OJM: il post-stoner arriva in Italia....
Sempre in tour, malati di musica, energici, simpatici, genuini, travolgenti. Questo e molte altre cose ancora si potrebbero dire sugli OJM, ma la loro musica e quest'intervista vi chiariranno certamente le idee. Con il nuovo album, "Under the thunder" hanno conquistato l'underground italiano e si sono confermati una rivelazione su cui puntare. I suoni rock'n'roll, la tradizione musicale e lo stoner sono gli ingredienti principali per un gruppo che ha saputo attirare l'attenzione su di sè solo per il fatto di saper suonare! Vi invitiamo a seguirci in questa intervista, dove Max, il batterista, ci racconta chi sono e come la pensano gli OJM.
Quant'è diverso "Under the thunder" da "The light album", il vostro disco precedente?
"Under the thunder" è diverso sotto molti aspetti. Intanto sono cambiati due componenti, il chitarrista e il bassista. Siamo rimasti solo io e il cantante, membri fondatori della band. Poi si tratta comunque di un disco concepito in maniera del tutto diversa. Ogni componente è riuscito a mettere la propria creatività al servizio di tutti, nessuno è arrivato da casa con dei riff pronti, è stato fatto tutto insieme in sala.
Dal punto di vista del genere è un po' più duro, un po' più anni '70, mentre "The light album" era molto garage.
Vi hanno definito stoner, vi ci ritrovate?
Beh i primi dischi lo sono di sicuro, e in "The light album" l'impronta garage è più che visibile, suonavamo molto Danko Jones o The Hives. Invece "Under the thunder" lo definirei un album post-stoner, anche se il riferimento più chiaro, come ti dicevo, è alle sonorità anni '70.
Quanto lavoro c'è dietro la creazione di un disco?
Un anno di concerti e di prove per definire le parti e venti giorni di registrazioni. In studio siamo stati poco. Per avere le idee, invece, ci vuole del tempo, la creatività va e viene.
Come si arriva ad un'etichetta discografica e quanto bisogna darsi da fare?
Noi il primo disco l'abbiamo registrato da soli e poi tramite degli amici, i Peter Punk, che allora stavano sotto Agitato Records, ci hanno dato appoggio e distribuzione e abbiamo co-prodotto il disco. Da lì in poi siamo usciti su alcuni giornali, e quando ci hanno pubblicato un brano sul sampler di Rock Sound, abbiamo trovato un'etichetta che ci ha contattati. Devi fare vedere che ti dai da fare, che sai suonare, i discografici guardano le band che curano molto la loro immagine, che curano i manifesti, le foto. Devi essere sempre molto professionale, anche se non sei nessuno, e allora forse qualcuno ti dà una mano. Se invece aspetti che arrivi chi ti dia una mano a ricreare da capo una tua immagine, seguendo il tuo spirito, allora non vai da nessuna parte, specialmente in un paese come il nostro.
Chi ha avuto l'idea per il video di "Talking about revolution"? Che tecniche avete usato? Qual è la storia di cui parla il video?
Abbiamo usato il semplice chroma key e l'idea è venuta a Luca Camillotto, nostro fotografo ufficiale da cinque anni e grande amico. Ci siamo ispirati alla copertina di un disco dei Doors. La storia è quella di un dittatore pazzo che ci ha sequestrati e ci fa fare ciò che vuole, muovendoci a suo piacimento, come fossimo maronette in un teatro. Abbiamo collaborato tutti insieme, abbiamo trovato le tre diverse location, dei costumisti.
Non ci sono aneddoti divertenti sulla creazione di questo video, a parte il fatto che abbiamo iniziato a febbraio e abbiamo finito a giugno! È stato un processo molto lungo perchè l'abbiamo girato nei ritagli di tempo, è sempre facile avere le idee in testa, ma realizzarle è più complesso. I costumi non si trovavano, ci sono stati problemi tecnici. Ma in fondo è stato fatto in casa, è genuino!
La dimensione live degli Ojm: cosa si prova?
Noi siamo certamente una band live. Siamo nati nel '96 e dopo sole due settimane dalla fondazione della band abbiamo fatto un concerto. Se non suoniamo almeno due volte alla settimana non ci sentiamo un gruppo, abbiamo bisogno di stare su un palco. Siamo sempre in tour, ormai sono 5 anni che ci fermiamo al massimo per un mese e poi si ricomincia. Il pubblico ti da tante emozioni e la voglia di andare avanti, anche perché questo mondo, e il nostro genere in particolare, non ti fa certo campare o pensare di poter dire "Vivo di musica". Per noi suonare davanti a 50 persone o a mille è uguale, impieghiamo la stessa energia. Basta una persona che ti dica che ha provato qualcosa sentendoti, ed è già impagabile.