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nerocristallo



Last Updated: 4/12/2009

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Tuesday, September 22, 2009 
a volte mi prende questa "insana " voglia di gettarmi nella colata di calcestruzzo
a volte mi immagino come sia vivere e non esistere
a volte mi sento un grand attore quando i miei occhi spruzzano gioia
a volte è un giorno stanco che non vuole andarsene a letto
sempre è solo per altri che decido di non gettarcimi, solo per non nuocere
solo per essere innocuo fino in fondo.
sempre solo per tutti a volte penso solo al cantiere che verrebbe sequestrato
e decido di non farlo
Wednesday, September 02, 2009 
Mi piace settembre ne sento l'arrivo
il caldo è sopportabile  non mi fonde i pensieri
l'estate se ne andrà portandosi dietro un paio d'ore di luce ed io finalmente ricomincerò ad uscire
e con passo frettoloso passare per l'autunno ed arrivare nell'inverno
e starci bene su un anonimo marciapiede nascosto nella nebbia
col cappotto  coprirmi anche le orecchie
adoro l'inverno ed il senso di anonimato che mi da
ed il fatto che la gente se ne sta rinchiusa in casa
timorosa del buio
agonizzante dal freddo
mi piace quel buio ci sto a mio agio
difficile che io cambi marciapiede
Sunday, June 28, 2009 
mi sono innamorato di questa topaia appena ci sono entrato
è l'unico posto dove sembra di valere di più di qualcosa
anche solo di un lavandino incrostato
anche solo di una sedia rotta
anche solo di una parete ammuffita
ho eletto a regno questa topaia ed io ne sono il signore incostrastato
ma a volte loro mi guardano
mentre veloci passano da sotto il divano a sotto un mobiletto
si fermano e mi fissano i sudditi
non sempre però riesco a far finta di niente
a far finta di non capire che anche i topi ridono di me.
ed avolte vorrei schiacciarli sotto il piede nudo
sentirli scricchiolare
ma spesso
 mi trovo a immaginare di essere la loro cena
e questa immagine mi porta sollievo
Thursday, March 12, 2009 


sto per spegnere la luce
ma quello che mi inquieta non è la notte insonne che passerò
quello che mi inquieta è che domani...
domani ci sarà un altro giorno ad aspettarmi
nascosto dietro un angolo
come il più vile degli dei

se solo potessi nascondermi sotto il bavero del tuo cappotto
e vivere un attimo tra le tue gelide dita
ogni volta che cerchi riparo dal freddo




Saturday, February 21, 2009 



il vetro del parabrezza come una ragnatela
non fu tanto il rigolo di sangue che scendeva e ne prendeva la forma
non fu quello che scendeva attraverso la fronte prendendo la forma d' una lascrima al passaggio tra occhi e naso
le grida ovattate gli scossoni che tentavano di aprire la portiera
fu il tono eroico  di una voce che diceva l' ho preso
fu il vanto di quella voce
che ammoniva il resto a voler dire l 'ho tolto io
fu il tono superbo di quella voce
che  sembrava dirmi con sfida che mi aveva strappato all'altro mondo
che mi fece capire che non ce l'avevo fatta


Sunday, January 25, 2009 
....................
..

 Il campanello, suonando, lo riportò alla
realtà. Passato neanche un minuto, Marco era lì davanti a lui.

- Oh, sei impazzito? Ti ho visto
che ballavi con un cucchiaio in mano, mentre suonavo il campanello.

- Non solo tu, giusto?

- Già

-Dovrei comprare delle tende più
spesse, che ne dici?

-Dovresti venire a segno che
forse è meglio. Ribattè Marco con un tono scocciato.

-Cazzo, per una volta che mi diverto
dovrei venire a segno?!  Non ti sembra di
essere troppo acido?

-Ascolta. Ieri sera ho conosciuto
una tipa, e che tipa! Abbiamo bevuto qualcosa di veloce e senza neanche dirmi
il nome mi ha portato subito a casa sua. Ti puoi immaginare il resto, e che
resto! Sono ritornato all’alba delle cinque, mi sono addormento ripassando
mentalmente la serata, ed a mezzogiorno squilla il telefono, mi butti giù dal
letto e, con un tono schifosamente ricattatorio per il mio buon animo, mi
costringi  a venire da te. Beh! Credo che
un po’ di acidità mi sia permessa o no?

-Stavo scherzavo, non volevo
accusarti di menefreghismo nei miei confronti… Si giustificò Egidio

-No! Tu volevi farlo!  Ma, visto che in caso di una litigata vuoi
sempre avere una porta aperta per chiedere scusa più facilmente, butti tutto
sul ridere.

-Mi conosci bene! Non penserei
mai una cosa del genere di te.

-Oh! Hai rotto il cazzo con sto’
vittimismo, adesso stai cercando di farmi star male dicendomi che non ho mai
mostrato un cazzo di sensibilità nei tuoi confronti? E come cazzo lo chiami
venire qui senza neanche il tempo di darmi una sciacquata, con le caccole
ancora attaccate agli occhi?

-Usa il mio bagno. Ribattè Egidio
con un sorriso sarcastico, dal sapore di sfida.

-Ascolta! Se per sfogarti vuoi
una litigata coi fiocchi non servono preliminari. E poi non mi va che ci giri
attorno cercando di farmi arrivare a dire qualcosa di troppo per poi dare la
colpa a me della litigata. Se hai bisogno di litigare si litiga! Ti lascio la
prima battuta, e poi giù a farci del male, che prima cominciamo prima finiamo.

-Hai ragione.-Si scusò Egidio.-
Sono sempre di cattivo umore la mattina dopo una bevuta.

-No! Tu non sei di cattivo umore
la mattina dopo una bevuta. Tu sei triste e malinconico, con la vita che ti
caga addosso, e siccome non ce la fai a tirartene fuori, cerchi l’arrabbiatura
che è sempre meglio della sensazione di sconfitta, che è ancora più dura se non
sai nemmeno nei confronti di cosa hai perso.

- Miiiiiiiiiiiiii, dopo Giovanni
il Battista, Gesù il Cristo …………… sei arrivato tu Marco il Giusto!

Si guardarono pensierosi negli
occhi per un istante, ripensando all’ultima frase detta da Egidio, ed ad un
tratto la perplessità lasciò il posto alle risa.

E quella che stava per essere una
di quelle discussioni senza fine che mettono a dura prova le amicizie, si
tramutò, non so come, in discorsi buffi e senza senso, le classiche agognate
due balle.

-Cazzo! Mi ci vedi in cima ad una
collina a dire le cose in faccia così come vanno dette? Esordì Marco.

-Già! proseguì Egidio
immaginandosi la scena e ridendo

-E la gente a giudicarmi un
grande – incalzò Marco- nonostante le mazzate che distribuirei a destra e a
manca. Effettivamente che c’è di male? In fin dei conti, la gente quando chiede
un parere su se stessa, sa già quale dovrebbe essere la risposta. Alla fine
raccontiamo le nostre sfighe con la speranza che l’altro ci dica che non siamo
sfigati, anche se noi stessi sappiamo di esserlo. E l’altro che fa…? Ci dice,
sì, che non è niente, che non è colpa nostra, è andata così… Ma allora la colpa
di chi è? Nessuno, a meno che quel qualcuno non abbia un’opinione stratosferica
di se stesso sia in grado di giudicarsi da solo. L’unica cosa che vuol sentirsi
dire, è di avere ragione. Tanto a pestarsi la mazza in testa ci si riesce da
soli, allora che si fa? Si chiama un amico che ci dica quello che non è, ma che
vogliamo sentirci dire…

-Mi stai dicendo che tu allora
oggi non mi staresti neanche a sentire, ti limiteresti a darmi delle pacche
verbali e sulle spalle? Disse Egidio per metterlo alla prova

-No, io sono tuo amico, ti direi
le cose in faccia

-Ma scusa, gli amici non si
comportano così! L’hai detto tu un attimo fa, Marco. Stai già ritrattando?

-Uffa che palle, non puoi
lasciare fluire i discorsi così… Senza interrompere e rivangare le frasi dette
prima, che prima è già passato. Ed è inutile tirarlo in ballo, che facciamo?
Viviamo di passato?

No caro mio, non si può stare
incollati al prima, io posso aver detto l’esatto contrario un attimo prima, ma
tu devi concentrarti sul dopo, che è futuro, e quello detto dopo, non è altro
che l’evoluzione naturale del mio pensiero. Il problema  non è il tempo che passa tra il prima ed il
dopo, va beh buttiamoci anche il durante. Il senso è che una volta arrivato il
dopo, il prima non ha più senso,ormai è passato. Ed almeno che tu non sia
Donnie Darko, nel passato non ci puoi tornare.

-Ma non era nel futuro che andava
Donnie Darko?  Interruppe Egidio.

-Sinceramente non mi ricordo, so
solo che quel film mi è piaciuto un casino, anche perché mi sono ammazzato dal
ridere: le facce che faceva sono uguali a quelle che fai tu quando sogni ad
occhi aperti.

-Io non assomiglio a Donnie
Darko! Se proprio a qualcuno assomiglio somiglio al tipo di SANTA MARADONA.

-Chi Accorsi??? Ma va la sborrone!
Fece Marco scompisciandosi dal ridere

-No l’altro come si chiama ti
ricordi?

-Chi quello che ha fatto ANDATA E
RITORNO con la… come si chiama… quella spagnola!

-Chi quella che faceva zelig? Si
proprio lei

- E questo cosa c’entra con
Donnie Darko? Chiese Marco perplesso e con la mente pasticciata dai discorsi

-C’entra, eccome! Perché io ti ho
detto che non assomiglio a Donnie Darko, ma se mai somigliassi a qualcuno,
vorrei somigliare al tipo che ha fatto “SANTA MARADONA”, con Accorsi,  e “ANDATA E RITORNO”, con ..la Incontrada..… Ecco come
si chiama!!! - concluse Egidio soddisfatto della sua memoria. -Non esaltarti
troppo, l’attore che dicevo io si chiama Libero!

-Ed il cognome? Lo mise alla
prova Marco

-Uno come lui va chiamato per
nome, il cognome non importa!

-Sì, dilla tutta, invece: il
cognome non te lo ricordi. Incalzò Marco soddisfatto

-Me lo ricordo, me lo ricordo. Ma
certa gente bisogna citarla col nome di battesimo, perché è così che merita. La
gente quando si parla di attori e sente il nome Libero, il primo volto che deve
immaginare è il suo, se no… non sono degni di vedere neanche un trailer di un
film a cui ha partecipato.

-Ma hai fumato? Chiese Egidio….

-Sì, un joint mentre mi vestivo
per venire da te.

-Ma non avevi detto che eri corso
subito qui, senza neanche lavarti e con la merda ancora negli occhi? Chiese
Egidio ridendo.

-E’ vero! Rispose Marco cercando
negli angoli degli occhi qualcosa da arrotolare, sentendosi smascherato. - Lo
spinello me lo sono preparato ieri sera prima di uscire, in modo da non dovermi
sbattere appena sveglio.

-Ma non hai sempre sostenuto che
i cannoni si preparano all’istante, che non vanno mai preconfezionati, se no
perdono tutta la poesia? Continuò Egidio, mettendo l’accento sulle
contraddizioni di Marco

-Passato, amico mio, ti concentri
troppo sul passato. Sbuffò Marco ricordandosi di cosa aveva detto un attimo
prima riguardo al passato, cercando, così, di salvarsi in corner.

- Perché non torni a farti uno
spinello ogni tanto? Ti farebbe star meglio! Fatti un paio di piante in casa.

-Sinceramente, Marco, non lo so
neanche io… è solo che ad un certo punto mi sono detto basta. Non che non mi
piacesse più, ma mi son detto basta, così senza motivo e basta è stato. Però
riconosco che ci stavo bene.

-Ecco quello che mi fa imbestialire
di te! Fece Marco ridendo - Prendi delle decisioni con una tale severità che
tutto sembra inesorabile e già scritto; e tu col capo chino, quasi in
preghiera, a seguire quel destino che ad un tratto, senza motivo, solo per
sentirti importante in un momento di debolezza, hai scritto per te. Rilassati
amico, prendi la vita come quella gran cazzata che è! Vivi di cazzate.
Trasforma tutto in cazzate. E sì che sai ridere di te e ti prendi in giro con
cattiveria, sai riservare per te le battute migliori, fallo anche con la vita,
prendila per il culo, in fin dei conti di questo mondo non hai una gran
opinione, perché allora continui a rispettarlo?

-Io non ho mai detto che non ho
una gran opinione di questo mondo, dico solo che non mi piace tanto farne parte;
ma non per questo penso che sia brutto. Guarda quanta gente sorridente.

Tu, per esempio! Mi sembra che te
lo godi abbastanza, questo mondo. Quando mi parli di lavoro mi racconti sempre
aneddoti divertenti, per non parlare delle tue donne e delle tue uscite.

.. ..

I discorsi cominciavano a farsi
quasi seri, il cd era finito e nella stanza si era creato quel silenzio che non
va, dove ognuno fissa qualcosa senza motivo, dove ognuno sta per dire qualcosa,
dove nessuno in realtà ha qualcosa da dire. Sì… il silenzio era uno di quelli.
Uno di quelli dove ti gratti, dove ti guardi in giro, dove non parli per degli
interminabili secondi, dove tutto ad un tratto ci si sillaba addosso qualcosa e
uno dice “Scusa, dimmi.”, e l’altro dice “No, comincia tu!” ed intanto non ti
ricordi neanche cosa stavi per dire, perché hai aperto bocca solo per porre
fine a quel silenzio. Sarebbe meglio, allora, congedarsi perché non c’è più
nulla da dire.

Ma finirla lì, li avrebbe
lasciati con l’amaro in bocca, con qualcosa a cui pensare per il resto della
giornata. Lasciarsi così avrebbe significato sia per uno che per l’altro
riflettere tutto il giorno: sulla vita , sul perché di quella volta, sul cosa
avevano sbagliato, sulle volte andate male, così, in generale. Ed anche se
Marco era sempre di buon umore e aveva del sarcasmo da vendere, non significa
che quelle domande che sarebbe meglio non porsi lui non se le poneva.

-Allora? - interruppe l’atmosfera
quasi irreale Marco. - Cosa è successo ieri sera? Perché mi hai fatto venire?
Che c’è che non va?

Egidio tirò un sospiro,
finalmente il suo momento era arrivato, adesso avrebbe sparato tutto addosso a
Marco, l’avrebbe ucciso di inutili paranoie e questo solo per poter parlare di
lei.

-Ti ricordi di Tina, quella mia
amica che….

-Noooooo! - interruppe Marco - ma
tutta quella musica “impegnata” che ascolti non ti ha insegnato proprio niente?
Perché hai ancora a che fare con quella? Cazzo! Ma ti vanti così tanto del
genere che ascolti, lo pompi talmente tanto. Ti spari dei monologhi allucinanti,
dicendo che neanche il testo è lasciato al caso, che neanche una singola nota è
suonata per legare la canzone e basta, ma che tutto ha un perché ed è stato
messo lì apposta a significare qualcosa…

-E questo che c’entra con Tina? -
Chiese Egidio perplesso.

-“… Nell’ombra del monte mi pento
di averti lasciata tornare…” non ti dice niente, vero? Marlene Kuntz.. “E
poi il buio
”.

-E vero, cazzo! Come si chiama il
cd? “Cose che vedi” mi sembra. Capì Egidio.

-Non so come s’intitoli il cd, so
solo che me l’hai fatto ascoltare fino alla morte, nella tua odiosa macchina,
puzzolente di fumo e piena di polvere. E tu l’hai lasciata tornare, ci sei
ricascato. E sì che non te la volevi neanche fare, non ne eri neanche
innamorato, le volevi bene, come si vuol bene a quegli amici che sono qualcosa
di più dei parenti. E lei cosa  ti ha
portato??? Solo dolore e poca gioia, e tu l’hai lasciata tornare! Male, amico
mio, molto male, te la sei cercata, non ti invidio per niente. Lìberati subito
del suo numero! E’ il consiglio migliore che posso darti. Ma come è successo?
Non erano mesi che non vi sentivate? Non ti eri quasi convinto di non averci
più niente a che fare?

Egidio lo sapeva: Marco aveva
inesorabilmente ragione. Perché l’aveva lasciata tornare? Ma lei si era rifatta
viva, con un messaggio che diceva:” Mi mandi un abbraccio?”.

Egidio sapeva cosa voleva dire
quel messaggio.

Voleva dire lei, sdraiata sul
divano, con gli occhi lucidi a fissare il vuoto, un vuoto lasciato nell’anima e
proiettato sulla vita. Un buco dal sapore incolmabile, lasciato da un uomo che
per lei era tutto, per il quale si era immolata, per il quale aveva smesso di
essere una donna, diventando solo una compagna.

Un messaggio così, senza sfoghi o
rancori o voglia di raccontare tutto, un messaggio che non cercava
comprensione, ma cercava solo un abbraccio: un braccio che ti tiene sospesa
sopra quel vuoto, lasciandoti sporgere, ma che ti tiene stretta la mano, come
se ci fosse qualcosa a cui restare legata, 
per non buttartici a capofitto, in quel vuoto.

-Capisci Marco? - continuò Egidio, dopo aver spiegato
tutto - capisci perché l’ho lasciata tornare? nonostante tutti i bidoni, e
tutto il rispetto che per me non ha mai avuto. - Egidio non diede a Marco il
privilegio di una risposta e continuò a farsi del male con quel monologo,
ricordandosi solo a tratti della presenza dell’amico, che intanto prestando
attenzione a momenti, si malediva del fatto di non avere con se’ una canna, per
sopportare tutto meglio, e trovare un po’ di spinta per buttare tutto sul ridere.

-Capisci Marco? Non mi è costato
molto rispondere a quel messaggio: “un abbraccio forte che ti tenga stretta.
Così… senza pretese di risolvere tutto. Buonanotte, e che almeno i sogni siano
lievi”.....


-Forse allora poteva sembrarti non costare nulla, ma col
senno di poi, non so se ne è valsa la pena. Cazzo Egidio! Te ne devi fregare.
Sta’ tipa qua, che tu definisci un’amica, ti cercava soltanto quando nessuno
dei suoi amici ufficiali ce la faceva a sopportare le sue giustificate paranoie
ed allora chiamava te, il cavaliere mascherato! Sempre pronto a darle una mano.
E quando c’era da divertirsi, quando lei c’era con la testa, tu dov’eri? Il tuo
numero nella sua rubrica dove stava? Lei lo sapeva, che per star bene doveva
far star male a sua volta, ed eccoti lì! Egidio, un essere fragile e
schifosamente paranoico………, chi meglio di lui?

Apri gli occhi, Egi! Mi sembra di
vederla, piangere sul divano come una grande attrice del più drammatico dei
film. Chiamarti  chiedendo una mano, e
poi bidonarti dopo un’ora. Perché lei, miss tristezza, di quella tristezza ha
il monopolio. E tu, chi ti credi di essere? Per non parlare poi di quando ti
chiamava mentre tornava dal lavoro e non ce la faceva ad avere a che fare con
quella casa che sapeva di lui, con i momenti felici da passare insieme che non
c’erano più ad aspettarla e che ora sapevano di cappio. Allora sì che il tuo
numero in rubrica sapeva dove stava. Facile! “Chiamiamo Egidio, lui passa a
prendermi, mi sorbisco un attimo le sue cazzate, poi mi butto, lo ricopro con
le mie malinconie, fino a quando il sonno non arriva inesorabile; allora
diritti a casa: mi butto subito a letto, e se sono fortunata, non ci metto
molto ad addormentarmi”. 

E mi sembra, da come stai messo,
che col tempo non sia cambiata. Ecco qui il riassunto della vostra amicizia… a
senso unico, mi pare.

-Sei cattivo!- rispose Egidio,
ridendo, ma facendo finta di piangere

-Io cattivo? - chiese Marco
sospirando un attimo per avere il fiato per rincarare la dose - Ti rendi conto
di tutti i venerdì sera che avevamo in programma di uscire, poi lei si degnava
di cercarti e allora tu disdicevi, cercando delle scuse strampalate? Ma cazzo!
Pensavi davvero che io ero così coglione da credere alle balle che ti
inventavi?  Và che sapevo che si trattava
di lei. Ma la cosa che mi faceva più incazzare, era che poi, dopo una piccola
indagine, venivo a sapere che eri stato bidonato. Merda! Bidonavi me per essere
bidonato a tua volta… Tu di riflesso a lei, 
io di riflesso a te. Così il venerdì sera che avrebbe dovuto essere
l’inizio e avere il sapore di una nuova vita, aveva, invece, sempre il sapore
della fine: della tua amicizia con lei e della mia amicizia con te.

- Ehi! Non puoi dirmi che io con
te mi comporto come lei con me - interruppe Egidio - Cazzo è sempre stato
sottinteso, che se qualcuno dei due avesse rimediato una donna, anche
all’ultimo momento, l’altro avrebbe capito ed i piani per la serata sarebbero
cambiati.

-Dai Egidio, non fare il finto
tonto - replicò Marco, scocciato dal fatto che Egidio stava mettendo la
conversazione sul fatto di avere ragione uno dell’altro - Per donne abbiamo
sempre inteso una piacevole uscita in compagnia di qualcuna. Portarla in bei
locali, essere simpatici, parlare di cazzate facendole sembrare discorsi seri e
ridendo dei discorsi seri facendoli passare per stupidate, fare colpo, arrivare
se non in un letto, almeno in una stradina buia in periferia. Ma tu, non era
per una scopata o quasi che mi bidonavi: tu mi bidonavi, il venerdì sera, per
andare a fare il confessore di quella, che non aveva nient’altro da fare, se no
non ti avrebbe neanche cercato. E mi girano i coglioni, perché se quella si
rifà viva la storia ricomincerà.  E le
serate che non mi bidonerai, perché lei non avrà neanche il pudore di uscirci
con te, le passerai col cellulare in mano, scambiandoti messaggi, con me che ti
parlo e tu neanche mi ascolti. Lasciala perdere! Non sei l’esercito della
salvezza psicologica! Butta il suo numero o mandagli semplicemente un
“vaffanculo” e vedrai che non ti risponderà neanche, capirà che ormai da te non
c’è più niente da sfruttare e si 
rivolgerà  a qualcun altro, che
diventerà il suo sfigato di turno.

-Oh! Marco, smettila di dirmi che
sono sfigato! - s’incazzò quasi Egidio.

-Io non penso che tu sia sfigato
Egi, è lei che lo pensa. Ed è ora che ti fai conoscere veramente per quello che
sei, uno a cui è meglio non farle girare. Ti conosco da sempre, di solito sei
tu ad avere in pugno le donne. Questa, invece, ti rivolta come un calzino e ti
fa diventare il suo damo di compagnia a richiesta. Minchia! non ti sei mai
lasciato distruggere neanche dall’amore ed adesso questa  amicizia, che io continuo a chiamare a senso
unico, ti manda in pezzi il cervello?! Mandala a fare in culo!

-Gia, forse hai ragione - ribattè
Egidio quasi sottovoce.

Il monologo crudo di Marco non
lasciava spazio ad interpretazione alcuna. Marco aveva ragione ed Egidio lo
sapeva, solo che lui era uno che lasciava sempre socchiuse le porte, non
riusciva mai a troncare definitivamente, sia che si trattasse di lavoro, amore
o qualsiasi altra cosa gli fosse capitata.

Egidio era uno che non chiudeva
definitivamente mai niente: certe volte, a distanza di mesi, diceva qualcosa
che aveva a che fare con vecchie discussioni o accadimenti, come se quelle
cose, che ormai dovevano essere dimenticate, per lui fossero ancora attuali;
erano solo state riposte,  mentre lui
pensava ad altro.

Sognava spesso Egidio di poter
avere un cervello con una memoria da poter scaricare, sarebbe bastato prendere
tutto, salvarlo su cd, distruggere poi i malinconici ricordi e conservare in
uno scatolone quelli belli.

Era quella la sua fregatura, si
diceva spesso: “Questo cazzo di cervello” la chiamava. Gli tornavano alla mente
le cose, non riusciva mai a dimenticare. C’era sempre qualche canzone, situazione
o persona che gli ricordasse qualcosa o qualcuno. Questo capita a tutti, ne era
certo. Ma la cosa che lo faceva incazzare era che non riusciva a vivere il
ricordo come solo un attimo di malinconia o felicità. Appena qualcosa gli
tornava alla mente non riusciva a 
pensare ad altro, a non rivangare. Ci provava sempre, ma era più forte
di lui, cedeva sempre alla tentazione di rivangare cose che ormai dovevano
restare sepolte. Non riusciva a chiudere le porte e buttare la chiave, non
riusciva a non tenere socchiuse le porte.

  ....

.. ..



.. ..



III



.. ..

.. ..

-E tu, che hai combinato ieri
sera? - chiese Egidio non avendo più voglia di rendersi conto che doveva
chiudere quella dannata porta, dove ogni tanto Tina si affacciava.

Marco prese una Diana dal
pacchetto e l’accese con calma, aspirò la prima boccata e soffiò il fumo sulla
brace della sigaretta stessa, controllando che fosse accesa. Sembrava che senza
quella sigaretta non ce l’avrebbe fatta a raccontare niente, quella era una
sigaretta che si accende nei film, una di quelle sigarette che danno forza alla
vita invece di toglierne poca alla volta.

-Parto dal principio, perché non
ti posso raccontare solo la serata, cioè a parte la serata non c’è niente che
sembra aver valore. Ma mi sembra che tutte le vicissitudini di ieri siano state
dei preamboli alla serata e siccome posso affermare che la serata non è stata
una delle migliori o delle peggiori, ma sia lo stesso degna di nota, ti
racconto tutto.

Non si sa come, era riuscito a
terminare le frasi senza tutti quei “cazzo” e “vaffanculo”, che anche se
facevano parte del suo vocabolario e sembravano le uniche due parole con la c e
la v che conosceva , non gli rendevano giustizia. Certo, quello che aveva detto
non aveva un gran che di sensato, ma ad Egidio cambiò l’umore. Gli piaceva
quando Marco diventava così teatrale, quando cercava di usare parole di cui a
mala pena conosceva il significato. Adorava quando si sentiva un grande, quando
vedeva tutto quello che gli capitava come un segno del destino, poi,
soprattutto, quando la metteva così sul “ti rendi conto?!? è accaduto a me!”.

Marco stava per cominciare, ma
prima doveva finire la sigaretta, e continuava a fumarla, guardandola. Egidio
si gustava il momento, sapeva che Marco stava cercando i colori ed i toni
giusti per raccontarla, per far sembrare anche solo l’essere andato a lavorare
come qualcosa di speciale.

-Allora…praticamente… niente di
speciale come ti dicevo -  cominciò Marco
- Ieri pomeriggio, finito il lavoro, sono andato al centro commerciale, così
per farmi un giro. Non che dovessi comprare qualcosa, ma se non vedi quello che
c’è come sai se hai bisogno di qualcosa? Giusto?

-Giusto - concordò Egidio,
guardandolo con gli occhi spalancati che lo invitavano continuare il
discorso.   

-Arrivo e cercando parcheggio mi
viene da girare in macchina per osservare le facce delle persone, che hanno
occhi talmente aguzzi che il parcheggio lo vedrebbero anche se fosse in un
altro parcheggio. La cosa mi diverte molto, ma non vedo nessuno che litiga per
un posto o che resta con le maniglie delle buste rotte in mano a causa della
propria, chiamiamola, crostaggine, perché, come tu ben sai, anche un sacchetto
in più incide gravosamente sul bilancio familiare.

-Va che io le buste le porto da
casa, non per risparmiare, ma solo perché poi si accumulano e mi riempiono il
mobiletto sotto il lavello - specificò Egidio.

- Sì sì, te la do per buona.
Comunque, poi parcheggio ed entro. Mentre cammino, mi scappa l’occhio in una
vetrina con un bel paio di jeans e decido di entrare. Non vedo la commessa,
perciò la vita mi risparmia i convenevoli. Mi dirigo subito verso i jeans
ripiegati sullo scaffale cercando la taglia, ma credo che il negozio fosse
video sorvegliato, perché appena ci metto le mani sopra…”Ciao, ti serve una
mano?”, mi fa la commessa. La commessa non è male, anzi, forse un po’ troppo
giovane, sui ventuno-ventidue, un bel seno, piccolo, ma rotondo e duro, almeno
così mi sembra a prima vista. E le rispondo: “Ho visto quei jeans in vetrina
e  stavo cercando una boh… che dici… una
quarantaquattro?”. “Intendi quelli con l’effetto slavato sul davanti?”. “Sì,
proprio quelli!”. “Ah, ok. Accomodati in camerino che ti cerco subito la taglia
e te li porto….”. “Ti ho portato anche una quarantasei, perché questo modello
veste un po’ stretto”. Allora io, con tono goliardico, le chiedo se mi sta
dando del ciccione, e le dico che se mi tocca entrare in una quarantasei i
jeans non li voglio, mi ucciderebbero il morale. E lì, via subito con un rapido
scambio di battute sulla linea, sul più e il meno, sai come vanno queste cose…
- Egidio annuì con lo sguardo, anche se non sapeva come andavano quelle cose,
ma non aveva voglia di aprire una parentesi su come si tacchina una ragazza,
perché quella parentesi sarebbe durata all’incirca un paio di cd.

 -Poi, niente… mi provo i jeans, mi vanno bene,
esco dal camerino.

-Ah, non te la sei scopata lì
seduta stante nel camerino? - lo prese in giro Egidio.

-No, non avrei potuto, non è nel
mio stile - accettò la battuta Marco.

-Vado alla cassa, le porgo i
jeans e pago. Poi lei mi chiede se voglio la tessera sconti del negozio, che
dopo dieci acquisti mi darà diritto ad un sconto del dieci per cento
sull’undicesimo. Le dico di sì, con un tono che sembra non me ne importi un
granchè e compilo solo lo spazio dell’indirizzo e-mail. Al che lei insiste per
farmi mettere qualche dato in più e l’indice le cade, involontariamente, sulla
casella dove dovrei scrivere il mio numero di telefono. Io le dico che va bene
quello che ho scritto ed esco. Appena dopo due passi, mi giro e vedo lei che mi
guarda mentre mi allontano, le strizzo l’occhio e lei mi sorride. Mi allontano,
capisci? Non ci puoi provare subito, lei perderebbe qualsiasi interesse nei
tuoi confronti.

-Certo! - lo accontentò Egidio,
che cominciava un po’ ad annoiarsi, ma sorrideva mostrando interesse.

- Allora me ne torno a casa con
il morale abbastanza alto, mi rollo una canna tanto per festeggiare e passo il
pomeriggio a cazzeggiare davanti alla tv. Verso sera mi telefona Giovanni.
“Ciao Marco! Allora, come andiamo?”.”Non male, direi… tu?”. “Solito… ascolta,
che fai di bello stasera?”, Chiede Giovanni. “Mah… non so... avrei voglia di
uscire a bere qualcosa, ma senza sbaraccare, ascoltare un po’ di musica e fare
quattro chiacchiere con chi c’è. Niente di particolare”. “Vuoi compagnia?”,
chiede Giovanni speranzoso. “Mah sì, perché no. Ti  passo a prendere io verso le dieci”. “Ok, a
dopo”. Vado a prendere Giovanni e, come sale in macchina, si butta a capofitto
in un monologo, sul fatto che dobbiamo darci una svolta, che stiamo andando su
con gli anni, che dobbiamo metterci in proprio, magari aprire un bar o una
libreria. Oddio! penso quasi incazzato. Gli dico che voglio solo uscire a
rilassarmi un po’, ascoltare un po’ di musica e sparare due cavolate ed ecco
che mi imbarco su una nave che so già dove attraccherà: in un porto di
delusioni ed aspettative non ripagate. Ma cazzo, chi vi credete che sono, un
frate confessore?!”.

-Qualcosa del genere - interruppe
Egidio ridendo.

-Dai, cazzo, Egidio! Di questi
discorsi ne ho fatti a migliaia con te. Con te poi si butta tutto sul ridere,
ci si prende in giro. Ma Giovanni! Giovanni 
la butta sempre sul grave, sul fatto che se non ci diamo una svolta
cadremo nel baratro. Che se la dia lui, quella svolta!”. A me la vita piace
così com’è!  Non me ne frega un cazzo di
avere un buon lavoro che mi dia soddisfazione, mi basta il mio posto di
impiegato al parcheggio, adesso, poi, con le macchinette mi capita di rado di
dover dare il resto a qualcuno ed interrompere le mie letture. Capisci? Non ho
a che fare con nessuno, se non con qualche impiegato del comune che passa ogni
tanto a vedere come vanno le cose. Me ne sto nel mio gabbiotto a leggere per
quasi tutto il tempo, la radio è sempre accesa e mi danno millecento euro al
mese. Sì! Ci sono le domeniche, a volte, i sabati ed i venerdì sera. Ma, dopo
il film, il parcheggio chiude, mi faccio una doccia lì ed al massimo alle due e
mezza sono in qualche locale: non è che la serata vada proprio a puttane.

-Ed i sessanta/sessantesimi al
classico? Di quelli, che ne facciamo? - domandò Egidio, con una punta di
invidia nel tono della voce.

-Dai Egidio, non usare quel tono
con me! Lo so che è dura per te!  Il tuo
lavoro ti uccide giorno per giorno, lo odi e dai la colpa a tutti, a te stesso
per primo. Non hai finito le superiori, ti senti terribilmente inadeguato alla
vita ed ai discorsi in generale. Mi odi, perché io il diploma me lo sono messo
nel culo e tu, invece, non avendolo, non hai neanche potuto decidere cosa
farne. Ma credimi, non è questione di diploma o di scala sociale, anche con una
laurea in mano, anche facendo il direttore, la tua ANIMA sarebbe stata così! È
questione d’approccio! La vita con te si è scontrata, io sul treno ci sono solo
saltato sopra, mi sono seduto nel primo posto libero della carrozza e mi sono
fatto i cazzi miei.

-Ehhhhhhhhhh?!

-No, niente. Filosofeggiavo.

-Ah! - capì Egidio - Ed io, che
posto occupo sul treno? - chiese ridendo.

-Mah… hai presente quei vecchi
film western, dove in fondo al treno ci sono quelle carrozze scoperte…

-Carrozze scoperte?!? - chiese
Egidio perplesso.

-Dai che hai capito! Quelle di
terza o quarta classe, dove nei film stavano i fannulloni, gli avventurieri;
dai che hai capito! Immaginati il classico treno merci, con le carrozze dove
c’era il bestiame ed ogni due o tre di quelle ce n’erano una o due scoperte,
dove stavano le persone sedute a terra, appoggiate schiena a schiena, con i
baveri dei cappotti laceri rialzati e tenuti per le punte sul collo a ripararsi
un po’ dal vento.

-Allora io sarei un avventuriero
della vita, seguendo il tuo filosofeggiare? - chiese Egidio ridendo e
domandandosi se fosse un complimento o cosa.

-Prima! A quei tempi lo saresti
stato - confermò Marco, soddisfatto del fatto che l’amico aveva capito e che
per una volta, forse, il suo discorso non era stato del tutto strampalato. - Ma
adesso ai giorni nostri, duemila anni dopo la morte del Cristo, su quelle
carrozze viaggiano:

gli artisti

i debosciati

gli insoddisfatti cronici

i soddisfatti dell’essere
perdenti

i vivisezionati

“Blob”

i comunisti che credono che sia
ancora possibile la rivoluzione

i capitalisti che credono che il
comunismo sia stato messo in pratica e ne hanno una paura folle (quando
basterebbe leggere attentamente un paio di pagine e dare alle cose il proprio
nome, capendo che forse hanno paura di loro stessi)

gli scrittori ed i pittori morti
con un’opera incompiuta nel cassetto (per la gioia di vedove e figli)

i numeri dieci fantasisti puri

il post rock....

il pop rock raffinato

Buckowski

Celine ed il suo fantasma

la costola con cui Dio creò la
donna

il tuo cesso di macchina

i tuoi vestiti dandy

e Gesù il Nazzareno. Perché,
cerca di immaginartelo, salito al cielo, seduto scazzato, che, a migliaia di
anni di distanza, guarda giù. E cosa vede?!… Secondo te, se gli fosse restato
dentro ancora qualcosa di umano, non si chiederebbe “Ma chi me l’ha fatto
fare? Avrei fatto meglio a campare ancora qualche annetto, facendomi
semplicemente gli affaracci miei in compagnia della Maddalena, che tanto, nel
corso degli anni, sta’ gente qua, che ho salvato, non fa altro che
appiopparmela come amante, come se la mia vita non fosse stata altro che un
romanzo rosa. E tutto sto’ casino per una mela? Che, sinceramente, spero gli
sia andata di traverso!”.


Ed infine…

-Calma! Calma! - interruppe
Egidio - Stai diventando quasi blasfemo. Ma io in che categoria sono?

- Boh… varie ed eventuali, direi
- rispose l’amico.

Ci fu un attimo di silenzio ed i
due amici si guardarono un momento negli occhi scoppiando a ridere, allungando
la lista per più di mezz’ora, mettendoci dentro gente a caso, senza neanche
ricordarsi con quale criterio la gente ci doveva stare su quella carrozza. La
prima persona che gli veniva in mente ce la buttavano su e cominciavano a
prenderla in giro fino alla morte. Una cosa era sicura e sott’intesa per tutti
e due: Giovanni su quella carrozza non ci poteva stare, al massimo lo avrebbero
messo, malinconico, seduto con le gambe incrociate, lì, accanto ai binari, a
vedere il treno passare. Le risa ormai erano terminate. Avevano dato fondo a
tutte le battute al vetriolo che erano riusciti a scovare.

-Potremmo portare il monologo a
“Zelig” - fece Egidio, con un po’ di ammirazione  per se stesso e per l’amico nel tono della
voce

-No! - si fece serio Marco - ci
toccherebbe scendere dal treno e sederci accanto a Giovanni, che ci vive di
quelle cazzate che non fanno per niente ridere.

-Quindi sul treno ci saresti
anche tu? - chiese Egidio, incuriosito dal posto che l’amico avrebbe preso sul
treno, certo che non poteva averlo con lui sulla carrozza dei debosciati. Ma se
Marco si ricordava che nella sua metafora quello era un treno merci, lui dove
stava, se non lì?

-Sicuro che ci sarei anch’io!
Dove? Ma, naturalmente, seduto sulla locomotiva, abbracciato alla ciminiera, a
frustare dei cavalli immaginari per farli correre più veloce.

E giù ancora tutti e due a
ridere, immaginandosi la scena.

-Ed il paranoico sarei io? Ti
rendi conto di questa strampalata metafora, se così si può chiamare, che hai
montato? Dai continua a raccontarmi di ieri sera che non mi ricordo neanche più
di che cosa stavamo parlando.

.. ..

-Ah già! - riprendendo il filo
del discorso - Siamo in macchina io e Giovanni: lui continua a rincarare la
dose di insoddisfazione, io continuo ad alzare il volume della radio e canticchiare
le canzoni e lui continua ad alzare il volume della voce, non accorgendosi che
a me delle sue cazzate paranoiche non me ne frega proprio niente. Arriviamo al
locale. Non male come posto, un po’ imboscato, ma meglio così. Meno siamo e più
spazio c’è. La musica è proprio ok, dell’ottimo funky che ti fa venire voglia
di tenere il tempo picchiettando le dita sul bancone. Ordiniamo un “cuba”, il
barista ci sorride e ci porta da bere.

Giovanni mi tiene sempre più
sulla gogna, non ce la fa proprio a smettere di criticare a destra e a manca.
Non posso, però, bocciarlo del tutto: qualche critica dura su se stesso l’ha
tirata fuori, ma non è come con te Egidio, con lui non si butta mai tutto sul
ridere, tutto resta inesorabilmente già scritto e si ha la sensazione che il
finale non si possa cambiare neanche volendo. Mettiti nei miei panni, Egidio,
perché cazzo non riesco mai a dire di no?!

-A me lo dici… di no! - lo
contraddì Egidio.

-Ma se oggi mi sono precipitato
qui appena mi hai chiamato!

-Oggi… - confermò Egidio - ma non
è sempre così. - abbassando il tono della voce quasi vergognandosi di quello
che aveva appena detto.

Marco proseguì il racconto,
facendo finta di non aver sentito le ultime parole dell’amico, ma non poteva
dargli torto, molte volte gli si era negato, con le scuse più disparate; voleva
bene, però, a quel ragazzo, era il suo migliore amico se così si può chiamare.
Ma a volte non ce la faceva, a volte era una questione di vita o di morte. A
volte era costretto a farsi negare, non ce la faceva proprio a stare a sentire
nessuno, perché quei momenti prendevano anche lui, e cazzo se lo prendevano.

E’ solo che lui esteriormente non
lo da a vedere, riesce a non coinvolgere nessuno. Si tiene tutto per se’. E la
cosa lo fa incazzare, perché è certo che Egidio sa leggere negli occhi, è
capace di leggere il morale della persona che gli stava davanti con una sola
occhiata. Marco non è il tipo da scaricare tutto addosso all’amico, sa che
Egidio ha già la sua malinconia. “Ma cazzo!”, si diceva, “me lo legge negli
occhi che c’è qualcosa che non va e questo fottuto bastardo fa finta di niente,
non gli costerebbe niente, almeno qualche volta, dirmi un semplice “dimmi””. E
così anche la tristezza di Marco sarebbe buttata sul ridere.

E cosa voleva dire allora quella
parola, AMICIZIA? Quella parola con cui tutti si bagnavano la bocca che
significato aveva? Era tutta questione di sopportare il reciproco egoismo?

.. ..

-A cosa pensi? - Interruppe la
riflessione Egidio, contraddicendo forse quello che Marco aveva appena pensato
di lui.

-No, niente,  ho solo perso il filo del discorso. Dov’ero
arrivato? Ah già, siamo in questo locale io e Giovanni e lui continua a
bastonarmi. Allora io prendo il cellulare e fingo di scrivere un messaggio a
qualcuno, sinceramente, se avessi saputo che ieri sera aspettavi un messaggio
da quella, invece di far finta di scrivere, ti avrei mandato un sms in
maiuscolo che diceva “MANDALAAFAREINCULO”. Così avremmo buttato tutto sul
ridere, un messaggio dopo l’altro, tu non avresti pensato a lei ed io mi sarei
estraniato da Giovanni.

Comunque, la serata è andata
avanti così per quasi un’ora, con lui che mi intontiva ed io che per scartarlo
facevo finta di rispondere a messaggi inesistenti.

Poi ad un certo punto non ce la
facevo più e gl’ho detto che uscivo a fare una telefonata. Sono uscito dal
locale, mi sono acceso una sigaretta e me la sono fumata in santa pace, mentre
guardavo le persone che varcavano la soglia del bar.

C’era un gruppo di ragazzine che
non era niente male, a parte quegli orrendi “pinocchietto” che vanno di moda
adesso e la “cera” da dive che avevano stampato in volto.

Va bè, devo dire che era anche
una bella serata, non era poi così male starsene fuori dal locale: il cielo era
a tratti stellato, le nuvole sembravano scie lasciate dalle stelle che ogni
tanto si vedevano,  la luce della luna
era triste e fioca. Decisi di godermi ulteriormente lo spettacolo e mi accesi
un’altra sigaretta a farmi compagnia. E intanto che mi godevo lo spettacolo, mi
sei venuto in mente, Egidio.

-Perché? - chiese Egidio
dimostrandosi interessato al racconto.

-Mi sono perso nei pensieri e mi
sembrava di avere la faccia come la tua, quando ti estranei da tutti e guardi
lontano, e i tuoi pensieri non sono neri, ma, dalle facce che fai, sembrano
speranzosi e pieni di colori. Mi sembrava di essere te e mi sei venuto in
mente.

- Vuoi dire che ho bussato alla
porta dei tuoi pensieri?

- Si! - gli concesse
l’espressione Marco - se sta cazzo di poesia la devi sempre mettere
dappertutto!

- Dai, continua - fece Egidio
ridendo.

- Dov’ero arrivato??? Ah già!
Finisco la sigaretta e rientro nel locale. E… fortuna delle fortune, vedo
Giovanni che parla fitto fitto con uno che sembra anche dargli retta. Mi
avvicino, saluto il tipo e sorrido di circostanza, sembrando interessato al
discorso e facendo finta di essere speranzoso di farne parte. Ma i due non mi
cagano proprio ed io me ne torno felice al bancone a spararmi un altro “cuba” e
a godermi la serata che sembra finalmente cominciare. Non male davvero la
musica, il dj dovevi vederlo! Un tipo sulla sessantina che passava funky ed
acid jazz con arte e soddisfazione, mimando una chitarra tra le mani, quando il
pezzo era davvero bello. Quel dj era uno spettacolo, aveva un po’ di tristezza
nascosta dietro gli occhiali, ma si vedeva che mettere musica lo rasserenava ed
era la cosa che senza dubbio nella vita gli riusciva meglio.

Vado avanti un po’ così,
concentrato sul bicchiere e divertito dalla musica, mandando cenni di
approvazione al dj quando il pezzo lo merita proprio. Ma ad un tratto chi ti
vedo entrare?! Non ci crederai mai! 
Impossibile! Cazzo non te lo dico, se no mi dici che mi invento tutto!

-Chi è entrato/a?

-No, non te lo dico, non posso,
poi non ci credi e mi fai passare per bugiardo, ma ti rendi conto?

- Di cosa? - rispose Egidio
incuriosito.

-No, non te lo posso dire,
assurdo, quando la fortuna ti bacia a quel modo, da non crederci! Ma ti rendi
conto?

-DI COSA!? - urlò quasi Egidio.

-Ops scusa… è entrata lei!

-Chi?

-Lei, no…!

-LEI CHI!? -  stavolta urlando davvero.

-MA LEI!  - urlando anche Marco - la commessa di ieri
mattina, no!

-Impossibile! Ma va la, non ci
credo, mi stai prendendo per il culo

-Te l’ho detto che se te lo
dicevo non ci avresti creduto - ribattè Marco con soddisfazione.

-Ok, ci credo, ma mi riservo il
beneficio del dubbio, e guai a te, se quando finirai la storia ed io ti
guarderò con gli occhi increduli, scoppierai a ridere prendendomi per il culo
perché è tutta una balla!

-E’ la sacrosanta e inoppugnabile
verità.

-Eh?!?!? - non capì il termine
Egidio

-E’ TUTTO VERO!

-Ok, continua, ti credo, ma se
solo provi a …

-Basta! Mi hai rotto, non te lo
racconto più, me lo terrò tutto per me!

-No, ti credo, continua, stavo
scherzando.

-Va bene, ma se provi a sputarmi
addosso un solo non ci credo, giuro che la prossima volta che mi telefoni,
anche se sei appeso al lampadario per il collo, con solo le forze per
telefonarmi, io mi precipito subito sì, ma per appendermi hai tuoi piedi e
tirare verso il basso con tutta la forza che ho!

-Non lo faresti - lo contraddisse
Egidio.

-Lo farei! - assicurò Marco.

-Non lo faresti!

-Lo farei!

-Non verresti, per salvare
l’apparenza delle tua incazzatura, ma manderesti subito i soccorsi - disse
Egidio.

-Mettimi alla prova! - lo sfidò
Marco.

-Non ho una corda in casa - rise
Egidio.

-Usa la cintura - suggerì Marco.

-Tanto non lo faresti.

-Scommettiamo… non so… una
bottiglia di Lagavulin?

-No! - scoppiò a ridere Egidio -
per una bottiglia di torbato gratis impiccheresti anche tua nonna. Dai racconta
della commessa un po’ troppo giovane, ma con le tette rotonde.

-Allora, mi segui eh? - chiese
Marco soddisfatto che l’amico si ricordasse la donna che lui aveva descritto
più di mezz’ora fa. “Visto che mi ascolta posso anche pompare un po’ la
storia”, pensò Marco, ma poi ci ripensò: in fin dei conti, già il fatto che
Egidio, dalla sera prima, avesse ricevuto un bidone e lui una donna, questo
bastava a far di Marco un dio al confronto dell’amico.

-Allora racconti o no??? - fece
Egidio interrompendo i pensieri dell’amico.

-Ah gia! Scusa. Allora, niente.
Me ne stavo lì al bancone concentrato sull’ottima musica e la vedo entrare, mi
giro spalle a lei ed aspetto così, il tempo necessario per farla prendere posto
nel locale. Poi mi rigiro e la cerco con lo sguardo: la trovo giù lungo il bancone
ad un paio di metri da me. Dovevi vederla! Quel taglio da maschio le faceva
proprio una bella nuca, aveva un giubbettino corto che lasciava arrivare lo
sguardo fino ad un paio di pantaloni neri stupendamente attillati a quel
fantastico sedere. Un po’ sproporzionato in confronto a lei, ma stupendo, se
preso singolarmente.

Continuo a fissarla per capire se
sta aspettando qualcuno, ma non la vedo girarsi ogni tanto verso l’entrata, sta
solo scambiando un paio di battute con il barista, che mi sembra divertito da
quello che lei dice. Mi viene da pensare che lei sia lì per lui, il barista. E
mi chiedo se sia la sua ragazza, ma poi vedo che paga l’ordinazione e capisco
che la donna del barista non è.

“Buono, la serata si mette
proprio bene”, mi dico. Continuo a sorridere ascoltando la musica e a mandare
cenni d’approvazione al dj, ma ora lo faccio all’inizio di tutte le canzoni che
passa, indifferentemente che mi piacciano o no. Indifferentemente che le
conosca o no. Questo credo sia colpa dell’alcool, allora decido di ridurre
l’intensità delle sorsate: se mai poi avrò a che fare con lei non posso essere
alticcio, spigliato sì, ma alticcio proprio no.

La sto proprio spiando; mi chiedo
come si comporterebbe se sapesse che qualcuno la fissa. Ma credo che sia cosciente
che in ogni locale dove va ci sia sempre qualcuno che la osservi, ammirando la
sua bellezza. Se fosse così questo mi irriterebbe un pò, non mi piacciono le
donne troppo sicure di se stesse, ma lei, anche vista dal dietro, è così carina
che me la farei piacere lo stesso.

La serata butta meglio, Giovanni
è ancora là che straparla col tipo di prima senza fare caso a me, forse non si
ricorda neanche della mia presenza, sono contento di questo, la serata sembra
cambiare. Ma poi mi dico “Guarda un po’ sto’ bastardo, mi chiama per uscire, mi
tocca passare anche a prenderlo e non si ricorda neanche della mia presenza”.

A me non dispiaceva starmene lì
tutto solo, anzi. Ma pensa un po’ che bastardo, mollarmi così da solo!

-Avrà capito che non avevi voglia
di starlo a sentire, è un po’ logorroico, ma non è stupido - disse Egidio,
prendendo le difese di Giovanni.

-E mettila sempre sulla croce che
è fatta da due pezzi di legno, così salvi sempre tutti in corner.

-Bello il miscuglio religione e
sport! - disse  Egidio ridendo e
prendendo in giro l’amico.

-Fottiti! Spero che il tuo
telefono non suoni mai più! - ribattè Marco, facendo finta di essere incazzato
per la battuta.

-Comunque, Giovanni non è un
problema, se ne sta lì con il suo amico a parlare del senso della vita, credo,
visto le facce che fanno. Io continuo a spiare la tipa: è ancora lì sola, non
parla più con il barista, se ne sta lì, appoggiata al bancone a bere e fissare
il bicchiere. Mi chiedo se per lei è una serata storta, questo potrebbe giocare
a mio favore, sempre che non sia storta sull’incazzato, ma storta sul triste.

Lei si gira e passa in rassegna
il locale, si guarda in giro svogliata, guarda l’orologio e poi fa una
panoramica del bancone. Io la guardo, lei passa oltre.

“Merda, non mi ha riconosciuto!”,
penso io. Il morale mi arriva alle caviglie, ti direi al culo, ma oggi sono già
stato troppo sboccato; “Adesso che si fa?”, mi chiedo. Quando l’ho vista
entrare ho dato per scontato che lei mi riconoscesse, sarebbe stato più facile:
se fosse venuta lei da me avrei avuto il coltello dalla parte del manico. Avrei
giocato solo di risposte, non avrei dovuto fare nessuna domanda. In un istante
la musica mi sembra inutile e già suonata troppe volte per essere apprezzata,
il dj mi sembra un benemerito coglione. Se Giovanni ed il suo amico fossero qui
gli direi la mia anch’io su questa merda di serata che la vita mi sputa
addosso.

Ma poi, ad un tratto, lei svuota
con un sorso il rimanente quarto di bicchiere e viene dritta verso di me. Hai
capito?! L’ha svuotato in un fiato, lo vedevo bene quel bicchiere, per essere
finito avrebbe avuto bisogno se non di tre di almeno due sorsi. Lei l’ha
svuotato in un sol colpo; questo per prendere il coraggio di venire da me.

-Se lo dici tu… - interruppe
Egidio.

-L’avrei giurato, quando l’ho
vista muovere i primi passi verso da me. Era scontato quando era ad un metro da
me. Ne ero sicuro e mi stavo girando quando si trovava proprio accanto a me. Ma
lei passa oltre.

Io giro la testa, la seguo con lo
sguardo fino a quando il collo me lo concede. Poi mi giro dall’altra parte e
vedo che varca la porta del bagno. Sarebbe stato troppo bello per essere vero.
Mi vien da pensare di seguirla in bagno. Ma che si dice per tacchinare in un
bagno?

-Non so… “Scappa?” - rispose
Egidio spalancando gli occhi.

-Questa passerà alla storia come
la battuta più orrenda della giornata! - rispose Marco guardando l’amico
incredulo per aver sentito uscire quella battuta, così elementare e stupida,
dalla bocca di Egidio.

- “Non posso seguirla in bagno!”,
mi dico. Se mi ha visto quando è passata ed un attimo dopo mi ritrova lì,
capisce che sono interessato a lei e mi boccerebbe in partenza.

-Vedo che anche tu non sei messo
male a seghe mentali - disse Egidio.

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Wednesday, December 10, 2008 

................

REBEL REBEL....



lunedì sera amava quel locale, non era come il fine settimana, non si sentivano
risa, non c’erano urla, non c’erano sguardi complici fra i sessi, non cera
invidia per l’altrui vita felice.Il lunedì sera, lui era uno dei pochi clienti,
non ci sarebbe stato nessun confronto perso in partenza con il prossimo, non
avrebbe dovuto dipingersi il volto con falsi sorrisi per non essere guardato
con diffidenza, Il primo giorno della settimana, l’unico, in cui poteva essere
se stesso, a tu per tu con la sua fedele e sincera amica, la tristezza.Il lunedì, non doveva nascondere
la vita, era solo, non avrebbe dovuto presentarla a nessuno, e nessuno, lo
avrebbe scartato dopo averla conosciuta.Gli sarebbe piaciuto parlare di se
con qualcuno, conoscere gente, persone nuovi volti; ma non aveva compiuto atti
eroici, non aveva mai rotto la testa a nessuno, non conosceva nemmeno la
pronuncia esatta del titolo di una qualsiasi canzone inglese, non si era mai
scopato due donne in una volta, forse non aveva mai scopato:Qualsiasi strada il suo alito aveva disegnato sul corpo di una donna, ogni carezza o morso sul suo sesso, ogni pizzico sui suoi seni era stato un fondersi, un amare, un concedersi ad un corpo estraneo, dandogli tutto quello che lui era: tenerezza, gioia, rancore, violenza, magia. A nessuno, sarebbe interessata.La sua normalità.

Ordinò una coca e rhum,

“carico?”-chiese il barista


“non osare!”-rispose lui,


Non voleva dimenticare, voleva
solo cercare un solo giorno, vissuto in ventisette anni, ma sfogliando il
calendario della sua vita trovò solo un paio di nomi di donne speciali, mai
state sue, colpite in principio, ed allontanate poi dalla sua anima troppo
triste.


“giornata dura?”-tornò alla
carica il barista


“no, vita di merda”-rispose lui,
scoppiando a ridere di gusto,


Non cera motivo di rovinare il
dentistico sorriso appena sbiancato del barista,


“è colpa di una
donna”-continuando a ridere


Il barista tornò a farsi gli
affari suoi, convinto e soddisfatto di aver capito tutto, felice di aver ancora
una donna al suo fianco, poi le mandò un messaggio, tanto per non rischiare di
trovarsi dall’altra parte del bancone.


“non hai capito un cazzo”- pensò
divertito il nostro Leno


Aveva però un gran pregio Leno,
gli piaceva prendersi in giro, e lo sapeva fare!


Incominciava dalle dimensioni del
suo Frankie, fino ad arrivare al bernoccolo che sua sorella gl’aveva regalato,
lasciandolo cadere al suolo quando era ancora in fasce.


Questi pensieri gli stavano
disegnando un piccolo sorriso.


“ops… non posso ridere, davanti a
lui, non posso fargli capire, che non ha capito un cazzo, non posso
demoralizzarlo, sarebbe come digli che non è riuscito a catalogarmi con uno
sguardo, che il drink


Non mi serve per dimenticare, ma
per ricordare, avrebbe voluto dirgli cambia mestiere”


Sarebbe stato come dirgli cambia
mestiere, il bancone non è fatto per te.


Dire questo ad un grugnoso
barman, poteva meritare una risposta del tipo:


“lo so mi fate schifo tutti, ma
mi servono i vostri soldi per riempire la pancia a quelle sanguisughe che
abitano sopra, e in ogni modo questo non è l’unico bar sulla faccia della
terra”.


Ma dire questo ad un barista
felice vuol dire ucciderlo.


Ed il nostro Leno era buono.


Perciò per non rovinare l’idillo
al barista, cominciò a darsi dei pizzichi sul Frankie, tanto da inumidirsi gli
occhi e tornare ad avere l’aria da pesce pescato e poi subito rigettato in mare
senza essere stato neanche pesato.


Intanto, il ghiaccio si era ormai
sciolto, e l’acqua dava al drink un non so che di crudo.


Continuava a pensare ad un
passato gettato tra l’immondizia, ma non riusciva ad essere triste, ormai il
suo ego aveva cominciato a sfotterlo, con cattiveria, e più le battute erano
cattive, e più Leno si accendeva come un albero di natale.


Guardo il posacenere  che il barista gl’aveva offerto mezz’ora
prima.Quattro, non erano poi molte, considerando che il bicchiere era ancora
pieno per tre quarti, e per gustare bene il rhum, a lui ne servivano almeno
sei.


Decise quindi di accendersene
un’altra; e senza guardare il pacchetto, a colpo sicuro, prese il pacchetto, e
con aria vissuta, estrasse una sigaretta, la picchiò sul bancone un paio di
volte, se la porto alla bocca, e l’accese al primo colpo.


-“cazzo” si disse


L’ennesima figura di merda,
l’aveva accesa all’incontrario.


Adesso non poteva più sputare
fuori il fumo, con aria misteriosa, guardando la donna che era appena entrata,
e che ancora sull’uscio si era subito accorta che si stava fumando il filtro.


-“Peccato”.Un’altra scopata persa
pensò.


Se n’accese timidamente un’altra,
e si concentrò sulle locandine di cult film appese alla parete.


-“potrei fare l’attore?” si
domandò


_”chi potrei impersonare?”


Forse Martino, in JACK
FRUSCIANTE è USCITO DAL GRUPPO.....


No troppo facile, sarebbe
banale interpretare SE stesso.....


Magari, il protagonista di LE
ONDE DEL DESTINO,....


Dolce e bastardo, si, gli
piacerebbe.Ops la prima scena di sesso richiede un primo piano del sesso di
lui, che duri almeno 15 minuti,.


Come tempistica d’erezione non
avrebbe avuto problemi,ma il suo pene era timido per misura,e per il primo
piano più che una telecamera ci sarebbe voluto un.microscopio.....


Il rumore di lavandino sgorgato
che fece la cannuccia lo riportò alla realtà,pagò,si fermò a raccogliere le
monete, che intanto si erano sparse negli angoli più inarrivabili del locale ed
uscì


“ah Leno, la tua vita è un
collage di figure di merda”.Pensò in tanto che camminava verso la macchina,e
Bawie s’impadronì della sua mente.


 Cominciò a scimmiottare il  magico David, con gesti ed evoluzioni sempre
più eclatanti.


Ogni tanto, qualche passante si
fermava e lo seguiva con lo sguardo;chi divertito, e chi spaventato,


Ma lui senza
distinzione,rispondeva a tutti alzando di un’ottava la tonalità della
cantilena:


“REBEL REBEL”....





Thursday, December 04, 2008 
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  GLISS



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Mezzogiorno. Un sole inutile
cercava di scaldare gli animi del mondo con timidi raggi che provavano a bucare
un cielo limpido di una delle ultime giornate di dicembre.



Si alzò dal letto passò per il
salotto fissò per un attimo il lettore cd e premette start. Partì un pezzo
strumentale, forse un’introduzione. Non durò che un minuto, poi partì la
canzone e sul display comparve il numero due.



Aveva voglia solo di un po’ di
compagnia mentre sbrigava le faccende di casa, ma forse quello non era il cd
giusto. I Baustelle lo aggredirono subito: “Vivere non è possibile”.



Strane a volte le coincidenze, si
sentiva così; con quel male che attanaglia lo stomaco ed il petto, il male
dell’anima, il male di vivere, o forse tutto ciò era dovuto alla sbronza presa
la sera prima. Ma anche la sbronza non era di quelle colossali che finiscono
sugli annali dell’amicizia, che viene tirata fuori ogni volta che gli amici si
ritrovano attorno ad un tavolo, ed i discorsi seri sono quasi inopportuni.
Oppure viene ricordata una di quelle volte che si parla di libri o film, e gli
aneddoti servono, a sentirsi speciali. 
Perché è successo veramente, pur con le opportune esagerazioni, ma
quello che si racconta non è frutto di una buona sceneggiatura. Ma di vita
vissuta. Ed allora è giusto raccontarlo, anche dieci, cento, mille volte.  E fanculo 
chi dei commensali non ha partecipato alle vicissitudini raccontate e fa
di tutto per cambiare discorso, perché se fosse degno di sedere ad una tavola
di amici, ne riderebbe anche se da ridere non ci trovasse proprio niente.



Ma sbronza presa la sera prima
era una di quelle prese in solitudine dentro un bel locale, di cui si ha una
buona opinione, pieno di gente che si sorride e si cerca con gli sguardi, e
quando lo sguardo si posa su te che te ne stai li in mezzo a loro ma in
disparte dalla vita, quella gente arriccia le labbra quasi tu fossi stato messo
lì apposta dalla vita a rovinare la serata.



E raramente accade come nei film,
che arrivi una donna semplice e bellissima che resti folgorata da come te ne
stai lì, sapendo di non fare parte di quell’atmosfera ma non snobbando il
posto. Anzi lo cerchi forse per sentirti parte di qualcosa, per avere ancora
uno stimolo, per far sembrare quella bevuta solo una colonna sonora, e non la
serata vera e propria. Purtroppo, o per fortuna, solo in una sceneggiatura
accade che, mentre sei a tu per tu con un buon bicchiere d’assenzio e con la
musica che ti porta ricordi (e sarebbe meglio che ti portasse immagini di un
futuro dove il sorriso fosse l’unico inquilino del tuo viso), magari arrivi una
donna. Felice ed amante della vita,  che
resta colpita dall’espressione del tuo viso ogni volta che cambia una canzone,
o da come tieni il bicchiere. E s’immagina i pensieri che ti attraversano la
mente, e li vuole per sé, per sentirsi ancora più felice, per capire cosa te li
porti, ed essere soddisfatta del non averli, compiacendosi del fatto che la
strada intrapresa finora è quella giusta.



O magari, mentre il dj passa il
così detto pezzo clou, entra una donna con delle gambe chilometriche, che si
sente come te, ma non è portata per il bere. Con un carattere più forte del
tuo, una che la vita la prende a calci nel sedere.



Una donna da un nome semplice
come Anna, che certe sensazioni per lei sono una rarità, che hanno un perché.
Che sa da che cosa provengono, e non vuole conviverci per niente. Vuole solo
scacciarle e sa come fare, sa cosa ci vuole, una sana e bella scopata, con uno
sconosciuto che non sa niente di lei, che non la ammira per la carriera e per
il fatturato, ma che la vede solo come un corpo da avere e di cui godere. E tu
te ne stai lì in mezzo a loro, studenti universitari figli della Bergamo bene,
professionisti in carriera.



E lei che cerca la pistola con
cui uccidere i pensieri neri.



E tu sei lì a portata di mano.



E lei ti guarda e tu non ci fai
caso.



Si avvicina al bancone per
ordinare.



E tu la guardi e le sorridi
facendo finta che sia solo per circostanza.



E lei ti chiede se fumi.



Tu le dici sì, offrendogliene
una, vergognandoti di quella marca di sigarette economiche. Intendevo erba, ti
dice lei. E tu ti maledici del fatto di essere passato all’alcool, ma le
proponi di fare una rapida indagine nel locale e trovargliene un po’. Ma quella
donna ti dice di lasciar perdere che ne ha abbastanza di gente che si dà da
fare per lei, è arcistufa di sapere che se schiocca le dita, il suono ottiene
l’effetto desiderato. Ma accetta la tua Pall Mall e, mentre si avvia verso la
soglia del locale, si rigira a guardarti. E tu per una volta benedici Sirchia,
e sai che quello sguardo non è un invito, ma un ordine e la segui uscendo dal
locale.



Siete fuori, le accendi la
sigaretta e sai che non c’è niente da dire, che non saresti all’altezza neanche
del più e del meno, e te ne stai zitto guardandole le scarpe immaginando di
salire con lo sguardo attraverso quel velo nero che ne ricopre le gambe. Ma non
riesci a trattenerti dal guardarla negli occhi e rubarle un po’ di quella
sicurezza che vorresti per te. Ma la scollatura che intravedi sotto il bavero
del cappotto è molto più interessante, e ti perdi lì per un attimo, lei se ne
accorge e ti toglie la sigaretta dalla bocca gettandola a terra; tenendo la sua
nelle dita, ti prende la testa tra le mani e la tira a sè con forza. Finireste
nell’androne di un palazzo e poi ognuno per la sua strada: lei soddisfatta ed
appagata e tu ancora dentro il locale, appoggiato al bancone ad ordinare un
cuba libre per dare sollievo ai segni che i suoi denti hanno lasciato sulle tue
labbra. Sentendoti un po’ meno peggio e un po’ più soddisfatto.



.. ..



.. ..



.. ..



Ma la sbronza della sera prima
era una di quelle reali, che di poetico hanno solo certe canzoni che  sembrano arrivare apposta per te in quel
momento. E l’unico sguardo che ti arriva è quello del barista, compiaciuto per
le tue molte ordinazioni, per il fatto che nonostante quelle mantieni un certo
distinto ritegno e non importuni nessuno con storie che nessuno vuole sentire,
storie che farebbero allontanare i clienti indecisi dal fare un altro giro di
bevute o cambiare posto.



Il barista del Circolo. Uno che
mi sa ti vede attraverso. Uno per cui quel lavoro ha ancora qualcosa di
poetico, e lo vive anche come una missione.



E la sbronza della sera prima era
una di quelle dove il barista senza averti rivolto parola per tutta la sera,
mentre lo saluti con un cenno prima di andartene, ti fa un sorriso che sembra
dire “Fermati” e una volta ottenuta la tua attenzione, cambia il sorriso con un
altro dal sapore di pacca sulle spalle, un sorriso che non prova la minima
pena, ma alza il pollice verso l’alto quasi a dire “Ce la farai!” ed io faccio
il tifo per te.



Quella mattina di dicembre,
l’anima faceva da sottofondo alle faccende domestiche, la musica faceva da
sottofondo all’anima, ed il traffico faceva da sottofondo alla musica.



“Egidio, è tutta una questione di
sottofondi”, si disse accendendosi una sigaretta conscio del fatto che quello
che si era appena detto non sarebbe mai diventata una massima, ma era solo una
gran cazzata. Ci rise sopra soddisfatto per essere ancora capace di prendersi
in giro e di ridere con cattiveria di se stesso. Non si ricordava molto della
sera prima, ma si ricordava purtroppo del perché c’era stata la sera prima.



Non riuscì a trattenersi dal
guardare il cellulare, voleva accenderlo, ma se non fosse arrivato subito un messaggio
di scuse per il bidone della sera prima?



Forse neanche di scuse aveva
bisogno. Ma solo di un messaggio, anche di insulti. Del tipo: “Non me ne frega
niente di passare del tempo con te, ho cambiato idea”.



Ma se non fosse arrivato niente?



Come l’avrebbe presa? Avrebbe
sopportato il fatto che niente equivale a niente e che lui per lei era questo…
Niente?



Prese in mano il cellulare,
l’accese.



Sapeva che sarebbe stato meglio
non farlo, l’incertezza lascia sempre quel retrogusto di speranza che da una mano
al morale, ma se non fosse arrivato niente non ce l’avrebbe fatta a
sopportarlo.



La guerra è finita scrisse
così
” terminò la canzone.



Già! La guerra per lui era appena cominciata, di prima
mattina. Provava odio per l’inventore di quell’aggeggio, per lui stesso che non
riusciva a farne a meno, ed un odio invidioso per quelli che ancora non si
erano decisi a comprarlo.



.. ..



Lo schermo, con il logo della
compagnia telefonica, la chiavetta in alto a sinistra a bloccare la tastiera,
le dodici e quindici in alto a destra, la scritta “sblocca” in basso al centro.
Fissò lo schermo; passarono cinque interminabili minuti, ma non c’era traccia
di una piccola busta chiusa e della scritta “Messaggio ricevuto”.



Sentì il dolore riverberare dal
petto alla mente, gli occhi si gonfiarono di rabbia o forse dolore, si convinse
di rabbia. Bisognava tramutare il tutto in un’ incazzatura, provare odio, non
perdonare, avere il coltello dalla parte del manico.



Spense il cd  ed accese la radio, dove c’era una sola
stazione sintonizzata, l’unica che a suo pensare sapeva trarre profitto dal
trasmettere buona musica che di commerciale non aveva niente, se non le poche
copie vendute.



Uno spot voleva convincerlo ad
una vacanza responsabile, ma non era il momento, pensò.



In un istante così, si sarebbe
scopato l’impossibile, per uccidere la solitudine e la malinconia, si sarebbe
ubriacato seduto su uno sgabello con i gomiti sul bancone, come in quei
chioschi che si vedono sui depliant. Avrebbe ordinato sempre  qualcosa che non stava a portata di mano
della barista, per costringerla a pose scomposte, sperando nell’inesorabile
caduta del pareo.



Partì la musica: il suono avvolse
il salotto, una cover di “Light my fire”, fanculo, non ne andava bene
una.



Accese la scopa elettrica, passò
con frenesia dappertutto. Nessun acaro doveva restare vivo!



Non ce la faceva a far finta di
niente, aveva persino allucinazioni sonore, ogni tanto sentiva i due bip,
correva a prendere il telefonino, ma lo schermo era sempre lo stesso, solo i
minuti erano cambiati; non ce la faceva. Doveva evadere da quell’incubo. Aveva
bisogno di non pensarci, prese il telefono, cercò in rubrica, arrivò alla emme,
premette ok. Buono, il telefono era acceso, suonava libero.



Ciao!



Ciao Marco, tutto ok?



Nooooooo, Egi non puoi esordirmi
con un tutto ok, cazzo! Quando mi spari per prima cosa quella domanda, lo so
che non te ne frega niente di come sto, ma vuoi solo che io concluda con un “E
tu?” Perché non ci stai più dentro, stai impazzendo, e vuoi tutto il più ed il
meno che riesco a darti, senza neanche ascoltare quello che dico, ma vuoi solo
una voce che faccia compagnia ai tuoi pensieri.  



Appunto! Confermò Egidio ridendo,
per quel monologo senza pause. Dai Marco Passa da me che ti  offro un caffè mentre facciamo due balle sul
più e il meno.



Nooo dai! Lasciami ancora un
giorno nell’idillio. Ieri sera… Cazzo, dovevi vederla!… Era… Va bè dammi una
mezzora e sono lì. 



Ok ti aspetto



Egidio posò il telefonino,
controllò un’ultima volta l’arrivo di un messaggio che non c’era, tirò un sospiro
ed andò ai cucina a preparare un caffè.



Prese la caffettiera, svuotò il
fondo dell’ultima volta e si disse vaffanculo. Se proprio bisogna patire, che
si patisca fino in fondo. Tornò allo stereo, spense la radio e fece ripartire
il cd. Niente da dire, mi prende troppo male, ma ‘sti Baustelle ci sanno
proprio fare.



Si concentrò sulla musica,
cercando di cogliere ogni parola  che
aveva a che fare con lui, vestendosi 
l’anima di canzoni, che forse con la sua situazione non avevano niente a
che fare, ma ci stava dentro bene riarrangiandosi tutto per sè. 



Aprì il cassetto prese un
cucchiaio a mo’ di microfono e scimmiottando le canzoni attendeva l’arrivo di
Marco, di cui forse non c’era più bisogno, perché la musica, ora, aveva un
effetto contrario, si stava divertendo un mondo, ballando con certe figure, che
non si erano mai viste neanche in pieni anni ottanta.





Thursday, December 04, 2008 


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ALTEREGO....



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In mezzo alle crepe ....



Le tele che la rendono vivida....



Cercando il lume della ragione....



Che taglia e fa male....



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Viene fuori dagli angoli....



Dove solo gli scarafaggi osano....



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Trovare rifugio....



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E quel verde che non è prato....



Ma solo muffa....



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Basta grattare a volte....



Basta sporcarsi le mani per pulirsi dentro....



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Un bicchiere ....



40° di forzata armonia....



s’illumina il baratro....



s’illumina di me....




Sunday, November 02, 2008 
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Margarethfly


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La  vidi così
passeggiare serena.......


E lieve con le mani sfiorare il muretto che non le
permetteva di cadere nel piccolo corso che scorreva ansimante sotto di lei....


Io arrivavo alla mattina, presto, prima di lei. ....


Mi sedevo sul muretto, così quasi a sbarrarle la strada.
Obbligandola a staccare le mani, ed....


a volte la fortuna mi concedeva che lei si accorgesse
tardi di me, facendola spostare a pelo da i suoi pensieri , così, da sfiorarmi
il ginocchio con le mani.....


Ti amo piccola, tu non mi vedi....


Non ti accorgi mentre passaggi, se c’è un cestino, un
piccolo albero… ....


Non ti accorgi di me.....


Ma io bambina  ti
sento arrivare da lontano. ....


Escludo tutti i rumori della città e riesco a sentire il
tintinnare sicuro e dolce dei tuoi tacchi sul ruvido asfalto e mi immagino come
sarai bella oggi.....


Prima ancora di vederti riesco a sentire il tuo profumo,
che annulla anche l’odore della sigaretta che stringo tra le dita, con la
cenere che non vuol cadere.....


Oggi ti vedo vestita di nero,....


è una bella giornata, non hai bisogno del cappotto…....


Ti scorgo che volti l’angolo,....


i tuoi seni grandi e rotondi mi abbagliano, indossi una
maglia di una stoffa quasi elastica....


ed intravedo la forma dei tuoi timidi capezzoli che cerca
di farsi notare,....


mi piacerebbe piccola che tu stasera mentre scende il
buio che racchiude i miei pensieri....


mi stringa a te, soffocandomi nelle tue sinuosità.....


Così mischiando le mie lacrime al tuo sudore, che non può
essere amaro, perché tu sei dolce.....


Poi tu mi oltrepassi e non riesco a sradicare lo sguardo
da quel velo nero che ricopre le forme sul didietro, diventando poi nylon, che
tornisce le gambe.....


Perché bambina porti quegli occhiali scuri? Che scudono i
tuoi occhi e li rendono impenetrabili.....


Perché non lasci che io li conosca? Amando anche loro....


Perché non ti accorgi di me?....


Perché posso assaporarti solo di notte? Mentre tengo gli
occhi chiusi, con una mano sotto il cuscino.....


Perché, non mi noti, e mi guardi, scostandoti le lenti
nere dal volto, così, uccidendo la mia timidezza.....


T’accorgi però, quando passi e non mi vedi. T’accorgi
della mia anima che ti riempi l’aria.....


Capisco che anche se non mi vedi , senti la mia passione
che ti scalda dentro.....


Lo vedo, da come cambi il passo fuggendo di fretta
dall’incognita.....