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MALECORDE



Last Updated: 9/24/2009

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Sunday, December 02, 2007 
by www.diasporaclubentella.blog.tiscali.it

Musica, bella parola, che "trasmette" al nostro immaginario sensazioni ed emozioni piacevoli, ma non basta dire musica perché musica sia. Nel caso del gruppo "Le Malecorde" si può parlare senza ombra di smentita di "buona musica!". Le Malecorde nascono nel settembre 1999 come trio acustico dedito alla canzone d'autore e a brani originali. Intorno a Giovanni Battaglino, il fondatore, si avvicendano vari musicisti, la formazione si amplia così come il repertorio. Nel maggio 2001 si arriva alla formazione attuale e alla decisione di concentrarsi sul repertorio di Fabrizio De André senza abbandonare le proprie canzoni, nel settembre 2003 si autoproducono un CD, il primo dall'inizio della loro attività, dal titolo "Senza trama", un giusto mix di canzoni proprie e canzoni del repertorio del cantautore genovese. Seguono innumerevoli spettacoli, concerti
e progetti, non mancano i riconoscimenti, infatti risultano vincitori nella sezione "Tribute Band" del Groovin' Awards 2004 organizzato dal portale www.groovin.it. Nel 2005 la compagnia teatrale Assemblea Teatro lavora con le Malecorde ad uno spettacolo intitolato "Il Vangelo secondo De André" che viene rappresentato in diversi teatri. In concomitanza viene realizzata la colonna sonora del DVD "La guerra a casa e al fronte". A marzo la band apre il concerto di Enrico Rava ed Andrea Pozza alla Festa della Musica di Alassio e
successivamente suona alla prima delle presentazioni del libro "Fabrizio De André - Una musica per i dannati" edizioni BMG Ricordi insieme all'autore Giorgio Olmeti. Nella primavera del 2006 il gruppo pubblica per la Neos edizioni un cd con sei canti partigiani abbinato al libro-canzoniere "Scarpe rotte eppur bisogna agir" di Paolo Macagno.
Contemporaneamente inizia la lavorazione di un nuovo spettacolo con Assemblea Teatro scritto da Laura Pariani e interpretato dagli attori Bob Marchese, Angelo Scarfiotti e Marco Pejrolo dal titolo "La guerra di Piero". Il gruppo entra a far parte degli artisti dell'agenzia "Suoni d'autore", la passione per il tema dei partigiani porta anche alla realizzazione de "La guerra a casa e al fronte", un documentario sulla Resistenza nella pianura pinerolese.
Tra le diverse compilation in cui le Malecorde sono inserite ricordiamo: "Interferenze 2005", "Resistenza Elettrica", "Viandanti di musica/Musica per viandanti" e l'ultima "Molecole di musica" uscita a dicembre 2005 e distribuita dall'etichetta torinese La Locomotiva. A Giovanni Battaglino, leader e fondatore del gruppo, abbiamo chiesto quali sono i progetti futuri: Sono molti, potrei partire dallo spettacolo tratto dal libro della scrittrice Laura Pariani "Dio non ama i bambini" ed. Einaudi, una storia atipica su un serial killer di bambini ambientata in argentina ai primi del '900 tra gli emigrati italiani, l'autrice legge alcune parti alle quali noi leghiamo delle canzoni come Mamma mia dammi cento lire, Italiani d'argentina di Fossati, Cecilia un canto tradizionale in piemontese, La violeta
un tango argentino con per ritornello la celebre canzone piemontese La violeta, E semm parti di Van de Sfroos e un canto anarchico che varia di volta in volta. Lo spettacolo è stato presentato in alcune biblioteche, è prevista anche la partecipazione di bambini che leggono delle parti e noi suoniamo delle filastrocche in piemontese. Sta per uscire il nostro nuovo disco, stiamo cercando un'etichetta (ma ci vorrebbe più tempo ed energia), finiremo anche nella prossima compilation "Mille papaveri rossi" con un pezzo di De André e nella compilation di "Voci per la libertà - una canzone per Amnesty" seguente alla vittoria al concorso di quest'estate con le canzoni Svegliarmi con te e I sogni di Martino.

Dove vi siete esibiti recentemente e dove prossimamente?
Lo scorso 14 novembre abbiamo presentato Scarpe rotte eppur bisogna agir a Caprie, in provincia di Torino, davanti a 200 bambini, un'iniziativa con mostra di pannelli sulla Resistenza voluta dal comitato Colle del Lys a seguito di scritte nazi – fasciste apparse in paese. L'11 novembre ci siamo esibiti alla Festa del Libro di Orbassano, con uno spettacolo tutto dedicato a Fabrizio De Andrè.
Appuntamento speciale all'Università di Torino il 6 dicembre, a Palazzo Nuovo in Aula Magna con la professoressa Daniela Fargione, presenteremo una lezione concerto intitolata In direzione ostinata e contraria, essa riguarderà la relazione tra Edgar Lee Master e la traduzione messa in musica dell'antologia di Spoon River attuata da De André, suoneremo brani dal quel disco come La collina, Un blasfemo, Il suonatore Jones, Un matto, Un giudice e brani tratti dal nostro repertorio. Il 7 dicembre saremo in Liguria, esattamente a Cervo con "Il villaggio che ride" per la rassegna Autunnonero. Il titolo è preso dalla canzone di De Andrè Un matto, prepareremo un percorso incentrato su paure, alienazioni, follia, derisione e crimini se così posso riassumere tra le nostre canzoni, quelle tradizionali e quelle di De Andrè. Per chiudere, il 9 dicembre saremo a Cavallermaggiore dove suoneremo ancora De André, con Giorgio Olmoti e il suo libro FDA -Una musica per i dannati.

Ci descrivi brevemente il tuo gruppo?
Il suono è prettamente acustico con particolare attenzione agli arrangiamenti vocali (anche quattro voci) e si caratterizza per l'uso del violino come strumento solista. Gli elementi della formazione provengono dalle esperienze musicali più diverse, dal gospel fino alla lirica passando dal jazz dal folk e dalla classica.

Chiudiamo con una curiosità, da dove deriva il nome del vostro gruppo?
E' un nome scaramantico, perché sapevo che venivano dati nomi tipo "Disastro" oppure "Naufragio" a navi che andavano a svolgere imprese rischiose, così anche noi abbiamo scelto un nome propiziatorio.

Sunday, January 01, 2006 

( a mio padre, prima che sia tardi )

  Volano, attorno al 1945.

Un puntino d'inchiostro sulla cartina della Bassa Ferrarese: acqua stagna per zanzare, pidocchi e un preciso odore di polenta sul calare della sera.

La questione era sfamarsi il più spesso possibile. Sé e la famiglia. Dare sollievo all'oppressione, alla smania di masticare qualcosa di buono e sostanzioso da accostare alla spossatezza. Stanchezza comune, da zappa ruvida per un padrone che paga polenta, condita da calli alle mani e fiato corto. Il lavoro c'era più che altro per i preti che, tra seppellire e battezzare, tempo avanzavano ancora per tirare su quel partito, con lo scudo crociato che, chissà perché, a Teresa metteva affanno.

Sicché bisognava inventarsi il giorno e la notte per campare i cinque bambini che uno dopo l'altro, puntuali come promesse, erano venuti al mondo grazie all'idiozia cui il marito era caduto frequentando i fasci di Ferrara.

Dall'orto c'era poco da sperare, mettere giù qualche patata istigava alla tentazione i vicini e, anche se il figlio maggiore si tormentava per andar di fiocina a Comacchio, il riempire la pancia, restava questione seria.

Le prospettive si rasserenarono, o più esattamente Teresa si accese  di strane speranze, il giorno in cui il prete la convocò alla chiesa.

Capitava a volte che il sacerdote la chiamasse a servizio, poiché tra le donne del paese, lo sapevano tutti che la Teresa del curvone, era la più abile. Quella che con un po' d'ortiche e due uova, impastava certe tagliatelle da far resuscitare i morti!

Anche per le galline c'era poco da sguazzare. Le superstiti, si accennava, erano tenute con coscienza dal prelato, sicché Teresa si figurava di vedersi consegnare qualche uova.

Solo qualche giorno addietro aveva partecipato con le altre donne, alla distribuzione dei vestiti e delle coperte, quindi, avendo risolto la questione di vestire gli ignudi,  don Eugenio la chiamava sicuramente per degli alimenti! Infatti ricevette dal sacerdote, una coppia di piccioni vivi. Le consegnò le bestie, sporgendole per le zampe legate da uno spago sporco e spelacchiato, ridendo del disgusto che le vide esteso sul volto.

Teresa nonostante la pelle d'oca, si fece forza e strinse con vigore il singolare dono.

Il prete, spiegò che un certo numero di quelle bestie le aveva ricevute da un tizio dell'esercito inglese che le usava come porta messaggi e ora, tutto quello che si sentiva di fare, era dividerle tra le pecorelle del suo gregge. Teresa incassò l'elargizione senza battere ciglio. Pareva avesse trattato tutta la vita coi piccioni, e la repulsione di tenerne le zampe, non la si notò.

Anche la Rosina del boschetto ricevette lo stesso regalo.

Teresa se n'accorse scorgendola per strada.

Quella avanzava prudente, trascinando il sacco dal quale non si separava mai nel suo andare in giro a riempirlo, soffrendo pure lei, la causa del tirare avanti.

Teresa rimase sola a camminare sullo stradone che tagliava in due il paese: da un lato le case disuguali sembravano denti avanzati nella bocca di un vecchio. Dall'altra acqua, canne da saggina, zanzare. Teneva in mano, discostate dal corpo, la coppia di piccioni e neppure per un secondo pensò di spennare per realizzarne brodo.

Sfruttare le bestie conveniva!

Un brodo subito, avrebbe reso intollerabile la fame il giorno dopo.

Questi pensieri le fecero allentare la presa ed il piccione più vivace riuscì a scappare, pur volando rigidamente, inseguito da una Teresa saltellante e urlante.

Il piccione, sgranchitosi, prende la direzione opposta a casa, si dirige dalla parte di Volano dove domicilia quella poco di buono della Rosina!

Una… una p. la Rosina, piena di figli. Risultato di un marito alla macchia, e, dicevano in paese, del generoso contributo dei soldati che le avevano scaldato il letto e leso i polmoni con le sigarette, sicché non durava senza fumare, la Rosina.

Di Teresa nessuno poteva raccontare male!

Non aveva mai dato confidenza a nessuno lei! Incurante delle assenze del marito, sempre pronto a seguire le asinerie espansionistiche del maestro romagnolo, che aveva preso gusto al nome duce!

Anche quando il freddo e la paura di tante notti gelide, con la lotta armata sempre più vicina, sola, coi cinque figli, che sorbivano l'energia, e l'immensa paura della morte per tutti loro, neppure allora, aveva permesso ad alcuno di avvicinarla.

Non c'era un vero motivo. Era certa che non fosse per virtù, semmai per la sensazione della fine imminente, di un vuoto immenso che nessun incontro, avrebbe potuto colmare.

Forse.

Teresa procedeva veloce stringendo forte le zampe squamose del piccione spaiato, che per la presa non si muoveva, intorpidito.

Volano sembrava abbandonata a quell'ora, i suoi passi affaticati strusciavano nel velo di sabbia che ricopriva la terra molle.

Quando arrivò nel cortile della Rosina, sedici occhi la osservarono senza capire perché la Teresa del curvone si trovasse lì, stralunata, stringendo tra le mani qualcosa d'insolito. Lei, guardava tutto con attenzione.

Otto moccolosi, una carriolata di erba gialla, asfittica, abbandonata nel mezzo del cortile.

Miseria diffusa. Come a casa.

Le gambe le si arrestarono lì mentre gli occhi cercavano sui coppi l'oggetto della sua intrusione e, vicino al camino sghembo, la bestia la guardava. Facilmente al posto di Teresa, vede un tacchino logoro di rabbia.

Ora c'era la questione di dover raccontare i fatti suoi alla gente della casa e Teresa proprio non ne aveva voglia.

La Rosina, spuntata dal nulla, già si arrampicava sulla scala di pioli sghembi, con un'agilità insospettabile per una che ha partorito otto figli, acchiappava l'intruso e, tenendolo per le zampe, lo porgeva a Teresa. Messa così altro non fu capace Teresa, che ringraziare.

Le abbozza un sorriso, che Rosina prese per complimento.

" I più belli li ha dati a te". Le getta addosso Rosina indicando i piccioni. " I miei non valgono nulla al confronto, vanno giusto bene per inumidire la polenta per loro." Afferma indicando i figli.

Le parole non calmarono l'irrequietezza della Teresa. Le parve di scorgere sul volto della Rosina, un guizzo, un'impercettibile incresparsi delle labbra per trattenere qualcosa. Accarezzò rude la bestiola sulla testa, non rispose a Rosina, girò le spalle, prendendo la strada del curvone.

A casa il figlio piccolo, Franco, come il generale spagnolo, l'accolse con tante richieste:

" Dalli a me. Dove li ha trovati? Si mangiano?  Sono nostri  e cosa ne faremo? Ne verranno ancora? Ci si può giocare?"

Teresa cercò di rispondere alla raffica di domande, ma aveva la testa altrove.

Trovato un sacco di iuta, c'infilò i colombi. Insoddisfatta, temendo che potessero soffocare, li liberò in una stanza, tappandone tutti i buchi come nella fiaba di zio orco. Riempì d'acqua una scatola di latta che pose a terra e richiuse la porta alle spalle.

La sera, quando tutti i figli rincasarono, affamati come solo i ragazzi possono essere, Teresa li accolse con la novità e poco a poco, li convinse che, da quella piumata provvidenza, dovevano ingegnarsi a rimediare qualcosa, e che a mangiarseli c'era sempre tempo.

Nascose la stizza per i piccioni della Rosina che ripensandoci, le sembravano più grandi.

Dai figli giunsero proposte estrose, mettere i piccioni a cova, anche se forse non era tempo. Una delle ragazze s'impegnò ad informarsi dalla maestra.

L'altra ,si prestò a cercare cordicelle lunghe per permettere alle bestie di muoversi per casa senza fuggire.

Giulio, il primo dei figli non disse nulla. Brutto segno.

Insolito per uno come lui che usava le parole come schiaffi.

Si limitò ad assestare un calcio ad una sedia, abbaiando che per covare occorrevano uova. Rollò una sigaretta e si spense cupo. Il silenzio colpì Italo, il secondogenito con cui Giulio faceva a botte volentieri.

Sicché Giulio aveva un'idea sul daffare, ma non osavano chiedere. Lui con calma finì di fumare, buttò la cicca a terra. Uscì per chissà dove, lasciandoli alleggeriti.

Teresa non gli chiedeva mai dove andasse. Sapeva.

Pescava di frodo con altri del paese. Con le battane dal ventre piatto, scivolava per le acque stagnanti della valle, fiocinando le anguille destinate ai mercati dei signori.

Teresa temeva che i guardiani lo prendessero, ma la fame non permetteva tanti ragionamenti e il silenzio con quel suo figlio, era prezzo da pagare alla sopravvivenza.

Il giorno dopo grintosa andò a trovare Rosina, il cui continuo pensiero non l'aveva fatta dormire: il prete le aveva dato i piccioni più belli! Soprattutto il maschio, lo immagina con un piumaggio grigio azzurro, come aveva visto in un quadro. Desiderava quel maschio. Con le buone o no, lo voleva. Avrebbe proposto una spartizione più giusta. Fatto sta che le cresceva la premura di guardare gli uccelli dell'altra per capire come stavano le cose!

La Rosina non c'era, solo il piccolo esercito dei bambini, al suo arrivo, schierato davanti all'uscio, seccato. La figlia grande, alla richiesta di rivedere i piccioni le indica il tetto. Spiegò che la madre li aveva rinchiusi in una scatola per non farli andare via. Inoltre, aggiunse che la notte precedente, non avevano dormito per via dei gatti che assediavano il tetto. Così la Rosina aveva capovolto sulla scatola il mastello di zinco, ma nonostante l'ancoraggio il rosso, il gatto più forte della corte, a momenti sbatteva giù tutto.

La ragazzina aveva la voce stridula, petulante. Raccontava le cose almeno due volte, forse, come il suo Giulio che se non si capiva al volo, sbraitava!

Teresa l'ascoltava distratta, incantata da quella bambina mancata, cercando di scovare delle somiglianze con chissà chi.  Scorse invece le stesse forme acerbe delle sue figlie: ossa sporgenti, occhi spiritati, capelli intasati dalle lendini e seni che non si decidono a sollevarsi! Forse in un altro momento le avrebbe fatto una carezza.

Teresa salì sul tetto. I colombi raspavano con le zampe contro il cartone.

Emettevano piagnucolio come di bambini senza latte.

Come Dio vuole riuscì a sbirciare il maschio che le aveva tolto la pace! Una bella bestia, ma talmente mal messa da augurargli la morte subito.

Scese la scala, tornò a casa, spoglia d'affanno, dandosi della stupida per aver fatto quella inutile visita.

Trovò Giulio nella stanza dei colombi. Seduto al buio, fumava raccolto, incurante della puzza di pollaio. Scivolò a terra vicino a lui, ma il figlio la cacciò via urlando che doveva andarsene per non mischiare l'odore: i colombi dovevano riconoscere lui come padrone! Aggiunse una bestemmia al suo esagitato discorso. Teresa sentì altra stanchezza arrivare, per sostenerla si accovacciò a terra da dove non avrebbe più voluto alzarsi. Sentiva il malanimo del figlio come un carico di legna sulle spalle.

Giulio fumava rabbioso. Aveva imparato dal padre. Buono quello! Vero artista del mestiere del Michelaccio. A quei pensieri gli veniva da stringere la cicca tra il pollice e il medio fino a quando non si scottava e la buttava a terra sibilando il consueto moccolo!

Pure a bestemmiare aveva imparato dal galantuomo e sempre quando lo pensava, gli s'incendiava lo stomaco!

Per riprendersi da quel tormento doveva sforzarsi di pensare a Franco, l'ultimo fratello, alla sua voglia di ridere per nulla, agli occhi maliziosi curiosi di tutto, solo così il traffico d'anguille, tra nebbia e gelo e il terrore di essere preso, diventava sopportabile.

Intanto malediceva il cielo per avergli assegnato quella sorte e quel padre di cui si augurava la morte!

Prima di rialzarsi, Teresa gli chiese di indicargli il maschio, nella penombra le pare più grosso di quello della Rosa, sicché l'invidia le si placò.

Arrivò il giorno che Giulio lasciò liberi i piccioni, convinto del loro ritorno, e come dire, del suo riconoscimento a padrone. Era la prima volta che possedeva qualcosa, esclusivamente suo e che poteva tornargli utile in qualche commercio. Sognava di allevare animali da quando era piccolo, non gli sarebbe importato cominciare dai piccioni.

Teresa seguì il volo dei piccioni con apprensione, aveva il dubbio che la variante del brodo forse avrebbe posto fine ad ogni attesa, specie a quella di Giulio.

Giulio accese la sua nazionale col naso in su.

Non successe nulla, se non che il cuore dei due corresse vicino, su una strada interminabile.

Teresa entrò in casa alla ricerca di qualcosa da fare col solito problema di mettere insieme la cena, mentre Giulio bestemmiava e imprecava contro tutti i santi, privilegiando Sant'Andrea che lui, chissà perché, riteneva il più ingiusto e vigliacco di tutti quelli che intasavano il cielo.

Intanto il tempo passava senza novità.

Il sole cominciava la discesa. Gli uomini tornavano dai campi, il prete suonava le campane ricordando la via della chiesa. I bambini, seduti sulla sponda del canale buttavano lenze o acciuffavano rane.

Le donne bollivano l'acqua per la polenta.

Teresa guardava Giulio che scrutava il cielo alla ricerca dei suoi piccioni. Mai gli era parso così fragile quel suo figlio.

All'improvviso un'idea prese a tormentarla, lesta allontanò il paiolo dal fuoco e si mise a correre verso la casa della Rosina.

Arrivò all'aia trafelata e la trovò vuota. Si precipitò dentro la casa e in cucina, in un paiolo esattamente come il suo, spuntavano due paia di zampe!

La Rosina al silenzio minaccioso le giurò e spergiurò che erano sue le bestie che stavano sul fuoco.

Andasse pure sul tetto a controllare. Doveva solo darle il tempo di cercare la scala che chissà dove l'avevano riposta i ragazzi.

Teresa pensava a Giulio mentre urlava in malo modo contro Rosina.

Una furia pari a quella del figlio, le permise di rovesciare le sedie e devastare il tavolo. Si ritrovò tra le mani i capelli della Rosina e iniziò a tirarli con tanta forza da lasciarla intontita. Si arrestò solo dopo un tempo senza fine, per il silenzio spaventoso che si era fatto intorno. Sollevò da terra la malcapitata con repulsione, la stessa che aveva provato stringendo tra le mani le zampe dei volatili e incrociando lo sguardo dei bambini, si vergognò. Sembrò a Teresa che anche la Rosina avesse a reagire. In fin dei conti, le aveva appena riservato una razione che neppure i peggiori squadristi del marito avrebbero potuto mettere insieme.

La Rosina si riprese alla svelta e con tutta la forza che le restava, spinse Teresa verso l'uscio. Le due ebbero il tempo di guardarsi come non avevano mai fatto prima. Videro che i capelli sbiaditi dell'una, pure l'altra li aveva, così l'addome scavato dalla magrezza, pure la bocca con la smorfia dello sfinimento. Fissandosi negli occhi, si capirono. Solo a Teresa rimase l'amarezza, di non aver tratto sugo dai suoi piccioni, come aveva saputo fare l'altra

Accadde allora il miracolo. Rientrando a casa, trovò i figli raggianti poiché a Giulio era tornato indietro uno dei piccioni.

Teresa ringraziò silenziosamente Sant'Andrea e si diresse in cucina ad avviare il fuoco.

Gilda Pozzati