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AlbertopoZ ‘Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.’ Italo Calvino

alberto



Last Updated: 10/17/2008

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Friday, July 18, 2008 

Current mood:  vital

Le due gemelle non si assomigliavano proprio e non erano né bionde ne belle come certa iconografia vorrebbe tutte le bimbe! Lara era la più calma ma anche la più pigra. Parlava poco, sgranava i suoi grandi occhi cerulei come se tutto la meravigliasse. I suoi capelli erano corti e ricci, di un colore indefinito. Assomigliava alla nonna. Mara la più vivace: parlava continuamente con una modulazione tra lo stridulo e il roco. I suoi piccoli occhi scuri scrutavano tutto attraverso una frangetta fitta di capelli rossi lisci come spaghetti.

–Un maschiaccio- diceva la nonna e - non si capisce a chi assomiglia!

Lara amava disegnare: aveva una buona mano e molta fantasia, mentre la gemella prendeva lezioni di pianoforte dalla signora Lucia, le ritraeva tutte e due, ma ogni tanto sbuffava..- Basta con quell'Elisa!!-

I disegni venivano poi nascosti; la signora Lucia non doveva vederli: aveva spesse lenti, peluria molto evidente sul labbro superiore, i capelli canuti ed aveva il culto delle mani.

-Una pianista non può mangiarsi le unghie.. Si suona col cervello ma le mani sono il suo mezzo!- E quando si metteva lei al pianoforte, faceva sempre una gran scena con le mani ma quando iniziava a suonare il secondo movimento del concerto n. 1 di Beethoven, che era il suo cavallo di battaglia, allora chi era in casa in quel momento accorreva ad ascoltarla e poi erano applausi.

Mara, invece quando suonava sembrava volesse affondare le dita su quei tasti, quasi ad infliggere una punizione al pianoforte e pare che dopo tante lezioni la signora Lucia avesse parlato con sua madre:

-Lasciamo perdere, fatica inutile! La ragazza non ha orecchio musicale..-

E da quel momento in Mara cominciò a farsi strada una certa gelosia e rivalità nei confronti della sorella con dimostrazioni di ostilità, con dispetti o peggio ignorandola completamente e avvicinandosi affettivamente al fratello ancora piccolo.

Non c'era gelosia verso Matteo. Entrambe avevano un ruolo protettivo verso di lui.

Ma un fatto sconvolse la vita ai tre fratelli e questo li riavvicinò uno all'altro. Una lunga malattia portò alla morte prima il padre e poi la madre. La nonna, già vedova si trasferì per un periodo nella loro casa, anche perché Matteo non aveva che pochi anni.

Le gambe lunghe lunghe in un fisico asciutto, gli occhi chiari del nonno e di sua madre, Matteo non aveva che vaghi ricordi dei genitori, ombre fuggevoli verso cui non provava affetto né rancore per averlo lasciato ancora così tenero. Adorava le gemelle a cui era molto legato.

Vivevano in questa grande casa che era stata dei nonni paterni. Un'alta siepe di tasso la proteggeva dagli sguardi esterni. Il giardino era piccolo ma ben tenuto, ad ogni stagione c'erano piante in fiore e due alti cedri sembravano dominare e vegliare sulla casa. Gli anni erano passati facendo dimenticare  tante cose e molte stagioni si erano susseguite.

C'era stato un preciso momento nella loro vita che li aveva divisi e portati lontani anche da quella casa. Sembrava quasi  ci fosse stato un  segreto accordo: uno dopo l'altro se ne erano andati alla ricerca di una nuova vita, quasi rifuggendo da quel luogo, da quel paese, dai loro amici. Improvvisamente tutto quanto avevano vissuto sembrava fosse da dimenticare o comunque da rivivere in forma diversa lontano da lì.

Si disgregò quello che era la loro unità, la loro solidarietà e complicità. Ognuno dei tre prese vie lontane agli altri. Matteo, il più giovane partì militare dopo la laurea e ne fu felice. Si avvicinava così al suo amore e al suo futuro a Torino. Lara, una delle due gemelle, aveva deciso di sposarsi col suo fidanzato di sempre e si trasferì a Bologna per formare una famiglia. Mara decise di trasferirsi per finire l'università ed intraprendere poi la carriera universitaria a Roma. Ognuno dei tre fratelli sembrava non aver rimpianti per la vita di provincia e si era tuffato con entusiasmo nella nuova.

Il tempo passava e nessuno di loro si rendeva conto che erano stati assorbiti completamente dai loro impegni sino ad annullare quello che era stata la loro vita di fratelli, o come diceva Matteo 'la loro vita precedente'. Si erano incontrati, sì, sporadicamente. Le gemelle qualche volta: era successo in occasioni di brevi trasferimenti o di una o dell'altra.  Tutti e tre si erano ritrovati oramai molto tempo prima in occasione del matrimonio di Matteo. Per Mara, insofferente come sempre delle convenzioni e del vivere sociale, fu davvero una tortura. Se ne andò nel primo pomeriggio, inventando degli impegni che non aveva. Il suo volto si era fatto più arcigno. Era dimagrita e quei grandi occhi sembravano ricercare, smarriti, una ragione per vivere. Aveva pubblicato dei libri di testo, era titolare di cattedra universitaria, stimata nel lavoro, ma la sua vita privata era vuota e questo la rendeva profondamente insoddisfatta.

Raramente prendeva il telefono e chiamava la sorella per sfogarsi un po'..

-Quando rientro a casa con un pacco di compiti da correggere, o quando accendo il mio pc e preparo qualche lezione o rispondo a qualche mail di lavoro, mi sento sola. Mi rendo conto di aver fallito nella mia vita affettiva.- diceva a sua sorella

-La tua solitudine è lo stato di chi non sta vivendo oggetti d'amore..- le rispondeva…..

-Per te è facile. Hai avuto un marito, hai un amante. Ti senti desiderata, attesa..

-Ma tu hai rifiutato l'amore, hai decretato tu la fine di quel rapporto. Hai lasciato che i pensieri tuoi negativi offuscassero ciò che amavi. Ti definisci una trasgressiva ma poi hai sentito la diversità di quel rapporto e l'hai rifiutato.

E vivi la tua vita!.-

E le loro telefonate venivano poi da Lara concluse regolarmente per aver sempre qualcosa da fare urgentemente.

La vita di Lara, dopo il matrimonio era stata una ricerca continua di un figlio che non arrivava. Si era sottoposta ad esami clinici ed anche ad un intervento chirurgico. Decise di separarsi dal marito dopo un corso di pittura all'accademia.

-Mi sono innamorata dell'insegnante!- dichiarò candidamente al marito che non si capì mai se accettò la cosa come una liberazione o come un ultima dimostrazione di affetto.

Matteo aveva trovato nel suo amore giovanile la compagna della sua vita. Sognava da sempre una famiglia quella che forse non aveva mai conosciuto.

Aveva già due figli e un altro in arrivo quando informò le sorelle di essere stato contattato da un'agenzia per quanto riguardava la loro vecchia casa comune. Convincere le sorelle al 'grande ritorno'  non fu facile, ma ci riuscì.

-Sia chiaro io non vendo- aveva già annunciato Mara

-Ma vogliono comperare?? Magari!!- fu la reazione di Lara

Le due sorelle si incontrarono a Bologna, avrebbero fatto la strada insieme. Il viaggio seppur breve, fu una tortura per entrambe. Mara voleva fumare e Lara non sopportava il fumo. Inoltre la sua guida era abbastanza nervosa provocando le rimostranze della gemella che aveva paura e odiava l'auto.

Mara aveva posto una clausola al 'rientro'. Voleva essere sola a varcare quel cancello della loro casa abbandonata e sola, almeno per un breve lasso di tempo. Per questo era arrivata presto ed aveva convinto Lara ad andare a salutare dei vecchi amici. Si era preparata a quel rientro, ne aveva immaginato la scenografia e sapeva che  il tempo e l'abbandono avevano già deteriorato il tutto.. Erano passati anni ed erano trascorsi veloci, un lampo. Non voleva pensare a tutto quello che aveva fatto in questo lasso di tempo, all'evolversi di quella che era stata la sua vita. Si meravigliava di essere così calma. Il cancello faceva fatica ad aprirsi. L'edera e altri rampicanti avevano colonizzato il possibile. La siepe di tasso era un alto muro verde scomposto. Non era stata più potata. Il giardino era irriconoscibile. Un sottile tappeto verde di piante parassite aveva invaso tutto. Rigogliose ortiche avevano avuto il sopravvento sulle aiole. Solo i due alti cedri maestosi dominavano la scena. La casa sembrava essere invecchiata. Le crepe si erano accentuate e macchie di umidità comparivano qui e là. Mara cercò di essere indifferente mentre apriva la porta d'ingresso, come se non conoscesse quella dimora, come se fosse la prima volta che vi entrava. Cercò di aprire a fatica delle imposte per farsi un po' di luce. Varcò quella porta che dava sul sottoscala e che portava alla cantina. All'odore del vino che ricordava, ora si era sostituito quello della muffa e dell'umido. Quel posto che incuteva sempre paura a lei ragazzina perché buio e segreto e che era lo spazio della segregazione e della punizione. Quante volte era stata chiusa lì piangente per qualcosa che aveva fatto. E proprio in quel luogo ricordava il suo peccato, quello che non era mai riuscita a confessare e che la torturò per anni. Quella mano che si insinuò nella sua intimità. Quella stessa che prese la sua e le fece scoprire la diversità dei sessi. Non aveva voluto più rivedere quel suo compagno di giochi..

-Sei impossibile, hai un caratteraccio..- le diceva la nonna che non capiva il suo disagio.. E avrebbe voluto avere una mamma da poter abbracciare e sul cui grembo piangere.

Il grande soggiorno sembrava sospeso nel tempo. La polvere aveva coperto impietosamente anche il pianoforte stendendo il suo bianco velo quasi a voler ovattare anche i ricordi. Le ragnatele con i loro arabeschi avevano trasformato i lampadari in oggetti barocchi mostruosi.  I teli bianchi macchiati di ruggine coprivano i divani e il tappeto.  La tappezzeria alle pareti stinta dove c'erano i quadri che Lara s'era presa in alcuni punti si era staccata. Risentì la dolce voce di sua madre sovrapporsi a quella rude di Lucia. Per un momento era ritornata bambina e stava scoprendo quel sentimento che aveva sempre ricacciato dopo anni di lontananza e che era nostalgia.

-Ma mamma, dove sei?? – urlò sentendo la sua voce come un'eco..

Quella grande stanza che si era riempita di voci allegre  le ricordava il tempo passato. Quel tempo con cui non voleva misurarsi. Sì, era meglio fuggire, vivere lontani. Meglio non avere ricordi? Ora capiva perché per tutti quegli anni non era mai tornata. Quando più tardi arrivò Lara le corse intorno, l'abbracciò e  si lasciò andare ad un pianto liberatorio.

Era come se con Lara ci fosse stato un scambio di carattere. Chi era da giovane più riflessiva e matura ora sembrava essere la più leggera e sprovveduta. E così Mara che sembrava essere la più irruente era ora la più riflessiva e pacata.

Fu solo quando si ritrovarono al ristorante che presero una decisione che poteva accontentare tutti. Matteo aveva trattato: avrebbero ceduto la casa all'impresa di costruzione in cambio di una cifra considerevole e avrebbero avuto la prelazione e un prezzo agevolato sull'acquisto di un appartamento nella nuova palazzina che sarebbe sorta.

La villa venne svuotata completamente e solo Mara  ritornò perché volle essere presente alla demolizione, quasi come fosse stato quello l'ultimo atto della sua vita difficile in quel luogo.

Vennero sradicati gli alberi e con una ruspa fu cancellato quello che era il giardino. Era prevista una distruzione controllata della palazzina, con sistemi a mine ad implosione. Mara era a distanza di sicurezza. Dal terrazzo della casa di una sua amica avrebbe avuto una visione completa. Teneva stretta a sé una vecchia borsa che era appartenuta a sua mamma e che aveva trovato in soffitta abbandonata in un armadio vuoto. Era di rettile scura. All'interno un portafogli vuoto, delle foto, uno specchietto. Un portachiavi con tre chiavi arrugginite e una lettera chiusa, affrancata con un vecchio francobollo e mai spedita. Era indirizzata ad una signora di Padova, forse un'amica di sua mamma.

Aprì la busta, il foglio era ingiallito e riportava in alto  il monogramma di sua mamma in sanguigna. La data era di pochi mesi prima della nascita di suo fratello. La grafia era regolare tanto da sembrare stampata in corsivo inglese.

Raccontava all'amica del suo stato e…-…della generosità di mio marito che, pur sapendo non essere figlio suo, per i motivi che tu sai, lo accetterà e gli darà il suo nome..-

Un annuncio al megafono fece allontanare tutti dalla casa.

Iniziò un conto alla rovescia.. –Attenzione, meno tre, due..uno..vai!!!

La palazzina sembrò sussultare prima di cadere su sé stessa. Il tetto compatto sembrava lievitare verso il cielo prima di precipitare e sbriciolarsi venendo a mancare il suo sostegno inferiore. Una grossa nuvola di polvere avvolse tutto con l'accompagnamento di un boato. In pochi secondi tutto era già finito. Mara sfilò da un pacchetto una sigaretta, l'accese tenendo la fiamma vicina alla lettera fino ad incendiarla. Leggeri brandelli di carta carbonizzati sembravano prendere il volo come piccole falene prima di cadere ai suoi piedi.

Fece una lunga boccata e guardò quello spazio ora vuoto davanti a sé stringendo la vecchia borsa al petto. Non era rimasto che un cumulo di detriti.

Wednesday, July 16, 2008 
Saturday, May 17, 2008 

Current mood:  vital

Paolo arrivò in quella vecchia casa di sera. Attraversò il giardino che con il buio della notte sembrava ancora più folto: da anni non venivano potate le piante e, grazie al riflesso della neve che ancora c'era, poteva procedere sino al portone di ingresso senza inciampare.

Era atteso nell'atrio sotto un grande lampione di vetro dall'infermiera.

Sapeva che la situazione era disperata, la vecchia zia stava morendo alternando momenti di lucidità con altri di profondo assopimento. Erano anni che non si incontravano, e forse molto di più che non varcava la porta di quella casa. I ricordi del tempo in cui bambino passava qualche settimana di vacanza con la mamma in campagna gli ritornarono come un'onda che si frange sull'arenile. Avrebbe voluto essere solo per girare tra quelle stanze e ritrovare  le sue memorie, ma l'infermiera riversò su di lui un fiume di parole distraendolo.

Salì al primo piano dove gli era stato approntato un letto nello studiolo. Nella camera vicina la zia: una luce fioca sul grande tavolo adattato a comodino con flaconi di pillole, boccette di medicamenti vari.

Il capo appoggiato su due cuscini bianchi, i capelli raccolti e gli occhi vivaci di sempre, le mani protese per poterlo abbracciare.

-Sei arrivato! Che piacere, dico.. almeno che ti veda prima di morire!-

-Ma che dici, dai zia, devi rimetterti e farmi la crostata..-

-Quante te ne ho fatte e non le farò più, caro, sono alla fine ma sono serena. Volevo tu fossi qui, volevo dirti delle cose. Vedi su quel canterano, sul primo cassetto c'è una lettera per te. Troverai tutte le istruzioni che ti serviranno..

Sai, che speranza vuoi che abbia? ho novantacinque anni, sono tanti..

- Ricordi quando dicevamo che tu avresti vissuto sino ad oltre i cent'anni?

- Sono sola, oramai, tua madre mi ha lasciato tanti anni fa; non ho più amiche, sono arrivata a questa età perdendo per strada affetti e illusioni, l'unico è il medico che lo vedo tutti i giorni, ora.. Rita, ma tu ricordi Rita?

-Ma certo, per quanti anni ha vissuto qui, con te! -

-Certo..e sapessi.. Quante me ne hanno dette. L'ho amata, sì tanto. Avrei dato la mia stessa vita per lei. Ho avuto uno scontro anche con tua madre a proposito di lei. Ho avuto tutti contro. Sai il nostro era sempre stato un rapporto particolare ma puro, schietto, senza fraintendimenti od equivoci. Mi rispettava, mi considerava la sua mamma, lei che l'aveva persa in tenera età! Era un donna superiore, intelligente..E se ne è andata anche lei, così giovane, così velocemente! E' stata la mia compagna, la mia amica, la mia confidente per quasi dieci anni. Ci capivamo al volo, non c'era bisogno di parole tra noi. Amavamo tante cose: i viaggi, la pittura, l'arte.. la stessa musica, ricordi come suonava?

-Certo ricordo quando si metteva al piano.. Quanti compleanni abbiamo festeggiato! Ricordo il suo sorriso, i suoi baci. Mi stringeva a sé così forte da mozzarmi il fiato-

- Pensa, tu eri piccolo, non potevi capire. Un giorno è venuto pure il parroco pregandomi di porre fine allo scandalo. Io gli chiesi 'Ma che scandalo reverendo?' sai che mi rispose? 'Lo scandalo di questa convivenza peccaminosa!' ..non solo! mi disse che non mi avrebbe più dato i sacramenti! Ma capisci?  Non c'era nulla di scandaloso tra noi! Avrei dovuto metterla alla porta, abbandonarla a sé stessa? Rita non aveva casa, la ospitai dopo che aveva perduto un bimbo. Non era mai stata sposata. Era rimasta incinta, sola e abbandonata anche dal suo uomo. Perse il bimbo a un mese dalla nascita. Queste cose,  nessuno di famiglia le conosceva. Sei tu il primo a cui le confido. Un frate, mio confessore, me la raccomandò. Era onesta e lavoratrice, aveva bisogno…

Col tempo, sai, tutto se ne va, tutto scompare, prendi le distanze anche dai ricordi: sai c'era una poesia di Medail che Rita cantava al piano.. non rammenti più il viso, la voce delle persone care; 'quando il cuore oramai tace a che serve cercar..ti lasci andare, ogni cosa appassisce ' ed anch'io io mi scopro a frugare nella memoria quando sono sola per trovare conforto. Ma in fondo sono in pace col mondo e allora  se non ami più.. dopo averlo fatto per tanto tempo ti stacchi anche dalla vita e aspetti che la vita si stacchi da te..-

In quel momento entrò l'infermiera..

- E' l'ora delle gocce!-

-Non ne posso più di pillole, gocce, punture.. Senti, mi verrà sonno poi.. vediamoci domani mattina, forse sarò più in forze.. Buona notte a domani se Dio vorrà..-

Paolo scese in cucina, la grande cucina dove erano soliti mangiare. C'era ancora la vecchia cucina economica. Quante volte si era scottato aprendo quel forno per rubare le patate americane o la zucca cotta. Girò per la casa fino ad arrivare alla porta della camera dove dormivano i suoi genitori quando erano in vacanza. Si ricordò che tutto ciò che nella vita gli aveva fatto male l'aveva  saputo o visto senza volerlo, passando nel corridoio, dietro una porta socchiusa.. Certo, molte cose da bimbo fanno male.. ne sorrideva ora Paolo e si decise ad andare a letto. Nella scrivania di fianco al letto delle foto: la zia con Rita,..un'altra ritraeva la sua mamma, il suo papà e c'era pure lui..doveva avere cinque o sei anni.. e un'altra in cui non si sarebbe riconosciuto. Aveva forse dodici anni ed era con Black, un cane che aveva vissuto con la zia per tanto tempo.

L'indomani fu il campanello a svegliarlo, era arrivato il medico.

La zia sembrava assopita e pareva non volersi svegliare. Non c'erano speranze, gli aveva detto il medico andandosene, è questione di giorni. Il blocco renale, la situazione del cuore..

Fu verso mezzogiorno che aprì gli occhi, la sua voce era esile e sembrava prendere respiro tra una parola e l'altra:

-Che bello vederti. Sai quando eri piccolo aspettavo sempre il tuo arrivo, mi piaceva averti qui con me. Vederti girare per casa, per  il giardino, vederti pedalare a fatica quel triciclo tra la ghiaia ..Rita ti voleva troppo bene! Tu eri il figlio che lei non aveva avuto e quello che avrei voluto avere io! Sai, ti abbiamo coccolato, viziato...Ma non bisogna avere nostalgie, rimpianti sai, il presente non è altro che il passato che prende altre forme.. Dammi la tua mano da stringere.. sento un gran peso qui, sul petto.-

E sembrò sorridere un ultima volta, stringendo forte la mano di Paolo per un attimo e guardandolo negli occhi, poi il suo volto si girò verso la finestra, e la sua voce divenne profonda..

-Col tempo sai…

Friday, March 07, 2008 

Affioravano i ricordi mentre Antonio camminava per quelle antiche strade: guardava quelle alte mura duecentesche, maestose, imponenti, diventate ora riparo di uccelli con gli occhi del bambino che era stato. Ricordava gli stormi delle rondini in estate volare a gruppi nel cielo azzurro, ne risentiva il loro garrire. Era il senso della libertà quel volo e il sapere che presto sarebbero migrate verso paesi più caldi gli ricordava la fine delle vacanze. Uscendo da un portico ecco la vecchia scuola ora riadattata a centro commerciale: le grandi aule sempre fredde, i timori delle interrogazioni e un'immagine:…Renata. ……………………………………………………

Si conoscevano da sempre, i suoi grandi occhi verdi, le lunghe ciglia, le gambe sottili come le mani che sapevano disegnare così bene.

Un'intesa, una gita a Torino ed erano nella bocca di tutti i compagni..

'I morosi'. Mano nella mano assaporavano il piacere di stare insieme, vicini..

Nevico' molto quel inverno, si stava avvicinando il Natale: un gruppo di ragazzi della prima media si ritrovava tutte le sere verso le venti per girare per le case cantando 'la pastorella' per raccogliere offerte per i poveri. Una sera Renata e Antonio si ritrovarono in piazza decisi di non uscire col gruppo. Aveva smesso di nevicare ma quella leggera brezza serale sollevava delle falde leggere di neve. Renata, il naso arrossato dal freddo, aveva un basco in testa, i lunghi capelli ordinati. Una grande sciarpa annodata al collo     

-Speriamo non ci vedano, altrimenti siamo costretti ad andare con loro- Girarono sotto i portici e si avviarono verso il Campo della Marta, come complici pronti a chissà quale crimine. Il grande spiazzo era deserto e buio, solo il riflesso del candore della neve li aiutava a muoversi tra gli alberi allineati ordinatamente vicino al muro laterale.

 C'era il silenzio tra loro ma sapevano che qualcosa sarebbe potuto accadere.  

-Che freddo, stasera..- disse Renata mentre Antonio la stava abbracciando, spingendola ad appoggiarsi ad un albero. Tremavano entrambi, forse dal freddo, forse più dall'emozione. Antonio si sentiva impacciato e non sapeva come cominciare. Appoggiò le labbra sulle guance fredde di Renata. Si fece coraggio e spostò poi le labbra sulle sue, sapevano di anice.   

Non voleva chiudere gli occhi, gli piaceva guardarla mentre la baciava.  Renata era immobile e il tempo e il freddo non esistevano più nel silenzio e nel buio di quel luogo. Antonio riuscì goffamente ad aprirle il cappotto, infilare le sue mani sotto la sua maglia, Renata tremava.

-Dobbiamo andare- disse, altrimenti i miei si preoccupano, sono già le 9,30.. –

Raccolse il basco che le era caduto a terra e si ricomposero avviandosi verso la piazza in silenzioso imbarazzo. 

-Io vado a casa- disse Renata. Quella notte sognò Antonio e i suoi baci anche se era amareggiata per aver dovuto raccontare una bugia a sua madre.

Renata si ammalò e fu solo quando fu ricoverata in ospedale che Antonio riuscì a vederla: con altri compagni di scuola le fece visita portando con sé le lettere di tutta la scolaresca. Era pallida, il viso affilato ed i suoi occhi avevano un'espressione assente. Il suo sorriso era forzato e la sua solita allegria era spenta. Rimasero pochi minuti. Antonio le teneva la mano, erano livide, le macchie blu degli ematomi sul dorso dovute alle flebo. Si salutarono con la promessa di rivedersi presto.

Renata si assopì una sera di alcuni giorni dopo per non svegliarsi più.

…………………………………………

Antonio si avviò verso la piazza e vide la sua immagine riflessa su una vetrina: certo non era più un ragazzo, il suo corpo si era appesantito, i capelli cominciavano ad ingrigire e nel ricordo del dolore di questo suo primo amore, una lacrima gli scendeva sul volto…

Wednesday, March 05, 2008 

Current mood:  good
Si stava mettendo il rossetto davanti allo specchio nel bagno e pensava che aveva mangiato troppo, non era possibile!!. Si era appena alzata da tavola e non si rendeva conto che tra poco più di un quarto d'ora sarebbe arrivata la fatidica mezzanotte. Se ne andava un altro anno ..e allora? Che cambiava? I problemi rimanevano e non era proprio quel cambio di data a risolverli. Fosse così facile girare pagina! Finiti i tempi dei buoni propositi: dimagrita era dimagrita, aveva già smesso di fumare.. In fin dei conti poteva considerarsi soddisfatta. Guarda qui…sono ancora una bella donna…anche questi orecchini di strass fanno la loro figura'..guardandosi di profilo, ' mi son dimenticata di prendere quelli buoni in banca..'. Il vestito non era nuovo ma nessuno sembrava ricordarlo con quella nuova cintura.
-Che colore! Ti sta proprio bene..- le aveva detto la cognata- pensare che ne avevo uno anch'io ma mi stava davvero male, mi sbatteva in faccia…si sa il viola non è facile..-
-Ti sta d'incanto- le disse Angelo, fratello della cognata, abbracciandola e infilandole una mano nella scollatura della schiena e l'altra sul sedere..- sei sempre appetibile!-
'Acqua passata' pensò, ricordando le furie amorose di Angelo durante il loro breve periodo di quasi-fidanzamento che produsse comunque un matrimonio, quello dei rispettivi fratelli. Chissà se avesse sposato lui come sarebbe andata.
Non sarebbe stata di sicuro alle Maldive in viaggio di nozze e non le avrebbe permesso di fare la vita che faceva. Aveva proprio ragione sua madre, unico punto in cui con lei concordava, quando diceva..'ricchezza è farsi servire a tavola' con tutti gli accessori che ne derivavano. Suo marito, Andrea, era un generoso. Troppo! 'E chi se ne importa se poi qualcosa era successo con la segretaria di turno, in fin dei conti i suoi gusti erano stati più plebei accontentandosi del macellaio, un robusto quarantenne che batteva le fette di carne con le sue grandi mani che quando ti stavano addosso ti davano il delirio.' E quel che andava a suo merito era il fatto che l'aveva confessato al marito innescando un processo di riavvicinamento e di nuova intesa dopo un periodo di freddezza. Un week end romantico a Venezia e uno scoprire un affiatamento nuovo. Andrea era anche molto spiritoso e aveva promesso di diventare vegetariano.
Si spazzolò i capelli ' detesto quelle acconciature che sanno di appena-uscita-dal-parrucchiere' e.. 'guarda le scarpe… le mie nuove scarpe..quel cretino che a tavola mi faceva il piedino.. Si passò le mani sul collo, le doleva ..
-Non ti sei messa neanche una collana..- le aveva detto la madre appena la vide..
-No mamma!
-Neanche fossi senza!! Hai anche quelle perle con quel fermaglio importante..
-Mamma non mi andava. Non guardarmi, lasciami perdere..
-Sai che ad Andrea piace che tu sia ingioiellata.
-Vogliamo discuterne ancora..?
-Una collana ci stava sulla scollatura..bello il colore dei capelli..
Con le mani cercò di massaggiarsi il collo, 'una bella manipolazione ci vorrebbe!'.
Si sedette sulla tazza guardando la slip che si era sfilata…che stupidità, rossa! ed aveva ancora l'etichetta col prezzo, questo la fece sorridere. Si era vestita così in fretta! Si passò una mano in fronte.. 'Forse ho la febbre..no…no, è stata quell'arrabbiatura con mia sorella che ha tirato fuori quella vecchia storia, gelosie!! dopo vent'anni ancora mi deve colpevolizzare la sua zittellaggine … ma che ci faccio io con questa gente?? Se me ne andassi..? un'emicrania! scusate.. vi saluto! Questi stupidi, inutili, ipocriti conformismi. Sorrisi che mascherano la rabbia, l'invidia o peggio l'odio.
Potrei prendere per mano mio marito e scappare.
-Andiamocene, festeggiamo tra noi, soli. Festeggiamo la nostra ritrovata complicità!-
In fin dei conti l'amava, l'aveva sempre amato. Lo guardava certe volte e si inteneriva al pensiero di appartenergli e che il legame che avevano riscoperto era così forte. Amava le serate in cui, soli, si addormentavano davanti a una Tv inutile o mangiavano uno di fronte all'altro guardandosi negli occhi o passeggiavano al tramonto in qualche luogo lontano.
E amava la notte: alla notte Andrea era suo. Lo abbracciava nel sonno. La sua gamba lo cercava sotto le lenzuola, si intrecciava con la sua. Ed era la pace, la serenità.

Sentì bussare alla porta
-Chi è? –
-Tesoro, guarda che manca poco stiamo per stappare le bottiglie, che intendi fare? Dai che è mezzanotte.
-Arrivo, eccomi, arrivo…
Tuesday, July 24, 2007 

- Sei in un'età che è più facile dimenticare che ricordare.. e poi sei triste come una vedova!- le disse Bianca..-Ma che dici, c'è tutta una schiera di allegre, intendo.. di vedove! – ribattè Candida scompigliandosi i capelli

-..e non sono poi così avanti con l'età..-

La discussione con sua sorella poteva continuare su quel tono per ore. Bianca ritirava fuori i soliti discorsi:

-Certo, avessimo avuto un'altra sorella…dei nipoti forse. Chissà papà che nome le avrebbe dato..forse Nivea o Immacolata o forse Chiara. Già il suo nome: Albino!..Questa mania di usare i nomi dei trapassati di famiglia!-

- E non ricordi quando..

Ecco si ritornava ai rimpianti, alle recriminazioni come sempre. Doveva sentirsi rimproverare qualcosa che aveva fatto o forse non fatto. Candida era la più giovane delle due sorelle, era sempre molto seria e taciturna e, come le avevano detto i suoi parenti, aveva preso dalla famiglia della mamma quel 'ramo' di follia che aveva sempre identificato il loro casato. Infatti, tra gli avi c'era quella bisavola che si era buttata dagli spalti del castello, novella Tosca e quella trisnonna che delusa dall'amore si ammazzò ingurgitando acido; ma c'era anche chi aveva pensato di sopravvivere alla consorte uccidendola con un topicida. Processi per impugnazioni di testamenti, figli illegittimi mai riconosciuti, aborti provocati, adulteri a non finire. E così nel tempo si furono persi un paio di cognomi, delle proprietà in città e delle tenute agricole. Ultime discendenti le due sorelle, sole rimaste senza uno straccio di marito, anticlericale e nevrotica una, scapestrata e chiacchierata l'altra. Senza eredi. Senza zii o nipoti. La casata si sarebbe estinta con loro. Abitavano in due piani distinti del loro palazzo avito. E separate erano le cucine, i recapiti telefonici, i contratti delle varie utenze…Una dormiva molto presto alla sera, l'altra lo faceva di mattina, vivendo la notte.

-Lo sai, meno ti vedo, meglio sto..- Diceva Candida, non riuscendo però ad ignorare ad oltranza la sorella, si rivolgeva alla comune cameriera, la cara Zita che cercava di mediare tra le due, essendo a mezza giornata da una e dall'altra.

-Cosa ha fatto ieri, ha avuto gente a pranzo?..ho sentito dei passi, delle sedie che strisciavano sul pavimento.. qui sotto si sente tutto.-

-Le solite due amiche.

-Ah le due.. sì del partito. Fanno propaganda insieme, le cretine!

-E cosa ha fatto la solita pasta al forno?-

-Sì e l'arrosto morto con le patate che fa tanto bene la signorina..e le fragole.-

-Di questa stagione? Chissà quanto le ha pagate..-

Candida aveva i capelli mogano, gli occhi scuri che truccava pesantemente.

-Cosa pensa siano i suoi occhi? quelle tele che imbratta..?-ribatteva Bianca alludendo al fatto che non aveva mai digerito che la sorella fosse una pittrice, e anche brava e quotata. Candida lo diceva sempre che aveva iniziato a dipingere perché le piaceva quella alchimia fatta anche da odori di acquaragia e da mischie di colori. Aveva fatto parecchie personali e aveva un discreto mercato. Partita da esperienze informali, era lentamente approdata ad una pittura figurata in cui però l'iniziale concezione astratta restava sempre ben presente. Ultimamente alternava dipinti figurati e composizioni astratte; si sapeva anche delle sue preferenze verso i giovani. Possibilmente in divisa. Era il suo tema ricorrente anche nei quadri. Una sera d'estate dal terrazzo di casa mentre, bevendo un calice di buon vino guardava la strada, aveva invitato un guardiano notturno che passava. Non solo lo convinse a salire ma anche a levarsi la giacca e la camicia ritraendolo col cappello in testa, il petto nudo e i pantaloni stretti con il fodero e la pistola in tutta la sua bellezza di venticinquenne.

Quando dipingeva dal vivo il suo sguardo magnetico sembrava ipnotizzare il suo modello estraniandosi completamente da tutto. In quel momento esisteva il personaggio che stava ritraendo e il quadro che a poco poco cominciava, come diceva un suo critico, ' a prendere anima'.

E così capitava che alla sera qualcuno suonasse sempre al suo campanello: vuoi il solito guardiano notturno, vuoi qualche suo collega da lui accompagnato o altri personaggi della notte. La sua passione era uno spazzino di vent'anni, sardo, moro e ben piantato. Giocava a boxe ed il suo fisico era notevole.

Candida era riuscita, passo dopo passo a portare 'il Cariga', il suo cognome, dallo studio alla cucina per offrirgli da bere, poi dal corridoio alla camera unico luogo in cui avrebbe potuto sdraiarsi per alcuni disegni preparatori..

Il ragazzo non aveva molta esperienza ma col tempo la acquisì e divenne un modello e amante provetto tanto da accontentare anche l'insaziabile Candida. In una piccola stanza attigua al suo studio, ben chiusa a chiave, teneva i ritratti più spinti: i nudi più o meno casti. In un'altra vicina aveva una scaffalatura con una collezione di profumi, ne aveva più di trecento!

-Quella riceve di notte- disse un giorno Bianca a Zita roteando gli occhi- te lo dico io! E' pazza come la nonna, pace all'anima sua..Ninfomane dicevano di lei. E questa è uguale, ma non si dice più..è un'artista! Crede che io non senta quando salgono le scale .. e talvolta sono anche in più di un uno! Eppoi beve come il nonno, vino, vino! Farà un brutta fine!-

Candida stava attraversando un periodo di insoddisfazione. Aveva litigato col suo gallerista. Non vedeva più 'il Cariga' che si era sposato con la sua fidanzata sarda, aveva chiuso le parentesi con i guardiani notturni ed era alla ricerca di nuove ispirazioni. Non aveva amiche ma solo amici nel mondo della pittura, qualche scrittore, dei giornalisti che frequentava ma quella categoria più bassa della scala sociale che lei preferiva era rimasta sguarnita di personaggi.

Non le era rimasto che il suo vino, le sue bottiglie, rarità provenienti da importanti aziende vinicole europee: dal Bordeaux alla Bourgogne, dalla Toscana al Piemonte. Ma la sua passione era un 'Corton-Charlemagne grand cru domaine', -Il suo profumo è unico!- diceva, ma era molto costoso e Candida era molto oculata nelle sue spese anche se ad un certo punto decise di fare un investimento.

Aveva la passione dei mercatini e non mancava mai a quello settimanale dove acquistava oramai tutti i suoi vestiti. Comperava anche la frutta e la verdura nella solita bancarella. Il garzone…

-…un ragazzo d'oro, pensi che lavora mezza giornata con noi per mantenersi agli studi – le aveva detto la fruttivendola,- in chiusura le faccio consegnare la spesa da lui, è fidato e serio!-

Riccardo, il suo nome, era iscritto al secondo anno di Disegno industriale. Non era altissimo ma aveva una bella testa di ricci scuri, i lineamenti classici, un petto ampio e le gambe lunghe. Quando Candida se lo vide arrivare con la cassetta di verdura pensò subito ad un dio greco. Parlarono a lungo e alla fine Riccardo posò per lei. Fecero un accordo: Candida gli avrebbe passato un fisso mensile e lui avrebbe posato per lei alcune ore ogni pomeriggio. Nacque così un sodalizio che andò oltre a quelle poche ore giornaliere.. Riccardo era anche un ottimo cuoco e spesso si fermava a casa di Bianca a studiare e a prepararle la cena. Per alcuni mesi  tutto andò per il meglio. Tacitata la sorella..

-Sempre più giovani te li prendi..-

-Non ti riguarda!-

Un giorno Zita trovò Candida a terra svenuta:..:

-Sicuro che non fosse stata ubriaca? – chiese Bianca.

Quando arrivò Riccardo fu chiamato un medico. Furono fatte le analisi del caso e Candida dovette anche ricoverarsi per alcuni giorni in una clinica. Fu dimessa ma il responso fu chiaro e inappellabile: avrebbe avuto pochi mesi di vita.

La sua casa divenne un luogo di feste ininterrotte. Amici di Riccardo si mischiavano con gli amici di Candida di ben altra età. Una sera fu invitata anche la sorella con i suoi compari di partito. Fu in quei giorni che Candida volle parlare con il suo avvocato e con un notaio. Doveva sistemare alcune cose ancora, oltre che finire una tela a cui ci teneva in modo particolare. Lavorava durante il giorno per molte ore e arrivava a sera prostrata e sfinita: lei sempre così combattiva stava per cedere al male.

-Il mio corpo certe volte è infiammato da una sensazione forte stranamente staccata dalla testa. L'unica cosa a cui posso paragonarla è alla febbre.- Disse una sera a Riccardo, che era sempre presente, assiduo e fedele ma discreto e affettuoso. E quando lei  cominciò ad avere molte difficoltà a mantenere l'equilibrio e a coordinare i movimenti, soffrendo  di forti cefalee, nausea e vomito, le fu sempre vicino. Imbottita di farmaci, alternava momenti di lucidità con altri in cui sembrava assopita. Poi, un giorno  non si alzò più dal letto, raccolse quelle poche forze che aveva  per rivolgersi a lui:

-Ho avuto una gioia immensa nell'incontrarti. Se solo avessi potuto conoscerti prima! Non ti vedrò invecchiare, resterai per me sempre quel angelo che sei, con tutta la tua voglia di vivere, i tuoi progetti. Se solo capirai un giorno l'amore che ti ho voluto, questo amore vorrei non fosse disperso. Dovrai custodirlo e riservarlo a chi ti saprà rendere felice nella vita che ti aspetta..La mia  è sempre stata impostata sull'amore. Ho amato sempre .. per un'ora, un giorno, una settimana.., sono sempre stata innamorata dell'amore e certe volte te l'assicuro è stato un macigno che mi pesava nell'anima! Ecco me ne vado ..col tuo profumo di giovinezza…

Ma si può avere il ricordo di un profumo, come quello di una persona, di uno stato d'animo, di un momento felice o triste? Io lo risento con questo fondo un po' dolciastro ma aspro. L'aroma delicatamente legnoso del sandalo  e la nota quasi umana del muschio che lo rendono contemporaneamente intrigante e rassicurante, in una sola parola affascinante come te. Non è più un profumo racchiuso in una boccia di vetro ma è  la tua essenza. Quel profumo che sento dentro di me persistente, sei tu. Quando mi abbracciavi e identificavo quel momento magico come un'equazione: te, io e quel profumo tra noi, leggero.

E ne ero quasi gelosa di chi poteva godere del tuo aroma.

Ma con l'età si perde la gelosia delle cose, sai, delle persone, dei sentimenti. Avevo sentito il bisogno di dubitare della mia felicità ad alta voce quella sera, ricordi? eravamo qui su questo letto, mi chiedevo dov'eri e ti avevo tra le braccia, ti baciavo e desideravo la tua bocca… Ho finito quel mio ultimo quadro, quel tuo ritratto,  per la prima volta ho raffigurato una persona con una faccia, un volto completo: il tuo! Ed ha i colori che io vedevo in te, quelli della giovinezza!-

Candida mancò una calda notte d'estate.

Riccardo che da lei era stato adottato, fu il suo erede universale.

Tuesday, July 17, 2007 

La casa, una villa inizio '900, era in campagna, a poca distanza da un fiume e da un paese. Due colonne, un cancello ed il vialetto di ingresso; la costruzione non si vedeva quasi dalla strada principale, due magnolie enormi la nascondevano.

Un passaggio laterale coperto da un berso' di glicine dove c'era un gran tavolo per poter mangiare fuori, portava al giardino posteriore, di cui una parte, più nascosta, era a orto.

Emma era ospite di un'amica, Iris. Le loro mamme erano state compagne di scuola, venete entrambi.

Il grande balcone della sua camera al primo piano dava sul giardino del retro. Le mattonelle floreali del pavimento ripetevano lo stesso motivo sullo stipite delle imposte e sempre l'iris era il fiore dominante nei decori della villa.

La sua amica e ospite dormiva nella camera attigua, e al piano sopra dormiva il cugino Claude. C'era una forte simpatia tra loro e Emma non nascondeva con la sua amica i sentimenti che cominciava a provare per lui.

I baffi sottili, un'eleganza innata e due occhi smeraldo avevano stregato Emma unitamente ad una voce ben modulata da tenore leggero e da quella erre leggermente arrotata che ricordava la sua provenienza francese. Suonava quel pianoforte a coda del salotto con maestria, pur non conoscendo la musica. Spronava le ragazze a cantare con lui, ma non brillavano proprio per intonazione. La mamma di Iris, Margherita, spesso faceva sentire la sua voce con Claude, ma solo per quelle poche romanze che potevano far parte dei loro rispettivi repertori.

Vedova da un po' anni di un diplomatico di origine francese che era stato per tanto tempo in giro per il mondo, Margherita viveva in quella villa con una sorella che mai era stata sposata e che dopo un fidanzamento troncato dalla morte in guerra dell'amato, aveva deciso di dedicarsi ai nipoti, ben tre, nati a breve distanza. Ed era per tutti 'LA ZIA'.

I due fratelli di Iris giravano pure loro il mondo, uno andando per mare e l'altro intraprendendo la carriera diplomatica come il padre.

Sul grande divano in cretonne dove altri fiori riprendevano il motivo dei pavimenti e dei tappeti, le due sorelle lavoravano una ad uncinetto, l'altra ricamava una tovaglia. Un grosso lampadario verdino le sovrastava a fianco di uno gemello che illuminava il grande tavolo tondo da pranzo. Questi lampadari erano stati i silenti testimoni di molti avvenimenti che si erano succeduti nella casa. Era sempre quando si era a tavola, momento di riunione della famiglia, che si festeggiavano i compleanni di tutti in allegria, che si esaminavano i problemi, che si prendevano le decisioni importanti: il collegio per un figlio e poi per l'altro o la scelta del liceo per Iris.  Era quando si era seduti sul divano che si facevano quelle chiacchiere, spesso inutili e un po' pettegole, ma dove si era anche pianto la morte repentina del padrone di casa.

Erano stati scelti da Margherita durante una gita fatta Murano, quando i figli erano piccoli e Iris non era ancora nata.. In verità doveva essere uno solo il lampadario, era stato il marito ad insistere

-Perché uno, due! Li mettiamo vicini, il soggiorno è molto grande!

La casa, elegante e raffinata, palesava un gusto deciso nella scelta dei colori e dell'arredo. Anche gli oggetti erano stati scelti con amorevole cura, unendo un certo gusto francese a quello italiano. La stessa Margherita aveva decorato sia quel servizio da tavola che veniva sempre usato, sia quello più importante per le grandi occasioni. Un grosso vaso in vetro pesante a costolature campeggiava sopra una consolle; la sorella, più esperta di giardinaggio, raccoglieva dei grandi mazzi di calle e foglie verdi o di ortensie, a seconda della stagione, sino a riempirlo. Era stato quello un regalo del suo fidanzato in ricordo di una gita fatta a Venezia.

Tonia, la vecchia tata, aveva conservato la sua aria dispotica e autoritaria di sempre. Era a servizio da più di un trentennio, ed era lei che con polso fermo conduceva l'andamento della casa. Famosi erano i suoi timballi di maccheroni in crosta col ragù di piccione o le sue cotolette ripiene, per non parlare del baccalà con la polenta.. Il suo amore era per Iris, che aveva seguito sin dalla nascita come una figlia, ed era anche la sua prediletta a cui tutto era concesso. Ancora adesso talvolta si sedeva e la prendeva in braccio per coccolarsela. E Iris approfittava, munita di pinzette per togliere qualche pelo dal suo labbro superiore e per fare un po'di ordine tra le sue sopracciglia.

Massimo invece era l'uomo di fatica, il contadino. Coltivava l'orto, allevava i conigli, le galline, i piccioni in un piccolo appezzamento di terreno non lontano dalla villa; a lui spettavano i lavori più pesanti. Nei battibecchi con Tonia era sempre lui a dover cedere.

L'argomento del mattino era sempre lo stesso

-Potremmo fare un bel 'risi e bisi' per mezzodì..- proponeva Tonia

-Ecco, sempre così, è il piatto prediletto di Iris,e allora...- con voce seccata la zia.

-Ma sì bisogna approfittare, la stagione dei piselli è così breve.. prima che diventino grossi e farinosi, poi – e rivolta a Tonia- .cco, perchè principale, quasi; ci potresti fare quelle polpette fantastiche con la besciamella.., forse, delle fragole al vin rosso per finire.-

-Sempre così, e mi chi son? – la zia

-E cosa vorresti? Non possiamo fare a fine maggio la pastina in brodo tutti i giorni, con questo caldo che fa già, ma se vuoi, il brodo c'è; Tonia la può fare solo per te.- e rivolta a Tonia - Facciamo pronto per le 13, i ragazzi saranno tornati dalla gita in bicicletta! Potremmo apparecchiare fuori, che ne dite?-

E la zia si affrettava con il suo uncinetto, quasi per scaricare il nervosismo che le provocava sempre le decisioni che doveva subire.

- Tonia! dovresti  fare anche una crostata con quelle tue marmellate così buone; nel pomeriggio verranno anche degli amici dei ragazzi. Ah Tonia, ricordati quando viene Massimo ci sarebbero da cambiare due lampadine del lampadario, quello sul tavolo, ho visto ieri sera che sono fulminate.-

Tonia, era già nell'orto a raccogliere i baccelli  che poneva in un lembo del suo grembiule tenuto su come fosse una sacca,  e scuotendo la testa:

-..sta vecia marantega! na minestrina..co sto caldo..

Il suo volto arrossato dal sole e dall'aria, i capelli non lunghissimi di quel colore biondo scuro, caldo quasi rossiccio, le piccole efelidi sulle gote e sul naso, gli occhi azzurri. Emma si era sdraiata sul pendio di un montagna di sassi. Si vedeva il fiume più in basso, un rumore continuo di una gru nel bacino dove si lavorava per l'estrazione della sabbia e della ghiaia. Le biciclette appoggiate a terra. Iris si era allontanata, cercando sassi. Le piacevano molto quelli piatti, levigati dall'acqua, rosati o bianchi smaglianti.

Claude poco dopo si sdraiò anche lui..

-Emma, Emma! Lo sai? sei come un bacio. Per chiamarti si devono chiudere le labbra. Quando si ripete il tuo nome le labbra ti baciano.. così

E le labbra di Claude si schiusero sulle sue, con dolcezza ma determinazione.

Quando Iris li raggiunse con un sacco pesante pieno di sassi avvertì un certo imbarazzo, quasi volessero nasconderle qualcosa.

-Ne ho trovati di bellissimi, ma pesano mi dovete aiutare a portarli.

-Certo ce li dividiamo.-Cosa ne dite se torniamo?? Comincio ad aver fame!

Dopo quella vacanza nel Veneto non avevano più trascorso che qualche giorno assieme. Tutto era avvenuto così velocemente. La zia alla fine dell'estate se n'era andata per un ictus. Tonia aveva raggiunto una sorella in Romagna dove contava di finire i suoi giorni.. Sua madre si stava trasferendo in una appartamento in una città vicina, dove Iris frequentava l'università.

La casa fu svuotata. Iris non volle più ritornare nel luogo della sua infanzia felice, in quella villa da cui aveva preso il nome. Fu la madre a provvedere al trasloco di alcuni mobili, altri sarebbero finiti ad una casa d'asta. Solo uno dei grandi lampadari era ancora al suo posto. Massimo sulla scala lo stava smontando delicatamente e Margherita imballava con cura ogni pezzo, mettendo il tutto in due grossi scatoloni.

Questo era il regalo di nozze di Emma e sarebbe stato spedito a Milano.

Margherita era sola quando stava chiudendo per l'ultima volta la porta di casa. Ricordava ancora quel mattino che la vide per la prima volta accompagnata dal marito. Doveva essere il loro nido felice negli anni della loro vecchiaia; avrebbero apportato migliorie e modifiche negli anni che l'avevano vissuta. Aveva voluto rivedere quelle stanze un'ultima volta, seppur per pochi minuti. Riguardando quelle camere vuote ripensava ai lunghi anni che aveva vissuto in quella grande casa: anni felici di vita matrimoniale, di mamma spensierata; sì, c'era stata molta allegria, le feste dei ragazzi e dei loro amici con tanta musica e poi anche periodi tristi e di dolore ma che, alla fine, era riuscita a superare.

Ripensava a tutte le parole che erano state dette, alle voci che avevano riempito quegli spazi che ora, vuoti, sembravano enormi: a tutte quelle cose che erano state fatte a tutto quello che si era dimenticato e che quei muri se avessero potuto avere memoria potrebbero ora raccontare.

Mandò un bacio verso la casa, guardando quelle due alte magnolie, mentre sotto ai suoi piedi risentiva quel rumore che amava tanto, quello scricchiolio della ghiaia che, un tempo, quando rientrava, stanca, le faceva capire che era a casa.

Claude era tornato in Francia; Emma aveva superato quel distacco e dopo essersi trasferita a Milano e fidanzata con un compagno di università,  si sposò.

Quando ricevette quella lettera Emma non poteva crederci. Iris si sarebbe sposata anche lei, con un collega del fratello. E non solo. Sarebbe partita subito dopo la cerimonia per Singapore, nella cui sede consolare, presso l'ambasciata, il futuro marito avrebbe svolto il suo incarico.

Era stato bello: le due figlie si erano ritrovate con le mamme, nel momento più felice, per far rivivere quel sodalizio che mai aveva avuto flessioni nonostante gli impegni delle loro vite.

Quando Iris le propose una scelta di regali, non aveva avuto dubbi. Sapeva che uno di quei due lampadari era andato nella loro nuova casa e l'altro l'avrebbe ben volentieri gradito per la sua nuova residenza coniugale.

Quando arrivò, aprì gli scatoloni e fu lei stessa a stendere, sopra quella coperta sul tavolo della sala da pranzo tutti quei pezzi che poi avrebbero ricomposto quella forma che nel suo ricordo aveva tanto cara. Quante volte, entrando in quella stanza, accendendo la luce, per un attimo lo rivedeva nella sua primaria destinazione. Era stato proprio a tavola, seduti sotto di esso che aveva dovuto riferire al marito, col cuore spezzato, che mai avrebbe potuto essere mamma. E sotto di esso che aveva festeggiato tante ricorrenze felici anche lei.

Amava il vetro, questo materiale che nasceva da questa strana alchimia che come diceva uno dei suoi tanti libri sulla materia… nasce dal fuoco su un'isola circondata dall'acqua .. questa materia trasparente, fragile e durissima con una storia millenaria. E anche quel lampadario aveva una storia, legata alla sua giovinezza prima e al suo matrimonio poi, interrotto bruscamente da quel grave incidente che la rese sola.

Molti anni erano passati e solo la corrispondenza le teneva unite: ed ora che Iris stava per far ritorno in Italia e che aveva annunciato alla sua amica una visita, Emma voleva che il lampadario, suo regalo di nozze, fosse al meglio del suo splendore. Le loro mamme non c'erano più. Anche Iris non aveva avuto figli. La vita aveva riservato a tutti sorprese ed amarezze.

L'appuntamento era davanti al palazzo, signorile, d'epoca! Il responsabile del negozio che era stato chiamato, aspettava l'elettricista Antonio per andare dalla cliente.

-La signora …..….?

La portinaia con aria saccente guardando l'infinito -.. 3° piano-, aveva sentenziato solenne, chiedendo poi se avevano scatole o altro materiale ingombrante.

L'ascensore di noce lucidissimo anche se scricchiolante arrivò al piano. La porta di fronte era socchiusa. Un signora elegante e sorridente li aspettava.

-Il lampadario è nella sala da pranzo, faccio strada, sa è un caro ricordo ed ha una storia. -

Due i giri di perle che si appoggiavano sul cachemire azzurro come i suoi occhi. Due grosse perle ai lobi delle orecchie. La voce era vivace come il suo sguardo.

Nell'inflessione della dizione era rimasto quel residuo dialettale che rendeva armonioso il suo parlare.

Il lampadario in effetti pendeva pericolosamente da un lato. La signora si scusava se non era pulito..

-Non vorrei mi cadesse, preferisco non farlo toccare..., vede questo lampadario ha illuminato un tavolo di una casa nel Veneto che amavo tanto. Un luogo dove sono stata felice e spensierata quando ero giovane. Ed ora che chi me l'aveva regalato sta per farmi visita, vorrei fosse messo in ordine. Sono, credo, vent'anni che è qui..

Avuta l'assicurazione che sarebbe stato messo a posto, fu spostato il grande tavolo ovale da un lato della stanza e mentre seguivano la signora per prendere da un ripostiglio una scala, si sentì un tintinnio iniziale, un rumore strano, seguito poi da tanti piccoli suoni cristallini a catena che culminavano con un rumore improvviso fortissimo, quasi uno scroscio, netto e secco,  poi..  il silenzio.

La signora Emma corse nel soggiorno. Rimase senza fiato, le mani sul viso. Il lampadario era caduto. Un ammasso di vetri rotti verdi sul tappeto. Un filo lungo, spezzato, dal soffitto ondeggiava con dei pezzi metallici informi ancora aggrappati.

Tuesday, July 17, 2007 

-Siamo tutti d'accordo allora? Spaghetti n. 5! Le vongole sono da preparare, mettile sotto l'acqua e con le mani sbattile una sull'altra.. chiuditi il pareo-Perché? – chiede Alo coi capelli ancora bagnati tenuti sulla nuca con una pinza di plastica gialla e il pareo annodato al collo che ogni qualvolta si muoveva lasciava intravedere o un seno o la parte alta della coscia…

-Siamo al mare , ci vedi nude tutti i giorni..- ribatte Ale

-L'effetto è diverso..- 

Lina con una mezzaluna molto antiquata continuava a tritare prezzemolo e aglio.

–Devi sbatterle per togliere la sabbia dai gusci..-Urlava Gio

-E dopo averle sbattute, intendo le vongole.. che devo farne??

-Buttale..- risponde ridendo Cri, arrivata in quel momento..- avete bisogno di aiuto? – Fresca fresca di doccia, tutta profumata..

-Metti su l'acqua sai che qui il gas va a rilento..

-Ma che fai?? Prendi il pentolone grande, siamo in dieci..- incalza Raf con la faccia mezza insaponata e il rasoio in mano.

-Fuori tutti, siamo in troppi. Prendi la padella grande, Alo. Mettici le vongole, coprile però, così si aprono..

-No, Cri non mettere il sale nell'acqua, aspetta che arrivi a bollore..- ribatte Raf che entra ed esce dal bagno attiguo alla cucina dove sta finendo di radersi.

-Ma dove avete trovato le vongole che qui non ci sono?- Chiede Cri

-In pescheria stamattina. Credo siano arrivate col primo aliscafo. Arrivano da Trapani!

-Ah vongole viaggiatrici..

-Le vongole si sono aperte.. che devo fare?- Ale, bionda più che mai, ustionata il naso e le spalle dal troppo sole della giornata in barca.

-Ora togli i gusci, metti le vongole da un parte e filtri l'acqua loro. Sì, guarda, prendi l'imbuto, mettici una salvietta, sì di carta va bene,  raccogli il liquido a parte in una ciotola. Poi nella padella metti il battuto che ha fatto Lina, aggiungi un po' di peperoncino, cinque o sei pomodorini, spaccali con le mani…brava! Mettici le vongole tra poco e alla fine il liquido loro e fai ridurre un po'..-

Gio in cucina non transigeva, bisognava eseguire quello che diceva.

-Ma A        le hai messo un po' di crema?? Ho un doposole favoloso, se vuoi..

-Grazie ho già messo di tutto.. mi brucia ancora..

L'acqua nella padella più grande era già sul fuoco, il sugo di vongole era quasi pronto. Le ragazze stavano preparando la tavola. Raf tagliava il pane, era il suo compito serale.

-Ma un goccino non ce lo beviamo??- proposta saggia di Salvio arrivato anche lui dalla doccia..

-Ci son solo 3 bottiglie in frigo…

-Speriamo che Rick ne porti ancora, oramai è lui l'addetto alla cantina..-ribattè Luis..- bevete come spugne..

La cucina non era molto grande e l'angolo cottura era piuttosto angusto. Una grande mensola sopra con barattoli vari di sale grosso, fino, capperi, marmellate, pane grattugiato. Chiunque facesse la spesa si sentiva in dovere di comperare le acciughe. Ce ne erano 6 barattolini!

-Visto che abbiamo del pane tostato, potremo fare dei crostini all'acciuga..Alo, dai che ne facciamo fuori un po'..

La sua mano sinistra, Alo era mancina, sfiorò il barattolo del sale grosso, lo stava facendo cadere, ma lo prese miracolosamente e riuscì a salvarlo, urtando però quello del sale fino che cadde rovinosamente sulla padella delle vongole. Sembrava neve bianca, sottile. Aveva coperto completamente le vongole e ne stava assorbendo il sugo, cambiando colore, proprio come neve che si sporca quando sta per sciogliersi.

Dopo gli esclami e le imprecazioni le vongole furono buttate. Seguì un lungo silenzio …

-E come facciamo sti spaghetti?? Sono le 21,30 i negozi sono chiusi..!-Sconsolata Cri.

Gio con calma salì nella sua camera, aprì la sua valigia e ne estrasse una busta di plastica. Conteneva il suo frullatore ad immersione. Scese e..

-Non ci sarà un contenitore per frullare…?

Allora prese una bottiglia d'acqua minerale vuota, ne tagliò la parte superiore, mise i suoi sette pomodorini dentro, aggiunse uno spicchio d'aglio, un po' di peperoncino, mise tutto il basilico che aveva, aggiunse anche delle acciughe e dell'olio.

-Ecco… -frullò nel contenitore improvvisato il tutto fino ad ottenere una crema fluida tra lo sbigottimento generale.

Buttati gli spaghetti nell'acqua, ripresa a fatica l'ebollizione, misero il sale e..

-Siano croccanti, mi raccomando..

Appena pronti furono scolati e conditi caldi caldi con l'improvvisato sugo..

-Tutti a tavola..che bontà!

Tuesday, July 17, 2007 

Aveva deciso per quella sera: avrebbe fatto la Paella alla valenciana. In fin dei conti era o non era di lingua madre spagnola? Che importava fosse nata in sud America piuttosto che in Spagna? La paella era uno dei cavalli di battaglia di suo padre e l'aveva vista fare tante di quelle volte da poterla ripetere ad occhi chiusi. Gli ospiti sarebbero arrivati alle 21, aveva tutto il tempo per fare le cose con calma. Appena svegliata, un trucco veloce e vestita di tutto punto al supermercato. Non avrebbe potuto andare con una tuta o con una 'mise' trasandata. Come le diceva sempre il suo amico A, al supermercato, luogo tentacolare per approcci più o meno ortodossi, si andava con trucco e capelli in ordine perfetti!

Aveva comperato il pesce, i crostacei, lo zafferano che aveva finito, lo scalogno, il riso che ne consumava sempre tanto! Poi manzo, pollo, vitello, eh sì, le piaceva mista..Poi il vino, il pane, sì forse una bella macedonia di frutta fresca, per finire, era perfetta, o forse solo dell'ananas. Sperava sempre gli ospiti portassero almeno il gelato! Ritornata a casa, ancora una volta delusa per non aver avuto nessun incontro particolare al supermercato se  non con l'addetto alle vendite del pesce e la cassiera con cui aveva scambiato le uniche poche parole, pensò di spogliarsi mettendosi in tuta, per essere più libera.

Sentiva un suono lontano, il cellulare, certo. Era in borsa forse, no, in tasca del giaccone.

-Pronto! Sì, ciao. Sì sono rientrata a casa ora. Stasera? No, mi spiace proprio non posso. Ho degli amici a cena, Accidenti, che peccato! Dai vediamoci un'altra sera, sì va bene. Ciao caro..

Era Massimo, uno dei soliti 'abbonati'… come soleva dire il suo solito amico A

-Perché non brevetti il termine?- Gli aveva chiesto Eva una sera

Intendesi in questa accezione, un amico che ogni tanto veniva a farti visita per incontro affettuoso-ricreativo senza compromissioni affettive.. Insomma 'una cosa piacevole senza problematiche'..in un tempo in cui sia per penuria di uomini, sia perché sei in un'età in cui non sei più di primo pelo né tanto meno da pensionamento, questi 'abbonati' ogni tanto erano una 'risorsa' da non sottovalutare.

-E doveva chiamare proprio oggi?-

Eva fece un sospiro e cominciò a lavare il pesce.

Risuonò il telefono..era Mario, chiedeva se poteva portare un'amica arrivata proprio quella mattina da Parigi.

-Va bene, non ci sono problemi, alle 21. Ciao!

Mentre il pesce si stava cucinando, tagliuzzò la carne in dadini. La fece saltare.. Ancora il telefono..

-Pronto! – era Luisa, quasi afona e con febbre. Si scusa non avrebbe potuto venire.. Bene! Pari: una in più e una in meno.

Ecco era quasi pronta, mancava solo il riso, avrebbe nel frattempo lavato le fragole preparato la frutta..

-Ma chi altro c'è? Disse ad alta voce sentendo suonare alla porta..

-Ah sei tu.. mi ero dimenticata..entra..

Era la manicure. Aveva proprio bisogno.

-Guarda ho le mani di una verduraia…

-Sai sono appena andata da Marta, mi ha detto che stasera veniva  da te.

-Sì faccio una cena per contraccambiare gli inviti..una cosa veloce..

-Mi ha detto che siete in dodici..

-Mah, sai non lo so ancora, qualcuno non può, qualcuno si aggiunge..vedremo.

-ieri sono andata da Irene..sai poverina è in rotta col Luigi. Si è fatta i colpi di sole..la invecchia, però..sua madre le ha detto 'Chissà che le si schiariscano le idee…', invece Luisa mi ha detto che stasera aveva un incontro galante ma che non l'avrebbe detto a nessuno. Sarebbe sparita.-

Le ho incollato le unghie vedessi che mani le ho fatto..speriamo non se le rovini..quello è un manescone!

-Ma tu sai chi è?

-Certo, ma ho promesso di non dirlo..sai è una cosa ..privata!

-Sì sì non mi interessa comunque, chissà non trovi una sistemazione, dopo quella separazione dal marito

-Eh sì lo so, l'ha trovato a letto con..

-Lasciamo perdere, guarda…questi uomini!

-Sì, anche tra loro..

Il telefono ancora!

-Pronto! Sì alle 21, alle 21. Non portare nulla..tra noi. Ciao

Il tempo passava. Aveva già preparato la tavola, pensò bene di truccarsi. Si accarezzava il viso con quella crema nutriente che aveva comperato all'aeroporto. Sì, poteva ancora reggere, ci sarebbero stati tempi peggiori. Si spogliò, si guardò ancora allo specchio. Non era male per niente, peccato solo non ci fosse nessuno che l'apprezzasse…sì l'abbonato..

Si vestì con cura, si truccò, ravvivò i capelli, in mezzo qualche grigio faceva capolino..-Si comincia..- si disse ad alta voce.

Tutto era pronto mancavano solo gli ospiti. Il forno era acceso, il riso stava cuocendo, il vino bianco freddo..

-Ti ho portato del salmone..- disse arrivando Mario presentando la sua amica francese, - ti ho portato anche dei crostini così facciamo prima…-

-Apri il vino per favore..- disse Eva che nel frattempo rispondeva al citofono…

-Tutti insieme son arrivati..

Preparò il vassoio per le tartine: il burro, il salmone, il limone..

-Scusate, prendetevi i bicchieri, apro dell'altro vino..-

-Guardate che sul tavolo di là ci sono anche delle bruschette e la sangrilla..-

Tutti accalcati nella piccola cucina, chi beveva e chi si era già buttato sul salmone..

-Ti posso dar una mano?-

-Cosa posso fare??-

Come un crescendo il vocio si faceva assordante, poi improvvisamente un attimo di silenzio..

-Fumo, che cos'è questo fumo??

-C'è qualcosa sul fuoco? sento odore di bruciato…

-Apri la finestra, esce il fumo..

-Il forno, il forno!!! – Disse Eva con tono sconsolato

-la mia paella…guarda…carbonizzata. Avevo messo il grill…

Tuesday, July 17, 2007 

Era una di quelle mattine in cui si sentiva nell'aria un nuovo tepore: forse stava veramente per arrivare finalmente la primavera. Lo pensava anche Elvira che aveva spalancato tutte le finestre con il piacere di sentire quell'aria ancora un po' frizzante e non più umida e fredda. Aveva spalancato anche la porta che dava sul terrazzino della cucina sperando così di disperdere velocemente  quell'odore di pane bruciato prima che si alzasse Pippo...Ah quanto adorava il pane tostato, quando diventa leggero, friabile! E poi era un modo per riutilizzare tutto quello rimasto, solo che si dimenticava spesso di averlo messo in forno e così  delle volte non l'accendeva per niente, altre volte le arrivava alle narici quell'odore un po'acre del pane quando 'brustola' troppo e diventa bruno che quasi brucia e allora..:

-Santa Maria! Il pane! Ancora mi son dimenticata!-

Sì, aveva sempre tante cose da fare al mattino per non parlare di quando la chiamava al telefono puntuale come la morte, sua cognata! E così avrebbe subito ancora una volta il benevolo rimprovero del marito; non avrebbe avuto il piacere di avere il suo pane da mettere nel caffèlatte e avrebbe dovuto buttarlo. Aveva già provato altre volte di rifilarlo nella zuppa del cane, ma Argo non ne voleva sapere, dopo aver annusato la sua ciotola, altezzosamente disdegnava il suo unico pasto quotidiano con un lungo ululato di protesta.

-Hai bruciato il pane! Ancora! Che puzza!!- Sbadigliando Pippo, appena alzato si dirigeva verso al cucina per avere il suo caffè.

-Possibile tutta questa corrente d'aria.. chiudi qualcosa…hai le scalmane?-

Elvira non rispondeva era come sorda. Aveva già esperienza che doveva ignorarlo per i primi trenta  minuti dal risveglio. Già era sul fuoco un pentolone d'acqua con il sedano e la carota e  si apprestava a tagliare sottilmente una cipolla da soffriggere a parte con l'olio.

-Ma ti pare che di prima mattina uno deve bere il caffè con quell'odore di cipolla sotto il naso? Ma che fai, stai già pensando al pranzo?

-Fagioli, pasta e fagioli! Ci vuole il suo tempo..-

Sembrava apparentemente una giornata come tante altre o così era iniziata.

I fagioli secchi che erano stati dalla notte precedente in ammollo, erano stati messi a bollire, Elvira si apprestava ad aggiungere la cipolla soffritta al tutto quando suonò il campanello.

Guardò fuori dal terrazzino della cucina.

Era il garzone del fiorista con una gran pianta.

-Ma sei sicuro sia per me?

-Certo, signora so leggere..

Era una pianta  più grande di chi la portava. Arrivò al piano ansimando il ragazzo dicendo:

-Signora è una pianta d'interno, non va messa fuori, è una Dracena, anzi sono tre insieme!

-Ma chi la manda?

-C'è il biglietto qui, era un signore…distinto, alto..

Aprì la busta spillata nel bordo del nastro che era stato aggiunto alla pianta

Grazie ancora di tutto, ti sono riconoscente di quanto hai fatto..Aldo

Aldo, Aldo, Aldo?

-Pippo, conosci qualche Aldo?-

Guardò la busta era a nome suo…Elvira e basta!

Nessuno conosceva un Aldo. E la pianta verde era bella davvero.

Elvira ritornò in cucina, mischiò col mestolo la minestra che stava sobollendo,

aggiunse il soffritto mise il coperchio, abbassò il fuoco.

-Io esco a prendere il pane.. Si infilò velocemente una giacca e scese. Passò dal panettiere dopo essere stata dal fioraio.

-Un signore distinto, aveva la macchina qui davanti. Era solo. Il biglietto l'aveva già pronto e ci ha detto a voce l'indirizzo. No, non so proprio chi possa essere..-

-Mistero!- pensò mentre risaliva le scale di casa. - Però! Un uomo che mi manda una pianta! E mi ringrazia-. Fece un veloce esame di coscienza: non aveva assistito ultimamente amiche malate e non aveva fatto nulla di cui essere debitrice di riconoscenza. Anzi non amava molto andare per ospedali, come facevano le sue amiche, a fare assistenza volontaria. Lo diceva sempre che il detto 'quando il corpo si frusta l'anima si giusta' non andava bene per lei! Aldo. Un Aldo lo aveva conosciuto. Si era iscritta dopo le magistrali all'università. Si ritirò al secondo anno. Aveva conosciuto un gruppo che frequentava le sue stesse lezioni. Sì c'era stata una simpatia con quell'Aldo, ma nulla di più. Non poteva essere lui. E se era quel signore così gentile che le sorrideva sempre quando lo incontrava dal fruttivendolo? Mah! Non sapeva nemmeno il nome.

-Avrai avuto un fidanzato di nome Aldo..- l'interruppe dai suoi pensieri il marito.

-Ma che dici?..-

-O qualche marito di qualche tua amica con cui giochi a carte.. magari hai fatto la gatta morta o promesso qualcosa..

-Ma cosa stai dicendo?

-Perché non ne saresti stata capace? Figuriamoci voi donne..Mi ricordo l'Anna…per anni mi ha fatto occhi dolci..!!

-L'Anna? Ah questa mi giunge nuova..

-Ma sì mi telefonava pure qualche volta..

-Ti telefonava?? Ed io che pensavo ti telefonasse per sapere i contributi da dover versare per la sua donna di servizio.. Vedi che scopro nuove cose.

-Ma dai non vorrai essere gelosa..

-E poi che è successo?

-Che vuoi sia successo? Ma dai è acqua passata..

-Sei insopportabile! Guarda guarda cosa devo sentire stamattina.. mamma mia i fagioli! – e si diresse in cucina. Dovette abbassare ancora la fiamma, il bollore era troppo vivace.

-Adesso non dirmi che non sai chi è questo Aldo! Figuriamoci.

Rimestò la minestra, assaggiò il brodo, era insipido. Doveva bollire per almeno un'altra ora, aggiunse del sale.

-Non ti ricordi quella gita che avete fatto con la Parrocchia?...dov'era a Loreto?

-Sì Loreto. E allora?

-Mi dicesti che ti eri divertita tanto che c'era un buona compagnia.. Avete dormito fuori..-

-E che vuoi dire con questo 'avete dormito fuori'?

-Nulla, avete dormito fuori. Punto!

-E comunque non c'era nessun Aldo se è qui che vuoi arrivare. Senti, smettila, smettila, altrimenti …

-Altrimenti?? –

Elvira decise di troncare ogni discussione. Sentiva un peso nello stomaco. Non andava né su né giù. Le stava per venire anche il mal di testa.

-Mi verrà un infarto con questo..- pensò- ma dicono che dovrebbe far male il braccio.. E poi io la pressione l'ho perfetta, tutti gli esami li ho fatti un mese fa..E' questo che mi fa morire!

Elvira si diresse in salotto dove aveva appoggiato la sua pianta. Era veramente bella. Anche il vaso di coccio era verde ed aveva un bel nastro arancione. Il suo colore preferito. Tolse il cellophane: le foglie erano belle lucide. Una persona di buon gusto certamente.

Questo fu l'argomento della lunga telefonata che Elvira ebbe con la cognata. Anche lei non conosceva nessun Aldo!

-Ti lascio ,- concluse la telefonata- ho roba al fuoco..-

Elvira andò in cucina, spense il gas, rimescolò la minestra. Doveva essere pronta! Era pronto anche il baccalà che aveva bollito.

Prese il passaverdura, schiacciò una parte dei fagioli..

-Ecco questa è pronta, ora manca solo da mettere la pasta.. Aldo, ma che Aldo??-

Scolò il baccalà ci aggiunse dell'olio, dell'aglio, il prezzemolo che aveva tritato e cominciò a sbatterlo forte con il mestolo di legno..

-Glielo sbatterei in testa..altrochè..- ripensando al marito

Suonarono alla porta..Elvira si sporse dalla finestra..

-Sono ancora io signora, posso salire?- Era il ragazzo del fiorista.

-Mi scusi signora, c'è stato un errore. Ci ha telefonato quel signore che ha comperato le piante.. sa..ha sbagliato indirizzo, ci scusiamo..Anche il fiorista si scusa con lei, ma devo riprendere la pianta..

La bella giornata che quella mattina si era annunciata con quell'aria tersa si stava guastando. Un temporale era in arrivo, il cielo si stava scurendo..

-Elvira, chiudi le finestre! Arriva il temporale..Ma a che ora si mangia?

-Ora butto la pasta..