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DEAD ELEPHANT



Last Updated: 1/1/2010

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Status: Single
City: Twin Peaks (CN)
State: Cuneo
Country: IT
Signup Date: 10/24/2005

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Saturday, October 17, 2009 

Category: Life
Hello Dudes!

We are happy to annunce that Dead Elephant have a new drummer, his name is Ramon Tomanski.

Stay tuned for hot news & new live shows!

Peace

Dead Elephant



Tuesday, February 26, 2008 

Current mood:  depressed
Già dai disegni di copertina capisci che affrontare “Lo west Share Descent” non sarà una passeggiata di salute. Inserisci il cd e ti accoglie un urlo straziato, come un barrito agonizzante. Dead Elephant. Della serie: se questo è un uomo.
I cancelli si aprono con Introducine My Eye, In Flame, una furia che si abbatte sull’ascoltatore azzannandogli la giugulare come solo sapevano fare gli Unsane: stessa macelleria sonora, stessa cattiveria. In quanto a inclinazioni e intensità non è da meno la seguente Another Fuckin’ Word To Say We Miss You. La band cuneese autrice di tale duplice minaccia potrebbe aver già sparato così tutte le sue cartucce, ma il massimalismo di cui è fautrice non ha propositi monodimensionali e anzi riesce a trovare vie di fuga inizialmente non preventivabili. Post Cruciixion per esempio sposta il baricentro su un versante free, con il decisivo apporto di Luca Mai degli Zu al sassofono: si tratta di un episodio a sé stante, memori di un killeraggio zorniano.
L’album invece comincia a prendere una piega ‘pischedelica’ con Black Coffee Breakfast: dieci minuti, solito macigno allo stomaco però pervaso da una vorticosa tensione che si dissolve in una densa coltre cosmica prima di riprendere quota. Il peggio deve venire con l’incubo ambient-industrial Abyss Heart mentre Clopixol riacquista lo spessore di cadenze heavy ma con il fare atmosferico dei Neurosis. L’uscita da questa spirale avviene in senso involutivo con il blues-core The Same Breath che poi lascia il testimone a una più articolata The Worst & The Best. Chiamare in causa gli Oxbow è d’obbligo soprattutto perché nella prima delle due canzoni citate è Eugene Robinson in carne e ossa a lasciare una delle sue psicotiche interpretazioni vocali.
Termina così “Lo west Shared Descent” album d’esordio dei Dead Elephant. Un disco che non è solo un magistrale saggio di musiche ‘noise’ ma anche fedele rappresentazione di quel ‘sentire noise’ che ha nel suo dna l’espressione di istinti bestiali, stati allucinatori, lesive depressioni. (8) Fabio Polvani
Ci eravamo già accorti da tempo della particolare natura dei Dead Elephant. Meritevoli di spiccare e venire esaltata non solo perché maturata in Italia, ma perché spietata nel recuperare il rumore maledetto di Unsane, Cows, persino Beach.
Quell’afflato puramente umano, eppure più grande, che puzza di sconfitta ed errore, di rimpianto e sventura. Denso e fastidioso, Lo west Shared Descent è l’esatto contrario di ciò che raccatta soldi e consensi oggi, e per questo merita attenzione più che mai: è ancora possibile fare musica con le viscere in movimento, che travalica il qui e ora del rock degli ultimi vent’anni. Non sembrino facili entusiasmi, ma è l’idea di aver fatto bene ad attendere almeno un po’ questo disco, e di aver avuto ragione nell’aspettarsi ottime cose. Rumore di prima categoria, e se l’anno prossimo non trovano un posticino fra gli efebici indie boy del MiAmi vorrà dire che siamo un paese senza speranza. (8) Raoul Duke
Ogni singola uscita della Robotradio è da considerarsi un piccolo evento per il panorama indipendente italiano (e non solo), non fa eccezione la prova su lunga distanza dei Dead Elephant, il trio proveniente dalla provincia di Cuneo per creare una scossa tellurica negli ascolti del 2008. Influenzati tanto dall’hard-core di matrice Fugazi quanto dal punk e dal trash-metal, questi ragazzi violano i volumi dei nostri impianti ad alta fedeltà con un suono esaltato e di impatto sconsiderato, schiaffeggiando il nostro udito e scagliandoci a distanze siderali con l’irruenza che si compete ad una grande live-band. Le diverse apparizioni dal vivo al fianco di Joe Lalli, Zu e Capricorns sembrano infatti essere state metabolizzate alla perfezione, e non si rimane molto sorpresi nell’ascoltare gli accenti free-jazz (quasi à la Naked City) di “Post Crucifixion” seguiti dalle accelerazioni con finale cacofonico di “Black Coffee Breakfast”. Come d’abitudine per le pubblicazioni Robotradio, il disco è accompagnato da un bellissimo artwork curato da Marco Corona, uno dei più importanti fumettisti degli ultimi anni e perfetto interprete delle visioni angoscianti e estreme immaginate dai Dead Elephant. “Lo west Shared Descend” sarà licenziato in contemporanea in Europa e negli Stati Uniti, sia su cd che su vinile, a dimostrazione che anche le produzioni italiane possono competere con le migliori realtà underground internazionali se supportate da una progettualità consapevole e convincente. (8) Michele Casella
Ci sono dischi inaspettati, imprevisti, fuori programma. Non li hai cercati, non ne hai sentito parlare e quando arrivano non hai nemmeno voglia di ascoltarli perché pensi siano la consueta ciofeca senza un guizzo creativo degno di tale nome. Alla fine li ascolti un po' controvoglia, quasi per una sorta di deontologia che ti impone di setacciare la melma culturale nella speranza di trovarci qualche briciola di un qualsiasi valore. "Lowest Shared Descent" dei Dead Elephant sembrava uno di questi dischi, ma era in realtà la briciola di valore che sarebbe bello trovare e ascoltare sempre. E se il primo approccio, invece che sottoforma di anonimi mp3, fosse stato con la splendida confezione digipack arricchita dalle tavole di Marco Corona e con le note che recitano i dettagli di produzione, i dubbi sulla qualità del prodotto forse non si sarebbero nemmeno posti.
I Dead Elephant provengono dalla provincia di Cuneo e "Lowest Shared Descent" è il loro esordio sulla lunga distanza, facendo seguito a due anni di concerti nel nord Italia e l'EP "Sing the Separation" del 2005. La gestazione del disco è stata particolarmente travagliata, ma a mio parere ne è valsa la pena: registrazioni al Garage Ermetico Leumann di Torino (Maurizio Borgna) e al Ruminator Audio di San Francisco, missaggio al Red House Recordings di Senigallia (David Lenci) e post produzione presso il New Alliance East di Cambrige, Massachusetts (Nick Zampiello) chiariscono il perché le sonorità siano così insolitamente fresche e brillanti.
I primi tre pezzi sono, nel complesso, gli otto minuti di musica dura più eccitanti che mi sia capitato di sentire negli ultimi anni. Ti arrivano addosso come un uragano con il loro stile fragoroso, conciso, veloce e metallico che riesce ad alternare nel giro di pochi secondi inflessioni/citazioni alla Unsane, Neurosis e Jesus Lizard. Lo strumentale "Post Crucifiction" sconfina addirittura nel jazz-core, forte delle svisate al sax di Luca Mai degli Zu.
Le vere sorprese iniziano nella parte centrale del disco con due brani che, viste le premesse, arrivano quasi inaspettati: "Black Coffee Breakfast" (una composizione di dieci minuti incentrata su suoni psichedelici ed evocativi) e "Abyss Heart" (un pezzo astratto di sette minuti al confine con l'ambient industriale). La terza parte cambia ancora registro con tempi medio-lenti e sonorità post-metal che rimandano a Deftones, Isis, Tool, ecc.
E' raro trovare gruppi così a proprio agio in ambiti così distinti, ancor più raro è che le diverse sonorità si fondano in modo così omogeneo. E se della produzione abbiamo già parlato, rimane da segnalare l'abilità strumentale dei tre, decisamente sopra la media, soprattutto il batterista Sandro Serra, una vera forza della natura. Se per il 2007 volete ascoltare un solo disco in ambito noise-metal-core puntate su questo. Massimiliano Osini
Attivi da un paio d’anni e approdati ora alla promettente e sempre attenta Robot Radio Records il trio di Cuneo pubblica il debutto ufficiale. ‘Lowest Shared Descent’ è un vero e proprio sputo in faccia al sistema, al conformismo e a tutto ciò che è parte di questa vita mediocre che ci vuole allineati come dei poveri soldati. I Dead Elephant sputano sangue metropolitano, si sporcano le mani col marcio delle fogne e poi gettano tutto in faccia al primo benpensante di turno. La rabbia esasperata degli Unsane si riconosce a partire da ‘Introducing My Eye, In Flame’ e si fa più fastidiosa in ‘Post Crucifixion’ dove spunta il sax di Luca Mai degli Zu, in una totale contemplazione del disordine sonoro e del riff storto. Sono piccoli esempi, questi, in cui emerge l’intenzione principale della band che è quella di disconnettere tutto e restare lì, in una situazione di limbo in cui sentiamo sia Jesu Lizard che Melvins, tutti insieme, in una esplosione di math-noise che arriva al cervello e percorre la schiena (‘The Same Breath’) per creare un clima di terrore sonoro. In quanto a spessore artistico i Dead Elephant danno lezioni, non si soffermano al semplice suono ma lo rielaborano e lo concentrano in una tubatura di cui non conosciamo il percorso. E forse è davvero meglio così. Un applauso ai Dead Elephant e complimenti per averci fatto rivivere quelle emozioni negative che solo l’hardcore sa dare. (8) Rosario Leo
Ad accogliere l’ascoltatore nell’esordio sulla lunga durata dei DEAD ELEPHANT è un urlo disumano e atterrente. E’ l’inizio di uno sprofondare annichilente in un disco durissimo ed incompromissorio, che rinverdisce i fasti dell’hardcore noise più efferato, quello tanto caro a band come gli Unsane o a quelle del giro Amphetamine Reptile, tanto per intenderci. Questo almeno è quello che farebbero pensare le prime due tracce in scaletta, perché già a partire dalla terza, il trio di Cuneo, dimostra di voler andare ben oltre quei confini: Post Crucifixion infatti, complice il sax di Luca Mai degli Zu, smarca di lato versi lidi free-jazz metallici. Da qui in poi è uno spiazzamento via l’altro! Black Coffee Breakfast, più di dieci minuti di durata, parte deflagrante ma poi si scioglie in un deliquio psichedelico-cosmico dalle vaghe reminiscenze kraute per poi tornare da dove era partita, Abyss Heart è un incubo ad occhi aperti dalle cadenze ambient-doom industriali da far invidia ai vari progetti di Stephen O’Malley, Cloxipol dà sfogo alla rabbia incanalandola in un’atmosfera più trattenuta. Gli ultimi due brani chiudono nel segno degli Oxbow, direttamente chiamati in causa dalla presenza in The Same Breath di Eugene Robinson in persona al canto. Bellissimi la confezione e i disegni di Marco Corona. (4/5) Lino Brunetti
andreaprevignano.blog.deejay.it

Ruggisce, abbaia, sbava di rabbia questo splendido reperto noise rock che sembra arrivare dai recessi rumorosi degli anni Novanta. Il press ad della Robotradio fa i nomi giusti: Unsane, Cherubs, Colossamite, a cui sicuramente si possono aggiungere Oxbow e Merzbow (l’inferno al metano di “Abyss Heart”). Non è un caso infatti che al disco abbiamo partecipato Eugene Robinson (su “Eternal December”), immenso e rissoso cantante degli Oxbow, e Luca Mai (sax di Zu e Udus). La grana di questi suoni saturi di distorsione, regolati da ferree regole ritmiche, solcati da cimbali perennemente basculanti, da urla feroci di dolore incontebili, da un sovraccarico di elettricità, si è persa da tempo. E al trio cuneese va riconosciuto il merito grande di ricordare a tutti che la musica è fatta anche di questo scontro diretto. Da quando i Neurosis hanno deciso di cedere il passo a plaghe sonore più meditative, di respiro più preogressivo, è bene che qualcuno raccolga il testimone dell’arte della violenza. Una mano in faccia che stringe mentre le ossa del cranio scricchiolano, questo è “Lowest Shared Descent”: inevitabile. Per fan di: Oxbow, Distorted Pony, Unsane Andrea Prevignano
Nell..occhio (in fiamme) di ogni tempesta Si muovono in una zona di confine, i Dead Elephant; in uno spazio immaginario che potremmo definire, citando David Cronenberg, la “zona morta” della musica hard. Uno spazio da cui il gruppo attinge un’identità eterogenea nei riferimenti stilistici, ma anche forte e riconoscibile; saldata al nocciolo di una rabbia sofferta e nervosa. L’elefante morto è quasi sempre conciso, veloce (“Introducing My Eye, in Flames”). Il suo dna presenta i tratti inconfondibili del metal estremo, ma non disdegna gli aspetti più lirici del post-core (“The Same Breath” ricorda i primi Deftones) e una componente noise che sporca il suono, accentuandone il fascino psichedelico e l’ambiguità. I paragoni possibili potrebbero essere numerosi: Neurosis, Isis (soprattutto in “Clopixol”), persino alcune cose dei My Dying Bride; ma stilare una lista esauriente servirebbe a poco. Colpisce di più la cura con cui sono articolati i trentanove minuti del programma: un viaggio costituito da stazioni ragionate, con un buco posto al centro dell’album che parte da “Abyss Heart” per coinvolgere anche le tracce confinanti: un effetto a spirale che rallenta la musica fino alla stasi della traccia citata, in cui sussurri e stridori evocano un dimesso scenario industriale. Un lavoro, quello sulla struttura complessiva del disco, che si riflette sulla forma dei singoli brani, poco prevedibile e aperta a soluzioni di confine tra canzone e derive strumentali - che in “Post Crucifixion”, complice il sax di Luca Mai degli Zu, prendono il sopravvento. The Dead Elephant coniugano il raziocinio e il rigore con una furia che non è pianificata e non esprime un unico (mal)umore. Detta in altre parole: di band incazzate con il mondo, è pieno il mondo; ma questo non vuol dire che facciano tutte buona musica. La band di Cuneo, al suo esordio sulla lunga distanza, è invece dotata di un’espressività complessa: plumbea e sinistra, ma anche lunatica e articolata. Un ascolto trasversale che ha tutte le carte per superare la cerchia di amanti del rock estremo. (4/5) Simone Varriale
I Dead Elephant ci travolgono con una enorme ondata di lava incandescente ad oltre mille gradi centigradi. Il trio cuneese, che dopo un ep, ha dato alle stampe questo ottimo disco sulla lunga distanza. Abrasivi come pochi, hanno il piglio blues- core degli Unsane della primissima ora e sono tirati come i più allucinati e psichedelici Neurosis. Questo loro esordio ha un sound favoloso grazie soprattutto al lavoro che è stato fatto tanto in fase di produzione, che di miraggio, dato che è stato registrato da Maurizio Borgna al Garage Ermetico Leumann di Torino e presso il Ruminator Audio di San Francisco, mixato da David Lenci al Red House Recordings di Senigallia e masterizzato da Nick Zampiello (Isis, Converge, Unsane, ecc.), presso il New Alliance East di Cambrige, nel Massachusetts. Penso che come credenziali ci siamo, il risultato, infatti, è tanto coinvolgente quanto strepitoso. Il trio riesce a dipanarsi tra i vari generi indie ed estremi di matrice Usa, aggiungendoci tuttavia, in ogni frangente degli aspetti molto personali, evitando di sembrare derivativi. Un esempio su tutti è l’aggiunta del sax di Luca Mai degli Zu su “Post crucifixion”, che ha un deragliamento verso il jazz noise circolare e paradossalmente quasi math. Gli oltre dieci minuti di “Black coffee breakfast” partono con un sound vorticoso e post-core, per poi prendere una strada talmente cerebrale da sfiorare l’assoluta razionalità. L’iniziale “Introducing my eye, in flames”, invece è un pugno nello stomaco che ci arriva direttamente dai bassifondi newyokesi di Chris Spencer e dei suoi Unsane, dove l’hc è soffocato che cova perennemente sotto la cenere, mentre “Clopixol” ha una tensione tirato allo spasimo, “The same breath”, invece, ha la cerebralità propria degli ultimi Tool. Catartici e coinvolgenti come pochi sicuramente sentiremo parlare dei Dead Elephant anche oltreoceano. Vittorio Lanutti
Giacchè tutto è vanità
Seconda pagina di una storia recente eppur già magistrale. Una pagina scritta con alle spalle il panorama della provincia di Cuneo ed in testa l'oppressione psichedelica. Lancinante. Dilaniante. Profondo quanto gli abissi della mente. Un viaggio meraviglioso di un power trio al massimo dello splendore. Registrato tra Torino e San Francisco. Mixato da David Lenci e masterizzato da Nick Zampiello in Massachusetts (si legga Isis, Converge, Unsane). Tre anni di rovente rodaggio sonoro sui palchi di mezza Italia ed una vivida connection con gli Stati Uniti. Otto bastioni insormontabili di puro noise acido. Ruvido. Abrasività care ai "peggiori" Jesus Lizard. Come se gli U.S. Maple fossero stati invitati ad un rito propiziatorio dai Zeni Geva sotto lo sguardo attento delle oblique saette dei Colossamite. Ma non può bastare. L'assalto è senza precedenti. Entrano a finire l'elefante morente anche le deflagrazioni neurotiche divise tra Neurosis e Isis. Fino alla concettualità space d'altri mondi sconosciuti che fu cara al rivalutato/riscoperto/rivampato kraut rock. Collaborano nell'opera Luca Mai degli Zu e Eugene Robinson cantante degli Oxbow. Nota non a margine per il meraviglioso artwork di Marco Corona che conferma la qualità assoluta delle produzioni della label trentina. Meno di quaranta minuti per ristrutturare un genere e portarlo oltre. Oltre i confini. Emanuele Tamagnini
Una gigante onda d'urto proveniente dal nord italia, dintorni di Cuneo. Dopo un paio di grugniti pregni di dolore è la prima traccia Introducing my eye, in flames ad esplodere in faccia (il nuovo batterista Sandro Serra è pura adrenalina), come una bestia che diventa una bomba. Pensate agli Unsane o ai primi Neurosis, forse anche agli Distorted Pomy (dato il senso catartico di alcune distorsioni delle chitarre by il magnifico cantante Enrico Tauraso) e se Vi ponete la questione del perchè fare un album del genere, la risposta è semplice: 'serve a rompere il culo a tutti' come dicono in francia. Mi spiego, - ho ricevuto questo CD come promo, ma quando ero arrivato verso la fine della traccia #2, Another fuckin' word to say we miss you sono quasi impazzito, e mi sono sentito obbligato a versare 10€ alla Robotradio rec per sedare il mio karma, ed è stato esattamente quello che ho fatto, cazzarola! Merita il mio sangue. In ogni modo, i Dead Elephant non sono novizi, (leggo) possono vantare collaborazioni eccellenti con la Unfortunate Miracle rec e tour di supporto a Capricorns (uk), Lair of the Minotaur (usa), Joe Lally (Fugazi - usa), Zu (ita), di cui proprio Luca Mai suona il sax su Post crucifixion, spostando l'asse nel jazz-core per un breve istante. E' su Black Coffee Breakfast e Clopixol che invece i Dead Elephant incedono lenti su un percorso psichedelico fatto di multicolori risonanti e nichilismo. Su The same breath poi c'è Eugene Robinson degli Oxbow che urla, estremo e brutale come la stessa Musica. Coesi, solido post-hardcore spurio e sporco, - l'ultima traccia The worst & the best segna l'ultima testimonianza di una ferocia finalmente consumata. - In ultimo, non per importanza, - artwork e confezione del CD sono un vero gioiellino.
Esistono dischi nati per essere consumati in maniera veloce, per allietare qualche giornata e poi scivolare nell’oblio, puniti dalla stessa facilità di assimilazione che aveva loro permesso di primeggiare nell’immediato.
Ci sono, poi, dei lavori che crescono piano, che hanno bisogno di tempo per farsi amare e che sono destinati a restare più a lungo nella memoria dell’ascoltatore, dischi che vanno conquistati nota per nota, quasi si trattasse di sciarade da risolvere per poterne catturare il senso ultimo. Assai rare nella seconda categoria sono quelle opere che saltano la difficoltà di approccio iniziale, così da attrarre chi vi si avvicina sin dal primo istante, senza per questo rinunciare alla possibilità di compiere percorsi complessi e al piacere di concedersi poco per volta, ascolto dopo ascolto. Una di queste rare eccezioni è offerta da Lowest Shared Descent, nuova creatura dei Dead Elephant, oltre ogni ragionevole dubbio una delle formazioni più interessanti in giro attualmente. A introdurre il visitatore nel mondo dei Dead Elephant troviamo le tavole di Marco Corona, incorniciate da una confezione digipack in grado di chiudere una volta per tutte lo stantio dibattito tra gli assertori del supporto fisico e quelli del formato digitale (inutile specificare a favore di quale tesi). Dal punto di vista strettamente musicale, Lower Shared Descent è opera affascinante e poliedrica: parte dal noise di scuola newyorkese (Unsane su tutti), irrompe nel post-core più coraggioso, passa al setaccio i bassifondi della scena sludge, si accosta fugacemente alla psichedelia di marca Neurosis, corteggia l’approccio free jazz caro al maestro John Zorn per poi disperdersi nelle manipolazioni sonore proprie dell’industrial ambient, il tutto senza perdere mai la strada di un percorso personale che non vede un semplice sovrapporsi delle singole parti, ma un vero e proprio mutarsi della materia plasmata brano dopo brano. Ad aiutare i Dead Elephant troviamo due ospiti d’eccezione, Luca Mai degli Zu e Eugene Robinson degli Oxbow, autori di preziosi cammei all’interno di un disco che non può assolutamente passare inosservato. Se amate le sfide in note, aggiungete pure una stella al voto finale. (4/5) Michele Giorgi

baronedelmale.wordpress.com
ossequi!Il barrito del pachiderma zombie ci stordisce violentemente. Parte così uno dei dischi che sicuramente segnerà il 2008 italiano, tingendolo di noise rock maledetto e nichilista, impastando forme e strutture, cospargendo le stesse di polvere di zolfo e terra. I tre cuneesi, già autori del buon EP Sing The Separation, disco che pur mostrando un’evidente qualità di fondo mi aveva convinto a metà, tornano con un lavoro sicuramente maturo e ottimamente concepito, ponendosi nel mezzo di una carreggiata stilistica ostica, in un non-luogo a metà strada tra il post-hc di scuola Neurosis, il rumore sferragliante di Unsane e Jesus Lizard e lo stoner-doom di nuova generazione. Su Post Crucifixion, una scheggia math-sludge di due minuti, i nostri sono coadiuvati dal sax dannato di Luca Mai (Zu) in quello che è sicuramente uno degli episodi più esaltanti di Lowest Shared Descent; è davvero impressionante anche The Same Breath, ospite il gigante Eugene Robinson (Oxbow), un incredibile esempio di come è possibile suonare estremo nel 2008, un blues dall’inferno tra fiamme e forconi. Molto bello anche l’artwork e il digipack, un lavoro di classe e ben curato che vale la pena di avere nella propria collezione. Come si suol dire…ACCATTATEVILL’!
Il passo pesante di un elefante, l’oscurità soffocante che solo la morte può richiamare appieno: i Dead Elephant tengono fede al proprio nome e ci portano in un viaggio dalle tinte nere, dove non c’è spazio per la luce e l’oppressione è continua. Fra i Neurosis ed i Deftones, il noise rock più cattivo e derive strumentali, Lowest Shared Descent è un album non facile ma che regge sia nei momenti più convulsi (Introducing My Eye In Flames e la fantastica Another Fuckin’ Word To Say We Miss You) che in quelli più lisergici (Clopixol), denotando una grande fantasia compositiva che non si limita ad abbozzare le idee ma le sviluppa appieno, anche se a volte esagerando (Abyss Heart sa degli Ufomammut più calmi ma senza avere lo stesso carisma). Da segnalare Post Crucifixion, il momento più eccentrico dell’album grazie all’apporto dell’instancabile sax di Luca Mai degli Zu. (3,5/5) Stefano Ficagna
“Poi che ciò che succede ai figli dell’uomo succede anche alla bestie in ogni singola cosa: come gli uni muoiono così muoiono le altre. Si, essi tutti hanno un fiato solo; Di modo che l’uomo non ha preminenza sulla bestia: giacchè tutto è vanità”. Aprendo il digipack di Lowest shared descent dei Dead Elephant leggerete questi versi dal Qoelet, libro presente nell’Antico Testamento della Bibbia cristiana e in quella ebraica. In questa citazione vi è la chiave di ascolto del disco. Qoelet è il libro del contraddittorio del bene e del male. Qoelet è l’uomo che si autointerroga sulla dicotomia uomo-bestia. Come Qoelet è voce di tanti che si uniscono in uno ai limiti della schizofrenia (ovvero la mente divisa) ecco Lowest shared descent scindersi in due parti, in due movimenti sonori e in due volti (come quelli kafkiani della copertina disegnati da Marco Corona). La prima parte è la bestia che dal barrito di un Elefante si dipana in movimenti sussultori di terremoto noise-metal, la voce e la distorsione esplodono nella saturazione senza fine. In brani come Another fuckin word to say we miss you e Introducing my eye, in flames vi è il rumore come sofferenza e dolore dell’accettazione dell’essere carne destinata a marcire, seguendo solo gli istinti primordiali. Il suono è il metal di gruppi come Helmet e Neurosis commistionato ad impeti noise degli Shellac di Steve Albini. Vi è anche la straordinaria partecipazone di Luca Mai (sax degli Zu) in Post Crucifixion. La sorprendente seconda parte è l’uomo epicureo del Qoelet. Il noise cede il passo ad atmosfere doom-psichedeliche, la voce si estingue e gli strumenti inseguono onomatopeicamente la discesa alla stupenda Abyss heart. La tregua nella nebbia di una foresta vietnamita attraversando Black Coffeee breackfast e Clopixol si dissolve in corse hardcore alternate a momenti controfase di stampo stoner in The same breath e The worst & the best. Lowest shared descent è un disco tra il bene e il male, tra l’uomo e la bestia, tra il noise e il metal. Un disco mentale. Un’intensa apocalisse sonora che stritola l’ascoltatore e lo lascia senza difese. Vladimiro Vacca
L’intensità sonora che i Dead Elephant sanno gestire con bravura è la chiave di lettura di ‘Lowest Shared Descent’, primo lavoro esteso per la formazione piemontese, che alle spalle ha l’EP ‘Sing The Separation’. I brani prendono avvio (specie i tre posti in apertura) da una base noise rock, che ha negli Unsane i numi tutelari indiscutibili, il che non deve essere interpretato come elemento di svalutazione, anche perché la band sa portare il sound oltre, conducendolo lungo una via evolutiva, che offre un vasto spettro di letture interpretative. Infatti se - ad esempio - ci si addentra nell’esplorazione dei dieci minuti e mezzo di ‘Black Coffee Breakfast’ ci si rende conto che le potenzialità di scrittura ed esecuzione di Dead Elephant comprendono scenari più articolati e manipolati, dove i confini sono meno definiti e si scivola da un genere all’altro con estrema naturalezza. Qui i linguaggi utilizzano idiomi, che includono esplorazioni ambientali opprimenti alternate a kraut rock allo stato solido, narrazioni post rock e apocalissi terrificanti. Oppure nella successiva ‘Abyss Heart’, titolo che non poteva essere più appropriato, dal momento che ci si ritrova catapultati negli abissi più profondi dell’isolazionismo industriale. E quasi seguendo un processo speculare (rispetto alle canzoni iniziali), e osservando le due tracce appena descritte alla stregua di uno snodo centrale, la chiusura è affidata a tre pezzi che presentano maggiori inflessioni sludge e post-core e l’impasto viene reso melmoso e pachidermico. Da notare la presenza di Luca Mai degli Zu ed Eugene Robinson degli Oxbow, ma qualunque sia la forma, quel che non muta è la sostanza, ottimo condensato di articolazioni strumentali figlie di rabbia e ragione. Roberto Michieletto
Grande la Robotradio di Stefano Paternoster (per chi se lo ricorda, è stato l’ideatore e curatore della mitica fanzine Equilibrio Precario) che è riuscito a riesumare addirittura i desaparecidos Trumans Water di cui si erano da anni perse le tracce, regalandoci una manciata di canzoni inedite in uno split coi nostri Rosolina Mar (recensione a parte di Etero Genio). A seguire quest’ottimo split arrivano di seguito i nuovi lavori di due agguerritissime band, entrambe raccolte in confezioni pregevoli dalla bellissima grafica che da sole meriterebbero di essere collezionate; […] Non meno avvincente è il nuovo lavoro dei Dead Elephant (già un paio di produzioni all’attivo, tra ufficiali e non), trio che ci riporta di qualche anno indietro, a recuperare sonorità incompromissorie di band quali Dazzling Killmen, Jesus Lizard e i nostrani White Tornado, alternate a momenti di notevole sperimentazione noise; nel corso di tutto il loro “Lowest shared descent” assistiamo così al passaggio dagli ortodossi assalti noise del trittico di apertura introducine my eye, in glames, another fuckin’ world to say “we miss you“, post crucifixion(ci ho sgamato un sax in puro stile Zu) alla dilatata psidechelia in via di collasso di black coffee breakfast, ai desolanti paesaggi sonori della bellissima abyss heart (sembra di assistere allo squarcio sonoro di Kevin Drumm che apriva “Upgrade & Afterlite” dei Gastr Del Sol), nonché all’apertura desert rock di clopixol (che vira in chiave cosmic). L’aver inficiato gli archetipi noise (l’assalto sonico, la voce sofferta in stile Oxbow, la ritmica ossessiva), con elementi perturbativi quali la psidechelia, certo cosmic rock e la sperimentazione chitarristica, ha cancellato di netto le preoccupazioni per una musica di natura derivativa; non è certo questo il caso. Secondo voto ottimo. Alfredo Rastelli
Parlano al cervello ed alle budella questi Dead Elephant, viscerali, psichedelici, rabbiosi, scuri, claustrofobici, folli quanto basta per ottenere una miscela perfetta di heavy metal, punk, hardcore, psicadelia...
Questa volta osiamo pensare che il gruppo cuneese meriti d'essere tirato fuori da ogni gabbia, da ogni titolo, da ogni schema, la musica di questo trio è assolutamente delizia per chi desidera sentir parlare di sperimentazione allo stato puro, è fra i dischi che s'attendono per poter continuare a vantarsi del Made in itlay musicale.
Nati nel 2004 dalle ceneri dei La Falce adesso i Dead Elephant sono un trio, eh si, è bene non dimenticare che la forza distorta di questo gruppo è frutto di sole sei braccia: Enrico Tauraso (chitarra / voce), Fulvio Grosso ( Basso / voce) and Sandro Serra (batteria), eppure sembra vibrare tutto, è come se la forza riuscisse a triplicare, quadruplicare emozioni e sensazioni.
Lowest Shared Descent è un pò l' In-cube Lynciano, la scatola blu che raccoglie paure e rabbia, colonna sonora perfetta per un viaggio nell'impossibile, osservando sè stessi nello specchio distorto che genera la loro musica. Ed allora... buon viaggio. (4,5/5) Fiorellaq
L'elefante è morto, mentre l'uomo elefante urla perché ha paura, è terrorizzato in "Introducing My Eye, In Flames" e ci spinge nel suo mondo troppo buio per essere vero. Il paesaggio lo si può certo immaginare grazie all'artwork di Marco Corona, dove donne inquietanti abbracciano uomini insetto; ebbene si, dovete crederci, ci troviamo tra l'hard e l'heavy con presenze di psichedelia alla Ash Ra Tempel e di post-rock (oltre al noise). "Lowest Shared Descent" è stato masterizzato da Nick Zampiello (Isis, Converge, Unsane...) e si avvale di aiuti consistenti come Luca Mai (Zu) ed Eugene Robinson (Oxbow). "Black Coffee Breakfast" è legata al post-hc, mentre il bordone in crescendo di "Abyss Heart" pone una pausa di mezzo; "Post Crucifixion" è animata e deviata dal sax del nostro Luca Mai, mentre l'altro ospite perfeziona "The Same Breath" allontanandola dal solito metal. Sono ruvidi e viscerali, ma il cervello lo sanno usare benissimo. Ancora mi domando perché queste formazioni non funzionano così bene come all'estero, i Dead Elephant dovrebbero girare anche in Italia. Hank
Per dire come suona questo cd bisogna dare un’occhiata ai disegni dell’elegante digipack curati da Marco Corona dal gusto squisitamente maledetto. Se v’inquieta la dolente donna in abito da sera che abbraccia un uomo con il corpo da verme, le due illustrazioni interne non vi faranno dormire: in uno c’è un anziano signore sudato, vagamente somigliante a Bush padre, di fronte ad un pozzo in fiamme (e nel cielo un bambino con un testone e dei denti sgranati); nell’altro un ragazzo nudo, legato con un collare rudimentale stile Abu Ghraib, mangia ad una ciotola vicino alla sua casetta di legno … Insomma, siamo di fronte ad un’opera radicale, di quelle rare nel nostro paese (il power-trio è di Cuneo), del robusto metal noise farcito di elementi psichedelici decisamente innovativi. L’apertura con inquietanti grida di belve feroci “Introducing My Eye, In Flames” è dura e secca quanto basta, mentre nel secondo pezzo, incazzato e senza sconti come lascia intuire l’esplicito titolo “Another Fuckin’ Word to Say We Miss You”, ci sono delle progressioni acide che pian piano si faranno strada nelle restanti tracce del cd, una vera e propria discesa agli inferi per gli amanti del genere (ma non solo …). Dopo l’ascolto di “Lowest Shared Descent”, la nota battuta di Totò “…io sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo”, avrà un nuovo e più profondo significato. L'Alligatore

Il Tirreno

Sono in tre e arrivano dalla provincia di Cuneo, si fanno chiamare Dead Elephant e giungono con “Lowest Shared Descent” al primo album dopo un ep di debutto licenziato tre anni fa dalla statunitense Unfortunate Miracle. Noise è il loro verbo, della serie: astenersi perditempo. E se “noise” vuol dire rumore, allora il muro di suono che Enrico Tauraso (voce e chitarra), Fulvio Grosso (basso) e Flavio Panero (batteria) sono capaci di edificare è di quelli che sanno reggere terremoti e cannonate. Ma se “noise” è anche sintomo d'inquietudine, violenza e catarsi, è soprattutto qui che i tre fanno pieno centro. Dopo un dittico che parla chiaro sul versante più canonico dell'aggressione, “Post Crucifixion” è la prima piacevole sorpresa, una variazione in chiave free-jazz con la collaborazione del sax di Luca Mai degli Zu. A seguire, i dieci minuti apocalittici di “Black Coffee Breakfast”, incursione in territori lisergici, e l'ancor più agghiacciante “Abyss Heart”, il cui titolo dice già tutto di un suono ambient cupo e lancinante. D'obbligo, infine, citare il crescendo di “Clopixol”, che porta dritti al vocione di Eugene Robinson degli Oxbow, ospite di lusso nel superlativo clangore blues di “The Same Breath”.
Guido Siliotto
Un’ode al Walalla del “sano vandalismo HC-noise” questa che si erge dal Cuneese per mano, fiele e giugulare dei Dead Elephant, un elefante morto che pesta diabolicamente su angoscie e distrofismi da Dead Zone, Morbo Area; un elefante in “must” sonico fautore di una “distruzione di massa ascultante” chiamata Lowest Shared Descent.
Se nel massimo parossismo punk si può ravvedere tutto ciò che fa distroyer, senza ritorno, qui siamo all’edificazione (edificante) dell’oltre spasimo umano, al cospetto di un album smagliante, “Industriale”, macchinale, da post-Cronenberg, che olezza di fresa surriscaldata e bulino in fusione con una grande peculiarità: di staccare in salita le gregarietà consuete del main metal dozzinale.
Otto barriti in 39 minuti sconvolgenti in cui il trio piemontese lacera brutalmente qualsiasi giustificazione al malumore, alla compiacenza spicciola facendo trucioli di solarietà e perdono. C’è né per chiunque fa del catastrofismo e della negazione l’alba dei propri intrinsechi ragionamenti.
Un arco a sesto acuto, quello del loro sound, che si sorregge serratissimo su climax psichedelici (nella black version) post-atomici (“Black coffee breakfast”, “Abyss heart”), in cui si ritrovano i sanguinamenti freddi dei My Dying Bride (“Clopixol”), il limaccioso doom alla Osbourne (“The same breath” che ospita Eugene Robinson degli Oxbow) e tutta la lava di extreme metal. Il lirico post-core che scorre a fiumi è (in)-contenuto negli incubi apprettati di “Introducing my eyes, in flames”, “Another fuckin’ word to say we miss you” e “Post crucifixion” che vede un insert dissacrante (prossimo alla hype freejazz) del sax di Luca Mai degli Zu. L’elefante morto devasta nel suo incedere le tavole tarlate del math-sludge newyorkese, scaglia la sua preghiera grind verso l’olimpo decostruttivo dei Neurosis, Insane, Jesus Lizard e lascia tutto intorno terra bruciata senza speranza di future fertilità.
Un disco che scortica questo ottavo anno del nuovo millennio, che carica di nuove e rinvenute forme di nichilismo un view musicale a cui sono rimaste solamente che arrossate gengive sanguinanti, che frusta l”esasperazione” per un risveglio istantaneo dall’intorpidimento e che dai dintorni delle Langhe urla, ruggisce, sbraita, barrisce che è giunta l’ora di una prossima seconda “pugna” noise-punica , dove basta un solo Dead Elephant, un elefante morto a far più “magnifici danni” che 1000 vivi. Massimo Sannella
Confezione e grafica spettacolare, che induce al feticismo discografico e merita da sola l'acquisto. Dentro, citazioni bibliche e follie vagamente zorniane racchiuse, però, entro schemi tipicamente albiniani. Non solo noise, però. Anzi, molto ma molto di più. Psichedelia malata, free-jazz, post-hardcore, math-rock, fughe desertiche, doom alla Neurosis. "Lowest Shared Descent" è una sorpresa continua. Parole come avanguardia e sperimentazione acquistano davvero un senso dinanzi a lavori simili. Dead Elephant è un gruppo italiano, di Cuneo per la precisione, ma - tocca dirlo - non sembrerebbe. Per la qualità eccelsa dell'interpretazione e per la sterminata vastità delle influenze manipolate. Condividono questa notevole esperienza sonora membri di Oxbow e Zu (il sax è quello di Luca Mai).
Nato nel 2004, il power-trio di Fossano (Cuneo) esordisce l’anno successivo con l’ep “Sing the Separation”, quattro pezzi penalizzati da una registrazione deficitaria ma che già mettevano in mostra un potenziale davvero elevato, fatto di brani capaci di mischiare noise-rock, post-hardcore, ambient e psichedelia.
Numerosi concerti, come apertura di bands quali Capricorns, Zu, Lair of the Minotaur portano la band a costruirsi una certa fama ed apprezzamento nel panorama underground, in particolar modo all’estero più che in Italia.
Il debut sulla lunga distanza in questione ha avuto una gestazione particolarmente travagliata, già che esce solamente ora dopo essere stato registrato nel 2006, ma ci regala una band in forma smagliante, incisiva e compatta, micidiale nel proporre un visionario noise-rock ad alto voltaggio, figlio bastardo di Unsane, Jesus Lizard, Today is the Day e Rapeman tra gli altri.
Brani come l’opener Introducing My Eye, In Flanes e la successiva Another Fuckin’ Word to Say ‘We Miss You', sono esplicite ed esemplificative in questo senso.
Con Post Crucifixion il sound si apre ad altre suggestioni sonore, come il free jazz sugellato dal sax di Luca Mai (Zu).
Black Coffee Breakfast è con ogni probabilità il capolavoro dell’album, ove ambient e psichedelia, accostabili ai recenti lavori di Neurosis ed Ufomammut, si fondono a sfuriate noise e stoner.
Abyss Heart sono sette acidi minuti di puro noise/industrial/ambient, assolutamente ipnotici, ove Cluster e Lustmord si sposano agli Swans, per poi sfociare nei meandri strumentali post-core ( vengono in memte Neurosis e Isis) di Clopixol.
Eugene Robinson presta la sua voce (e le liriche) per The Same Breath, accostabile chiaramente al lavoro degli Oxbow, ma “in potenza”.
La conclusiva The Worst & The Best pone fine alle ostilità tirando in ballo i migliori Today is the Day e musicando alla perfezione un testo di Bukowski.
La produzione grezza ma incisiva (con un basso davvero "spesso") si adatta alla perfezione al sound della band, senza per altro coprire o celare tutte le sue sfumature.
In definitiva ci troviamo di fronte ad un disco noise che, almeno in Italia, non teme confronti; chiaramente sono meno appetibili e facilmente fruibili rispetto agli ottimi Il Teatro Degli Orrori, ma se ben supportati possono ottenere grandi riscontri con questo debut, per altro condito da un pregevole digipack e dall’artwork a cura di Marco Corona. Non fateveli sfuggire. Edvard
La scena “post” italiana, forse un po' in ritardo rispetto ad altre nazioni europee, sta lentamente assumendo una sua ben definita fisionomia. I Dead Elephant da Cuneo sono una delle espressioni più convincenti ed avvincenti di questo variegato panorama. Guardano al post-punk dei Black Flag, alle rifrazioni dei Jesus Lizard, alla trasmutazione metal-core dei Mastodon (“Introducing My Eye, In Flames”), alla claustrofobica apocalisse dei Neurosis (“Clopixol”) senza mai peccare in personalità, mantenendo uno spettro armonico ruvido ed imprevedibile, derivato dallo sludge-core (vengono in mente i recenti Unearthly Trance). Se ci aggiungiamo poi che in “Post Crucifixion” si riverbera il mondo contorto e convulso dei Naked City col sax funambolico di Luca Mai degli Zu a dar man forte, o che nella successiva “Black Coffee Breakfast” si viene letteralmente risucchiati in uno spazio siderale vitreo e luccicante, dove la foschia sembra una ragnatela soffocante, si capirà benissimo che il three-piece piemontese non la manda di certo a dire. Sviluppato su tortuosi schemi ritmici, lacerato da una voce caustica e aggressiva quel che basta per non restare tranquilli, “Lowest Shared Descent” mette in mostra una formazione che non ha timore nello spezzare l'andatura narrativa del discorso con frammenti ambientali ed inquietanti (“Abyss Heart”) per poi ripartire nevrotica ancor più di prima (“The Same Breath” - e qui c'è Eugene Robinson degli Oxbow a fare il suo cammeo). C'è un che di malsano tra queste note, si tenta di agitare le braccia ma tutto attorno è vischioso fango, ed è difficile farsi un varco per raggiungere la salvifica sponda. Già l'inquietante ed altrettanto affascinante copertina la dice lunga sulla palpabile tensione che si respira in queste otto tracce. Lo stridente barrito dell'elefante agonizzante vi farà vibrare le viscere. (8) Marco Giarratana

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Che dire...
Questi sono fuori.
Ecco che dire.
Sono indecisa se considerarli indemoniati o virtuosi musicali, tutto ai tempi loro, cazzi loro, dilatazioni di tempo e improvvisi graffi all'udito e alla materia grigia (per chi ne possiede), 8 pezzi che non lasciano granché scampo al cervello.
I dead elephant sono in 3 ma fanno su un casino come se una decina di geni musicali fossero impazziti all'improvviso con gli occhi spalancati e la bava alla bocca e avessero preso in mano uno strumento: riempiono l'aria in modo claustrofobico appena schiacci play e ti ritrovi letteralmente investito da introducing my eye, in flames, ma ovvio che nonostante questo vuoi andare avanti a sentire e vedere fin dove arrivano, o se riescono a tenere alto il tiro.
Questi sono fuori, mi ripeto.
Mi domando cosa si sono immaginati o a cosa pensavano nel buttare giù post crucifixion, dove spicca un sax a dir poco esagitato (Luca Mai, Zu - mai tranquillo, forse, di nome e di fatto) ma non faccio in tempo a riordinare le idee che comincia il pezzo che preferisco, Black coffee breakfast:
"good times are gone and I think I will take a train for the sea /son I will run to it and I will go down to the water"
Una marea che s'alza e s'abbassa, quasi 11 minuti di pezzo che veramente ti prende le vene e te le aggroviglia, alla cui fine ti senti quasi stremato e ti guardi in giro cercando una sigaretta da fumare cercando ossigeno per la mente... è pura violenza. Questo disco è pura, geniale, caotica solo in apparenza, visceralissima violenza sonora, le parole vengono gridate sopra ad un basamento di suoni di cemento armato da farti restare ammutolito e con gli occhi spalancati e le parti strumentali ti fanno solo illudere di avere un attimo di tregua, ti seducono come mille mani calde che arrivano a carezzarti da ogni dove ma sai che stanno per farti male, o che potrebbero benissimo farlo. Vedi Clopixol: questo pezzo è la sensazione precisa del "rischio", quando sei lì e sai che tutto può accadere ma non te ne vai, non cedi, respiri più forte ma stai lì dove sei.
Questi sono fuori, mi ripeto ancora una volta.
Ci mancava solo la voce degli Oxbow in the same breath a farti pensare di assistere ad un live dentro ad un manicomio: è il fascino della follia, quella lucida, quella tagliente, a tenerti ancora lì ad ascoltare con attenzione.
Le tre menti perverse che hanno sfornato questo signor disco sembrano padroneggiare completamente tutto, come se partorire questo marasma sonoro fosse la cosa più naturale e spontanea del mondo, come se ce l'avessero dentro e che abbiano persino il controllo di un interruttore on/off posto nei cervelli di chi li ascolta e di cui solo loro conoscono la posizione precisa.
Taglienti.
Sottili e grossi allo stesso tempo.
Pieni, tanto pieni, forse indigesti per alcuni, ma si sa, le cose dette a muso duro non vanno giù a tutti, e loro suonano proprio così, a muso duro, come la più cazzuta delle verità sputate in faccia. Sarà per questo che mi piacciono: sanno di verità. Si.
Nessuno prende per il culo nessuno qui, si suona e si suda, chi vuole restare pettinato e composto può portare il proprio cuore malato altrove, grazie, e scegliere la via più easy listening (se lo fate siete proprio dei tristi, ma ci dicono che questo è un paese libero quindi...)
"my hands are dead, my heart dead
silence adagio of rocks, that's the best
my hands dead my heart dead
the world ablaze that's the best"
così chiudono gli elefanti assieme a Mr. BuKowsky...
Questi sono fuori.
Con particolare merito ai testi, a mio avviso.
Donna Bavosa e RobotRadio (coprod.) ci hanno proprio fatto un bel regalo.
Decisamente.
Violet
Continua la sua scalata nell’Olimpo del rock duro la RobotRadio. Stavolta il buon Paternoster unisce le forze in metallica joint-venture con un’altra congrega di pazzi, quelli di DonnaBavosa cui dobbiamo ottimi fumetti, musiche e buona dose di autoironia e demistificazione. Risultato dell’unione è il secondo album dei Dead Elephant, terzetto da Cuneo pronto a distruggerci le orecchie in virtù di un suono che rievoca il noise-core dei mid-nineties attualizzato in maniera personale ai canoni del terzo millennio. Suono perciò potentissimo, chitarroso e granitico, come un mix da sfracelli tra gli Unsane degli esordi, i sottovalutati Dazzling Killmen e i Breach espressionisti di It’s Me God. Ma anche instabile e fluttuante, umorale col suo oscillare tra schizofreniche epilessie da hc free-form (in Post Crucifixion, è complice il sax dell’ospite Luca Mai, Zu) e pneumatici vuoti ambientali della parte centrale dell’album, che danno a Lowest Shared Descent un aura altra rispetto ai canonici nomi di riferimento. Black Coffe Breakfast e Abyss Heart lanciano sonde nel futuro possibile di questo trio aprendo squarci di malefica ambient-industrial nordica prossima al collasso e psichedelia agonica e disturbante. Pachidermico verrebbe da dire giocando col nome, ma perfettamente messo a fuoco nel suo essere apocalittico e sottilmente devastante. (7.0/10) Stefano Pifferi
Veramente da custodire con cura questo nuovo lavoro dei Dead Elephant, formazione neurotica post hardcore italiana che compete a grandi livelli con i gruppi più blasonati del genere. Nonostante sia praticamente il loro debutto, dopo l'EP "Sing The Separation" del 2005, il trio si presenta già prontissimo, dimostrando sul supporto argenteo un'esperienza davvero invidiabile e una sicurezza ascoltata raramente.
A cominciare da Introducing My Eye, in Flames, passando alla straordinariamente psichedelica Post Crucifixion (grazie alla preziosa collaborazione di Luca Mai, sassofonista degli ZU, "Lowest Shared Descent" urla, strepita, intriga, interessa, vi coccola e vi piglia a martellate in ogni benedetto/maledetto momento. E' roba di gran livello, segno che l'italica penisola in fatto di post hardcore si è ormai talmente raffinata da poterne solo che restare completamente soddisfatti, è superfluo perfino parlare di influenze e derivazioni, tracciare una linea di demarcazione non avrebbe comunque senso. Produzione del disco a cura di Maurizio Borogna, che non risparmia un po' di sano sound sludgecore al trio, soprattutto sui pezzi meno veloci come Clopixol, che infatti vi ricorderà sicuramente qualche vecchio lavoro della formazione di Aaron Carter.
Da non perdere anche una guest voice d'eccezione, su The Same Breath, da parte dell'hulkiano cantante degli Oxbow (che, strana coincidenza, hanno giusto fatto da spalla agli Isis recentemente), Eugene Robinson; voce davvero da manuale che impreziosisce uno dei momenti più belli di tutto l'album.
Preziosissimo anche l'artwork e la custodia, un cd da avere; cresce con ogni ascolto, migliora, diventa sempre più una visione d'insieme su un mondo tetro a luci chiaroscure. (4,5/5) Damiano Gerli
Nel giro di relativamente poco tempo, i Dead Elephant sono diventati una delle band italiane più quotate. Merito delle infuocate esibizioni live, di influenze mai banali e di un modo di portare in giro la propria musica meritante rispetto.
Non avevano ancora esordito con un full-lenght ma la loro discografia sembrava bella corposa tale è la maturità della band.
In realtà l'esordio arriva solo adesso, grazie alla cooperazione di due tra le etichette più illuminate della scena italiana: Robot Radio e Donna Bavosa.
La confezione ci fa capire che quello che troveremo dentro non sarà per niente banale. Copertina inquietante e malata, depressiva e disturbante come la musica che troveremo all'interno.
Noise, hardcore, stoner, drone mescolati con foga metropolitana drogata capace di deragliare su scenari improbabili. Se l'avvio è il "consueto" suono alla Unsane, la successiva "Another Fucking Word To Say We Miss You" introduce elementi psichedelici sotto alla rabbia belluina come degli Isis al quadruplo della velocità.
Il terzo brano "Post Crucifixion" assume il sax di Luca Mai (Zu) per triturare il metal e l'hardcore creando un monumento sonoro con pochi eguali nel genere (penso giusto ai The Mass). Solo due minuti ma pagherei oro per un album con questi ingredienti.
"Black Coffee Breakfast" parte con un suono math-rock albiniano gonfiato con gli steroidi e un riff ripetuto alla nausea che deflagra in un noise scartolato facente da ponte ad una partitura ambient-drone che minuto dopo minuto sale in un attacco di violenza alla Through Silver In Blood dei Neurosis. 10 minuti di esperienza da non perdere.
"Abyss Earth" comincia invece con droni bassi alla Sunn O))) e interferenze altissime e deviate (ricordandomi i miei concittadini Ur). Più di 7 minuti che portano a sorpresa l'ascoltatore in un baratro da cui vorrà uscire al più presto. Grande scelta di gusto porlo al quinto posto nella scaletta: qualsiasi altra band l'avrebbe messa in coda all'album perdendo però l'effetto claustrofobico.
"Clopixol" traghetta l'ascoltatore nella luce: doom metal psichedelico tra Melvins e Neurosis, mentre "The Same Breath" vede ospite nientemeno che Eugene Robinson degli Oxbow in un brano malato sospeso su riff luciferini e scariche nervose ormai sì "alla Dead Elephant".
Siamo alla fine dei quaranti minuti a noi concessi, "The Worst & The Best" urla l'agonia dell'elefante impazzito estraendosi un break centrale ammiccante spezzato dai rintocchi di un finale d'album da applausi.
Disco italiano dell'anno. E di quelli da ricordare nei decenni a venire. (5/5) Dale P.
Che mazzata ragazzi! Penso che poter parlare di un album come Lowest Shared Descent senza avere la possibilità di dare subito un ascolto sia molto difficile…siamo di fronte ad un disco essenzialmente composto da canzoni post hardcore/noise, ma sono talmente tanti i riferimenti nella musica dei Dead Elephant che ogni singola traccia potrebbe essere definita con aggettivi diversi. A comporre questo lavoro sono in tre, Enrico Tauraso alla voce e chitarra, Fulvio Grosso al basso e voce, e Flavio Panero alla batteria, registrato presso il Garage Ermetico Leumann di Torino, dopo la pubblicazione del primo ep ‘Sing The Separation’ nel 2005. Già la copertina e il booklet che accompagnano il disco, ci catapultano in ambientazioni inquietanti quanto affascinanti, che di li a poco diverranno i nostri peggiori incubi.
Un disco claustrofobico, essenziale, spigoloso e incredibilmente trascinante, in alcuni casi urticante, come le ambientazione che riesce a creare, che ti riescono ad immergere in territori aridi e sofisticati, senza perdere mai la bussola e facendo vivere all’ascoltatore una innumerevole serie di sensazioni che si susseguono senza sosta alcuna. In qualsiasi modo lo si voglia definire, questo è un disco da ascoltare attentamente e cercare di guardarlo da diverse angolature, per poter afferrare ogni sua singola faccia, e capire come affrontarlo senza temerlo. Il ‘rumore’ psichedelico che ne viene fuori è impressionante, brani come ‘Introducing My Eyes, In Flames’, ‘Post Crucifixion’ e ‘Black Coffee Breakfast’ parlano chiaro e dimostrano di non avere nessun timore reverenziale verso chi si avvicina e prova ad imbattersi nell’ascolto. Non vengono poste barriere all’inserimento di frammenti di musica di qualsiasi matrice, dal doom malato di ‘Clopixol’, ai 7 minuti industriali di ‘Abyss Heart’, ma sempre ben inserite nel contesto del noise più celebrale, che non lascia spazio a nessun tipo di cedimento durante tutta la sua durata.
Dopo l’uscita di tali prodotti ‘made in Italy’, mi viene sempre più difficile capire come alcuni gruppi del panorama internazionale riesca ad avere più visibilità di una band come i Dead Elephant, capace di regalarci un grande disco che in molti dovrebbero avere la fortuna di possedere. Già nella mia playlist del 2008. (95/100) Leoncini Antonio
I Dead Elephant e la morte del noise. Il crollo della bestia. Il fumo. Il fuoco. L’esplosione. I Dead Elephant, una caterva di concerti, un EP pubblicato negli Stati Uniti d’America, l’esperienza e ora, a distanza di due anni, il primo album, il primo targato Robotradio Records.
“Lowest Shared Descent”, otto brani, quaranta minuti. L’urlo straziante dell’elefante agonizzante, gli squarci, l’animale ferito. “Lowest Shared Descent”, il brutal-noise, gli sprazzi psichedelici (i dieci minuti di “Black Coffee Breakfast”), gli affondi infernali (nell’industrial tedesco), gli affondi free-jazz, free-rock (“Post Crucifixion” con Luca Mai degli Zu al sassofono). “Lowest Shared Descent”, gli Unsane incontrano i Todd di Craig Clouse (o meglio, gli Hammerhead di Craig Clouse) che incontrano lo John Zorn di sempre. “Lowest Shared Descent”, metallo non metallo. Il noise prima di tutto. Il noise su tutto.
“Lowest Shared Descent”, l’ottimo esordio dei Dead Elephant, il debutto sulla lunga distanza del terzetto piemontese. “Lowets Shared Descent”, l’encomiato progresso dell’heavy noise tutto italiano, tutto nostrano. Da brividi. Francesco Diodati
Dopo tanto tempo ricevo finalmente questo bellissimo (e lungamente desiderato) vinile, via Desperate Living - frutto di uno scambio con i mitici Tumorati Di Dio. Prima impressione_ grafica: bellissima, davvero un artwork fantastico: tra gli inquietanti disegni, la confezione e il pesante vinilazzo viola ce n'è quanto basta per raggiungere l'Orgasmo, tanto che mi chiedo se davvero i Dead Elephant provengono da questo paese balordo (OK, anche qua il pistolotto l'ho sparato. Bene.) ...Appoggio con la solita grazia la puntina del giradischi sul primo solco, "Introducing my eye, in flames". E mi basta poco per comprendere cosa intendesse il buon vecchio Myskies. Sentivo in realtà pareri discordanti su questi cuneesi... "bravi, ma..." Ma? Ma è uno dei dischi più belli usciti quest'anno, e non solo in Italia! Tra i pochi ad aver davvero capito la lezione degli Unsane e ad averla fatta propria, per come la vedo io... post-hardcore, anche qualcosa di più. La capacità di prendere l'ascoltatore e portarselo dove vogliono, possibilmente in qualche luogo buio, che non ricorda più o non conosce bene. Ascoltate il rock'n'roll smembrato di "Post Crucifixion" e come il sax di Mai (Zu) finisce di lacerarlo. Giri facciata e arriva quello che non ti aspetti: "Abyss heart" - strumentale/ambientale con crescendo noisy da brivido. A ruota: il martellare testardo di "The Same Breathe", che finisce all'improvviso, con un semplice fischio di ampli; "The Worst & The Best" con i suoi arpeggi alternati ad esplosioni, a chiudere magistralmente il tutto, tra quelle onde sonore di caos che sfumano, prima dell'ultimo rapido breve boato. Torno su "Black Coffee Breakfast"- bellissima, con la sua lunga coda psichedelica, che quando ti ci eri ormai abituato ritorna ad essere ferocia. Un assassinio in piena regola.
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