MySpace


bubu

alessia gavio


Last Updated: 5/19/2009

Send Message
Instant Message
Email to a Friend
Subscribe

Gender: Female
Status: Single
Age: 26
Sign: Leo

State: Alessandria
Country: IT
Signup Date: 3/31/2008

Blog Archive
[Older      Newer]
 /  / 
August 27, 2008 - Wednesday 

I giorni fra di noi trascorrono veloci
E come andrà a finire ancora tu non sai
Il mondo sta cambiando e noi stiamo cambiando
Respirando, sempre respirando
Le strade son diverse,
Frenetiche,
Ma intense di volti e lineamenti differenti
Vedo immagini nuove,
Culture e colori,
Radici lontane che adesso mi appartengono
Il mondo che vorrei
Non trova differenze
Fra l'uomo e le sue varie appartenenze
E quello che vivremo sarà…
La foto di una nuova realtà
Immagine del nostro tempo
Un'onda che mi cambierà… dentro
E mi sento un africano metropolitano
Con gli occhi da orientale
E il cuore di chi sa che andrà lontano
La mia casa è un altopiano al centro di Milano
E mi sento umano
Io mi sento umano…
E mi sento un africano metropolitano
Con gli occhi da orientale
E il cuore di chi sa che andrà lontano
E se ti sembra strano…io mi sento umano…
I giorni fra di noi, trascorrono veloci
E come andrà a finire ora tu lo sai
E quello che viviamo è già la foto di una nuova realtà
Immagine del nostro tempo
Lo specchio di un fiume che si muove lento…
E mi sento un africano metropolitano
Con gli occhi da orientale
E il cuore di chi sa che andrà lontano
La mia casa è un altopiano al centro di Milano
E mi sento umano, io mi sento umano…
E mi sento vivo sono figlio del destino
Ho scelto il mondo per confine e non sarò mai clandestino
Se ti sembra strano…vieni più vicino…
Io mi sento umano…io mi sento umano
E guarderemo da lontano quello che eravamo
Con la semplicità andremo via tenendoci per mano…


August 26, 2008 - Tuesday 
La verità è che il fluire del tempo, edax rerum, «divoratore di ogni cosa», come diceva il poeta latino Ovidio, avanza inesorabile su tutto e su tutti. La sua scansione di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni macina le realtà belle e quelle brutte, spande lacrime e le asciuga, ospita crimini e illumina gesti nobili e gloriosi. C'è, però, una riserva da fare. Se è vero che il tempo oggettivo non guarda in faccia a nessuno e tutto consuma come «un vorace cormorano», per usare una definizione di Shakespeare, è altrettanto vero che il tempo soggettivo è diverso per ciascuno di noi, anzi per ogni stato della nostra esistenza. Sessanta minuti di noia non sono uguali a un'ora trascorsa tra due innamorati. Il tempo può essere «ammazzato» perché non si ha voglia di fare nulla o perché si è disperati e in questi casi pare infinito; ma può essere anche colmato di opere, di creazioni, di pensieri, di ricerca. Il filosofo americano ottocentesco William James osservava giustamente che «l'uso migliore della vita è di spenderla per qualcosa di più duraturo della vita stessa». Solo così il tempo acquista una durata, un sapore e un colore diverso per ciascuno.
August 26, 2008 - Tuesday 

"L'uomo e' dove e' il suo cuore, non dove e' il suo corpo"

In questi giorni di ritorno dall'Africa dei miei amici, in questi giorni di racconti, foto, condivisioni, in questi giorni di silenzi e sospiri, li guardo i miei amici, li osservo, li ascolto. Non sembrano tornati a casa. Si, loro fisicamente sono tornati a casa, in Italia, nel prorpio quartiere, via, condominio. Ma a casa veramente non ci sono tornati. Mamma mia com'è bello. Perchè si, forse l'Africa ha qualcosa di magico, ma non è in sè il fatto di essere stati in Africa, credo che sia il fatto di aver condiviso a cuore aperto questo tempo d'estate, tra i poveri vestiti di nulla ma con il sorriso, con i bimbi scalzi che sono costretti a crescere troppo in fretta. Credo che sia l'aver condiviso con il cuore, da dentro, credo sia per questo che i miei amici sono tornati a casa ma a casa veramente non ci sono. C'è il cuore là, un gran pezzo mi pare. Mamma mia che bello.

Non importa dove sei. Dov'è il tuo cuore tu sei là. Ma non è bello? Significa che ovunque puoi essere vicino a chi ami. Così i miei amici potranno sempre e ovunque sentirsi là, in Africa, vicino a chi hanno incontrato, accolto, amato. Significa che non ci sono distanze, confini, dogane. Significa che un pò farà male, ma è solo perchè si è amato davvero.

 

 

August 25, 2008 - Monday 

...fra un domani che arriva ma che sembra in apnea
ed i segni di ieri che non vanno più via
di carezza in carezza
di certezza in stupore
tutta questa bellezza senza navigatore
come se gli angeli fossero lì
a dire che si
è tutto possibile
come se i diavoli stessero un po'
a dire di no, che son tutte favole...

...e una stella fa luce senza troppi perché ti costringe a vedere tutto quello che c'è... 

 

August 22, 2008 - Friday 

In realtà in questo libro (La solitudine dei numeri primi) la parola fine non c'è scritta e in bocca ti resta il gusto amaro di voler leggere ancora qualcosa, su Mattia, su Alice, sul moto convettivo e sul perchè all'alba i colori sono quelli lì e non altri, sulla solitudine, sul dolore e sulla capacità di rialzarsi e di costruirsi una vita...non c'è scritta nessuna parola Fine, eppure capisci che non può che essere così. se i numeri primi sono costretti a subire il loro destino di essere speciali, ma soli e distanti, allora non pò che essere così. e io non ci avevo mai pensato ma credo sia un pò così anche per le persone. ci sono quelle che come il 2 e il 4 sono multipli e vanno un sacco d'accordo e viaggiano sempre di pari passo, e ci sono quelle che come l'1 e il 3 sono due numeri primi e per di più primi gemelli che invece sono destinati a viaggiare vicini ma mai abbastanza per sfiorarsi davvero e devono vivere per forza la loro vita così, lontani, ciascuno nella prorpia solitudine per cercare di costruirsi una vita intorno al vuoto che sentono, ma sempre e comunque camminano distanti, ognuno sulla prorpia strada. ci sono persone che non si incrociano, viaggiano parallele. non vuol dire che non sia bello e meraviglioso. alla fine anche un numero primo si costruisce la sua vita in un altro modo...niente per caso...

August 21, 2008 - Thursday 

Penso sempre che non ci riesco
A fare quello che voglio
Forse mi impegno troppo o forse non abbastanza
Mi chiudo dentro me stesso, mi chiudo dentro una stanza
Ma quando mi guardo dentro, poi capisco che infondo
Il cielo non e' lontano e arrivi anche se vai piano
Basta che tutti i giorni ti costruisci un gradino
Le paure che ho non le faccio vedere e capire pero'
Se la colpa e' la mia so anche chiedere scusa prima di andare via
Ma poi c'è sempre chi non sa apprezzare ma solo offenderti e giudicarti
A volte mi fa paura vivere all'avventura
Ma almeno so che ho ogni giorno un'emozione sicura
La sfida non garantisce spesso una vittoria
Ma almeno puoi dire sempre che hai creduto in qualcosa
Il cielo non e' lontano e arrivi anche se vai piano
Basta che tutti i giorni ti costruisci un gradino
Le paure che ho non le faccio vedere e capire pero'
Se la colpa e' la mia so anche chiedere scusa prima di andare via
Ma poi c'è sempre chi non sa apprezzare ma solo offenderti e giudicarti
Ho capito che non e' il botto, che ti fa fare il salto
Ma che se voli basso ti gusti meglio il raccolto
Perche' per volare alto bisogna saper cadere
E intanto che aspetto il turno
Mi sto allenando ad atterrare
Le paure che ho non le faccio vedere e capire pero'
Se la colpa e' la mia so anche chiedere scusa prima di andare via
Ma poi c'è sempre chi non sa apprezzare ma solo offenderti e giudicarti



August 21, 2008 - Thursday 

BUON VIAGGIO DI RITORNO...che sia davvero un buon viaggio...perchè ho l'onore e la fortuna di avere amici che questo mese di vacanza estiva non l'hanno trascorso in un'isola, a Ibiza, a Formentera o a Rimini. Molti dei miei amici questo mese di vacanza lo hanno trascorso in mezzo ai poveri. Qualcuno è partito per la Romania, qualcuno per la Nigeria, qualcun'altro per il Burundi, il Cameroun, il Brasile, la Moldova, l'Albania, l'Ucraina, la Russia.  

Un mese in mezzo alla povertà, quella vera, quella che vedi in foto e per un attimo ti si chiude lo stomaco dalla pietà che provi...quella dove i bambini vivono per strada e non hanno nulla...quella dove davvero la gente muore di fame...e prega con tutta la fede che ha, spera e sa dire Grazie Dio perchè non mi hai abbandonato.

So che i miei amici torneranno a casa con la sensazione di aver dimenticato qualcosa, o meglio, di aver lasciato là un pezzo di cuore che in questo tempo si sono fatti riempire, attraversare, rubare. So che torneranno a casa con le mani piene di gratitudine e di rabbia. E credo che dirò loro grazie per la scelta coraggiosa di vivere nel servizio le loro vacanze estive e per l'esempio che sono per me.  

"Non si parte mai per un tempo,si parte solo per amare"

 

 

August 21, 2008 - Thursday 

I  numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo più in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi.

Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che a anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto di sera, nell'intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi delle bugie.

(Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi)

 

 

Il giorno del mio compleanno una persona molto cara mi ha regalato questo libro. Così dopo avere finito i libri di Fabio Volo ho iniziato questo. Mi ha colpito fin dalla prima pagina. 1983. Sono quasi a metà, è presto per dire qualcosa su questo libro, ma mi ha conquistata. Poi pensare che l'ha scritto un ragazzo dell'82 laureato in fisica teorica con una borsa in dottorato mi affascina ancora di più. Cioè voglio dire...non è uno scrittore. E' uno che ha studiato milioni di formule, vive immerso nei numeri e nei calcoli e scrive da Dio. Forse perchè è un fisico e allora pensa a un sacco di cose complicate che deve cercare di spiegare in maniera semplice...così arriva dritto al cuore...

August 20, 2008 - Wednesday 

La paura fa stranieri - La Stampa, 13 aprile 2008

Enzo Bianchi

Anche in Italia, come ormai in tutta l'Europa occidentale, ci troviamo di fronte a un consistente fenomeno immigratorio: milioni di uomini e donne appartenenti a mondi, etnie, culture, lingue, religioni diverse e fino a ieri di fatto estranee l'una all'altra si trovano a vivere fianco a fianco tra loro e in mezzo a un paese e una cultura "altri", che quanti lo abitano da più tempo chiamano "nostro". Fenomeno certo non nuovo quello della migrazione – basterebbe pensare all'emigrazione italiana da quando esiste lo stato unitario fino a pochi decenni or sono – ma nuova è la convergenza simultanea di diversi flussi migratori verso l'Europa. Una complessità di situazioni che desta interrogativi, dal primordiale "Perché vengono da noi? Non possono restarsene a casa loro?" al più preoccupato "Che ne sarà del nostro paese, della nostra cultura, del nostro modo di vivere e di convivere?". Le risposte al primo tipo di domanda appaiono più facili, anche se sovente tendiamo a rimuoverle: da sempre, infatti, non è il pane che si muove verso i poveri, ma sono i poveri ad accorrere verso il pane, da sempre quando gli uomini hanno speranza di trovare una vita migliore altrove sono pronti a tentare l'avventura della migrazione, anche a costi umani altissimi. Sofferenze sempre antiche e sempre nuove accentuano periodicamente questa pressione verso l'emigrazione ma oggi paiono convogliarla con particolare intensità verso l'Europa: miseria, carestie e conflitti che affliggono l'Africa, insicurezza e violenze che spingono minoranze osteggiate a cercare asilo altrove – si pensi ai cristiani del Medioriente – guerre e lotte entiche che generano profughi e rifugiati... A questo si aggiunga anche il sogno di un mondo ricco di beni e di consumi senza limiti che i mezzi di comunicazione alimentano a dismisura in popoli appena usciti da ristrettezze economiche e libertarie, come quelli dell'Europa "d'oltrecortina".

In un sapiente discorso al Parlamento europeo quattro anni fa, l'allora segretario generale dell'ONU Kofi Hannan attirò l'attenzione sul secondo tipo di problematiche suscitate dal fenomeno migratorio, quello legato alle modalità e alla qualità della futura convivenza nelle nostre società: "I migranti hanno bisogno dell'Europa – disse Hannan – ma l'Europa ha bisogno dei migranti: un'Europa ripiegata su se stessa diventerebbe più meschina, più povera, più debole, più vecchia anche. Un'Europa aperta, invece, sarà più giusta, più forte, più ricca, più giovane se voi saprete governare l'immigrazione.

I migranti sono una parte della soluzione e non una parte del problema: essi non devono diventare i capri espiatori di diversi malesseri della nostra società". Oggi sono ormai molti a riconoscere la verità di queste parole e del fatto che c'è bisogno degli stranieri per poter mantenere e aumentare il benessere, che c'è bisogno della loro presenza lavorativa e contributiva perché molti lavori non sono più assunti e svolti da noi; forse meno numerosi sono quanti vedono in questa necessità anche una opportunità di arricchimento culturale, di dilatazione della democrazia, della giustizia, della pace.

Ma oltre che interrogativi dalle risposte complesse, la presenza degli stranieri desta anche timori e paure, perché il diverso è veramente e radicalmente altro da me, perché era lontano e ora è vicino, perché era sconosciuto e ora si fa conoscere e vuole conoscere. E' fisiologico che la presenza dello straniero ponga noi in questione: proprio perché manca un terreno comune su cui fondare un'intesa e la conoscenza del retroterra da cui proviene, ciò che nasce immediatamente e spontaneamente di fronte allo straniero è la paura. E la paura non va derisa né minimizzata, ma presa sul serio e fronteggiata per capirla e vincerla.

Ora, un dato fondamentale di cui tenere conto è che nell'incontro con lo straniero non va messa in conto solo la "mia" paura, la paura di chi accoglie, ma anche e forse soprattutto la "sua" paura, la paura di chi arriva in un mondo estraneo, dove non è di casa, un mondo di cuiconosce poco o nulla, un mondo che non gli offre alcuna protezione. Sì, la prima sensazione nel rapporto tra residente che accoglie e immigrato che arriva è la paura, anzi sono due paure a confronto. E non basta invocare elementi ideologici, principi religiosi o etici per esorcizzare la paura: essa va affrontata come presa di consapevolezza della distanza, della diversità, della non conoscenza e, quindi, della non affidabilità. La paura dell'altro è una sensazione paralizzante che va superata non rimuovendola bensì assumendola.

Due sono infatti i rischi nella nostra lotta contro la paura: negarne l'esistenza e quindi assolutizzare la differenza dell'altro, sacralizzare l'altro e rinunciare così alla propria cultura, oppure assolutizzare la propria identità intesa come esclusiva ed escludente, assumendo un atteggiamento difensivo dei propri valori fino a farne un presidio da difendere anche con la forza contro ogni minaccia reale o presunta all'identità culturale o religiosa.

In entrambi i casi si dimentica che l'identità a livello sia personale che comunitario e sociale si è formata storicamente e si rinnova quotidianamente nell'incontro, nel confronto, nella relazione con gli altri, i diversi, gli stranieri. L'identità infatti non è statica ma dinamica, in costante divenire, non è monolitica ma plurale: è un tessuto costituito di molti fili e molti colori che si sono intrecciati, spezzati, riannodati a più riprese nel corso della storia. Quando il fantasma dell'identità porta a ridurre le relazioni sociali alla materialità del dato etnico, dell'omogeneità del sangue, della lingua parlata o della religione praticata allora si apre la via a forme di politica totalitaria e intollerante. I risorgenti nazionalismi e le tendenze localistiche si accompagnano sempre a spinte xenofobe e razziste che tendono all'esclusione dell'altro e si risolvono in un autismo sociale: una mancanza di ossigeno vitale contrabbandata come nicchia dorata ma che in realtà diviene un sistema asfittico, in uno spazio in cui l'unica pianta in gradodi crescere è la barbarie.

Scriveva Lévinas: "Io sono nella sola misura in cui sono responsabile dell'altro". Ecco ciò chesiamo chiamati a vivere nell'incontro con lo straniero al di là della paura e al cuore della nostra identità: incontrare l'altro non significa farsi un'immagine della sua situazione, ma assumersi una responsabilità senza attendersi reciprocità, fino all'ardua ma arricchente sfida di una relazione asimmetrica, disinteressata e gratuita. Solo così la vicenda dell'incontro con lo straniero si fa occasione di umanità per tutti.

   

 

August 19, 2008 - Tuesday 

Oggi è il compleanno di una mia cara amica Ivana...una volta da qualche parte ho letto che quando vuoi bene a una persona, quando è importante per te...non devi far altro che dirglielo...allora ecco un piccolo post per te Ivana e per chi oggi compie gli anni a passa di qui...

TI AUGURO TEMPO
Non ti auguro un dono qualsiasi,
Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo Fare e il tuo Pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull'orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo,tempo per la vita.