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simone battig

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Last Updated: 9/30/2009

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Tuesday, December 08, 2009 
Wednesday, September 30, 2009 
E' on-line uno nuovo spazio web: www.samgha.wordpress.com

Venite a trovarci, parlate con noi di libri, guardate i nostri video, proponeteci le vostre idee.
S.B.
 

Saturday, September 19, 2009 
Invito tutti quelli che sono interessati a cercare il mio spazio su facebook all'indirizzo www.facebook.com/simonebattig perché nei prossimi mesi mi sarà comunque impossibile seguire attività qui su myspace e magari potrebbe capitare (come è già capitato..) che non risponda alle vostre email non per scortesia ma perché non sono più presente qui su myspace. E' inoltre in partenza un nuovo spazio web che sarà più facilmente segubile anche tramite facebook.
Grazie a tutti e per chi vuole ci si sente di là.
Sunday, November 02, 2008 
Metto a disposizione, per chi volesse leggere, un'anticipazione del mio nuovo romanzo. Queste pagine, che sono già state pubblicate nel numero 9 di aprile-maggio 2008 del trimestrale di arte e letteratura Ore piccole diretto da Gabriele Dadati e Stefano Fugazza, chiudono virtualmente la prima parte del libro e danno l'avvio al romanzo. Mi scuso per eventuali errori di formattazione del testo.




04.06.2005





ore 16.42





Scritto ritrovato n. 7



Inizio di un romanzo che s’intitola i giorni migliori ma non è quello che state per iniziare a leggere





E’ finito. Appena cominciato è già finito.


In un certo senso non è mai cominciato, come se non fosse mai esistito. Ma forse è cominciato quel giorno che, tirando per gioco mio fratello di tre anni sul letto, lui rimbalzò in maniera eccessiva e scomposta finendo spinto dal materasso a molle con la fronte spiaccicata sul muro della nostra camera.


Ma sicuramente non è così che è cominciato. Non può essere stato quello il momento, per tanti motivi che è inutile raccontare qui. Per dire, a pensarci, tutto questo potrebbe essere cominciato in un momento qualsiasi. E quando è cominciato sembrava che fosse per una spinta emotiva, per qualcosa che sentivi proprio di dover fare, che ne andava della tua vita dei tuoi sogni delle tue speranze e tutte quelle cose lì, che se non lo facevi anche se pensavi razionalmente che era addirittura controproducente farlo non te lo saresti mai perdonato, perché sentivi proprio che era tua quella scelta e, cascasse il mondo, non c’era alcun motivo al mondo per non farla. Salvo, anni dopo, quando si riguarda uno qualsiasi di quei momenti epocali, accorgersi che si, è vero che hai fatto quello che sentivi, ma c’era anche tutto un filo razionale composto dalla logica della vita che avresti voluto condurre che ti aveva portato a quel tipo di momento, che al momento tutta questa logica non ti sembrava che ci fosse ma nelle conseguenze, già presenti in una parte di te sotto forma di volontà e potenza, si è comunque rivelata senza esclusione di colpi.


- Ma quando è cominciato? - disse il suonatore di viola che conoscevo perché sostava sotto casa mia, ogni giorno ininterrottamente pioggia vento sole caldo freddo alluvione terremoto sciopero dei mezzi pubblici febbre raffreddore piede ingessato diarrea mal di schiena sinusite che fosse, da circa tre anni.


- Cosa? - chiesi io stupito vedendo arrivare il mio autobus


- Mi hai dato due euro - disse lui duro


- Ahh - sciorinai io senza capire.


- Perché mi dai due euro? Me ne hai sempre dato uno.


Non sapevo cosa dire, ma l’autobus si stava fermando proprio al posto giusto, al suo posto, dentro le linee gialle scolorite, e avrebbe presto spalancato le sue porte per me, offrendomi una incontrovertibile via di fuga.


Infatti guadagnai quei pochi secondi sorridendo, componendo con la faccia quell’espressione tipica che avevo in mente avendola vista simulare migliaia di volte da grandi e mediocri attori, quell’espressione che voleva esprimere, tra un sopracciglio curvato verso la terra e proteso al cielo nella sua convessità, un angolo della bocca, il sinistro per la precisione, guizzante e quasi ironico accompagnato da un impercettibile movimento del naso producente un risucchio minimale come dovuto ad un’allergia stagionale di cui non si è a conoscenza, il tutto incastonato da un abbaglio facciale dovuto ad una pelle splendida, la grande leggerezza esponenziale che mi aveva portato, con assoluta normalità mista ad indifferenza solidale quantificata sommariamente sulla base di un calcolo del doppio di quanto ogni giorno mi sentivo di dare al mio amico perché uno può anche stare benissimo sentirsi in una di quelle giornate dove tutto è perfetto e succederanno grandi cose come mai forse nella vita prima di allora ma a tutto c’è un limite, a sganciare due euro invece che il solito euro.


Saltai sull’autobus ormai sicuro e quindi dissi trionfante, mentre le porte cominciavano a chiudersi, - Ciao Pier!


L’autobus si chiuse e mi trascinò via, con il sorriso abominevole della vittima predestinata stampato sulla faccia. Una faccia da finestrino.


Forse era cominciato qualcosa, forse è stato quello il momento.


Anche se in realtà niente è mai cominciato per me, ora potrebbe darsi, riflettendoci dopo anni, che tutto sia invece cominciato su quell’autobus che non arrivò mai da nessuna parte.


In quel momento erano circa le undici di mattina secondo la mia interpretazione del sole, ma potevano essere le dieci e anche mezzogiorno poiché da quando era cambiata l’ora da legale a solare o viceversa non avevo ancora voluto rischiararmi la situazione, e il tram n. 8 che scendeva con il solito passo apparentemente lesso lisciava proprio in quel momento il semaforo dell’incrocio in cui stava transitando il mio autobus, slittava per un po’ sui suoi possenti vagoni, saltava allegramente fuori dalle rotaie e veniva a centrare nel didietro il mio autobus con un fragoroso botto che tutti noi, dentro, sentimmo ben prima che il tram ci colpisse sulla nuda realtà.


Mentre nella nuda realtà cadevo a rallentatore, scrutando ad occhi sbarrati le facce di tanti miei compagni di autobus che sembravano avere, almeno alcuni che letteralmente mi volavano davanti, più problemi di me con quel momento di cambio di gravità, ancora si strascicava in me il pensiero di aver cominciato da qualche mese a tenere delle note di giorni piuttosto puntuali, trascrivendo numero della nota mese giorno e ora in cui riportavo su carta quel che riportavo. Non sapevo bene perché lo facessi, anche perché non è che scrivessi cose particolarmente significative o, nel caso succedesse qualche evento straordinario, non è che automaticamente finisse sulle mie note di giorni.


Certo, mentre cadevo, fulmineamente collegai i pensieri e pensai “Questo ci finisce di sicuro”.



61



05.06.2005



ore 22.39



Ieri mattina il tram n. 8 mi ha speronato mentre andavo ad un colloquio di lavoro. Che sia un segno? E di che tipo? Le domande sono oziose, è vero, ma anche le risposte, se sono tram, non è che siano granché.



Ma alla fine, proprio sull’autobus, prima di cominciare a cadere, avevo dedotto che, essendo io più psicologo degli psicologi come ironicamente diceva Sara, quello delle note di giorni fosse un modo come un altro per cominciare una terapia evasiva che portasse indirettamente alla luce alcune meta-ambizioni personali trasfigurandole in considerazioni sfoghi cronografie ricordi e cose così, tali da non dover avere altra giustificazione se non emergere sulla carta come segni di una coscienza senza mire.


Era una cosa che funzionava esattamente come quando ripresi coscienza sull’autobus, dopo un urto che più che altro nel mio sentire fu un’onda sonora, e capii di averla persa, probabilmente per qualche secondo, solo perché l’avevo riavuta, questo cavolo di coscienza che andava e faceva come e quando le pareva. E fui contento di essere così lucido da non avere perso il filo dei miei pensieri.


Ma faticavo a respirare, me ne accorsi subito. E non c’era possibilità di andare a cercar aria. Ero schiacciato da un peso enorme, non sentivo né gambe né braccia e l’aria che succhiavo era densa come acqua calda, stagnante. Improvvisamente mi resi conto che i contenuti umani dell’autobus dovevano essere diventati una sorta di contenuto umano di massa unica benché multiforme, concentrata tutta in una parte dell’autobus. Non potevo dirlo con precisione, avendo braccia gambe teste e altro ancora infilate tutto attorno, ma avevo la sensazione di essere, naturalmente, proprio nel centro del mucchio di contenuti umani.


Poggiavo la faccia su un cespuglio di capelli biondi e ricci, intravedevo un nasino molto carino e un diamantino occhio chiuso tra un paio di braccia e, avrei detto, un piede nudo, anche se sul piede c’erano quattro dita che sembravano di una mano priva di pollice opposto. “Molto strano”, pensai.


Fu subito dopo che cominciò. No, non potrei dire con esattezza che fu proprio quello il momento in cui tutto cominciò, potrebbe essere stato un altro, forse la sera successiva quando ruppi semi-involontariamente un dente al ragazzo di Veronica con la mazza da minigolf, sfuggitami in avanti dopo un tiro troppo slanciato. No, lì, ammassato sull’autobus, cominciò solo una mia potente erezione.


Sul momento (no, non poteva essere nemmeno quello quello giusto), provando un’intensa forza che dava consistenza al mio corpo unicamente come grosso pene in movimento, mi prese il panico, tanto da provare a scuotermi con una certa violenza, ripensando a quelle cose che avevo letto sul fatto che quando impiccano qualcuno il cazzo diventa durissimo e l’erezione è da primato mondiale di erezioni. Nel panico però non riuscivo a ricordare se il fenomeno fosse dovuto allo strattone della corda, al soffocamento o alla circolazione del sangue che andava a concentrarsi proprio lì dopo un po’ che si era appesi. Mi convinsi all’istante che l’erezione era dovuta al soffocamento, io stavo soffocando schiacciato da altri steso in un autobus e la mia erezione era dovuta, per forza, alla mancanza d’aria. Rimasi perciò spiazzato dopo alcuni secondi perché, per dirla tutta, cominciavo a respirare meglio. Il mio cazzo però non aveva nessuna intenzione di desistere, anzi, minacciava ormai l’intero, seppur ristretto, circondario.


I miei scossoni per altro avevano preceduto tutta una serie di sommovimenti simili che producevano su tutto il mio corpo, ma in special modo sul mio organo genitale ormai enorme, un movimento sussultorio praticamente identico ad un atto sessuale. E infatti io penetravo, penetravo. Ma cosa stavo penetrando?


L’aria mi divenne gelida e, dopo una rapida ispezione sensoriale, mi parve chiaro che la testa riccia e bionda su cui ero poggiato corrispondeva, da qualche parte vicino al mio cazzo, a delle natiche sode su cui era appoggiato il mio pene. Peggio, la punta del mio pene, ne ero certo, aveva in qualche modo trovato le grandi labbra di una vulva e vi si strofinava con godimento pieno e saliente. Tutto l’intorno faceva su e giù, e gemeva.


Non fiatai. L’occhio chiuso della testa bionda rimaneva chiuso. I secondi passavano fulminei e penetranti, io mi vergognavo ogni secondo di più, il mio pene tirava dritto ed era entusiasta.


Il peso enorme dell’inizio stava diminuendo progressivamente ma a momenti si verificavano pressioni più marcate, di diversa direzione, che sembravano ancora più schiaccianti di quella omogenea che avevo subito percepito al risveglio della mia coscienza.


Ero dentro. Il mio cazzo era entrato con la punta, attraverso tutto, in quella vagina che immaginavo ormai bionda e riccia come la testa su cui poggiavo. Sarei venuto, avanti così e sarei venuto, presto.


Una fortuna fu che i gemiti delle persone, che evidentemente cominciavano a muoversi verso la posizione eretta, virarono decisamente da tenui sospiri e lamenti di natura equivoca a taglienti versi acuti, rauchi sbuffi e persino grida di vero dolore. C’era sicuramente qualcuno che si era fatto male. A quel pensiero cominciai a sentire dolore, ovunque, e l’erezione scemò, aiutata da nuovi spazi aerei sopra la mia schiena e il mio bacino.


Da quando mi ero scosso da dentro quel mucchio non potevano essere trascorsi che tre o quattro minuti, forse cinque, e ora si cominciava davvero a rivivere. Entrava luce ovunque, sfoglie di persone si alzavano sopra di me, le sentivo, e nonostante mi calpestassero ero contento di loro, che si rimettevano in piedi. Cominciavo a vedere i miei vicini scuotersi verso l’alto, fare forza sulle braccia, andare su e giù per provare a liberarsi e anch’io lo facevo, senza più erezione. Avevo idea che fossimo una mischia rugbistica crollata su se stessa e che, pronunciando frasi sportive irripetibili, ci stessimo lentamente alzando da quel lurido campo di gioco.


Sentivo urla dense, frasi basse e secche, un turbinio di respiri e affanni ed ero già in piedi quando qualcuno urlava “Spaccate il vetro!”, “Le barelle, le barelle!”, “C’è benzina?”, “Portate la sega a motore!”. Tutte voci stratosferiche e sorde che venivano da fuori, fuori dall’autobus.


A un certo momento ero abbastanza sicuro di essere in piedi ma non ci capivo molto. Di fronte a me, in un angolo del tetto, c’era la postazione dell’autista che, constatai meravigliato, non avrebbe dovuto essere lì. Automaticamente il mio sguardo scese e si poggiò sulla testa bionda e riccia da cui mi ero alzato, una voce di donna gridò, qualcosa mi toccò e vidi un pompiere salutarmi agitando una mano davanti ai miei occhi. Vidi Grisù che urlava “Sarò pompiere!”, barcollai, altra gente vestita di bianco spuntava dai sedili, qualche sedile era rosso come un cuore pulsante, qualcuno mi tenne un braccio, vidi un bambino saltare e strillare un poliziotto una vecchia con una maschera ad ossigeno un ragazzo a cui spruzzavano, su un braccio aperto da cui spuntava un osso, qualcosa che mi sembrava aria ghiacciata. Mi presero, dissi “Ah si, vengo” non so perché, e mentre giravo su me stesso inondato dal sole che entrava all’estremità di un tunnel lungo e carnoso, una voce dietro me disse “Questa ragazza è morta”.


Mi rivoltai ancora, sicuro, e feci appena in tempo a vedere, prima di essere risucchiato via, un ragazzo bianco scuotere la testa e un altro uomo appoggiare una coperta sopra i capelli ricci e biondi della ragazza che avevo avuto sotto.


Fui sedato, e forse fu quello il momento in cui tutto cominciò.

Monday, September 15, 2008 

David Foster Wallace si è impiccato a 46 anni, a casa sua. Scrittore, americano, da molti considerato uno dei maestri del postmoderno e punto di riferimento letterario grazie al suo romanzo Infinite Jest.

Non so cosa mi induca a scrivere di lui, se non il fatto che il suicidio è sempre un atto imperscrutabile.

Ho letto due suoi libri, ma non Infinite Jest, e a questo punto non credo che correrò a leggerlo come molti faranno solo perché è morto. Mi sembrerebbe una grave mancanza di rispetto verso l'autore. Non ho letto Infinite Jest quando uscì perché semplicemente non mi interessava. Sfogliandolo non mi è sembrato che potesse aggiungere qualcosa alle mie letture e più in generale, per me, l'ultimo punto di riferimento della letteratura americana era un altro, tutto il resto era già retroguardia in un paese che culturalmente non ha altro da dirci, per il momento. I due libri di Wallace che lessi, prima e dopo Infinite Jest per motivi diversi, confermavano le mie impressioni e non lasciarono segni particolari.

Con Wallace (e con l'arzillo John Barth, altro maestro fondatore), per sentito dire, condividevo forse solo l'idea di non sapere assolutamente cosa significasse postmoderno, definizione sterile che dovrebbe indicare libri che affrontano in maniera ampia, frammentaria, documentata e divagante lo scibile umano, con uno stile discorsivo e al contempo puntuale, quasi ossessivo. O non so che altro, e non mi interessa saperlo.

La cosa che stamane mi sono chiesto riguardo questo suicidio è stata abbastanza banale. Immediatamente, sapendo che Wallace era stato giocatore di tennis e amava questo sport tanto da scriverne una saggio paradigmatico, mi sono chiesto se, essendosi impiccato in un paese dove di solito tutti si sparano in faccia ogni giorno con più semplicità, mi sono chiesto appunto se per caso si fosse impiccato ad una corda perché era la corda di una racchetta da tennis. Ovviamente poi ho pensato che l'operazione sarebbe stata complessa, e le corde avrebbero dovuto essere più d'una. Ma ho anche pensato che uno come lui avrebbe potuto farlo con tutta tranquillità. Poi mi è subentrata solo una grande tristezza e non ho più pensato alla storia della corda.

Ho rivisto la sua faccia quasi sempre sorridente sorridermi dalle varie foto sui giornali viste negli anni, sempre con una bandana in testa, tranne nella foto del giornale di oggi. Potevano lasciargli la sua bandana nella foto di oggi. O la bandana non è indicata per la foto di uno che si è impiccato?

Insomma, forse sono un po' pensieroso solo perché, essendo io abbastanza giovane, è il primo scrittore che mi si uccide nella vita, o perlomeno il primo di cui io abbia una reale percezione. Forse solo il più famoso.

In realtà, anche se non ho voglia di scriverlo qui, ho la presunzione di sapere bene perché David Foster Wallace si è suicidato, e questo mi fa provare per lui un rispetto quasi smisurato senza impedirmi di provare dolore per la morte di un uomo, di provare dolore anche per chi gli era accanto e lo amava e gli voleva bene. Di provare dolore comunque, quasi fosse uno che conoscevo.

Quindi, vi prego, aspettate almeno che il dolore per una morte si dissolva nel tempo prima di correre a comprare i suoi libri e leggere il racconto La morte non è la fine. Rispettate l'uomo che è morto. I suoi libri resteranno vivi e avrete tutto il tempo di leggerli negli anni.

David Foster Wallace è morto, si è impiccato ad una corda.

Riposi in pace.

Saturday, September 13, 2008 

Lettera agli amici sulla Bellezza è il titolo di un libro di Davide Bregola appena pubblicato.
Ho inviato a Davide Bregola una lettera che qui pubblico integralmente come lettera aperta. Lo faccio perché il tema della Bellezza è un tema fondante dell'Arte, ma è anche un'essenza fondante della Vita. A cui tutti dovremmo guardare con attenzione, e dedicare del tempo.
Nel libro vi è, mi pare, un invito esplicito a farsi contagiare dalla Bellezza, a divenire Bellezza. C'è insomma una chiamata in causa a cui non posso sottrarmi, per evidenti difetti di carattere.
Ecco perchè mi preme precisare qualche cosa che per me, riguardo la Bellezza, è importante e dovrebbe essere parte integrante di qualsiasi parola vada a cercare di dare forma e sostanza alla Bellezza.
Ecco perché ho scritto:

Caro Davide,....

ho letto ieri sera la tua Lettera. Sulla Bellezza. E, come richiesto, un mio commento te lo fornisco volentieri.....

Vorrei chiarire subito che il mio non è un giudizio di merito, che se dovessi esprimere un tale giudizio così poco interessante dovrei dire che, per me, il tuo libro non è giudicabile.....

Ho letto con piacere questa tua Lettera, che ha ben  poco della lettera, e l'ho trovata un'interessante apertura, un buono schizzo preparatorio per il tuo Libro sulla Bellezza che spero scriverai continuando a percorrere questa strada. Mi auguro che tu prenda questa mia affermazione non come una critica a quello che hai fatto ma come un incoraggiamento a continuare osando molto, ma molto di più.....

Della Bellezza di cui scrivi condivido l'essenza della ricerca, che del resto si appoggia su Platone negli stessi punti per cui io lo apprezzo, condivido la semplicità della prossimità ai fenomeni e la naturalezza dello sguardo. Ma, da questo inizio non nuovo, rimaniamo ancora in superficie: stiamo pur sempre parlando della Bellezza che anch'io trovo, incantandomi, negli occhi dei miei gatti fissandoli appena per pochi istanti.....

Tu mi parli di sole, foglie, terra. Lucidalabbra. E io ti dico si, è come uscire dal mio balcone e guardare la luce della luna che si stende sul mare del golfo. Ti assicuro che basta meno di mezza Luna per stordire l'essere di chiunque si affacci al mio balcone, facendolo pattinare senza corpo su di un mare argenteo che si stende fino alla fine del mondo.....

Ma io aspettavo che mi segnassi più strade sotto i piedi. La cosa che mi delude finora (e questa si è una critica) è che sei andato avanti e hai concluso questo primo passo come se avessi voluto guardare la Bellezza con la nuca. Ora, mi aspetto il resto.....

Ti rivolgi agli amici, agli uomini, li esorti a cercare la Bellezza. Ma non ci sono uomini in quello che hai scritto (spero che tu non voglia considerare le citazioni varie 'uomini'), non c'è la loro bellezza in questo tuo inizio. Dov'è la Bellezza degli uomini? Nidi, uccelli, alberi, acqua, fiori, contengono e mostrano bellezza continuamente, si, basta fermarsi a guardare. E gli uomini? Di questa Bellezza non ne parli, e sembra tu non sia in grado di accennarla almeno. Io speravo di sentirti scrivere della Bellezza della Stazione Termini e dell'africano senegalese completamente rovinato da chissà cosa e dalla vita, con gli occhi che ballano e divergono tra loro in posizioni impossibili, che comunque, te l'assicuro, riescono a mostrare Bellezza, anche se io non capisco come.....

Mi aspettavo macchine, computer, tombini, comizi politici, Shuttle, sport, asfalto, netturbini, binari, case popolari, piazze, studi medici, supermercati, stadi… mi aspettavo tutto. Non mi posso accontentare di un centinaio di pagine (facciamo 70…) di acqua, terra, fuoco e aria. Mi aspetto che, se mi si parla di Bellezza, si vada fino in fondo e si mostri come sopra così sotto. Senza paura.....

....

Ci sono modi e mondi di Bellezza di cui è assolutamente necessario scrivere ancora (e ti invido se lo farai visto che la mia strada mi porta altrove). C'è da abbattere la distinzione della parola naturale che , come saprai, la scienza ha già abbattuto da parecchio mentre l'arte, a mio avviso, ancora ci gioca attorno, senza aver ben capito l'importanza dell'uninaturalità che la scienza ha trovato.....

C'è da riconciliare la visone filosofica occidentale e orientale. Ad esempio tu scrivi della Bellezza offrendo cose vive o che simboleggiano la vita come gli animali, i semi, i fiori, il sole e nel momento in cui ne nomini la lettera non ti puoi sottrarre al processo che rende quelle idee morte al solo nominarle, mentre a oriente la capacità speculativa enorme sta proprio nel dare un nome mutevole alle cose 'morte' per vivificarle di continuo. Entrambe le visioni sono necessarie, ma sarebbe bello provare a riconciliarle in un unico atto speculativo e narrativo. O perlomeno provarci. Sicuramente la Bellezza è l'architrave giusto per tentare.....

E tanto altro c'è sulla Bellezza. Spero che tu riesca a dirlo meglio di me, e mi auguro quindi di poterti riscrivere, un giorno, a proposito del tuo Libro sulla Bellezza.....

....

Tuo....

Simone....


 

Thursday, July 31, 2008 

Prima che ci tolgano la possibilità di intentare causa al datore di lavoro e ci mettano i militari alle costole mentre passeggiamo ho voglia di farmi un elenco di alcune cose che ci sono nel nuovo romanzo prima che magari finisca bruciato in piazza, mi facciano un lavaggio del cervello e io mi dimentichi quali cose c'erano dentro. Sembra di stare in Argentina a fine anni settanta in questo paese che è l'Italia del 2008, la gente ha paura, ma delle cose sbagliate. O meglio, cercano di dirottare la paura verso qualcosa che viene da fuori quando dovremmo avere molta paura di quello che succede a casa nostra, che sta diventando un regime silenzioso e potente, ovunque.

Allora uno scrittore scrive.
E nel suo libro  mette il suo paese di oggi, la sua città di oggi, i suoi pensieri mentre guarda la gente, alcuni scritti che ritrova, un bambino che si fa in due e potrebbe essere molti, una storia d'amore che non è finita e le donne che ha amato, gli amici scomparsi, la famiglia, quella che ha scelto e quella da cui proviene, tutte le famiglie, il lavoro che non c'è o appare e scompare, i telefonini, le case, i concerti, le lettere, tutti i mali del mondo in una notte, una teoria sulla logica del pensiero umano, l'idea di una striscia a fumetti, 43 strisce a fumetti realizzate per dare forma a questa idea, un minutario, un romanzo che comincia a pagina 90, un romanzo che non c'è, un libro che potrebbe anche essere solo alla fine, Il Romo Ragno, i Sigur Ros, quello che manca, qualche dialogo che ancora risuona, due nomi per ogni protagonista tranne che per la voce narrante, un attesa che sembra infinita, un cestello di lavatrice, alcune considerazioni sarcastiche sugli scrittori del nostro paese, alcune considerazioni sarcastiche sul protagonista, alcune teorie su se stesso che scrive e come deve essere chiamato questo se stesso che scrive, una datazione precisa degli eventi che porta verso. Una narrazione scorrevole, pulita, illuminata bene.
E la fine, come sempre.

Saturday, July 26, 2008 

Ai primi di settembre uscirà per la casa editrice Fandango, in collaborazione con la collana Holden maps, un libro a cura di Matteo B.Bianchi che s'intitola Dizionario affettivo della lingua italiana.

In breve l'idea di Matteo è stata quella di chiedere a vari scrittori italiani (nel dizionario che consta di 160 pagine e costa 8 euro ne troverete più di 300...) di dare una definizione da dizionario della loro parola più importante, a cui sono "affettivamente" più legati. Da qui questo libro consultabile come un dizionario ma potenzialmente assai più variegato, e per certi versi interessante come panoramica di ciò che gira per la testa degli italiani oggi.

Nel dizionario troverete anche la mia parola, il lemma che ho scelto e  a cui sono profondamente legato senza ben sapere perché. Ho partecipato a questa cosa, contrariamente alle mie abitudini rispetto a progetti seppur lontanamente legati a realtà di scuole di scrittura o similari, per tre motivi:

1. Io la mia parola preferita ce l'ho da sempre, e ci penso spesso. Non potevo sottrarmi a questo confronto.

2. Non ho preso un euro per fare questa cosa, quindi sono tranquillo rispetto alla mia coscienza critica.

3. Le mie critiche a ciò che la Holden promulga e diffonde da più di un decennio rimangono immutate, i danni che la Holden e le altre mille scuole di scrittura o festival o modi di intendere in maniera indisutriale la scrittura hanno provocato alla letteratutra italiana sono forse ormai irrecuperabili, basti pensare al corso, sempre a firma Holden, che vende Repubblica in allegato: "Saper Scrivere"..puah...
Rimane il fatto che oggi come oggi è ben dura fare qualcosa in cui non c'entri la Holden....ma a parte gli scherzi... criticare un'idea che qualcuno porta avanti non vuol dire non dover distinguere tra ciò che può essere giusto o sbagliato secondo la "nostra" idea di scrittura e, rarissimamente, non è detto che le cose che si hanno in testa non coincidano. Posso criticare tutto del lavoro e delle idee di Baricco, dai libri, al concetto di scrittura che ha, allle boutade che commercialmente porta avanti, alla sua invenzione, appunto, della Holden. Ma conosco alla Holden persone che lavorano benissimo, fanno molto bene il loro mestiere e, seppure hanno idee diverse da me sulla scrittura, sono comunque, a loro modo, appassionati di libri e quindi persone a me vicine.
Sempre per sorridere potete comunque informarvi su che fine ha fatto Salinger dopo aver scritto Il giovane Holden (da cui il nome della scuola). Il protagonista del libro ad un certo punto dice che vorrebbe stringere la mano al suo scrittore preferito, ascoltarlo parlare, telefonargli tutte le volte che può etc etc....e da qui Holden è diventato una specie di sinonimo di avventura alla ricerca dello scrittore della porta accanto. Bene...e Salinger, che ne pensa di questa cosa, o meglio, cosa ha sempre veramente fatto?

Detto questo sono anch'io curioso di leggere le varie parole che 300 scrittori o pseudo tali hanno potuto mettere insieme, credo che sarà una lettura interessante. Ma se leggerò qualcosa di bello non farò telefonate in giro.
A settembre dunque.

Thursday, May 29, 2008 

AD UN PUNTO CRITICO PER I CRITICI (e per tutti…)

 

 

Dopo aver evitato di commentare il lacunoso saggio New Italian Epic di Wu Ming, sia perché mi trovo d'accordo con quanto argomentato in risposta da Marco Lodoli, sia perché sarebbe come voler commentare un genetista cinese che un mattino si alzasse e dicesse "Ho notato che il mio alluce destro tende a sinistra quando cammino, e siccome l'ho notato anche nei miei amici credo che noi, per i percorsi e le caratteristiche comuni che ci legano, e anche per la nostra solida amicizia, possiamo considerarci gli iniziatori di una nuova evoluzione di ampio respiro che coinvolgerà tutta la nazione", invito tutti a godersi questa intervista ai critici letterari del giornale "La Stampa" e del giornale "Il Mattino", Sergio Pent e  Giuseppe Lupo. L'intervista la trovate qui: www.booksweb.tv , nella sezione BooksTorino nella sottosezione I mestieri del Libro- critici letterari.

Con la poco ammirevole "sincerità dell'esperto", rispondendo a domande sul loro metodo di lavoro, dopo aver glissato su come si arriva a fare il critico letterario per un grande giornale, Pent e Lupo certificano quello che vado sottolineando da anni e quello che tutti sanno ma vogliono continuare a ritenere normale se non persino giusto: la critica letteraria così condotta non solo è inutile ma è nociva per lo sviluppo di nuove e interessanti generazioni di lettori e scrittori. Lo è, secondo le loro stesse parole, perché condotta in maniera assolutamente parziale (nei molteplici significati di questa parola) e lo è perché, asservita ad una logica che si concentra non sui libri ma sulle varie personalità coinvolte nell'intento di far leggere un libro ai lettori, tradisce la sua stessa natura e i suoi scopi.

Pent e Lupo, come critici, sostengono, in ordine sparso, cose come queste:

1. Prima di tutto, si leggono i libri degli amici (Lupo)
2. Se il libro di un amico non è bello io critico non ne parlo, o se sono costretto a parlarne ne parlo solo bene cercando di evidenziarne i pregi facendo una recensione diplomatica (?)

3. Dopo gli amici vengono le "segnalazioni". Di chi non lo dicono, si può ben immaginare sempre di "amici" o di "superiori".

4. Con le segnalazioni o dopo di esse arrivano i libri "di cui sono costretto ad occuparmi". Costretto da chi? L'ipotesi è che le forze in campo siano talmente varie che non lo sanno neanche loro, comunque possiamo ipotizzare sintetizzando: costretto per convenienza personale e/o lavorativa ad occuparmene. Rimane il fatto che, in generale, una critica "costretta" sarà sempre una critica ristretta e scarsamente interessante e proficua.

5. Dopo tutte queste priorità almeno Lupo arriva a dire che si (sia ringraziato il cielo!), "Ho uno spazio di libertà per scegliere i libri". Malauguratamente quei libri però sono già sul tavolo di casa sua. Pent e Lupo, non nominandolo mai, sono completamente estranei al concetto di andare in libreria e scegliere un libro per leggerlo(del resto con tutti questi "aiuti" con cui amorevolmente vengono assistiti come se fossero incapaci di intendere e volere dubito che sarebbero capaci di orientarsi nelle odierne librerie…). Non fa parte del loro metodo andare in libreria a scegliersi i libri, loro ce li hanno già a casa i libri (ne vengono sommersi….testuale), pre-selezionati e gratis. Ma vogliono assolutamente continuare a spiegare ai lettori cosa dovrebbero cercare in libreria, leggere e addirittura comprare, nonostante appaia evidente che loro stessi non hanno la più pallida idea di perché scelgano un libro piuttosto che un altro e non si sognino nemmeno lontanamente di acquistarli.

6. I libri sono talmente tanti che a volte cose buone passano sotto silenzio (peccato poi che sostengano anche che le cose brutte non le recensiscono per non stroncarle, ovviamente tranne gli amici che vanno sempre avanti bene lo stesso. E allora uno si chiede: come può il lettore capire dai loro silenzi se quel libro non è piaciuto loro o non hanno avuto il tempo materiale per recensirlo seppure era un bel libro? Qual è la discriminante.?)

7. Il sunto è: siamo impiegati al servizio del libro (leggi: degli editori, e io che pensavo che fossero al servizio dei lettori….) dobbiamo fare cose che dobbiamo fare senza mettere in funzione la nostra capacità critica a monte, nelle scelte primarie dei libri (ripetono il verbo "dovere" almeno una dozzina di volte in vari contesti senza motivare questo loro dovere).

Pent e Lupo fanno varie altre affermazioni che vale la pena sentire, se non altro per rendersi conto dell'assoluta noncuranza con cui ormai in Italia si perpetrano i comportamenti più assurdi. Ricordo che stiamo parlando di critici affermati di grandi giornali nazionali, figuratevi le costrizioni a cui vengono sottoposti gli altri e il grado di obbedienza e dedizione che devono dimostrare per poter continuare a fare i critici!

Entrambi sono naturalmente anche scrittori, e pur avendo il privilegio di poter vedere la critica letteraria da entrambi i punti di vista sono giulivi nel continuare in tale modo la loro opera in entrambe le posizioni. L'idea che un critico e ancor di più uno scrittore forse dovrebbero comportarsi diversamente non li sfiora neppure. Del resto entrambi godono dell'amicizia del Pent-critico e del Lupo-critico, quindi secondo il loro brillante metodo tutto torna…

Prego ognuno di voi di ascoltare attentamente quello che Pent e Lupo dicono, e come lo dicono. La mia non è un'accusa a loro in particolare, dato che per la mia più che decennale e personale esperienza essi rappresentano il pensiero del 95% dei critici letterari e "operatori culturali" vari. Questa è la solita notifica che faccio anche a me stesso per dire che tutti noi abbiamo il dovere di cambiare questo stato di cose.

In questi ultimi due anni mi sono astenuto da segnalazioni così plateali per evitare di incorrere nell'accusa di ricerca di pubblicità, avendo due libri in libreria. Accusa ridicola visto il massacro a cui ogni volta mi espongo (rif. http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/05/messaggio_grett.html oppure i miei appunti a Saviano per Gomorra). Cercassi pubblicità farei quello che fanno tutti: andrei alle fiere, farei incontri con l'Autore, presentazioni, interviste….ho comunque continuato in privato a ripetere le stesse cose.

Colgo l'occasione per ribadire che, dopo quindici anni dall'esplosione del fenomeno incontri con l'Autore, fiere, reading, per non parlare dei corsi di scrittura creativa.. etc etc…, è evidente e certificato dalle statistiche ufficiali che questi "giochini narcisistici" non servono a promuovere i libri. In Italia ci sono sempre meno lettori e sempre più scrittori, grazie a questo tipo di promozione del libro. Provate a seguire la logica coatta di Pent e Lupo, e vi apparirà chiaro il perché. In questi eventi non si cercano i libri ma gli autori, una sostanziale differenza che tutti quelli coinvolti nel mondo dell'editoria hanno fomentato senza rendersi conto che così facendo non aprivano nuovi spazi commerciali ai libri, ma li chiudevano. Un vero suicidio anche per gli adoratori del marketing. Non voglio rubare tempo spiegando perché sia così, ci può arrivare facilmente chiunque usando la testa per ragionare. Se poi non si vuole usarla, allora buttiamola, questa testa, che è inutile.

Ultima cosa. Qui parlo da lettore, prima di tutto. Un lettore molto stanco, a cui stanno rubando una delle sue più grandi passioni. Avendo il privilegio di poter osservare la situazione da due punti di vista sento anche il dovere di dire quello che penso a più persone possibili, comportandomi di conseguenza. Ma sono anche piuttosto stufo di sentire la mia voce e non ho la vocazione al martirio. Spero che prima o poi persone più autorevoli di me intervengano per dire: adesso basta, i libri vanno resi liberi da questo sistema soffocante, anche solo per il fatto che è un sistema ingiusto e vergognoso per tramandare ai nostri figli la conoscenza.

La crisi della nostra società ha le stesse motivazioni psicologiche a tutti i livelli, ma che la cultura non trovi il coraggio di reagire è il sintomo peggiore di tutti. Non basta più dire "E' così, lo sanno tutti", e nessuno rimpiange tempi andati, qui è il momento di mettere in gioco quello che siamo e quello che vogliamo diventare, perché siamo un popolo culturalmente travolto. Ogni giorno di più.

Se siamo già morti ora o se possiamo ancora pensare liberi con le nostre teste e non con le nostre paure, questa è la scelta.

Ho deciso di scrivere questo articolo proprio perché sono d'accordo con Pent quando dice: "Se non si dialoga, in positivo o in negativo, allora la critica non ha senso". E dato che viviamo tempi di pensiero unico dominante continuo a pensare che sia giusto opporre le mie idee a quelle di Pent e Lupo.

La speranza mia è di non sentire più interviste culturalmente agghiaccianti come questa di Pent e Lupo, critici-scrittori, due a caso fra tutti, e magari mi auguro che anche loro, rivedendosi, si rendano meglio conto di quello che vanno dicendo.

Simone Battig

Monday, May 05, 2008 

E' in uscita questa settimana il numero 9 (aprile-giugno 2008) della rivista trimestrale di arte e letteratura ORE PICCOLE curata da Gabriele Dadati e Stefano Fugazza. Il sito dove potrete consultare l'indice del nuovo numero appena lo metteranno è www.orepiccole.org . Nella rivista sarà presente un'anticipazione del mio nuovo romanzo intitolato I GIORNI MIGLIORI. Essendo la struttura del romanzo piuttosto articolata  nella rivista troverete due racconti  che fanno parte del corpus del romanzo ma possono essere tranquillamente letti come racconti autoconclusivi.

Questo il comunicato dell'uscita della rivista e i posti in cui la potete trovare.
So long

E' pronto da questa settimana il nuovo numero di Ore piccole, il numero 9: prenderà la volta degli abbonati a inizio settimana prossima, andrà nelle librerie, sarà possibile chiederlo a ediQ (www.ediq.eu), che è il nostro distributore, e si troverà man mano nelle fiere e nelle presentazioni. Il primo appuntamento è a Torino, al Lingotto, dall'8 al 12, dove saremo ospiti di Paolo Pedrazzi di Eumeswil, da qualche parte nell'Incubatore (che è proprio all'inizio, nel settore A del primo padiglione).