donna, sarei sicuramente lesbica.' Le donne non sono soltanto la metà del mondo, sono l'unica metà che valga la pena conoscere ed esplorare, noi uomini siamo banalissimi e noiosi, a confronto.
Sub Pop, Geffen o Rough Trade? Touch 'n' Go!
Tre dischi da salvare mentre la lava ricopre Catania per, secondo la leggenda, l’ottava volta. Tre dischi per quattro persone! Volete farci litigare... Beh, facciamo 'Faith' dei Cure, 'Trout Mask Replica' di Captain Beefheart e 'Grace' di Jeff Buckley e siamo tutti contenti. Ma forse trattandosi di qualcosa da salvare dalla lava sarebbe più appropriato indicare qualche rara perla locale: 'Waters' degli Uzeda, 'Closet meraviglia' di Cesare Basile e qualsiasi cosa dei White Tornado.
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