Status: Single
City: Roma
Country: IT
Signup Date: 4/1/2007
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Friday, February 06, 2009
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Simone Cristicchi
&
Il Coro dei Minatori di Santa Fiora
- Canti di Maremme e di Miniere, d’ Amore, Vino e Anarchia -
Simone Cristicchi e Il Coro dei Minatori di Santa Fiora – in concerto Il 12 Febbraio 2009 al The Place, all’interno della Rassegna organizzata dal CLUB TENCO intitolata ad Amilcare Rambaldi, dal titolo “Roma di Amilcare” “Nel corso dei passati due anni ho avuto occasione di incontrare l’affascinante mondo della musica popolare, grazie all’incontro con Ambrogio Sparagna e l’Orchestra Popolare Italiana. Il frutto di questo innamoramento ha portato a volte anche a stravolgere il mio repertorio, chiamando a suonare con me, in alcuni concerti “speciali”, suonatori di organetto, zampogne e percussionisti. Ecco che una sera di pochi mesi fa, Antonio Pascuzzo mi raccontò di Santa Fiora, un piccolo paese sul Monte Amiata, e di un gruppo di musica popolare che ripropone il vasto e originale repertorio di canzoni tradizionali locali, tramandato proprio dai minatori santafioresi, che erano soliti interpretarlo nelle occasioni di festa e di lotta, nelle osterie o nelle piazze del paese. La gioia del nostro primo incontro, nonché la loro innata simpatia e bravura, mi ha talmente coinvolto, che ho desiderato fortemente entrare a far parte del Coro, e organizzare qualcosa di bello insieme. In pratica, ho chiesto di diventare anche io un “Minatore”, che si immerge nelle gallerie del passato e scava nella memoria, riportando alla luce preziosi minerali sepolti: le loro meravigliose canzoni! Una particolare collaborazione questa, in cui canterò brani del loro repertorio e che, allo stesso modo vedrà il Coro interpretare anche un brano del mio repertorio: La Filastrocca della Morlacca. Ci sarà naturalmente anche un momento per le mie canzoni, forse anche qualche novità, inclusa nel mio terzo album che uscirà a settembre. In apertura del concerto, e in perfetta sintonia con l’atmosfera della serata, ho voluto invitare ad esibirsi sul palco del The Place, Pietro eDonato De Acutis, due bravissimi poeti improvvisatori in Ottava Rima, che si scontreranno declamando versi “a braccio”, in una vera e propria sfida all’ ”ultima rima”. Simone Cristicchi
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Wednesday, April 16, 2008
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Simone Cristicchi & Gnu Quartet
Cristicchi in chiave "classica"
il 2 maggio a Milano alla Casa 139
Dopo il successo del suo spettacolo al Teatro Nuovo, e prima che riparta il tour estivo 2008 "Dall'altra parte del cancello", Simone Cristicchi sceglie l'intimità della Casa 139 per un concerto davvero speciale previsto per il 2 maggio alle ore 22,30.
Che succede quando un amore improvviso sboccia tra un cantautore eclettico e un quartetto di formidabili musicisti classici?
L'incontro artistico tra Simone Cristicchi e Gnu Quartet risale al gennaio 2007: in quell'occasione suonarono in cima a una montagna innevata.
Scesi a valle con il consueto effetto "palla di neve", si ritrovano sempre più spesso, dalle piazze ai teatri, ai piccoli club, proponendo il repertorio di Cristicchi in chiave "classica".
"Studentessa Universitaria", "Che bella gente", "Vorrei cantare come Biagio" fino alla commovente "Ti regalerò una rosa", canzone vincitrice del Festival di Sanremo 2007: tante canzoni con un vestito sorprendentemente nuovo (un frack!), un Cristicchi "da camera".
Simone Cristicchi & Gnu Quartet, è un concerto particolare per la cura delle atmosfere e gli arrangiamenti, alle quali si alterneranno nuovi monologhi inediti scritti e recitati da Cristicchi per il suo prossimo spettacolo teatrale.
Gli Gnu Quartet proporranno inoltre alcune personalissime rivisitazioni di brani legati alla storia della canzone d'autore italiana.
www.cristicchiblog.net
www.myspace.com/gnuquartet
SIMONE CRISTICCHI : voce recitante, canto, loopstation
GNU QUARTET :
Francesca Rapetti - Flauto
Roberto Izzo - Violino
Raffaele Rebaudengo - Viola
Stefano Cabrera - Violoncello
Il 2 maggio alle ore 22,30
La Casa 139 – via Ripamonti, 139 – Milano ingresso 8 euro
Ufficio stampa: pocheparole comunicazione alessiasavino@pocheparole.com
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Monday, January 28, 2008
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Current mood:  fascinated
Tratto dal libro: "Centro di Igiene Mentale - Un cantastorie tra i Matti" "Il lavoro dell'infermiere è molto difficile e si mettono in moto meccanismi spontanei di autodifesa psicologica. Si instaura un adeguamento alle regole e, come è naturale in queste situazioni, si viene inglobati dai meccanismi istituzionali senza rendersene conto, divenendo allo stesso tempo strumento e vittima della repressione manicomiale. L'infermiere all'interno del manicomio si trasforma rispetto a fuori e questo, in fondo, è quanto vuole l'istituzione. "I problemi della vita si devono lasciare al cancello quando si entra qui dentro e viceversa", sentenziò un giorno uno psichiatra; ma che sia proprio un medico a invitare alla scissione mentale i suoi infermieri la dice lunga sul manicomio come luogo di cura."
Adriano Pallotta – ex infermiere Santa Maria della Pietà
TAGLIACOZZI B. – PALLOTTA A., Scene da un manicomio.
Dopo questo viaggio nella memoria attraverso i "reperti" di quello che era il frenocomio, finalmente Massimo dell' Ufficio tecnico ci porta a vedere i Padiglioni dismessi del San Girolamo. Percorriamo una strada di campagna, tutta in salita , e passato il Maragliano, Padiglione dalle grandi terrazze destinato ai tubercolotici, arriviamo a un grande cancello.
Di lì si prosegue a piedi e la strada si divide.
Il "Diavolo".
"…Al "Ferri", che era il Padiglione dei Giudiziari, avevo a che fare con persone pericolose, che avevano commesso reati. Non c'erano mica i "santarellini"! Per i reati comuni erano previsti 2 anni, per reati come il tentato omicidio 5 anni, e 10 anni per omicidio e venivano chiamati "prosciolti". In questi casi la pena di 30 anni di reclusione, veniva scontata con 10 anni di Manicomio. I più pericolosi erano i detenuti a "pena sospesa", ovvero quelli per i quali la malattia era sopravvenuta durante il carcere; venivano mandati nell' Ospedale Psichiatrico fino ad avvenuta guarigione. Il problema è che il Direttore del Manicomio, una volta dimesso il detenuto, sarebbe stato responsabile di tutti reati che costui avrebbe commesso dopo. Per cui, come può immaginare, questi degenti non venivano MAI dimessi!!! Non potevano né ritornare all'Ospedale Civile, né ritornare in carcere. C'era un detenuto di Roma: lo chiamavano "il Diavolo", perché dicevano che avesse ammazzato 9 o 10 persone!
Il "Diavolo" era solito camminare, reggendosi alla spalla di altri detenuti, perché aveva paura del suo piede! Con un calcio di quel piede era stato capace di uccidere un maresciallo dei Carabinieri…".
Il lavoro nei manicomi.
Nei Padiglioni "Scabia" e "Livi" vivevano gli ammalati più tranquilli, degenti che avevano la possibilità di lavorare in squadre nelle colonie agricole. Le terre intorno erano tra i possedimenti dell' Ospedale Psichiatrico, e i reparti vennero costruiti via via – sembra incredibile a dirlo! - grazie al lavoro degli ammalati. Era una cosa all'avanguardia per l'epoca…stiamo parlando degli anni '30! Si chiamava "Ergo-Terapia" e la mise in pratica a pieno ritmo il Direttore Scabia.
I Matti si davano da fare con vari lavori, e così non pensavano ai loro deliri, alle loro fobie…stavano tranquilli!
A quel tempo, si faceva pure una battuta: "…Guarda questi poveri matti che si costruiscono la loro prigione da soli!"
Mi ricordo che a quel tempo il Primario si recò a Roma, per stabilire con il Ministero a quanto dovesse ammontare la quota giornaliera per la cura di ogni ammalato.
Lui si lamentava: "Noi, con i soldi che ci date, non facciamo in tempo nemmeno a comprare le medicine per curare gli ammalati!", e sembra che al Ministero gli abbiano risposto: "Ma a voi chi via ha detto di curarli? L'importante…è che li teniate chiusi!".
- Nascevano anche bambini all'interno del Manicomio?
Non che io mi ricordi. Anche perché all'epoca agli ammalati venivano dati farmaci anti-concezionali. Mi ricordo che il professor Casagrande, che era l'aiutante di Basaglia, accusò noi e il personale medico di Volterra di usare questa pratica un po' contro natura.
Io sono stato a Trieste, a Gorizia, dove Basaglia visse ed elaborò le sue teorie.
Ci rimproverarono il fatto che i degenti fossero separati tra uomini e donne.
Poi con il tempo furono creati reparti "misti" e vivevano nello stesso Padiglione: al piano di sopra le donne, al piano di sotto gli uomini. È indubbio che per i malati di mente questa fu una novità, e porto un notevole giovamento alle loro condizioni. Il fatto di stare insieme fra uomini e donne era come una "terapia"!
Quali sono stati i benefici della presenza del Manicomio per la città di Volterra?
I Volterrani hanno sempre avuto rispetto per i malati dei mente; perché in qualche modo hanno vissuto per tanti anni insieme. Ci si affezionava a queste persone.
E poi, nei tempi passati il Manicomio dava da mangiare a tutti. A volte, in una sola famiglia, c'erano anche due o tre persone che lavoravano qui.
Si faceva un corso di specializzazione molto breve e approssimativo e si andava tutti a lavorare al Manicomio. Molti infermieri prima facevano i contadini, e non si può dire che fossero preparati. C'era quello che faceva l'infermiere perché gli piaceva, ma pure quello che lo faceva perché non aveva trovato altri sbocchi di lavoro… Insomma, era un'accozzaglia di persone anche poco competenti, che non si capiva il motivo per cui facessero gli infermieri! Addirittura, alcuni cosiddetti infermieri non sapevano nemmeno leggere e scrivere: mi chiedevo come facessero a insegnare ai ricoverati? Anzi, le dirò che spesso gli ammalati erano più colti di chi li doveva curare: tra i Matti c'erano anche intellettuali, studiosi, letterati, gente di un certo livello sociale…
Capitavano episodi in cui infermieri maltrattavano gli ammalati?
Ma…non mi sembra. Poi c'erano degli infermieri più "prepotenti"…
Ma è una cosa alquanto difficile avere a che fare con alcuni ammalati; qualche volta magari un ceffone partiva… ma non ho mai visto trattare male un ammalato per divertirsi.
Io non ho mai avuto contrasti. Il mio lavoro lo svolgevo volentieri.
E forse questo i Matti lo percepivano.
Prima succedevano cose indescrivibili.
Senza i tranquillanti, che cosa dovevi fare?
Per fortuna poi ci fu l'avvento di psicofarmaci come il Largactil e il Serenase, con i quali si procedette con una vera e propria "cura". Era una "contenzione chimica". Non come in passato, che bisognava tenerli legati con le fasce al letto, con le camicie di forza o con un fiasco di Bromuro! Ricordo che me lo mettevo sotto il braccio e lo versavo ai pazienti.
Dopo due o tre volte però questo bromuro non aveva più alcun effetto: per gli ammalati era come bere un bicchiere d'acqua! L'elettroschock, invece, al momento faceva il suo effetto: poi venne appurato che "a lungo andare" fosse molto deleterio.
Prima di andare in pensione, ho lavorato 12 anni al Centro di Igiene Mentale di Pisa e so che fino al 1992 ancora praticavano l'elettroschock. Forse lo fanno tutt'ora…
È vero che la sera voi infermieri venivate chiusi dentro al Manicomio con i malati?
C'era solamente una chiave che apriva la porta esterna, e la teneva uno di noi.
I primi tempi facevamo anche 24 ore di servizio. Due giorni si stava dentro, e poi un giorno di riposo. Mi ricordo che al centro di quelle stanzone che contenevano un centinaio di ammalati, c'era messo un tavolo. Dalla mattina alla sera, sia i due infermieri della sorveglianza, che gli ammalati dovevano girare camminando intorno a questo tavolo. Tutti dovevano girare! Se c'era uno che girava in senso contrario, veniva subito aggredito e riportato nella direzione "giusta"!
Dovevano camminare, perché, se stavano fermi litigavano fra loro, creavano tensione e scompiglio. Invece così si stancavano e non piantavano grane ai compagni e agli infermieri.
A volte ci stancavamo pure noi, e ci mettevamo a sedere sulle panche, con le spalle appoggiate al muro. Di quelle lunghe ore, ricordo il brusio incessante delle voci.
È una cosa che non dimenticherò mai.
Con gli anni avevo imparato ad estraniarmi da quel contesto e, anche se tenevo sempre gli occhi aperti, le mie orecchie non sentivano più niente.
Se all'improvviso dei malati si attaccavano tra loro, bisognava intervenire immediatamente per dividerli; se c'era sangue si buttava sopra un po' di segatura, si mettevano uno in una cella, e uno in un'altra, possibilmente non adiacenti…e si andava avanti fino alla fine del turno.
Nel Padiglione dei Tranquilli invece, i malati giocavano a dama e a scacchi.
Una partita a scacchi può durare anche delle ore, e così passavano il tempo.
Se non ce li avevano, gli scacchi e la dama se la creavano da soli, con la mollica del pane.
Molti di loro avevano sviluppato una manualità da artisti: uno aveva costruito con i fili della rete del letto una specie di armatura tutta di ferro, come una giacca. Per certe cose, avevano una pazienza invidiabile, e il tempo li aiutava.
Le racconto una cosa: il fuoco era una delle cose più proibite in questo tipo di reparti. A loro serviva più che altro per accendersi le sigarette, ma avrebbero comunque potuto usare il fuoco per fare del male a se e agli altri. Quindi era proibito avere anche un fiammifero. Quando ne riuscivano a trovare uno, usando un chiodo erano capaci di dividerlo in quattro parti: era un lavoro di pazienza certosina, ma alla fine ci riuscivano, e con un solo fiammifero potevano accendersi quattro sigarette!... Io l'ho visto fare con i miei occhi.
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Wednesday, January 09, 2008
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APRILE
26 aprile – Roma – Auditorium Parco della Musica (sala Sinopoli) – Cim
28 aprile – S.Benedetto del Tronto – Palacongressi – Cim
29 aprile – Bari – Teatro Piccinni – Cim
MAGGIO
1 maggio – Vittoria (RG) - concerto
2 maggio – Milano – Teatro Nuovo – Cim
3 maggio – Bologna – Teatro delle Celebrazioni – Cim
4 maggio – Mantova – Teatro Comunale – Cim
5 maggio – Firenze – Teatro Puccini – Cim
7 maggio – Napoli – Teatro Acacia – Cim
9 maggio – Foggia – Teatro del Fuoco – Cim
10 maggio – Catania – Teatro Metropolitan – Cim
11 maggio – Palermo – Teatro Golden – Cim
18 maggio – Napoli - concerto
GIUGNO
1 giugno – Napoli – premio Elsa Morante
2 giugno – Apricena (Foggia) – Radio Norba battiti Live
4 giugno – Roma – Premio in Campidoglio
7 giugno – Nova Gorica – concerto
9 giugno – Massa Carrara – proiezione docu
10 giugno – Imola – concerto
15 giugno – Milano – Festivalbar in piazza Duomo (Italia 1)
16 giugno – Arona – Biennale del libro di Viaggio (con Gnu Qt)
17 giugno – Jesolo – Radio Italia
23 giugno – Sanremo – concerto
24 giungo – Monza – ospitata autodromo
27 giugno – Venezia – Venice Music Awards (Rai 2)
28 giugno – Fucecchio – concerto
29 giugno – Catania – Festivalbar (Italia 1)
30 giungo – Roma – Premio Fabrizio De Andrè
LUGLIO
4 luglio – Sordevolo – concerto
10 luglio – Benevento – Un Uomo in Frak speciale Modugno
11 luglio – Carpi – concerto Festa de l' Unità
12 luglio – Ercolano – mini live C.i.m.
13 luglio – Giffoni – ospite live
14 luglio – Baranzate di Bollate – concerto Villa Arconti
15 luglio – Bari – Radio Norba
18 luglio – Sassari – ospite concerto per Pina
20 luglio – Ricaldone – concerto rassegna Tenco
21 luglio – Trieste – Premio Giornalistico (Rai 1)
23 luglio – Pordenone – Ospite Radio Bella e Monella
24 luglio – Sarezzo (Bs) – Valtrompia Festival - Cim
25 luglio – Forlì – Radio Bruno
26 luglio – Firenze – concerto piazzale Michelangelo
28 luglio – Lamezia Terme – ospite Rai International e radio 2
29 luglio – Roma – concerto a "La Sapienza" con Gnu Qt.
30 luglio – Cellino San Marco – concerto
AGOSTO
1 agosto – Messina – concerto
2 agosto – Montalto di Castro – ospite Tuscia Rock
3 agosto – Orbetello – concerto
5 agosto – Brindisi – ospite Radio Ciccio Riccio
6 agosto – Volterra – C.i.m. in piazza dei Priori con Gnu Qt.
7 agosto – Civitavecchia – concerto
9 agosto – Ospedaletti – C.i.m.
10 agosto – Lago Santa Croce (VR) - Ospite Radio Bella e Monella
11 agosto – Scorrano (LE) – Ospite Radio Venere
16 agosto – Vasto – concerto
17 agosto – Palazzo S. Gervasio (PZ) – concerto
18 agosto – Ottati (SA) – concerto
26 agosto – Pistoia – Radio Bruno
30 agosto – Reggio Emilia – concerto festa de L'Unità
31 agosto – Siena – ospite concerto con Gnu Qt. (Fiorella Mannoia)
SETTEMBRE
1 settembre – Carmagnola (TO) – concerto
8 settembre – Siderno (RC) – concerto
9 settembre – Nardò (LE) – ospite serata Battisti
10 settembre – S.Potito Ultra (AV) – concerto
15 settembre – Manfredonia (FG) – Premio Internazionale Cultura Re Manfredi
23 settembre – Rutigliano (BA) - concerto
27 settembre – Lampedusa – Ospite Festival 'O Scià (Claudio Baglioni)
30 settembre – S.Sebastiano al Vesuvio (NA) – concerto
OTTOBRE
2 ottobre – Bronte (CT) – concerto
5 ottobre – Massafra (BA) – concerto
6 ottobre – Bari – ospite
16/20 ottobre – Roma – Teatro Parioli – Cim, Nuove Storie dal manicomio del mondo
26 ottobre – Bagnolo in Piano (RE) - Cim, Nuove Storie dal manicomio del mondo
NOVEMBRE
8 novembre – S.Remo – Teatro Ariston "Premio Tenco"
26 novembre – Milano – Teatro Strehler – Ospite "Rasoi di Seta" con Giovanni Nuti e Alda Merini
DICEMBRE
3 dicembre – Torino – Auditorium Rai con Gnu Qt.
21 dicembre – Roma – Lian Club "Racconto di Natale"
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Wednesday, January 02, 2008
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Francesco Bianconi è un cantautore e un musicista. Fa parte di una band fra le più interessanti e originali dell'odierno panorama musicale italiano: i Baustelle.
Il terzo album che ha pubblicato si intitola "La Malavita" e, a mio parere, un capolavoro. Ho invitato Francesco per parlare di una bellissima canzone in particolare, "Sergio", che racconta con immagini a tinte forti la storia di un Matto che abitava nel suo paese.
I testi che scrive sono molto profondi e, a volte drammatici, la musica non è mai banale e lascia intuire un grande lavoro di ricerca sulle sonorità.
Il nostro incontro avviene qui al San Niccolò, dove Francesco ha avuto un'esperienza durante l'anno del Servizio Civile.
- Com'è stata la tua esperienza nell' ex manicomio?
Molto bella. Io scelsi di fare l'obiettore perché non volevo fare il militare. Non ero animato da nessun impeto volontaristico e umanitario. Diciamo che non me ne fregava un cazzo. Poi sono finito alla Usl di Siena e, fra le tante mansioni che mi hanno affidato, c'era quella di svolgere lavoro di assistenza in una cooperativa di recupero di ex pazienti dell'ospedale psichiatrico. Ragazzi, per la maggior parte. Ho passato le giornate di un anno parlando con loro, e qualcosa di Francesco è cambiato. Non so che cosa, ma la mia vita è cambiata.
- Parlami della canzone "Sergio".
Sergio Gallastroni era il Matto del paese dove sono nato e vissuto per molto tempo, Abbadia di Montepulciano. Per quel che ne so io, Sergio da bambino soffriva di attacchi epilettici. I suoi genitori, gente semplice, povera, contadina, diciamo che ignorarono il problema. Ad Abbadia c'è chi dice che quando Sergio aveva gli attacchi, la madre lo chiudeva negli stanzini dei maiali. Sta di fatto che Sergio è finito in manicomio a Siena, rimanendoci per parecchi anni. Quando è uscito io e gli altri ragazzini di Abbadia lo abbiamo conosciuto. Un signore a forma di pallone, pallido, glabro. Con dei buffi pantaloni tenuti su da bretelle, la pipa sempre in bocca, un borsello a tracolla, calze di lana da clown a strisce orizzontali rosse e gialle. Passava I pomeriggi al bar della Casa del Popolo, dove li passavamo anche noi, raccontando storie strampalate che ci facevano molto ridere. Non era "pericoloso" o violento, I nostri genitori non erano preoccupati se parlavamo con lui al bar. Faceva degli indovinelli, ci sfidava a risolverli. "Qual è la cosa più costosa del mondo? Se indovini ti regalo duecento lire". La cosa più costosa del mondo era il missile, se ricordo bene, oppure l'orologio di diamante. A tratti questa sua allegria si interrompeva. Nel bel mezzo dei suoi racconti, si bloccava, con lo sguardo fisso su un punto indefinito. Era "la brutta paura" come la chiamava lui, da cui per fortuna dopo poco si risvegliava. Sergio ha significato per me, e forse anche per qualcuno dei miei amici di Abbadia, il passaggio dall'età felice della fanciullezza a quella inquieta e violenta dell'adolescenza. Nel mio ipotetico Romanzo di Formazione, Sergio Gallastroni c'è. Mentre lui raccontava al bar, noi bambini crescevamo. Noi in cerchio sotto di lui a diventar uomini e lui a invecchiare. Crescendo capimmo che tante delle cose strane e divertenti e senza senso che diceva avevano una spiegazione, un appiglio alla realtà dei cosiddetti "normali". Capimmo le botte che aveva preso in manicomio, capimmo gli elettroshock, gli abusi sessuali. L'infermiere che dava "cazzotti forte e svelto", il "piscio bianco", il sangue, I dottori, la "scossa", "signore falli morì", "sant'agnese proteggi", Siena. Cominciavamo a capire che Sergio ci diceva cose terribili. Ci diceva la vita, e la sua violenza.
- Che idea ti sei fatto della vecchia istituzione del Manicomio?
Lavorando all'interno dell'ex ospedale psichiatrico di Siena, più che farmi un'idea ho visto. Ho visto lunghi corridoi, celle simili a quelle in cui si chiudono le bestie, sotterranei pieni di frigoriferi giganteschi, cucine abbandonate, un cortile alle cui finestre erano ancora appesi mutande e calzini, gli ex pazienti ciondolare come zombies e fermarsi a raccattare cicche per terra. Ho visto stanze, persone e cose da film dell'orrore. Un orrore in absentia.
- Se la follia fosse una musica o uno strumento musicale,a cosa penseresti di avvicinarla?
Avvicinerei la follia a tutta quella musica che ha la capacità di sovvertire un codice, di rompere qualcosa, disturbare, provocare uno estraniamento emotivo nell'ascoltatore. Tutta la musica che mi piace è così. I Beatles sono così, Miles Davis è così, Beethoven è così. Ma potrei andare avanti a lungo, tendendo quasi all'infinito.
- Secondo te, chi è il "Matto"?
Non sono così esperto da fornire una definizione clinica. Il Matto è molto probabilmente una persona malata. Una brutta espressione-sinonimo è "malato di mente". Qualcosa nel funzionamento della testa del Matto non va come deve andare. Il Matto devia dalla norma. Straparla, delira, salta, piange, ride, quasi mai nel momento o nei modi che la società che gli sta intorno considera giusti. Ed è qui che ti volevo. Citando De André, "dietro ogni scemo c'è un villaggio". Le patologie della mente umana si sustanziano e si completano in relazione e nei confronti di qualcos'altro. Chiamiamo questo qualcos'altro, per semplicità, "società". Il Matto è matto anche e soprattutto perché c'è un collettivo "altro" da lui, un villaggio, una comunità, una società, che lo indica e ne sottolinea la diversità.
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Saturday, December 29, 2007
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Io a mio figlio Luca gli voglio un bene dell'anima.
È l'unico figlio che ho, e me lo coccolo quanto mi pare e piace, gli leggo le storie dello spazio, lo tengo stretto prima che si addormenti. Mi piace cucinare per lui, preparargli le lasagne e i cannelloni che gli piacciono tanto, le torte al cioccolato per fare merenda…
Luca è sempre serio, ma quando all'improvviso regala uno dei suoi sorrisi, mi sembra un miracolo e il cielo si apre anche se è nuvolo.
Io lo so bene che Luca non mi darà dei nipotini, non troverà mai un lavoro, non potrà avere un vita come quella di tutti gli altri cristiani normali. Ma non importa.
Ci sono io per lui. Per sempre.
Quando scendiamo per strada ho paura che scappi via, o che qualcuno me lo rapisca.
Come è successo al figlio dell'avvocato Nocera: sono arrivati tre brutti ceffi all'uscita di scuola, lo hanno preso sotto braccio e lo hanno fatto salire su un Fiorino. Poi hanno chiamato col numero anonimo, chiedendo il riscatto ai familiari; tanti soldi, così tanti che ci si potrebbe comprare una villa in campagna...
Per questo ed altri motivi ho paura che me lo portino via, il mio Luca, tutto quello che ho nella vita. Una vita disgraziata, la mia.
Mio marito Alberto faceva il tranviere e mi è mancato pochi giorni prima che andasse in pensione. Infarto. Mi ricordo che tornava stanco dal lavoro e gli faceva male la schiena.
Tutte quelle ore a guidare per le vie della città, seduto sulla vettura.
La notte non riusciva a riposare: aveva nelle orecchie il suono che fanno le porte del tram, quella specie di fischio che emettono quando si aprono e si richiudono.
Mio marito era un tipo semplice. La domenica, quando non doveva lavorare, ci portava a mangiare la pizza al lago. Prima di pranzo lo guardavamo pescare sulla riva, ma non prendeva mai niente. Luca raccoglieva i sassi del lago e sembrava felice. Ed io appresso a lui.
Luca oggi è cresciuto, ma è rimasto come un bambino.
Si appassiona alle le storie dello spazio. Ed io appresso a lui.
Lo spazio tra le stelle, intendo, con i pianeti, i marziani e le astronavi.
Gli piacciono tanto le storie inventate che raccontano di altri mondi lontanissimi, forse perché Luca non è nato per stare su questa Terra. Non ci si trova bene.
Certe volte lo guardo, dalla cucina, mentre lavo i piatti della cena: mi sembra assente.
È come assorto nei suoi pensieri intimi, e niente riesce a smuoverlo.
Lo chiamo ma non mi risponde. Allora mi asciugo le mani su un panno, mi avvicino e gli do una carezza. Con queste mani calde che profumano un poco di detersivo.
Lui sembra non accorgersi di niente: invece nota tutto!
Luca sembra stupido, ed è per questo che l'ho portato via dalla scuola, dove i compagni lo prendevano continuamente in giro. Lui i compiti li faceva a fatica, anche se aveva una passione innata per la Storia dell'Arte.
La professoressa di Italiano, durante un colloquio, mi consigliò di mandarlo in una scuola privata.
Disse che alla scuola privata ci sono le maestre di sostegno, adatte a stare appresso a ragazzi come Luca. "…Ma che cosa intende dire, signora?".
"…Vede signora, suo figlio è un ragazzo "speciale". E per lui – dia retta a me! - ci vuole una scuola "speciale"!".
Io allora mi sento contenta, perché anch' io penso che Luca sia una persona diversa dagli altri, un ragazzo "speciale". Per me è addirittura "migliore" degli altri, e non lo cambierei per niente al mondo. Per questo non ho voluto che frequentasse nemmeno il Centro Diurno.
Cosa avrebbe detto suo padre, a vederlo in mezzo agli spastici, ai vecchietti rincoglioniti che ancora se la fanno addosso. Come avrebbe reagito mio marito Alberto, a vedere suo figlio accanto a dei ragazzi Down?
"Io Luca me lo tengo a casa, cascasse il mondo!...".
Qualche giorno dopo, però, ho seguito il consiglio della professoressa e sono andata con il tram a parlare con una di queste scuole "speciali", specializzate per seguire le persone "speciali".
Le signorine con cui ho parlato quella mattina erano tutte gentili e premurose.
Mi assicurarono che Luca avrebbe avuto giovamento da quel posto e dal loro modo di fare.
Mi convinsero subito, e pensai pure che gliel'avrei lasciato.
Poi, finito il discorso, con freddezza mi comunicarono la retta mensile: tutti quei soldi!
Con grande dispiacere e un po' delusa, dissi che ci avrei pensato e sarei tornata. Non volevo fare la figura della poveraccia. Ma in cuor mio, già sapevo che non avrei potuto pagare.
Presi il tram e tornai verso casa, che era già passata da un po' l'ora di pranzo.
Dalla fermata al portone di casa c'è un pezzo di strada da fare a piedi, una strada che passa davanti alla Chiesa. Io sono credente, e ogni tanto quando mi sento ispirata, entro.
Di solito, però, quando vado in Chiesa io, sono sola, la messa è finita e il prete è in sagrestia.
Don Giuliano un giorno mi ha detto: " Se tu gli parli, Gesù ti ascolta! ".
Allora scelgo una panca abbastanza distante dall'altare, mi inginocchio e dico una preghiera per Luca. Chiedo a Cristo che cosa posso fare, se c'è qualcosa che mi consiglia, una cosa giusta.
In quel momento siamo io e Lui, nessuno ci sente. Siamo esseri spaziali e comunichiamo col pensiero, proprio come fanno i marziani delle storie che legge Luca.
Mi guarda dall'alto della sua croce, con quegli occhioni languidi, pieni di compassione.
Gli confido i miei problemi, i problemi di una madre, quelli che non dico proprio a nessuno, nemmeno le rare volte che vado a confessarmi.
Allora Gesù mi guarda e sembra che dica: "Figlia mia, e che ci posso fare, io?...".
In realtà, è frutto della mia suggestione, è quello che io voglio vedere.
Cristo sta sempre fermo lì, inchiodato alla sua croce di legno e non dice una parola che sia una. Anzi, in quei momenti, sembra assente, come assorto nei suoi pensieri intimi, e niente riesce a smuoverlo. Sembra proprio come il mio Luca.
Prima di alzarmi in piedi e prendere la strada di casa, chiedo a Gesù Cristo di salutarmi mio marito Alberto, che di sicuro è andato in paradiso, e io me lo immagino che porta il tram in mezzo a tutte le nuvole del cielo. Porta a spasso gli angeli e i santi.
Quando chiudo il portone di casa, sento le voci della televisione che vengono dalla stanza di Luca.
Lo trovo seduto sulla sua poltrona con la copertina rossa sulle gambe.
"Amore mio, scusa se ho fatto tardi… sono passata dal forno e ti ho preso la pizzetta rossa!".
Lui si gira lentamente verso di me, e io sento che sta per "scattare".
Come quando trattieni una molla in tensione.
Se Luca "scatta" io non so cosa fare: di solito resto in silenzio e aspetto solo che gli passi.
Comincia a strillare forte e mi prende a schiaffi.
Io, gli schiaffi di Luca me li prendo e resto zitta, perché la colpa è tutta mia: non tanto perché sono tornata a casa tardi, quanto perché l'ho messo al mondo.
Lui non è nato per stare su questa Terra!
In televisione hanno detto che gli Americani stanno costruendo un ponte lunghissimo che arriva fino a Marte e che, pagando un biglietto, le persone possono andarci a vivere.
Ormai è passato tanto tempo, ma di quei biglietti per Marte non ne ho più inteso parlare.
Se ci fosse la possibilità di un'astronave, io pagherei un mutuo per comprarmela.
Studierei la Mappa dei Pianeti, il libretto delle istruzioni per farla volare e poterla guidare.
In questo modo, Luca potrebbe andarsene a vivere lontano da qui, in un altro pianeta.
Ed io appresso a lui.
"Per il momento, ci tocca restare qui!", gli dico, e comincio a leggergli un'altra storia dello Spazio. Come d'incanto, sembra calmarsi e tutto ritorna in ordine nella sua mente.
Due giorni fa ho preso un grande spavento: sono tornata a casa dopo la spesa e non ho sentito il solito vociare proveniente dalla televisione accesa: Luca non c'era più! </O:P>
Dopo aver controllato in tutte le stanze, anche dentro gli armadi e nel ripostiglio, ho pensato: "Strano! Luca non fa un passo senza di me…".
Sono scesa al piano di sotto e ho chiesto alle vicine se fosse passato da loro.
Niente. Nessuno lo aveva visto uscire.
Il mio equilibrio e la mia forza hanno cominciato a vacillare: la paura mi ha assalito come un cane rabbioso, la paura che qualcuno me lo avesse portato via. I rapitori…
Io sono sola, e dovendomi arrangiare da sola in qualsiasi situazione, ho chiamato il 113.
Stavo a casa ad aspettare notizie e non sapevo dove sbattere la testa: "Dove sarà andato a finire?
Si sarà perso...e non ritrova la strada di casa…". Ho cominciato a fare mille pensieri, a formulare ipotesi. Di certezze ne avevo una sola: non avrei resistito al dolore della sua perdita.
Immaginavo la mia vita senza di lui, tutti quei giorni senza colore, in bianco e nero, con la televisione spenta e le mani rovinate che odorano di detersivo…
Intanto passavano ore lentissime e piene di angoscia per il destino di mio figlio ed io pregavo la Madonna, che sta appesa in cucina, vicino al frigorifero. Anche lei mi guarda con occhi di compassione, ma non dice niente.
Ho anche pianto un poco, io che una lacrima non l'ho versata neanche quando è morto mio marito. Io che sono forte, più forte di tutti.
Poi, all'improvviso suonano al citofono! "…è Luca!" – ho pensato.
"Signora, siamo i Carabinieri."
Erano le nove di sera; me lo hanno riportato sano e salvo, tutto infreddolito, tutto sommato abbastanza tranquillo. Ho tirato un sospiro di sollievo, ho ringraziato il cielo e i Carabinieri ai quali ho preparato anche il caffé per riscaldarsi un po'.
Luca l'ho messo a sedere sulla sua poltrona, con una copertina rossa sulle gambe: aveva gli occhiali con una lente sfasciata, e in mano due riviste a fumetti, di quelle che leggiamo insieme prima di addormentarci.
"L'abbiamo trovato sotto la metropolitana, inchiodato davanti alla macchina per fare i biglietti…".
Dopo il caffé, il Carabinieri sono andati via, e ho chiesto a Luca dove volesse andare.
Lui mi ha risposto, con insospettabile sicurezza:
"Andavo da Papà. A leggergli le storie nuove."
Andava a trovare il padre, al cimitero. Non l'aveva mai fatto.
Sono passati due giorni da quel triste giorno, stasera è la vigilia di Natale e Luca è più assente del solito e non parla. Io cerco in qualsiasi modo di strappargli un sorriso, di coinvolgerlo nei preparativi. Ma lui sembra una statua. Non aiuta. Non fa niente. Vegeta.
Io e Luca abbiamo un segreto che non abbiamo detto a nessuno. Nemmeno a Gesù Cristo, che sta crocifisso in Chiesa con lo sguardo assente e non risponde mai alle mie preghiere.
"Lo sai, tesoro?! Stanotte arriverà Babbo Natale che vola nel cielo con la sua astronave che può arrivare anche su Marte; a bordo ci sono i marziani che lo aiutano a portare i regali ai bambini di tutto il mondo."
In questa notte "speciale", ho preparato una cena "speciale", per una persona "speciale".
Qualcosa che le persone comuni non mangiano mai, perché dicono che faccia male.
È una cena preparata apposta per Luca, che non è nato per stare su questa Terra, questa Terra ingiusta che lo ha punito senza possibilità di appello.
Così, stasera ho deciso di dargli io una nuova possibilità, il mio regalo "speciale": voglio fargli vedere lo Spazio tra le stelle, con i pianeti e le astronavi…
Oppure, se lo desidera, potrà rivedere suo padre Alberto.
Di sicuro lo troverà in paradiso che guida il tram in mezzo alle nuvole, mentre porta a spasso gli angeli e i santi.
Luca che è sempre serio, lo guarderà dritto negli occhi e all'improvviso gli regalerà uno dei suoi sorrisi, che sembrano miracoli e fanno aprire il cielo anche se è nuvolo.
Finalmente, da stanotte Luca sarà felice.
Ed io appresso a lui.
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Saturday, December 29, 2007
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Current mood:  fascinated
Caro Babbo Natale, tra un mese, come sai compirò 13 anni, e per regalo vorrei tanto…rivedere mio nonno. Mio nonno si chiamava Rinaldo e, dal momento in cui l'ho conosciuto fino alla sua morte, mi ricordo che ha sempre avuto freddo, anche quando d'estate si sedeva in terrazza. Tutti gli altri in canottiera e pantaloncini corti. Lui, sempre con la coperta sulle gambe e un giacchetto sulle spalle. Anche se era Agosto!
Certe sere si metteva seduto vicino al termosifone della cucina, e mi raccontava del Natale 1941, il Natale che passò da soldato nella Guerra in Russia. "…Ci voleva coraggio a resistere in quel periodo, chè il freddo raggiungeva pure i 48 gradi sotto lo zero!".
Raccontava che tutte le sere, per ripararsi dal freddo, lui e altri soldati italiani cercavano un po' di tepore dentro a una grotta, e al centro di questa grotta ci mettevano una grossa pietra, appoggiata sopra un fuoco che bruciava sempre. La pietra, oltre a riscaldare un pochino l'ambiente, aveva un'altra funzione: infatti, quando i soldati dovevano fare la cacca era un problema. Tra l'altro, per questo motivo, tutti erano abituati a mangiare i semi del girasole, che aiuta istantaneamente ad espletare i propri bisogni. Perché là, in mezzo alla neve e ai ghiacci della Russsia, a 48 gradi sotto zero, non ti potevi permettere di essere stitico. Così, quando arrivava il momento fatidico, si usciva fuori in mezzo al gelo, tutti imbacuccati, tru tru tru…con la coperta in capo, i pantaloni abbassati e…Sdràaaa! La velocità dell'azione era fondamentale, e tutto si svolgeva in dieci/quindici secondi.
I soldati così rientravano di corsa nella grotta e, ancora con i pantaloni abbassati, appoggiavano le chiappe congelate su quella pietra incandescente, che stava messa sopra al fuoco.
Ecco perchè, mio nonno Rinaldo e tutti i soldati italiani della Guerra in Russia avevano una serie di bruciature incallite sopra le chiappe del sedere.
Della sua Divisione, che era composta da 150 soldati tutti romani, ne tornarono in dieci!
E io sono contento perché mio nonno Rinaldo era uno di quei dieci sopravvissuti e tornò a Roma con il grado di Sergente Maggiore, ottenuto per meriti di guerra e per il coraggio dimostrato nelle innumerevoli azioni pericolose, come per esempio cacare in mezzo alla neve a 48 gradi sotto zero.
Mi raccontava che, una volta sceso dal treno che lo aveva riportato in Italia, si sciolse le pezze, si tolse gli scarponi e…gli cascarono tutte e dieci le unghie dei piedi.
Poi, nel Giugno del 1943 si sposò con una donna bellissima che sembrava un'attrice: si chiamava Selene. Rimase accanto a lui per tutta la vita.
Diceva sempre: "Tua nonna Selene mi ha fregato…perché ero ancora congelato!..."
Di mio nonno Rinaldo, da quando l'ho conosciuto fino alla sua morte, ricordo che ha sempre avuto freddo, anche quando ad Agosto si sedeva in terrazza. Forse era quel maledetto freddo, conosciuto tanti anni prima nella Guerra in Russia. Quel freddo che, con i suoi ricordi, gli era entrato nelle ossa e abitava dentro di lui, fin dai tempi del Natale del 1941.
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Saturday, December 29, 2007
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Una delle prime cose che ho fatto, quando sono arrivato qui, è stata andare a fare la "spesa" in una cartoleria. Ci arrivai con l'autobus. I biglietti mi venivano rimborsati una volta portata a termine ogni "missione", fuori dal C.I.M.
In quanto obiettore di coscienza, io ero contento di uscire, perché almeno potevo fare quattro passi, respirare un po' d'aria, mantenere un minimo contatto con il mondo dei "normali". Quelli che stavano fuori. In questo caso la "missione" consisteva nel comprare una scatola di pennarelli Giotto. E tre pennarelli sfusi: colore "blu".
Mi venne ripetuto più volte, come se si trattasse di una cosa della massima importanza:
"Mi raccomando! I pennarelli blu. Non te li scordare!"
Lì per lì non pensai al perché. Mi sembrava una cosa normale.
Ci misi un pò di tempo per capire a chi e a cosa servissero quei pennarelli blu, che una volta ogni tre giorni dovevo andare a comprare.
Giovanni aveva i capelli corti. La madre lo portava dal barbiere una volta al mese, da quando era bambino, perché aveva avuto i pidocchi. Da quel periodo in poi, era diventato un appuntamento fisso, e guai a sgarrare di un giorno, mancare a quella consuetudine!
I suoi capelli non dovevano superare la lunghezza di un centimetro.
Era gentile, molto riservato, e come tutti i pazienti affetti da autismo, viveva in uno stato di totale isolamento dall'ambiente esterno. Era chiuso a chiave nel suo mondo interiore.
Una delle caratteristiche di Giovanni, era il desiderio ossessivo di mantenere immutabile l'ambiente intorno a sé, era maniaco dell'ordine, della precisione. Aveva un modo ripetitivo nell'eseguire azioni qualsiasi come vestirsi o mangiare. Giovanni sembrava imprigionato in una serie di regole auto-imposte, regole che lo tranquillizzavano e lo rendevano sicuro di non sbagliare. Prima di sedersi a tavola per il pranzo e la cena, si lavava le mani 6 volte. Le sue cose nella stanza dovevano avere una loro posizione precisa nello spazio. Ed era molto pericoloso spostarle, anche di un millimetro.
Tutti lo sapevano, e si comportavano di conseguenza, facendo attenzione a non oltrepassare i confini immaginari della sua realtà.
Quelle regole, erano tutto ciò che aveva!
Inizialmente, non avevo idea di come comunicare con lui, se non attraverso i nostri sguardi. Ricordo le sue mani dalle dita lunghe e bellissime. "Hai le mani da pianista!" gli dicevo. A proposito di mani, Giovanni non si faceva toccare da nessuno, neanche dalla madre, che ogni tanto veniva a trovarlo per andare dal barbiere. Odiava il contatto fisico con le altre persone. Entravi nella sua "zona", nella sua inafferrabile intimità.
Una volta, inconsapevolmente, lo salutai con una pacca sulla spalla; lui fece uno scatto felino e si tenne alla larga da me per più un mese. Da quel giorno decisi che avrei comunicato con lui, solo attraverso i disegni e i colori.
A Giovanni infatti piaceva disegnare, passava ore e ore chino sul tavolo della sala.
Molto spesso mi sedevo vicino a lui e lo osservavo: sembrava totalmente immerso nella sua fantasia, e non rispondeva ad alcun cenno esterno, una parola, una voce, un semplice rumore. Chino sul suo foglio, con gli occhialoni spessi come fondi di bottiglia, che, per il peso, quasi gli scivolavano. Si andavano ad aggrappare alla punta del suo naso.
A volte, dopo aver tracciato una linea, accarezzava con la mano sinistra il foglio, come a volergli dare un'anima, renderla "reale". Forse quello che Giovanni disegnava sul foglio, nella sua mente prendeva vita. Tutto quello che la sua mente fosse capace di partorire, era degno di esistere. Quando Giovanni disegnava, disegnava paesaggi, con le case in basso e qualche piccola collina verde sullo sfondo. Erano fatti bene, curati nei minimi dettagli. Il resto del foglio, era tutto colorato di blu. "…è il cielo!", mi diceva tutto contento.
"…è il cielo!".
Già, il cielo. Ecco a cosa servivano quei pennarelli blu che periodicamente andavo a comprare. Al punto che, quando mi vedeva oltrepassare l'ingresso,la signora della cartoleria, sapeva in anticipo cosa stavo per chiederle. Tre Blu.
Giovanni era capace di consumare un pennarello blu al giorno, riempiendo con estrema cura ogni minimo spazio del foglio. Spesso non riusciva a concludere la sua opera perchè il pennarello blu gli moriva nella mano. E lui, sembrava morire con quel pennarello.
Non appena il pennarello esalava la sua linfa, l'ultima lacrima di colore, gli nasceva in viso un'espressione triste, e diventava irreparabilmente malinconico.
In quei casi non c'era modo di farlo alzare dalla sedia. Restava come inchiodato, con lo sguardo perso nel vuoto. Un vuoto che profumava di dolore.
Diventava pallido, cominciava a sudare freddo, entrava in uno stato di panico quieto. Sembrava una crisi d'astinenza.
Per sdrammatizzare, gli dicevo: "Giovà, lasciali bianchi quegli spazi che ti sono rimasti! Potrebbero essere le nuvole, no? Nel cielo ci sono pure le nuvole."
Lui si girava verso di me, con le lacrime agli occhi e diceva: "Quando c'è le nuvole, vuol dire che piove… qui non deve piovere! Non deve piovere mai, se no si bagnano i panni stesi e non si fa in tempo a ritirarli…"
Non avrebbe schiodato da quella sedia, per nessuna ragione al mondo: "Devo finire il cielo, devo finire il cielo, devo finire il cielo…" ripeteva come una specie di robot.
Era snervante, ma sapevo che non si trattava di un capriccio da bambini viziati.
Era una cosa vitale! Così, mi precipitavo a comprargli i pennarelli blu e, al mio ritorno, lo trovavo ancora lì. Immobile, in stand-by.
Solo così avrebbe potuto portare a termine il suo disegno, continuare a vivere.
Forse fu per questo che Giovanni imparò a fidarsi di me.
In un modo tutto suo, imparò a volermi bene.
Quando tornavo con i tre pennarelli nuovi in mano, lui aspettava che li poggiassi accanto alle sue mani lunghe. Si asciugava quei grossi lacrimoni, e tornava sereno.
Sereno come quel suo cielo, colorato di blu.
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Friday, December 28, 2007
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Dalle Norme di regolamento in un ospedale psichiatrico:
"Gli infermieri non devono tenere relazioni con le famiglie dei malati,
darne notizie, portar fuori senz'ordine lettere, oggetti, ambasciate, saluti:
né possono recare agli ammalati alcuna notizia dal di fuori,
né oggetti, né stampe, né scritti…"
Le lettere dei matti di San Girolamo, che furono scritte dal 1889 al 1974, vennero ritrovate solo nel 1981 da un gruppo di medici (Pellicanò, Raimondi, Agrimi, Lusetti e Gallevi) che allora lavorava nella struttura del San Girolamo. Fu anche pubblicato un libro dal titolo "Corrispondenza negata. Epistolario della Nave dei Folli" (Ed. Pacini).
Il libro non aveva avuto ristampe e trovarne una copia è stata davvero un'impresa difficile.
Erano Lettere! Lettere scritte dai Matti.
Lettere che forse non dovevano trovarsi lì, ma a "Destinazione".
Infatti, quando uno scrive una lettera, è perché vuole comunicare qualcosa a qualcuno.
Se la lettera non arriva a destinazione, la comunicazione è interrotta.
Queste lettere non sono mai state spedite, non sono mai arrivate a destinazione
Venivano prese e allegate alla cartella clinica dell'ammalato.
Sono state occultate, nascoste, dimenticate.
In una parola: queste lettere sono state censurate!
Gli autori delle lettere sono tutti morti.
Oggi, l'unico modo per giustizia a queste persone, che come tutti avevano bisogno di un contatto con gli altri, di comunicare con il mondo; l'unico modo per poter vendicare questo assurdo crimine all'epoca legalizzato dall'istituzione manicomiale, è restituire una voce alle loro parole, rendere vivi questi messaggi d'amore, di delirio, di assoluta lucidità, di speranza e disperazione.
p.s.: Un ringraziamento speciale alla Compagnia teatrale Gogmagog di Scandicci (Fi), che scrisse uno spettacolo bellissimo sull'argomento, dal titolo "Follia Morale".
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Wednesday, November 21, 2007
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di Pseudo (Simone 'Strummer' Cosimi)
Simone Cristicchi rappresenta al Teatro Parioli di Roma, "Centro di Igiene Mentale", il suo nuovo spettacolo. Il cantautore riprende la forma teatro-canzone di Gaber e Luporini per rappresentare il mondo dei manicomi italiani di fine anni '70. Legge lettere dei ricoverati accompagnandole con canzoni del suo repertorio. Riesce a farlo con umiltà e senza retorica. Simone Cosimi racconta.
Schivare attentamente la retorica. Perché sul tema – pur straziante – s'è già detto tanto. Non che aggiungere particolari al dramma di quei gulag della modernità che erano i manicomi sia proibito. Anzi. Solo che uno spettacolo in forma di teatro-canzone, secondo il finto-disimpegnato spirito anni '70 marchiato Gaber e Luporini, richiede un netto surplus di sensibilità ed attenzione per conquistarsi dignità artistica. Altrimenti, come amano dire i filosofi, non è. Simone Cristicchi ha pensato e messo in scena le sue idee con grande umiltà. Ha costruito uno spettacolo intenso, del tutto originale. E alla fine ha prodotto quel valore aggiunto che merita, con un lavoro messo in piedi a dispetto di ogni aspettativa. Anzitutto perché ha l'ingrediente essenziale per il teatro-canzone: la capacità del verseggiare leggero, che sfiora e sfrutta gli stratagemmi umoristici del contrasto e dell'ossimòro. Ma profondissimo. Sia nei pezzi che recupera dal disco d'esordio "Fabbricante di canzoni" ("Senza", "Angelo custode", "L'autistico" e altri). Sia nel guizzo geniale di far parlare le lettere dei ricoverati (meglio: confinati) del manicomio di San Girolamo, a Volterra. Ritrovate allegate alle loro cartelle cliniche. Parole vecchie, dei primi del '900. E parole più recenti, poco prima della legge Basaglia. Dentro: una realtà parallela che nessuno si è curato non tanto di considerare come alternativa, e non malata. Ma nemmeno di spedire ai legittimi – e spesso fantasiosi – destinatari. Proprio su questo snodo, grazie al lavoro eccellente di due attori, in particolare di Tommaso Taddei, lo spettacolo innesca una giravolta tragicomica dentro la quale, a turno, i protagonisti sono matti e sono medici e sono narratori onniscienti e sono cavie e sono vittime. Tutto, però, rivolto a mettere a fuoco l'aspetto che sembra stare più a cuore all'occhialuto cantautore romano: la creatività dei matti. E' stata quella, spesso, a legar loro mani, polsi e ad infilarli in una vita di forza: una fantasia quasi sempre straripante – e però occhiuta e chirurgica - soffocata dal conformismo, dalla paura, dall'ignoranza, da famiglie troppo attente a quel che avrebbero pensato vicini ed amici. Lettere che sembrano litografie di Escher: contorte, paradossali, stimolanti e martoriate da una censura che ha evitato divenissero pubbliche. In fondo è qui che Cristicchi vuole arrivare: la censura non è solo politica o ideologica. Ma anche medico-scientifica. E il manicomio, al pari del carcere e di altre strutture di micro-potere, fino al '78 ha partecipato appieno di quel sistema coercitivo di foucaultiana memoria. Che in un certo senso continua a censurare anche la nostra, di creatività. (30-10-2007)
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