INTRODUZIONE
"C'era una volta un blog…", scriveremmo se fosse una favola cyberpunk, ma visto che è una raccolta di poesia diremo: "c'era una volta un diario senza carta e senza penna…"
Tutto nacque dalla necessità di raccogliere idee su uno spazio condivisibile istantaneamente in modo tale da aggiornarsi, senza troppe attese, sui propri pensieri, stimoli, riflessioni, dubbi. Una situazione come un'altra, insomma. Con l'avvento di internet, e perdonatemi la retorica, necessità come questa cominciarono a manifestarsi moltiplicandosi come bolle di sapone in una vasca piena d'acqua calda su cui casca la boccetta aperta del bagno schiuma.
Fatto sta che da quest'esigenza è nato un progetto, un progetto collettivo (e qui si ricade nella retorica, ma cosa volete farci, ormai è meglio imparare a conviverci) che ha visto coinvolti gli autori del blog e i suoi lettori: Poesie senza adsl.
Aldilà dell'importanza scientifica di internet e del web, l'uomo quando può comunicare ne approfitta per raccontare se stesso, i suoi umori, le sue gioie e i suoi dolori. I sentimenti, insomma. E questi, internet o no, sono quelli di sempre. L'odio e l'amore catulliano (e qui mi si perdoni il riferimento strabusato del verso) sono sempre gli stessi che li si scriva su una pergamena o su una pagina html.
Allora cos'è che è cambiato?
Il cammino che porta all'odio o all'amore, alla tristezza o alla gioia.
Le poesie senza adsl quindi nascono, come tutta la letteratura, dall'incontro con le persone. Dal confronto con gli altri. Dall'interazione di cervelli. Questa raccolta, nata per gioco, raccoglie, in versi, meditazioni sul rapporto che intercorre tra sentimenti e tecnologia? Riflessioni su questo nuovo cammino.
Come dice de Kerckhove "ogni tecnologia è una psicobiologia" in quanto apre nuovi spazi cognitivi con cui ogni essere pensante, una volta entrato in relazione con l'oggetto tecnologico, deve fare i conti.
Diventa così impossibile, per noi neoromantici cyberpunk, non tentare una riflessione di tali cambiamenti in atto attraverso i versi. Non solo parole nuove entrano a far parte del nostro vocabolario (mp3, fibra ottica, wi fi, etc.), ma anche concetti nuovi. L'uomo, adesso, grazie all'infosfera, può attirare il mondo addosso a sé per studiarlo, senza muoversi in logoranti ricerche decentralizzate, ma di contro tutto questo potere apre lo spazio a nuove necessità filosofiche ed organizzative.
Senza avere tali pretese intellettuali questa raccolta parte dal quotidiano per far i conti con le gioie e i dolori di sempre attraverso, però, nuovi canali di comunicazione. Canali che modificano il nostro spazio interiore e le nostre relazioni interpersonali. La tecnologia è pervasiva e l'uomo la naturalizza nell'uso quotidiano che ne fa. In tal modo nuovo, condizionato, in certo senso, dall'evolversi della techica l'amore, la rabbia, la gioia, la solitudine e tutti i sentimenti di cui l'umanità é magnificamente invasa trovano nuovi modi per veicolarsi e raggiungere gli altri.
Per questo con un fanciullesco spirito esploratore ho tentato di realizzare un libello che narrasse di situazioni accadute o verosimilmente possibili legate al nuovo quotidiano di quest'Homo Tecnologicus. Ho lanciato la sfida in rete e, com'era prevedibile, molti avevano qualcosa da dire in proposito. Il gioco e la sfida si sono trasformati in una meditazione su loro stessi e sulla propria condizione, su come è evidente che se in senso sociale siamo cambiati in modo radicale rispetto solamente a due generazioni fa, l'individuo rimane comunque quell'essere eterno che cerca di abbattere i muri esistenziali che lo separano dagli altri. Così una vecchia email diventa una simpatica ripicca e una lavatrice il mandala di una lite.
Come tutti i progetti collettivi ci è sembrato significativo usare anche le immagini per raccontare, in modo delirante, questo controverso rapporto con l'alta tecnologia. Le foto sono state realizzate da Alessio Maria Curatolo, che usa la macchina fotografica e i programmi di grafica, come noi, amanti della parola, usiamo le penne. Così, apparentemente slegate dalle singole poesie, le foto si muovono come fossero didascalie di un'evoluzione perversa e surreale, partendo da una pretecnologia fatta di ferro e cemento fino a simbionti di dubbia necessità. L'uomo non compare mai nelle immagini eppure sarà evidente la sua presenza: per differenza, per effetto, per deduzione.
Ogni immagine racconta una storia, come tentano di fare le poesie. Ogni scatto, poi rielaborato, è una meditazione notturna che trova sfogo alle prime luci dell'alba, tra il frastuono della prima saracinesca alzata e lo starnuto di un passante mattiniero. Così una casa abusiva mai terminata diventa lo sguardo malinconico di un uomo solo in riva al mare, mentre una saponetta messa a caricare come un cellulare è l'igiene degli eletti che pur di mantenersi vivo attinge a qualsiasi risorsa. Alessio Maria Curatolo ha scritto un altro libro e lo ha messo in viaggio con le poesie, in un gioco di luci ed ombre di notevole impatto.
Come tutte le idee nate per caso o per gioco, mi è sembrato corretto rendere omaggio al momento più creativo della giornata, a detta di numerosi artisti: l'evacuazione in bagno, la telefonata lunga, la ritirata.
Ho lasciato credere al mio narratore interno che il progetto, i versi e tutto il resto fosse nato tra l'esigenza di un caffè e il rischio di un'esplosione intestinale, tra l'esplosione intestinale stessa e il piacere dell'avvenuta evacuazione. È un modo un po' irriverente di non prendersi troppo sul serio, del resto non siamo certo i primi a soffermarsi sulla condizione umana usando i versi.
Il blog di cui vi parlavo all'inizio è percezione sociopatica punto qualcosa punto com, ma, forse, mentre leggete non esiste più se non nella memoria di qualche hard disk mal formattato.
g.g.