Già
dai disegni di copertina capisci che affrontare “Lo west Share Descent”
non sarà una passeggiata di salute. Inserisci il cd e ti accoglie un
urlo straziato, come un barrito agonizzante. Dead Elephant. Della
serie: se questo è un uomo.
I cancelli si aprono con Introducine My
Eye, In Flame, una furia che si abbatte sull’ascoltatore azzannandogli
la giugulare come solo sapevano fare gli Unsane: stessa macelleria
sonora, stessa cattiveria. In quanto a inclinazioni e intensità non è
da meno la seguente Another Fuckin’ Word To Say We Miss You. La band
cuneese autrice di tale duplice minaccia potrebbe aver già sparato così
tutte le sue cartucce, ma il massimalismo di cui è fautrice non ha
propositi monodimensionali e anzi riesce a trovare vie di fuga
inizialmente non preventivabili. Post Cruciixion per esempio sposta il
baricentro su un versante free, con il decisivo apporto di Luca Mai
degli Zu al sassofono: si tratta di un episodio a sé stante, memori di
un killeraggio zorniano.
L’album invece comincia a prendere una piega ‘pischedelica’ con Black
Coffee Breakfast: dieci minuti, solito macigno allo stomaco però
pervaso da una vorticosa tensione che si dissolve in una densa coltre
cosmica prima di riprendere quota. Il peggio deve venire con l’incubo
ambient-industrial Abyss Heart mentre Clopixol riacquista lo spessore
di cadenze heavy ma con il fare atmosferico dei Neurosis. L’uscita da
questa spirale avviene in senso involutivo con il blues-core The Same
Breath che poi lascia il testimone a una più articolata The Worst &
The Best. Chiamare in causa gli Oxbow è d’obbligo soprattutto perché
nella prima delle due canzoni citate è Eugene Robinson in carne e ossa
a lasciare una delle sue psicotiche interpretazioni vocali.
Termina così “Lo west Shared Descent” album d’esordio dei Dead
Elephant. Un disco che non è solo un magistrale saggio di musiche
‘noise’ ma anche fedele rappresentazione di quel ‘sentire noise’ che ha
nel suo dna l’espressione di istinti bestiali, stati allucinatori,
lesive depressioni. (8) Fabio Polvani
Ci
eravamo già accorti da tempo della particolare natura dei Dead
Elephant. Meritevoli di spiccare e venire esaltata non solo perché
maturata in Italia, ma perché spietata nel recuperare il rumore
maledetto di Unsane, Cows, persino Beach.
Quell’afflato puramente
umano, eppure più grande, che puzza di sconfitta ed errore, di
rimpianto e sventura. Denso e fastidioso, Lo west Shared Descent è
l’esatto contrario di ciò che raccatta soldi e consensi oggi, e per
questo merita attenzione più che mai: è ancora possibile fare musica
con le viscere in movimento, che travalica il qui e ora del rock degli
ultimi vent’anni. Non sembrino facili entusiasmi, ma è l’idea di aver
fatto bene ad attendere almeno un po’ questo disco, e di aver avuto
ragione nell’aspettarsi ottime cose. Rumore di prima categoria, e se
l’anno prossimo non trovano un posticino fra gli efebici indie boy del
MiAmi vorrà dire che siamo un paese senza speranza. (8) Raoul Duke
Ogni
singola uscita della Robotradio è da considerarsi un piccolo evento per
il panorama indipendente italiano (e non solo), non fa eccezione la
prova su lunga distanza dei Dead Elephant, il trio proveniente dalla
provincia di Cuneo per creare una scossa tellurica negli ascolti del
2008. Influenzati tanto dall’hard-core di matrice Fugazi quanto dal
punk e dal trash-metal, questi ragazzi violano i volumi dei nostri
impianti ad alta fedeltà con un suono esaltato e di impatto
sconsiderato, schiaffeggiando il nostro udito e scagliandoci a distanze
siderali con l’irruenza che si compete ad una grande live-band. Le
diverse apparizioni dal vivo al fianco di Joe Lalli, Zu e Capricorns
sembrano infatti essere state metabolizzate alla perfezione, e non si
rimane molto sorpresi nell’ascoltare gli accenti free-jazz (quasi à la
Naked City) di “Post Crucifixion” seguiti dalle accelerazioni con
finale cacofonico di “Black Coffee Breakfast”. Come d’abitudine per le
pubblicazioni Robotradio, il disco è accompagnato da un bellissimo
artwork curato da Marco Corona, uno dei più importanti fumettisti degli
ultimi anni e perfetto interprete delle visioni angoscianti e estreme
immaginate dai Dead Elephant. “Lo west Shared Descend” sarà licenziato
in contemporanea in Europa e negli Stati Uniti, sia su cd che su
vinile, a dimostrazione che anche le produzioni italiane possono
competere con le migliori realtà underground internazionali se
supportate da una progettualità consapevole e convincente. (8) Michele Casella
Ci
sono dischi inaspettati, imprevisti, fuori programma. Non li hai
cercati, non ne hai sentito parlare e quando arrivano non hai nemmeno
voglia di ascoltarli perché pensi siano la consueta ciofeca senza un
guizzo creativo degno di tale nome. Alla fine li ascolti un po'
controvoglia, quasi per una sorta di deontologia che ti impone di
setacciare la melma culturale nella speranza di trovarci qualche
briciola di un qualsiasi valore. "Lowest Shared Descent" dei Dead
Elephant sembrava uno di questi dischi, ma era in realtà la briciola di
valore che sarebbe bello trovare e ascoltare sempre. E se il primo
approccio, invece che sottoforma di anonimi mp3, fosse stato con la
splendida confezione digipack arricchita dalle tavole di Marco Corona e
con le note che recitano i dettagli di produzione, i dubbi sulla
qualità del prodotto forse non si sarebbero nemmeno posti.
I Dead
Elephant provengono dalla provincia di Cuneo e "Lowest Shared Descent"
è il loro esordio sulla lunga distanza, facendo seguito a due anni di
concerti nel nord Italia e l'EP "Sing the Separation" del 2005. La
gestazione del disco è stata particolarmente travagliata, ma a mio
parere ne è valsa la pena: registrazioni al Garage Ermetico Leumann di
Torino (Maurizio Borgna) e al Ruminator Audio di San Francisco,
missaggio al Red House Recordings di Senigallia (David Lenci) e post
produzione presso il New Alliance East di Cambrige, Massachusetts (Nick
Zampiello) chiariscono il perché le sonorità siano così insolitamente
fresche e brillanti.
I primi tre pezzi sono, nel complesso, gli otto minuti di musica dura
più eccitanti che mi sia capitato di sentire negli ultimi anni. Ti
arrivano addosso come un uragano con il loro stile fragoroso, conciso,
veloce e metallico che riesce ad alternare nel giro di pochi secondi
inflessioni/citazioni alla Unsane, Neurosis e Jesus Lizard. Lo
strumentale "Post Crucifiction" sconfina addirittura nel jazz-core,
forte delle svisate al sax di Luca Mai degli Zu.
Le vere sorprese iniziano nella parte centrale del disco con due brani
che, viste le premesse, arrivano quasi inaspettati: "Black Coffee
Breakfast" (una composizione di dieci minuti incentrata su suoni
psichedelici ed evocativi) e "Abyss Heart" (un pezzo astratto di sette
minuti al confine con l'ambient industriale). La terza parte cambia
ancora registro con tempi medio-lenti e sonorità post-metal che
rimandano a Deftones, Isis, Tool, ecc.
E' raro trovare gruppi così a proprio agio in ambiti così distinti,
ancor più raro è che le diverse sonorità si fondano in modo così
omogeneo. E se della produzione abbiamo già parlato, rimane da
segnalare l'abilità strumentale dei tre, decisamente sopra la media,
soprattutto il batterista Sandro Serra, una vera forza della natura. Se
per il 2007 volete ascoltare un solo disco in ambito noise-metal-core
puntate su questo. Massimiliano Osini
Attivi
da un paio d’anni e approdati ora alla promettente e sempre attenta
Robot Radio Records il trio di Cuneo pubblica il debutto ufficiale.
‘Lowest Shared Descent’ è un vero e proprio sputo in faccia al sistema,
al conformismo e a tutto ciò che è parte di questa vita mediocre che ci
vuole allineati come dei poveri soldati. I Dead Elephant sputano sangue
metropolitano, si sporcano le mani col marcio delle fogne e poi gettano
tutto in faccia al primo benpensante di turno. La rabbia esasperata
degli Unsane si riconosce a partire da ‘Introducing My Eye, In Flame’ e
si fa più fastidiosa in ‘Post Crucifixion’ dove spunta il sax di Luca
Mai degli Zu, in una totale contemplazione del disordine sonoro e del
riff storto. Sono piccoli esempi, questi, in cui emerge l’intenzione
principale della band che è quella di disconnettere tutto e restare lì,
in una situazione di limbo in cui sentiamo sia Jesu Lizard che Melvins,
tutti insieme, in una esplosione di math-noise che arriva al cervello e
percorre la schiena (‘The Same Breath’) per creare un clima di terrore
sonoro. In quanto a spessore artistico i Dead Elephant danno lezioni,
non si soffermano al semplice suono ma lo rielaborano e lo concentrano
in una tubatura di cui non conosciamo il percorso. E forse è davvero
meglio così. Un applauso ai Dead Elephant e complimenti per averci
fatto rivivere quelle emozioni negative che solo l’hardcore sa dare.
(8) Rosario Leo
Ad
accogliere l’ascoltatore nell’esordio sulla lunga durata dei DEAD
ELEPHANT è un urlo disumano e atterrente. E’ l’inizio di uno
sprofondare annichilente in un disco durissimo ed incompromissorio, che
rinverdisce i fasti dell’hardcore noise più efferato, quello tanto caro
a band come gli Unsane o a quelle del giro Amphetamine Reptile, tanto
per intenderci. Questo almeno è quello che farebbero pensare le prime
due tracce in scaletta, perché già a partire dalla terza, il trio di
Cuneo, dimostra di voler andare ben oltre quei confini: Post
Crucifixion infatti, complice il sax di Luca Mai degli Zu, smarca di
lato versi lidi free-jazz metallici. Da qui in poi è uno spiazzamento
via l’altro! Black Coffee Breakfast, più di dieci minuti di durata,
parte deflagrante ma poi si scioglie in un deliquio
psichedelico-cosmico dalle vaghe reminiscenze kraute per poi tornare da
dove era partita, Abyss Heart è un incubo ad occhi aperti dalle cadenze
ambient-doom industriali da far invidia ai vari progetti di Stephen
O’Malley, Cloxipol dà sfogo alla rabbia incanalandola in un’atmosfera
più trattenuta. Gli ultimi due brani chiudono nel segno degli Oxbow,
direttamente chiamati in causa dalla presenza in The Same Breath di
Eugene Robinson in persona al canto. Bellissimi la confezione e i
disegni di Marco Corona. (4/5) Lino Brunetti
andreaprevignano.blog.deejay.it
Ruggisce, abbaia, sbava di rabbia questo splendido reperto noise rock
che sembra arrivare dai recessi rumorosi degli anni Novanta. Il press
ad della Robotradio fa i nomi giusti: Unsane, Cherubs, Colossamite, a
cui sicuramente si possono aggiungere Oxbow e Merzbow (l’inferno al
metano di “Abyss Heart”). Non è un caso infatti che al disco abbiamo
partecipato Eugene Robinson (su “Eternal December”), immenso e rissoso
cantante degli Oxbow, e Luca Mai (sax di Zu e Udus). La grana di questi
suoni saturi di distorsione, regolati da ferree regole ritmiche,
solcati da cimbali perennemente basculanti, da urla feroci di dolore
incontebili, da un sovraccarico di elettricità, si è persa da tempo. E
al trio cuneese va riconosciuto il merito grande di ricordare a tutti
che la musica è fatta anche di questo scontro diretto. Da quando i
Neurosis hanno deciso di cedere il passo a plaghe sonore più
meditative, di respiro più preogressivo, è bene che qualcuno raccolga
il testimone dell’arte della violenza. Una mano in faccia che stringe
mentre le ossa del cranio scricchiolano, questo è “Lowest Shared
Descent”: inevitabile. Per fan di: Oxbow, Distorted Pony, Unsane
Andrea Prevignano
Nell..occhio
(in fiamme) di ogni tempesta Si muovono in una zona di confine, i Dead
Elephant; in uno spazio immaginario che potremmo definire, citando
David Cronenberg, la “zona morta” della musica hard. Uno spazio da cui
il gruppo attinge un’identità eterogenea nei riferimenti stilistici, ma
anche forte e riconoscibile; saldata al nocciolo di una rabbia sofferta
e nervosa. L’elefante morto è quasi sempre conciso, veloce
(“Introducing My Eye, in Flames”). Il suo dna presenta i tratti
inconfondibili del metal estremo, ma non disdegna gli aspetti più
lirici del post-core (“The Same Breath” ricorda i primi Deftones) e una
componente noise che sporca il suono, accentuandone il fascino
psichedelico e l’ambiguità. I paragoni possibili potrebbero essere
numerosi: Neurosis, Isis (soprattutto in “Clopixol”), persino alcune
cose dei My Dying Bride; ma stilare una lista esauriente servirebbe a
poco. Colpisce di più la cura con cui sono articolati i trentanove
minuti del programma: un viaggio costituito da stazioni ragionate, con
un buco posto al centro dell’album che parte da “Abyss Heart” per
coinvolgere anche le tracce confinanti: un effetto a spirale che
rallenta la musica fino alla stasi della traccia citata, in cui
sussurri e stridori evocano un dimesso scenario industriale. Un lavoro,
quello sulla struttura complessiva del disco, che si riflette sulla
forma dei singoli brani, poco prevedibile e aperta a soluzioni di
confine tra canzone e derive strumentali - che in “Post Crucifixion”,
complice il sax di Luca Mai degli Zu, prendono il sopravvento. The Dead
Elephant coniugano il raziocinio e il rigore con una furia che non è
pianificata e non esprime un unico (mal)umore. Detta in altre parole:
di band incazzate con il mondo, è pieno il mondo; ma questo non vuol
dire che facciano tutte buona musica. La band di Cuneo, al suo esordio
sulla lunga distanza, è invece dotata di un’espressività complessa:
plumbea e sinistra, ma anche lunatica e articolata. Un ascolto
trasversale che ha tutte le carte per superare la cerchia di amanti del
rock estremo. (4/5) Simone Varriale
I
Dead Elephant ci travolgono con una enorme ondata di lava incandescente
ad oltre mille gradi centigradi. Il trio cuneese, che dopo un ep, ha
dato alle stampe questo ottimo disco sulla lunga distanza. Abrasivi
come pochi, hanno il piglio blues- core degli Unsane della primissima
ora e sono tirati come i più allucinati e psichedelici Neurosis. Questo
loro esordio ha un sound favoloso grazie soprattutto al lavoro che è
stato fatto tanto in fase di produzione, che di miraggio, dato che è
stato registrato da Maurizio Borgna al Garage Ermetico Leumann di
Torino e presso il Ruminator Audio di San Francisco, mixato da David
Lenci al Red House Recordings di Senigallia e masterizzato da Nick
Zampiello (Isis, Converge, Unsane, ecc.), presso il New Alliance East
di Cambrige, nel Massachusetts. Penso che come credenziali ci siamo, il
risultato, infatti, è tanto coinvolgente quanto strepitoso. Il trio
riesce a dipanarsi tra i vari generi indie ed estremi di matrice Usa,
aggiungendoci tuttavia, in ogni frangente degli aspetti molto
personali, evitando di sembrare derivativi. Un esempio su tutti è
l’aggiunta del sax di Luca Mai degli Zu su “Post crucifixion”, che ha
un deragliamento verso il jazz noise circolare e paradossalmente quasi
math. Gli oltre dieci minuti di “Black coffee breakfast” partono con un
sound vorticoso e post-core, per poi prendere una strada talmente
cerebrale da sfiorare l’assoluta razionalità. L’iniziale “Introducing
my eye, in flames”, invece è un pugno nello stomaco che ci arriva
direttamente dai bassifondi newyokesi di Chris Spencer e dei suoi
Unsane, dove l’hc è soffocato che cova perennemente sotto la cenere,
mentre “Clopixol” ha una tensione tirato allo spasimo, “The same
breath”, invece, ha la cerebralità propria degli ultimi Tool. Catartici
e coinvolgenti come pochi sicuramente sentiremo parlare dei Dead
Elephant anche oltreoceano. Vittorio Lanutti
Giacchè tutto è vanità
Seconda pagina di una storia recente eppur già magistrale. Una pagina
scritta con alle spalle il panorama della provincia di Cuneo ed in
testa l'oppressione psichedelica. Lancinante. Dilaniante. Profondo
quanto gli abissi della mente. Un viaggio meraviglioso di un power trio
al massimo dello splendore. Registrato tra Torino e San Francisco.
Mixato da David Lenci e masterizzato da Nick Zampiello in Massachusetts
(si legga Isis, Converge, Unsane). Tre anni di rovente rodaggio sonoro
sui palchi di mezza Italia ed una vivida connection con gli Stati
Uniti. Otto bastioni insormontabili di puro noise acido. Ruvido.
Abrasività care ai "peggiori" Jesus Lizard. Come se gli U.S. Maple
fossero stati invitati ad un rito propiziatorio dai Zeni Geva sotto lo
sguardo attento delle oblique saette dei Colossamite. Ma non può
bastare. L'assalto è senza precedenti. Entrano a finire l'elefante
morente anche le deflagrazioni neurotiche divise tra Neurosis e Isis.
Fino alla concettualità space d'altri mondi sconosciuti che fu cara al
rivalutato/riscoperto/rivampato kraut rock. Collaborano nell'opera Luca
Mai degli Zu e Eugene Robinson cantante degli Oxbow. Nota non a margine
per il meraviglioso artwork di Marco Corona che conferma la qualità
assoluta delle produzioni della label trentina. Meno di quaranta minuti
per ristrutturare un genere e portarlo oltre. Oltre i confini. Emanuele Tamagnini
Una
gigante onda d'urto proveniente dal nord italia, dintorni di Cuneo.
Dopo un paio di grugniti pregni di dolore è la prima traccia
Introducing my eye, in flames ad esplodere in faccia (il nuovo
batterista Sandro Serra è pura adrenalina), come una bestia che diventa
una bomba. Pensate agli Unsane o ai primi Neurosis, forse anche agli
Distorted Pomy (dato il senso catartico di alcune distorsioni delle
chitarre by il magnifico cantante Enrico Tauraso) e se Vi ponete la
questione del perchè fare un album del genere, la risposta è semplice:
'serve a rompere il culo a tutti' come dicono in francia. Mi spiego, -
ho ricevuto questo CD come promo, ma quando ero arrivato verso la fine
della traccia #2, Another fuckin' word to say we miss you sono quasi
impazzito, e mi sono sentito obbligato a versare 10€ alla Robotradio
rec per sedare il mio karma, ed è stato esattamente quello che ho
fatto, cazzarola! Merita il mio sangue. In ogni modo, i Dead Elephant
non sono novizi, (leggo) possono vantare collaborazioni eccellenti con
la Unfortunate Miracle rec e tour di supporto a Capricorns (uk), Lair
of the Minotaur (usa), Joe Lally (Fugazi - usa), Zu (ita), di cui
proprio Luca Mai suona il sax su Post crucifixion, spostando l'asse nel
jazz-core per un breve istante. E' su Black Coffee Breakfast e Clopixol
che invece i Dead Elephant incedono lenti su un percorso psichedelico
fatto di multicolori risonanti e nichilismo. Su The same breath poi c'è
Eugene Robinson degli Oxbow che urla, estremo e brutale come la stessa
Musica. Coesi, solido post-hardcore spurio e sporco, - l'ultima traccia
The worst & the best segna l'ultima testimonianza di una ferocia
finalmente consumata. - In ultimo, non per importanza, - artwork e
confezione del CD sono un vero gioiellino.
Esistono dischi nati per essere consumati in maniera veloce, per
allietare qualche giornata e poi scivolare nell’oblio, puniti dalla
stessa facilità di assimilazione che aveva loro permesso di primeggiare
nell’immediato.
Ci sono, poi, dei lavori che crescono piano, che
hanno bisogno di tempo per farsi amare e che sono destinati a restare
più a lungo nella memoria dell’ascoltatore, dischi che vanno
conquistati nota per nota, quasi si trattasse di sciarade da risolvere
per poterne catturare il senso ultimo. Assai rare nella seconda
categoria sono quelle opere che saltano la difficoltà di approccio
iniziale, così da attrarre chi vi si avvicina sin dal primo istante,
senza per questo rinunciare alla possibilità di compiere percorsi
complessi e al piacere di concedersi poco per volta, ascolto dopo
ascolto. Una di queste rare eccezioni è offerta da Lowest Shared
Descent, nuova creatura dei Dead Elephant, oltre ogni ragionevole
dubbio una delle formazioni più interessanti in giro attualmente. A
introdurre il visitatore nel mondo dei Dead Elephant troviamo le tavole
di Marco Corona, incorniciate da una confezione digipack in grado di
chiudere una volta per tutte lo stantio dibattito tra gli assertori del
supporto fisico e quelli del formato digitale (inutile specificare a
favore di quale tesi). Dal punto di vista strettamente musicale, Lower
Shared Descent è opera affascinante e poliedrica: parte dal noise di
scuola newyorkese (Unsane su tutti), irrompe nel post-core più
coraggioso, passa al setaccio i bassifondi della scena sludge, si
accosta fugacemente alla psichedelia di marca Neurosis, corteggia
l’approccio free jazz caro al maestro John Zorn per poi disperdersi
nelle manipolazioni sonore proprie dell’industrial ambient, il tutto
senza perdere mai la strada di un percorso personale che non vede un
semplice sovrapporsi delle singole parti, ma un vero e proprio mutarsi
della materia plasmata brano dopo brano. Ad aiutare i Dead Elephant
troviamo due ospiti d’eccezione, Luca Mai degli Zu e Eugene Robinson
degli Oxbow, autori di preziosi cammei all’interno di un disco che non
può assolutamente passare inosservato. Se amate le sfide in note,
aggiungete pure una stella al voto finale. (4/5)
Michele Giorgi
baronedelmale.wordpress.com
ossequi!Il
barrito del pachiderma zombie ci stordisce violentemente. Parte così
uno dei dischi che sicuramente segnerà il 2008 italiano, tingendolo di
noise rock maledetto e nichilista, impastando forme e strutture,
cospargendo le stesse di polvere di zolfo e terra. I tre cuneesi, già
autori del buon EP Sing The Separation, disco che pur mostrando
un’evidente qualità di fondo mi aveva convinto a metà, tornano con un
lavoro sicuramente maturo e ottimamente concepito, ponendosi nel mezzo
di una carreggiata stilistica ostica, in un non-luogo a metà strada tra
il post-hc di scuola Neurosis, il rumore sferragliante di Unsane e
Jesus Lizard e lo stoner-doom di nuova generazione. Su Post
Crucifixion, una scheggia math-sludge di due minuti, i nostri sono
coadiuvati dal sax dannato di Luca Mai (Zu) in quello che è sicuramente
uno degli episodi più esaltanti di Lowest Shared Descent; è davvero
impressionante anche The Same Breath, ospite il gigante Eugene Robinson
(Oxbow), un incredibile esempio di come è possibile suonare estremo nel
2008, un blues dall’inferno tra fiamme e forconi. Molto bello anche
l’artwork e il digipack, un lavoro di classe e ben curato che vale la
pena di avere nella propria collezione. Come si suol
dire…ACCATTATEVILL’!
Il
passo pesante di un elefante, l’oscurità soffocante che solo la morte
può richiamare appieno: i Dead Elephant tengono fede al proprio nome e
ci portano in un viaggio dalle tinte nere, dove non c’è spazio per la
luce e l’oppressione è continua. Fra i Neurosis ed i Deftones, il noise
rock più cattivo e derive strumentali, Lowest Shared Descent è un album
non facile ma che regge sia nei momenti più convulsi (Introducing My
Eye In Flames e la fantastica Another Fuckin’ Word To Say We Miss You)
che in quelli più lisergici (Clopixol), denotando una grande fantasia
compositiva che non si limita ad abbozzare le idee ma le sviluppa
appieno, anche se a volte esagerando (Abyss Heart sa degli Ufomammut
più calmi ma senza avere lo stesso carisma). Da segnalare Post
Crucifixion, il momento più eccentrico dell’album grazie all’apporto
dell’instancabile sax di Luca Mai degli Zu. (3,5/5) Stefano Ficagna
“Poi
che ciò che succede ai figli dell’uomo succede anche alla bestie in
ogni singola cosa: come gli uni muoiono così muoiono le altre. Si, essi
tutti hanno un fiato solo; Di modo che l’uomo non ha preminenza sulla
bestia: giacchè tutto è vanità”. Aprendo il digipack di Lowest shared
descent dei Dead Elephant leggerete questi versi dal Qoelet, libro
presente nell’Antico Testamento della Bibbia cristiana e in quella
ebraica. In questa citazione vi è la chiave di ascolto del disco.
Qoelet è il libro del contraddittorio del bene e del male. Qoelet è
l’uomo che si autointerroga sulla dicotomia uomo-bestia. Come Qoelet è
voce di tanti che si uniscono in uno ai limiti della schizofrenia
(ovvero la mente divisa) ecco Lowest shared descent scindersi in due
parti, in due movimenti sonori e in due volti (come quelli kafkiani
della copertina disegnati da Marco Corona). La prima parte è la bestia
che dal barrito di un Elefante si dipana in movimenti sussultori di
terremoto noise-metal, la voce e la distorsione esplodono nella
saturazione senza fine. In brani come Another fuckin word to say we
miss you e Introducing my eye, in flames vi è il rumore come sofferenza
e dolore dell’accettazione dell’essere carne destinata a marcire,
seguendo solo gli istinti primordiali. Il suono è il metal di gruppi
come Helmet e Neurosis commistionato ad impeti noise degli Shellac di
Steve Albini. Vi è anche la straordinaria partecipazone di Luca Mai
(sax degli Zu) in Post Crucifixion. La sorprendente seconda parte è
l’uomo epicureo del Qoelet. Il noise cede il passo ad atmosfere
doom-psichedeliche, la voce si estingue e gli strumenti inseguono
onomatopeicamente la discesa alla stupenda Abyss heart. La tregua nella
nebbia di una foresta vietnamita attraversando Black Coffeee breackfast
e Clopixol si dissolve in corse hardcore alternate a momenti controfase
di stampo stoner in The same breath e The worst & the best. Lowest
shared descent è un disco tra il bene e il male, tra l’uomo e la
bestia, tra il noise e il metal. Un disco mentale. Un’intensa
apocalisse sonora che stritola l’ascoltatore e lo lascia senza difese. Vladimiro Vacca
L’intensità
sonora che i Dead Elephant sanno gestire con bravura è la chiave di
lettura di ‘Lowest Shared Descent’, primo lavoro esteso per la
formazione piemontese, che alle spalle ha l’EP ‘Sing The Separation’. I
brani prendono avvio (specie i tre posti in apertura) da una base noise
rock, che ha negli Unsane i numi tutelari indiscutibili, il che non
deve essere interpretato come elemento di svalutazione, anche perché la
band sa portare il sound oltre, conducendolo lungo una via evolutiva,
che offre un vasto spettro di letture interpretative. Infatti se - ad
esempio - ci si addentra nell’esplorazione dei dieci minuti e mezzo di
‘Black Coffee Breakfast’ ci si rende conto che le potenzialità di
scrittura ed esecuzione di Dead Elephant comprendono scenari più
articolati e manipolati, dove i confini sono meno definiti e si scivola
da un genere all’altro con estrema naturalezza. Qui i linguaggi
utilizzano idiomi, che includono esplorazioni ambientali opprimenti
alternate a kraut rock allo stato solido, narrazioni post rock e
apocalissi terrificanti. Oppure nella successiva ‘Abyss Heart’, titolo
che non poteva essere più appropriato, dal momento che ci si ritrova
catapultati negli abissi più profondi dell’isolazionismo industriale. E
quasi seguendo un processo speculare (rispetto alle canzoni iniziali),
e osservando le due tracce appena descritte alla stregua di uno snodo
centrale, la chiusura è affidata a tre pezzi che presentano maggiori
inflessioni sludge e post-core e l’impasto viene reso melmoso e
pachidermico. Da notare la presenza di Luca Mai degli Zu ed Eugene
Robinson degli Oxbow, ma qualunque sia la forma, quel che non muta è la
sostanza, ottimo condensato di articolazioni strumentali figlie di
rabbia e ragione. Roberto Michieletto
Grande
la Robotradio di Stefano Paternoster (per chi se lo ricorda, è stato
l’ideatore e curatore della mitica fanzine Equilibrio Precario) che è
riuscito a riesumare addirittura i desaparecidos Trumans Water di cui
si erano da anni perse le tracce, regalandoci una manciata di canzoni
inedite in uno split coi nostri Rosolina Mar (recensione a parte di
Etero Genio). A seguire quest’ottimo split arrivano di seguito i nuovi
lavori di due agguerritissime band, entrambe raccolte in confezioni
pregevoli dalla bellissima grafica che da sole meriterebbero di essere
collezionate; […] Non meno avvincente è il nuovo lavoro dei Dead
Elephant (già un paio di produzioni all’attivo, tra ufficiali e non),
trio che ci riporta di qualche anno indietro, a recuperare sonorità
incompromissorie di band quali Dazzling Killmen, Jesus Lizard e i
nostrani White Tornado, alternate a momenti di notevole sperimentazione
noise; nel corso di tutto il loro “Lowest shared descent” assistiamo
così al passaggio dagli ortodossi assalti noise del trittico di
apertura introducine my eye, in glames, another fuckin’ world to say
“we miss you“, post crucifixion(ci ho sgamato un sax in puro stile Zu)
alla dilatata psidechelia in via di collasso di black coffee breakfast,
ai desolanti paesaggi sonori della bellissima abyss heart (sembra di
assistere allo squarcio sonoro di Kevin Drumm che apriva “Upgrade &
Afterlite” dei Gastr Del Sol), nonché all’apertura desert rock di
clopixol (che vira in chiave cosmic). L’aver inficiato gli archetipi
noise (l’assalto sonico, la voce sofferta in stile Oxbow, la ritmica
ossessiva), con elementi perturbativi quali la psidechelia, certo
cosmic rock e la sperimentazione chitarristica, ha cancellato di netto
le preoccupazioni per una musica di natura derivativa; non è certo
questo il caso. Secondo voto ottimo. Alfredo Rastelli
Parlano
al cervello ed alle budella questi Dead Elephant, viscerali,
psichedelici, rabbiosi, scuri, claustrofobici, folli quanto basta per
ottenere una miscela perfetta di heavy metal, punk, hardcore,
psicadelia...
Questa volta osiamo pensare che il gruppo cuneese
meriti d'essere tirato fuori da ogni gabbia, da ogni titolo, da ogni
schema, la musica di questo trio è assolutamente delizia per chi
desidera sentir parlare di sperimentazione allo stato puro, è fra i
dischi che s'attendono per poter continuare a vantarsi del Made in
itlay musicale.
Nati nel 2004 dalle ceneri dei La Falce adesso i Dead Elephant sono un
trio, eh si, è bene non dimenticare che la forza distorta di questo
gruppo è frutto di sole sei braccia: Enrico Tauraso (chitarra / voce),
Fulvio Grosso ( Basso / voce) and Sandro Serra (batteria), eppure
sembra vibrare tutto, è come se la forza riuscisse a triplicare,
quadruplicare emozioni e sensazioni.
Lowest Shared Descent è un pò l' In-cube Lynciano, la scatola blu che
raccoglie paure e rabbia, colonna sonora perfetta per un viaggio
nell'impossibile, osservando sè stessi nello specchio distorto che
genera la loro musica. Ed allora... buon viaggio. (4,5/5) Fiorellaq
L'elefante
è morto, mentre l'uomo elefante urla perché ha paura, è terrorizzato in
"Introducing My Eye, In Flames" e ci spinge nel suo mondo troppo buio
per essere vero. Il paesaggio lo si può certo immaginare grazie
all'artwork di Marco Corona, dove donne inquietanti abbracciano uomini
insetto; ebbene si, dovete crederci, ci troviamo tra l'hard e l'heavy
con presenze di psichedelia alla Ash Ra Tempel e di post-rock (oltre al
noise). "Lowest Shared Descent" è stato masterizzato da Nick Zampiello
(Isis, Converge, Unsane...) e si avvale di aiuti consistenti come Luca
Mai (Zu) ed Eugene Robinson (Oxbow). "Black Coffee Breakfast" è legata
al post-hc, mentre il bordone in crescendo di "Abyss Heart" pone una
pausa di mezzo; "Post Crucifixion" è animata e deviata dal sax del
nostro Luca Mai, mentre l'altro ospite perfeziona "The Same Breath"
allontanandola dal solito metal. Sono ruvidi e viscerali, ma il
cervello lo sanno usare benissimo. Ancora mi domando perché queste
formazioni non funzionano così bene come all'estero, i Dead Elephant
dovrebbero girare anche in Italia. Hank
Per dire come suona questo cd bisogna dare un’occhiata ai disegni
dell’elegante digipack curati da Marco Corona dal gusto squisitamente
maledetto. Se v’inquieta la dolente donna in abito da sera che
abbraccia un uomo con il corpo da verme, le due illustrazioni interne
non vi faranno dormire: in uno c’è un anziano signore sudato, vagamente
somigliante a Bush padre, di fronte ad un pozzo in fiamme (e nel cielo
un bambino con un testone e dei denti sgranati); nell’altro un ragazzo
nudo, legato con un collare rudimentale stile Abu Ghraib, mangia ad una
ciotola vicino alla sua casetta di legno … Insomma, siamo di fronte ad
un’opera radicale, di quelle rare nel nostro paese (il power-trio è di
Cuneo), del robusto metal noise farcito di elementi psichedelici
decisamente innovativi. L’apertura con inquietanti grida di belve
feroci “Introducing My Eye, In Flames” è dura e secca quanto basta,
mentre nel secondo pezzo, incazzato e senza sconti come lascia intuire
l’esplicito titolo “Another Fuckin’ Word to Say We Miss You”, ci sono
delle progressioni acide che pian piano si faranno strada nelle
restanti tracce del cd, una vera e propria discesa agli inferi per gli
amanti del genere (ma non solo …). Dopo l’ascolto di “Lowest Shared
Descent”, la nota battuta di Totò “…io sono un uomo di mondo, ho fatto
il militare a Cuneo”, avrà un nuovo e più profondo significato. L'Alligatore
Il Tirreno
Sono
in tre e arrivano dalla provincia di Cuneo, si fanno chiamare Dead
Elephant e giungono con “Lowest Shared Descent” al primo album dopo un
ep di debutto licenziato tre anni fa dalla statunitense Unfortunate
Miracle. Noise è il loro verbo, della serie: astenersi perditempo. E se
“noise” vuol dire rumore, allora il muro di suono che Enrico Tauraso
(voce e chitarra), Fulvio Grosso (basso) e Flavio Panero (batteria)
sono capaci di edificare è di quelli che sanno reggere terremoti e
cannonate. Ma se “noise” è anche sintomo d'inquietudine, violenza e
catarsi, è soprattutto qui che i tre fanno pieno centro. Dopo un
dittico che parla chiaro sul versante più canonico dell'aggressione,
“Post Crucifixion” è la prima piacevole sorpresa, una variazione in
chiave free-jazz con la collaborazione del sax di Luca Mai degli Zu. A
seguire, i dieci minuti apocalittici di “Black Coffee Breakfast”,
incursione in territori lisergici, e l'ancor più agghiacciante “Abyss
Heart”, il cui titolo dice già tutto di un suono ambient cupo e
lancinante. D'obbligo, infine, citare il crescendo di “Clopixol”, che
porta dritti al vocione di Eugene Robinson degli Oxbow, ospite di lusso
nel superlativo clangore blues di “The Same Breath”.
Guido Siliotto
Un’ode
al Walalla del “sano vandalismo HC-noise” questa che si erge dal
Cuneese per mano, fiele e giugulare dei Dead Elephant, un elefante
morto che pesta diabolicamente su angoscie e distrofismi da Dead Zone,
Morbo Area; un elefante in “must” sonico fautore di una “distruzione di
massa ascultante” chiamata Lowest Shared Descent.
Se nel massimo
parossismo punk si può ravvedere tutto ciò che fa distroyer, senza
ritorno, qui siamo all’edificazione (edificante) dell’oltre spasimo
umano, al cospetto di un album smagliante, “Industriale”, macchinale,
da post-Cronenberg, che olezza di fresa surriscaldata e bulino in
fusione con una grande peculiarità: di staccare in salita le gregarietà
consuete del main metal dozzinale.
Otto barriti in 39 minuti sconvolgenti in cui il trio piemontese lacera
brutalmente qualsiasi giustificazione al malumore, alla compiacenza
spicciola facendo trucioli di solarietà e perdono. C’è né per chiunque
fa del catastrofismo e della negazione l’alba dei propri intrinsechi
ragionamenti.
Un arco a sesto acuto, quello del loro sound, che si sorregge
serratissimo su climax psichedelici (nella black version) post-atomici
(“Black coffee breakfast”, “Abyss heart”), in cui si ritrovano i
sanguinamenti freddi dei My Dying Bride (“Clopixol”), il limaccioso
doom alla Osbourne (“The same breath” che ospita Eugene Robinson degli
Oxbow) e tutta la lava di extreme metal. Il lirico post-core che scorre
a fiumi è (in)-contenuto negli incubi apprettati di “Introducing my
eyes, in flames”, “Another fuckin’ word to say we miss you” e “Post
crucifixion” che vede un insert dissacrante (prossimo alla hype
freejazz) del sax di Luca Mai degli Zu. L’elefante morto devasta nel
suo incedere le tavole tarlate del math-sludge newyorkese, scaglia la
sua preghiera grind verso l’olimpo decostruttivo dei Neurosis, Insane,
Jesus Lizard e lascia tutto intorno terra bruciata senza speranza di
future fertilità.
Un disco che scortica questo ottavo anno del nuovo millennio, che
carica di nuove e rinvenute forme di nichilismo un view musicale a cui
sono rimaste solamente che arrossate gengive sanguinanti, che frusta
l”esasperazione” per un risveglio istantaneo dall’intorpidimento e che
dai dintorni delle Langhe urla, ruggisce, sbraita, barrisce che è
giunta l’ora di una prossima seconda “pugna” noise-punica , dove basta
un solo Dead Elephant, un elefante morto a far più “magnifici danni”
che 1000 vivi. Massimo Sannella
Confezione
e grafica spettacolare, che induce al feticismo discografico e merita
da sola l'acquisto. Dentro, citazioni bibliche e follie vagamente
zorniane racchiuse, però, entro schemi tipicamente albiniani. Non solo
noise, però. Anzi, molto ma molto di più. Psichedelia malata,
free-jazz, post-hardcore, math-rock, fughe desertiche, doom alla
Neurosis. "Lowest Shared Descent" è una sorpresa continua. Parole come
avanguardia e sperimentazione acquistano davvero un senso dinanzi a
lavori simili. Dead Elephant è un gruppo italiano, di Cuneo per la
precisione, ma - tocca dirlo - non sembrerebbe. Per la qualità eccelsa
dell'interpretazione e per la sterminata vastità delle influenze
manipolate. Condividono questa notevole esperienza sonora membri di
Oxbow e Zu (il sax è quello di Luca Mai).
Nato
nel 2004, il power-trio di Fossano (Cuneo) esordisce l’anno successivo
con l’ep “Sing the Separation”, quattro pezzi penalizzati da una
registrazione deficitaria ma che già mettevano in mostra un potenziale
davvero elevato, fatto di brani capaci di mischiare noise-rock,
post-hardcore, ambient e psichedelia.
Numerosi concerti, come
apertura di bands quali Capricorns, Zu, Lair of the Minotaur portano la
band a costruirsi una certa fama ed apprezzamento nel panorama
underground, in particolar modo all’estero più che in Italia.
Il debut sulla lunga distanza in questione ha avuto una gestazione
particolarmente travagliata, già che esce solamente ora dopo essere
stato registrato nel 2006, ma ci regala una band in forma smagliante,
incisiva e compatta, micidiale nel proporre un visionario noise-rock ad
alto voltaggio, figlio bastardo di Unsane, Jesus Lizard, Today is the
Day e Rapeman tra gli altri.
Brani come l’opener Introducing My Eye, In Flanes e la successiva
Another Fuckin’ Word to Say ‘We Miss You', sono esplicite ed
esemplificative in questo senso.
Con Post Crucifixion il sound si apre ad altre suggestioni sonore, come
il free jazz sugellato dal sax di Luca Mai (Zu).
Black Coffee Breakfast è con ogni probabilità il capolavoro dell’album,
ove ambient e psichedelia, accostabili ai recenti lavori di Neurosis ed
Ufomammut, si fondono a sfuriate noise e stoner.
Abyss Heart sono sette acidi minuti di puro noise/industrial/ambient,
assolutamente ipnotici, ove Cluster e Lustmord si sposano agli Swans,
per poi sfociare nei meandri strumentali post-core ( vengono in memte
Neurosis e Isis) di Clopixol.
Eugene Robinson presta la sua voce (e le liriche) per The Same Breath,
accostabile chiaramente al lavoro degli Oxbow, ma “in potenza”.
La conclusiva The Worst & The Best pone fine alle ostilità tirando
in ballo i migliori Today is the Day e musicando alla perfezione un
testo di Bukowski.
La produzione grezza ma incisiva (con un basso davvero "spesso") si
adatta alla perfezione al sound della band, senza per altro coprire o
celare tutte le sue sfumature.
In definitiva ci troviamo di fronte ad un disco noise che, almeno in
Italia, non teme confronti; chiaramente sono meno appetibili e
facilmente fruibili rispetto agli ottimi Il Teatro Degli Orrori, ma se
ben supportati possono ottenere grandi riscontri con questo debut, per
altro condito da un pregevole digipack e dall’artwork a cura di Marco
Corona. Non fateveli sfuggire. Edvard
La scena “post” italiana, forse un po' in ritardo rispetto ad altre
nazioni europee, sta lentamente assumendo una sua ben definita
fisionomia. I Dead Elephant da Cuneo sono una delle espressioni più
convincenti ed avvincenti di questo variegato panorama. Guardano al
post-punk dei Black Flag, alle rifrazioni dei Jesus Lizard, alla
trasmutazione metal-core dei Mastodon (“Introducing My Eye, In
Flames”), alla claustrofobica apocalisse dei Neurosis (“Clopixol”)
senza mai peccare in personalità, mantenendo uno spettro armonico
ruvido ed imprevedibile, derivato dallo sludge-core (vengono in mente i
recenti Unearthly Trance). Se ci aggiungiamo poi che in “Post
Crucifixion” si riverbera il mondo contorto e convulso dei Naked City
col sax funambolico di Luca Mai degli Zu a dar man forte, o che nella
successiva “Black Coffee Breakfast” si viene letteralmente risucchiati
in uno spazio siderale vitreo e luccicante, dove la foschia sembra una
ragnatela soffocante, si capirà benissimo che il three-piece piemontese
non la manda di certo a dire. Sviluppato su tortuosi schemi ritmici,
lacerato da una voce caustica e aggressiva quel che basta per non
restare tranquilli, “Lowest Shared Descent” mette in mostra una
formazione che non ha timore nello spezzare l'andatura narrativa del
discorso con frammenti ambientali ed inquietanti (“Abyss Heart”) per
poi ripartire nevrotica ancor più di prima (“The Same Breath” - e qui
c'è Eugene Robinson degli Oxbow a fare il suo cammeo). C'è un che di
malsano tra queste note, si tenta di agitare le braccia ma tutto
attorno è vischioso fango, ed è difficile farsi un varco per
raggiungere la salvifica sponda. Già l'inquietante ed altrettanto
affascinante copertina la dice lunga sulla palpabile tensione che si
respira in queste otto tracce. Lo stridente barrito dell'elefante
agonizzante vi farà vibrare le viscere. (8)
Marco Giarratana
www.hatetv.it
Che dire...
Questi sono fuori.
Ecco che dire.
Sono indecisa se considerarli indemoniati o virtuosi musicali, tutto ai
tempi loro, cazzi loro, dilatazioni di tempo e improvvisi graffi
all'udito e alla materia grigia (per chi ne possiede), 8 pezzi che non
lasciano granché scampo al cervello.
I dead elephant sono in 3 ma fanno su un casino come se una decina di
geni musicali fossero impazziti all'improvviso con gli occhi spalancati
e la bava alla bocca e avessero preso in mano uno strumento: riempiono
l'aria in modo claustrofobico appena schiacci play e ti ritrovi
letteralmente investito da introducing my eye, in flames, ma ovvio che
nonostante questo vuoi andare avanti a sentire e vedere fin dove
arrivano, o se riescono a tenere alto il tiro.
Questi sono fuori, mi ripeto.
Mi domando cosa si sono immaginati o a cosa pensavano nel buttare giù
post crucifixion, dove spicca un sax a dir poco esagitato (Luca Mai, Zu
- mai tranquillo, forse, di nome e di fatto) ma non faccio in tempo a
riordinare le idee che comincia il pezzo che preferisco, Black coffee
breakfast:
"good times are gone and I think I will take a train for the sea /son I
will run to it and I will go down to the water"
Una marea che s'alza e s'abbassa, quasi 11 minuti di pezzo che
veramente ti prende le vene e te le aggroviglia, alla cui fine ti senti
quasi stremato e ti guardi in giro cercando una sigaretta da fumare
cercando ossigeno per la mente... è pura violenza. Questo disco è pura,
geniale, caotica solo in apparenza, visceralissima violenza sonora, le
parole vengono gridate sopra ad un basamento di suoni di cemento armato
da farti restare ammutolito e con gli occhi spalancati e le parti
strumentali ti fanno solo illudere di avere un attimo di tregua, ti
seducono come mille mani calde che arrivano a carezzarti da ogni dove
ma sai che stanno per farti male, o che potrebbero benissimo farlo.
Vedi Clopixol: questo pezzo è la sensazione precisa del "rischio",
quando sei lì e sai che tutto può accadere ma non te ne vai, non cedi,
respiri più forte ma stai lì dove sei.
Questi sono fuori, mi ripeto ancora una volta.
Ci mancava solo la voce degli Oxbow in the same breath a farti pensare
di assistere ad un live dentro ad un manicomio: è il fascino della
follia, quella lucida, quella tagliente, a tenerti ancora lì ad
ascoltare con attenzione.
Le tre menti perverse che hanno sfornato questo signor disco sembrano
padroneggiare completamente tutto, come se partorire questo marasma
sonoro fosse la cosa più naturale e spontanea del mondo, come se ce
l'avessero dentro e che abbiano persino il controllo di un interruttore
on/off posto nei cervelli di chi li ascolta e di cui solo loro
conoscono la posizione precisa.
Taglienti.
Sottili e grossi allo stesso tempo.
Pieni, tanto pieni, forse indigesti per alcuni, ma si sa, le cose dette
a muso duro non vanno giù a tutti, e loro suonano proprio così, a muso
duro, come la più cazzuta delle verità sputate in faccia. Sarà per
questo che mi piacciono: sanno di verità. Si.
Nessuno prende per il culo nessuno qui, si suona e si suda, chi vuole
restare pettinato e composto può portare il proprio cuore malato
altrove, grazie, e scegliere la via più easy listening (se lo fate
siete proprio dei tristi, ma ci dicono che questo è un paese libero
quindi...)
"my hands are dead, my heart dead
silence adagio of rocks, that's the best
my hands dead my heart dead
the world ablaze that's the best"
così chiudono gli elefanti assieme a Mr. BuKowsky...
Questi sono fuori.
Con particolare merito ai testi, a mio avviso.
Donna Bavosa e RobotRadio (coprod.) ci hanno proprio fatto un bel regalo.
Decisamente.
Violet
Continua
la sua scalata nell’Olimpo del rock duro la RobotRadio. Stavolta il
buon Paternoster unisce le forze in metallica joint-venture con
un’altra congrega di pazzi, quelli di DonnaBavosa cui dobbiamo ottimi
fumetti, musiche e buona dose di autoironia e demistificazione.
Risultato dell’unione è il secondo album dei Dead Elephant, terzetto da
Cuneo pronto a distruggerci le orecchie in virtù di un suono che
rievoca il noise-core dei mid-nineties attualizzato in maniera
personale ai canoni del terzo millennio. Suono perciò potentissimo,
chitarroso e granitico, come un mix da sfracelli tra gli Unsane degli
esordi, i sottovalutati Dazzling Killmen e i Breach espressionisti di
It’s Me God. Ma anche instabile e fluttuante, umorale col suo oscillare
tra schizofreniche epilessie da hc free-form (in Post Crucifixion, è
complice il sax dell’ospite Luca Mai, Zu) e pneumatici vuoti ambientali
della parte centrale dell’album, che danno a Lowest Shared Descent un
aura altra rispetto ai canonici nomi di riferimento. Black Coffe
Breakfast e Abyss Heart lanciano sonde nel futuro possibile di questo
trio aprendo squarci di malefica ambient-industrial nordica prossima al
collasso e psichedelia agonica e disturbante. Pachidermico verrebbe da
dire giocando col nome, ma perfettamente messo a fuoco nel suo essere
apocalittico e sottilmente devastante. (7.0/10) Stefano Pifferi
Veramente
da custodire con cura questo nuovo lavoro dei Dead Elephant, formazione
neurotica post hardcore italiana che compete a grandi livelli con i
gruppi più blasonati del genere. Nonostante sia praticamente il loro
debutto, dopo l'EP "Sing The Separation" del 2005, il trio si presenta
già prontissimo, dimostrando sul supporto argenteo un'esperienza
davvero invidiabile e una sicurezza ascoltata raramente.
A
cominciare da Introducing My Eye, in Flames, passando alla
straordinariamente psichedelica Post Crucifixion (grazie alla preziosa
collaborazione di Luca Mai, sassofonista degli ZU, "Lowest Shared
Descent" urla, strepita, intriga, interessa, vi coccola e vi piglia a
martellate in ogni benedetto/maledetto momento. E' roba di gran
livello, segno che l'italica penisola in fatto di post hardcore si è
ormai talmente raffinata da poterne solo che restare completamente
soddisfatti, è superfluo perfino parlare di influenze e derivazioni,
tracciare una linea di demarcazione non avrebbe comunque senso.
Produzione del disco a cura di Maurizio Borogna, che non risparmia un
po' di sano sound sludgecore al trio, soprattutto sui pezzi meno veloci
come Clopixol, che infatti vi ricorderà sicuramente qualche vecchio
lavoro della formazione di Aaron Carter.
Da non perdere anche una guest voice d'eccezione, su The Same Breath,
da parte dell'hulkiano cantante degli Oxbow (che, strana coincidenza,
hanno giusto fatto da spalla agli Isis recentemente), Eugene Robinson;
voce davvero da manuale che impreziosisce uno dei momenti più belli di
tutto l'album.
Preziosissimo anche l'artwork e la custodia, un cd da avere; cresce con
ogni ascolto, migliora, diventa sempre più una visione d'insieme su un
mondo tetro a luci chiaroscure. (4,5/5) Damiano Gerli
Nel
giro di relativamente poco tempo, i Dead Elephant sono diventati una
delle band italiane più quotate. Merito delle infuocate esibizioni
live, di influenze mai banali e di un modo di portare in giro la
propria musica meritante rispetto.
Non avevano ancora esordito con
un full-lenght ma la loro discografia sembrava bella corposa tale è la
maturità della band.
In realtà l'esordio arriva solo adesso, grazie alla cooperazione di due
tra le etichette più illuminate della scena italiana: Robot Radio e
Donna Bavosa.
La confezione ci fa capire che quello che troveremo dentro non sarà per
niente banale. Copertina inquietante e malata, depressiva e disturbante
come la musica che troveremo all'interno.
Noise, hardcore, stoner, drone mescolati con foga metropolitana drogata
capace di deragliare su scenari improbabili. Se l'avvio è il "consueto"
suono alla Unsane, la successiva "Another Fucking Word To Say We Miss
You" introduce elementi psichedelici sotto alla rabbia belluina come
degli Isis al quadruplo della velocità.
Il terzo brano "Post Crucifixion" assume il sax di Luca Mai (Zu) per
triturare il metal e l'hardcore creando un monumento sonoro con pochi
eguali nel genere (penso giusto ai The Mass). Solo due minuti ma
pagherei oro per un album con questi ingredienti.
"Black Coffee Breakfast" parte con un suono math-rock albiniano
gonfiato con gli steroidi e un riff ripetuto alla nausea che deflagra
in un noise scartolato facente da ponte ad una partitura ambient-drone
che minuto dopo minuto sale in un attacco di violenza alla Through
Silver In Blood dei Neurosis. 10 minuti di esperienza da non perdere.
"Abyss Earth" comincia invece con droni bassi alla Sunn O))) e
interferenze altissime e deviate (ricordandomi i miei concittadini Ur).
Più di 7 minuti che portano a sorpresa l'ascoltatore in un baratro da
cui vorrà uscire al più presto. Grande scelta di gusto porlo al quinto
posto nella scaletta: qualsiasi altra band l'avrebbe messa in coda
all'album perdendo però l'effetto claustrofobico.
"Clopixol" traghetta l'ascoltatore nella luce: doom metal psichedelico
tra Melvins e Neurosis, mentre "The Same Breath" vede ospite nientemeno
che Eugene Robinson degli Oxbow in un brano malato sospeso su riff
luciferini e scariche nervose ormai sì "alla Dead Elephant".
Siamo alla fine dei quaranti minuti a noi concessi, "The Worst &
The Best" urla l'agonia dell'elefante impazzito estraendosi un break
centrale ammiccante spezzato dai rintocchi di un finale d'album da
applausi.
Disco italiano dell'anno. E di quelli da ricordare nei decenni a venire. (5/5) Dale P.
Che mazzata ragazzi! Penso che poter parlare di un album come Lowest
Shared Descent senza avere la possibilità di dare subito un ascolto sia
molto difficile…siamo di fronte ad un disco essenzialmente composto da
canzoni post hardcore/noise, ma sono talmente tanti i riferimenti nella
musica dei Dead Elephant che ogni singola traccia potrebbe essere
definita con aggettivi diversi. A comporre questo lavoro sono in tre,
Enrico Tauraso alla voce e chitarra, Fulvio Grosso al basso e voce, e
Flavio Panero alla batteria, registrato presso il Garage Ermetico
Leumann di Torino, dopo la pubblicazione del primo ep ‘Sing The
Separation’ nel 2005. Già la copertina e il booklet che accompagnano il
disco, ci catapultano in ambientazioni inquietanti quanto affascinanti,
che di li a poco diverranno i nostri peggiori incubi.
Un disco
claustrofobico, essenziale, spigoloso e incredibilmente trascinante, in
alcuni casi urticante, come le ambientazione che riesce a creare, che
ti riescono ad immergere in territori aridi e sofisticati, senza
perdere mai la bussola e facendo vivere all’ascoltatore una
innumerevole serie di sensazioni che si susseguono senza sosta alcuna.
In qualsiasi modo lo si voglia definire, questo è un disco da ascoltare
attentamente e cercare di guardarlo da diverse angolature, per poter
afferrare ogni sua singola faccia, e capire come affrontarlo senza
temerlo. Il ‘rumore’ psichedelico che ne viene fuori è impressionante,
brani come ‘Introducing My Eyes, In Flames’, ‘Post Crucifixion’ e
‘Black Coffee Breakfast’ parlano chiaro e dimostrano di non avere
nessun timore reverenziale verso chi si avvicina e prova ad imbattersi
nell’ascolto. Non vengono poste barriere all’inserimento di frammenti
di musica di qualsiasi matrice, dal doom malato di ‘Clopixol’, ai 7
minuti industriali di ‘Abyss Heart’, ma sempre ben inserite nel
contesto del noise più celebrale, che non lascia spazio a nessun tipo
di cedimento durante tutta la sua durata.
Dopo l’uscita di tali prodotti ‘made in Italy’, mi viene sempre più
difficile capire come alcuni gruppi del panorama internazionale riesca
ad avere più visibilità di una band come i Dead Elephant, capace di
regalarci un grande disco che in molti dovrebbero avere la fortuna di
possedere. Già nella mia playlist del 2008. (95/100) Leoncini Antonio
I
Dead Elephant e la morte del noise. Il crollo della bestia. Il fumo. Il
fuoco. L’esplosione. I Dead Elephant, una caterva di concerti, un EP
pubblicato negli Stati Uniti d’America, l’esperienza e ora, a distanza
di due anni, il primo album, il primo targato Robotradio Records.
“Lowest Shared Descent”, otto brani, quaranta minuti. L’urlo straziante
dell’elefante agonizzante, gli squarci, l’animale ferito. “Lowest
Shared Descent”, il brutal-noise, gli sprazzi psichedelici (i dieci
minuti di “Black Coffee Breakfast”), gli affondi infernali
(nell’industrial tedesco), gli affondi free-jazz, free-rock (“Post
Crucifixion” con Luca Mai degli Zu al sassofono). “Lowest Shared
Descent”, gli Unsane incontrano i Todd di Craig Clouse (o meglio, gli
Hammerhead di Craig Clouse) che incontrano lo John Zorn di sempre.
“Lowest Shared Descent”, metallo non metallo. Il noise prima di tutto.
Il noise su tutto.
“Lowest Shared Descent”, l’ottimo esordio dei Dead Elephant, il debutto
sulla lunga distanza del terzetto piemontese. “Lowets Shared Descent”,
l’encomiato progresso dell’heavy noise tutto italiano, tutto nostrano.
Da brividi. Francesco Diodati
Dopo
tanto tempo ricevo finalmente questo bellissimo (e lungamente
desiderato) vinile, via Desperate Living - frutto di uno scambio con i
mitici Tumorati Di Dio. Prima impressione_ grafica: bellissima, davvero
un artwork fantastico: tra gli inquietanti disegni, la confezione e il
pesante vinilazzo viola ce n'è quanto basta per raggiungere l'Orgasmo,
tanto che mi chiedo se davvero i Dead Elephant provengono da questo
paese balordo (OK, anche qua il pistolotto l'ho sparato. Bene.)
...Appoggio con la solita grazia la puntina del giradischi sul primo
solco, "Introducing my eye, in flames". E mi basta poco per comprendere
cosa intendesse il buon vecchio Myskies. Sentivo in realtà pareri
discordanti su questi cuneesi... "bravi, ma..." Ma? Ma è uno dei dischi
più belli usciti quest'anno, e non solo in Italia! Tra i pochi ad aver
davvero capito la lezione degli Unsane e ad averla fatta propria, per
come la vedo io... post-hardcore, anche qualcosa di più. La capacità di
prendere l'ascoltatore e portarselo dove vogliono, possibilmente in
qualche luogo buio, che non ricorda più o non conosce bene. Ascoltate
il rock'n'roll smembrato di "Post Crucifixion" e come il sax di Mai
(Zu) finisce di lacerarlo. Giri facciata e arriva quello che non ti
aspetti: "Abyss heart" - strumentale/ambientale con crescendo noisy da
brivido. A ruota: il martellare testardo di "The Same Breathe", che
finisce all'improvviso, con un semplice fischio di ampli; "The Worst
& The Best" con i suoi arpeggi alternati ad esplosioni, a chiudere
magistralmente il tutto, tra quelle onde sonore di caos che sfumano,
prima dell'ultimo rapido breve boato. Torno su "Black Coffee
Breakfast"- bellissima, con la sua lunga coda psichedelica, che quando
ti ci eri ormai abituato ritorna ad essere ferocia. Un assassinio in
piena regola.
<A
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