Status: Single
Country: IT
Signup Date: 1/2/2006
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Sunday, January 27, 2008
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Canzoni, segreti e fantasmi Conversazione con Rodolfo Montuoro
di Rino Garro
Chi è Rodolfo Montuoro? Una domanda del genere, di solito, rimbalza. C'è una canzone nel mio album che si intitola "Ulisse" in cui il protagonista chiede: "Dimmi chi sono/nella mia vita e nella tua". Secondo me, quando si tratta della propria identità bisognerebbe starsene zitti, prendere un po' di vacanza dalla prosopopea di se stessi e chiedere "chi sono io?" ai nostri interlocutori che senz'altro ne sanno più di noi. Sono quello che faccio, quello che dico, quello che vedi. Io non so descrivermi.
Cosa vuol dire essere un cantante, scrivere canzoni? E cosa significa esserlo per chi ascolta? Cantare la parola, per me, è un processo di distillazione. Dimagrisci, ti sciogli, ti prosciughi e diventi un grumo di voce capace di esprimere solo le cose essenziali, quelle che contano per te, non una parola di più. A volte solo un sospiro. Quando picchia il sole sulla palude dell'esistenza e tu non puoi più nasconderti, tutto evapora, resta alla fine solo qualche granello di sale… Ma in questo ultimo reperto c'è tutto quello che vale la pena di esprimere. Questo per me significa l'ascolto e la "prassi" della musica: distillare quell'ultimo, prezioso (almeno per me) granello di sale.
Sono legato alla figure dei grandi vecchi - Dylan, Neil Young, Van Morrison e altri - e ho l'immagine forse irreale della musica che nasce e prende pienezza nella solitudine di una camera magari scialba e disordinata... Certo, mi rendo conto che questa è un'immagine emblematica. Io però – pur riconoscendo la suggestione dell'emblema – non amo la chincaglieria sixtie, questa patinata sciatteria dell'esistere, con gonnelline a fiori, stivaletti di cuoio, anime marce, capelli unti e barbette a chiazze attorno ai brufoli. Non amo le stanzette sature e il languore dei rigattieri. Voglio immaginare delle location che si associano di più agli scenari evocati dai Roxy Music, dai Red Hot Chili Peppers, dai Deaf School o da Madonna. Che so: i bordi di una piscina o una spiaggia di surfisti, i vapori di un hamman a Parigi, un salone vuoto e lucido di marmi e di stucchi o, al contrario, un camerino colmo di trucchi, profumi e sciarpe di struzzo… Questi per me sono i luoghi più adatti e desiderabili per comporre canzoni.
La musica, le canzoni devono essere popolari? La canzone è "pop" per definizione. Io non dispongo di tanti strumenti storiografici credibili per stabilire o ristabilire la vecchia antitesi tra musica popolare e musica colta. Chi può azzardarsi ormai a fare questa distinzione? Forse in qualche remoto conservatorio di provincia o in qualche circolo combattenti. La musica, così come la letteratura, o la fruizione del bello in generale, è qualcosa che ha a che fare con l'esperienza vissuta, col desiderio, con il godimento. E se c'è qualcosa di entusiasmante nella nostra contemporaneità è che adesso le espressioni dell'arte (e soprattutto della musica) sono universalmente accessibili – grazie anche all'universale "riproducibilità tecnica" – e coinvolgono contemporaneamente tutte le generazioni che condividono il presente. Alla luce di questo, ogni distinzione tra "colto" e "popolare" diventa surreale e anacronistica.
Tu sei anche poeta, ma non è rischioso esserlo quando si scrivono canzoni? No, non c'è nessun rischio. Anzi… Io sono fermamente convinto che il poeta dev'essere musico. O, almeno, questa è la mia idea della poesia. Tra l'altro, non si tratta neppure di un'idea tanto originale, essendo confortata da una tradizione che parte da Omero, attraversa il dolce stil novo e arriva fino a Dylan e anche molto oltre. Per un lungo periodo di tempo le forme canoniche della poesia sono state la "canzone", la "ballata", il "madrigale". Il "Responsorio" cristiano, il "Recitar cantando" della camerata fiorentina o lo Sprechgesang dodecafonico sono forme musicali e poetiche allo stesso tempo. Che dire poi della metrica? La metrica è un "effetto" squisitamente musicale. Per fortuna, adesso, grazie anche alla caduta di una certa boria accademica, cominciano a diventare più visibili le parentele profonde e strettissime tra le arti e vengono anche alla luce artisti mutanti che si esprimono attraverso varie discipline, grammatiche e linguaggi senza doversi ogni volta giustificare se passano da un campo all'altro, dalla musica alla scrittura – per esempio – o viceversa.
Ha senso leggere le liriche di una canzone come fossero poesie, completamene disarcionate dalla melodia? Direi di no. È come fare un'autopsia. È un esercizio da necrofili o da eruditi. E gli eruditi, così come i necrofili, perdono fatalmente il senso delle cose viventi. A volte capita che, fuori dall'orbita musicale, i testi di una canzone si svuotano del loro significato, diventano come un'ottusa filastrocca. Quando sono cantati e suonati, invece, riacquistano tutto il loro senso, a volte anche profetico e vertiginoso. Almeno, per le mie canzoni è così. Sono come ondeggianti meduse: senza l'acqua che le agita e le forma, diventano delle larve insignificanti. Ma questo vale per me: non ne farei una regola generale.
Ascoltando il tuo sorprendente A_vision, ho subito pensato a un concept-album... Non so neanch'io tanto bene. L'album è nato come un repertorio casuale di canzoni, che si ascolta così come si potrebbe sfogliare un album di fotografie. Ogni brano disegna un panorama, un concetto e un soggetto diverso, con un discorso compiuto che nasce e finisce. Punto e basta. Del resto, nelle mie intenzioni, la canzone dev'essere proprio così: non una sinfonia bonsai e neppure una presuntuosa lagna narrativa. È l'epica dell'istantaneo, forse l'unica che possiamo permetterci. Ma alla fine mi sono reso conto - ed è stata una sorpresa anche per me - che c'è come un perpetuo segnale di sottofondo in tutto il disco. Che in esso è continuamente crepitante una specie di cortocircuito tra il visibile e l'invisibile, tra ciò che vedo intorno a me (i visi, le cose, i corpi e le città) e ciò che non si vede più o non si vede ancora e che si percepisce nella forma disperata del miraggio (il delirio, il ricordo, il sogno). E allora mi sono reso conto del perché mi ero sempre ostinato a intitolare questo disco "A_vision", una parola, un suono disarticolato, che richiama anche graficamente il visibile e il suo contrario, l'apparizione e il dissolvimento, l'alfa della privazione e l'underscore sgrammaticante della congiunzione. Ma a tutto questo ci sono arrivato dopo, credimi. Ed è anche giusto che sia così. Io, infatti, ho un'idea dell'atto artistico come ciò che rivela un segreto e scopre lo stesso suo autore nel momento in cui viene alla luce. Se questo non succede, è ben difficile comunicare qualcosa di significativo a qualcun altro. Quando accenni a un segreto, invece, la comunicazione si fa molto più "erotica" e intensa. Direi infine, per dare uno straccio di sintesi alla mia risposta, che in "A_vision" non c'è un concetto, c'è semmai la fuga continua dal visibile e l'invocazione ininterrotta dell'invisibile. E viceversa.
Nick Drake aleggia, secondo me, in qualche parte di A_vision, ma le tue lune vogliono marcare una distanza da quella rosa e cattiva di "Pink Moon". È così? Sì, se non altro per scaramanzia. Ma hai ragione tu. Per me, almeno, è impossibile citare la luna in una canzone senza evocare quella di Nick Drake. È una specie di sortilegio. La luna rosa – nella tradizione cinese – è segno di sventura. E Nick Drake lo sapeva e l'annunciava: "la luna rosa vi prenderà tutti". Siamo più o meno nell'autunno del '71. Credo che Drake si riferisse a una catastrofe ancora più grande di qualsiasi ecatombe nucleare: l'estinzione dei sentimenti, l'incapacità di comunicare, l'incapacità di amare che, in quel momento, avvertiva soprattutto in se stesso. La luna rosa gli mostrava anche dolorosamente la sua eclissi e il suo non esserci più: "Sappi che ti amo/ sappi che non mi importa/ sappi che ti vedo/ sappi che non sono lì". A noi non resta quindi che lanciare un'invocazione alla luna, per deviarla dalle rotte funeste del presagio e ottenere la sua benevolenza. Quando canto della luna mi immagino infatti come una specie di coyote che ulula al cielo e implora la vita o la fortuna.
Qual è il tuo rapporto con la natura, continuamente evocata nelle tue canzoni? Solo simbolico? La natura per me è un problema. Credo che sia inaccettabile la sua fissità. È insopportabile. Non posso essere idilliaco o contemplativo e neppure simbolista, ahimè. Quindi, nelle mie canzoni, vorrei estirpare montagne, confondere le orbite delle costellazioni, inghiottire oceani e allagare i deserti. Ma non per sfregio, giusto per farla più partecipe e corresponsabile delle nostre intemperie interiori.
Quali sono i cantanti che più hanno influito sulla tua personalità artistica. Quali quelli italiani che riescono a saldare meglio il rapporto tra parole e musica?
Mi hanno sempre influenzato e ipnotizzato molto le voci. Credo che abbia a che fare con le rimembranze prenatali del grembo materno. La voce di Salvatore Adamo, di Kazu Makino, di Orbison, di Bowie, di Ferry, di Gabriel, di Bjork, di Sylvian, di Yorke. La lingua italiana è molto refrattaria alle saldature. Anche nei nostri autori più brillanti (e ce ne sono tantissimi) si avverte sempre un certo stridore, un certo imbarazzo. Certo la coppia Mogol/Battisti ha realizzato una specie di "fusione fredda" tutta votata, però, al genio melodico di Battisti. C'è poi un disco fatto qualche anno da Andrea Chimenti (Porto sepolto) che ha transposto in maniera esemplare le liriche di Ungaretti, proprio come se fosse la sua incarnazione musicale. Ma gli unici esempi perfetti che mi vengono in mente sono il primo Modugno e Sergio Endrigo.
Si dice in giro di un tuo nuovo disco, completamente diverso da quello precedente? Sì, uscirà a gennaio. Infatti al "parto" di questo nuovo lavoro ho sacrificato i live per la promozione di "A_vision" che è invece avvenuta in un ampio circuito radiofonico nelle varie regioni italiane. Ma sentivo la necessità di rimettermi già al lavoro. Questa volta sento l'esigenza di convocare i fantasmi e di intrattenere un colloquio nervoso, profetico e struggente con loro, ad altissimi tassi di inquietudine. Si intitola "Hannibal" e inaugura il primo volume del ciclo "Mythologies". Ma non posso dirti altro.
In "A place to be", Nick Drake canta un bellissimo verso: Quand'ero giovane non ho mai visto la verità che pendeva dalla porta Ora che sono vecchio ce l'ho proprio davanti agli occhi appiccicata sul viso È un dovere cercare la verità? È impressionante e commovente pensare che questi versi siano cantati da un ragazzo che ha più o meno venticinque anni ed è già vicinissimo alla morte. È vero: quando la verità ti si appiccica sul viso e ti si stabilisce negli occhi, significa che sei già vecchio e che stai per morire anche se hai vent'anni. Certo che è un dovere cercare la verità: ma è severamente vietato trovarla.
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Sunday, January 27, 2008
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RODOLFO MONTUORO A_VISIONCD AUDITORIUM EDIZIONI - DISTRIBUZIONE I.R.D, 2006Ristampa 2008, Materiali Sonori
Siamo nel regno della parola cantata. Battito e trucco sonoro. Nel solco di una contaminazione originalissima tra parola e musica. Il disco di Rodolfo Montuoro, A_vision, è una nuova tappa di potente prospettiva e visionarietà. Si parte da nitidi e nello stesso tempo evocativi paesaggi che vengono di volta in volta colorati da sonorità elettroniche, celtiche, jazz, tipiche di una certa raffinata world music che non disdegna il ricorso alle code tipiche dei madrigali. Ma sempre con l'intenzione, a volte anche spregiudicata, che la canzone torni a essere danza. A_Vision si dimostra dunque, fin dalle prime tracce (L'attimo, Parole e Notti), un disco di raffinata suggestione, ricco di brani che creano delicate voragini di suono: International sea. Gorghi di musica capaci di risucchiarti nel loro avvolgente movimento. Si parte sempre da una forma e struttura reiterativi e poi, piano piano, ogni brano si allarga in volute concentriche per poi tornare al suo inizio melodico. I whistles, i fiati trattati, le cornamuse, i riff dei violini, il battere dei bouzouki alimentano la trance sotterranea presente in tutti i motivi, portando l'ascolto in una dimensione nuova che sfrutta la sua stessa lontananza per cambiare il senso alle cose: Odalische ed ostriche. Rodolfo Montuoro si alza in volo e diventa lui stesso fantasma, artista in fuga, in fuga dalle Trappole. Guarda le cose del mondo da un altro spazio, dove la pioggia è stanca delle nuvole. Per poi tornare vicinissimo a invocare una commovente complicità. Destini che si cercano. Racconta anche lui di un moderno Ulisse in cerca di identità, di senso e di sopravvivenza. Canzoni da camera, minimaliste eppure dalla prorompente forza: Mondi e città dell'universo. Nessuno sa di noi. Nessuno. Nessuno. Gesti, passi e voci di cristallo. Le nubi tornano sfinite nel tramonto. Cuori di notte. Anime vuote. Maree di lacrime. Conchiglie abbandonate. Dimmi chi sono nella mia vita e nella tua. Nascondimi. Strappami dal vento. Questo è quello che vede Ulisse. Canzoni come Nuvole, tra i brani cardini del disco: nuvole senza pietà. Pop e word music fusi insieme secondo una lezione decisamente internazionale. Che cita Nick Drake come Sergio Endrigo. Tom Yorke come Domenico Modugno. Non disdegnando il trip hop, la club culture, il traditional. A_vision è un disco che sale lentamente di intensità, giocando sul ritmo, su di un tappeto percussivo che spiazza e affascina. Sono i Brividi che entrano sotto pelle e che rinviano alle allucinazioni di Blind Runner, altro brano ipnotico e misterioso, uno dei più intensi e inquieti. In questa ricerca Rodolfo Montuoro poi improvvisamente approda a Le città del Polo Nord e, tra portacenere che galleggiano e fantasmi che si fidanzano, tra cieli che si allontanano e giorni che si confondono, inventa una mazurca che sa di festa di paese e spiazza ancora di più. Là dove dovrebbe andare lontanissimo, è invece musicalmente dietro l'angolo di casa nostra, mimetizzato in una piccola orchestrina di paese. Si è spento il sole qualche tempo fa insieme ai neon e ai volti della luna le mie astronavi sono vuote non tornano più e io quanto tempo devo stare lontano? Come si racconta e ci interroga nell'ultimo brano del disco, A_vision. Forse Rodolfo Montuoro è già partito per un altro suo segreto viaggio. Un'altra identità che tra breve potrebbe anche rivelarsi. Zelig della musica come pochi altri mai, lui si diverte a confondere gli sguardi e a farsi cercare tra le note e le parole di un disco tra le produzioni più originali e stupefacenti che circolino oggi in Italia. In questo racconto in musica, lo accompagna innanzi tutto Massimo Giuntini, già nei Modena City Ramblers, per la produzione artistica. Massimo è riconosciuto tra i più grandi virtuosi di cornamusa irlandese oggi in circolazione e, nel disco, suona magistralmente tutti gli strumenti della tradizione celtica. Si affiancano poi, a creare l'originale tessitura armonica e musicale, gli archi di Vieri Bugli (Whisky Trail) e il violoncello di Michela Munari (Quartetto Euphoria), le percussioni di Gennaro Scarpato (proveniente dal mondo di Edoardo Bennato) e poi ancora la voce dell'attore Andrea Biagiotti, la fisa di Massimiliano Fabianelli, il piano di Carlo Gnocchini, il sax di Daniele Malvisi, la batteria di Andrea Nocentini e le chitarre di Fabio Puglia. Uno stuolo di raffinatissimi musicisti che, suonando in presa diretta, creano una stratificazione sonora, ermetica e magica nello stesso momento. Per un disco che dev'essere conosciuto, ma soprattutto riconosciuto.
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Saturday, January 26, 2008
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| La visione della parola Intervista a Rodolfo Montuoro | ..> La parola e il suono, la voce e la melodia, la poesia e la canzone. Con Rodolfo Montuoro, all'indomani dell'uscita del suo "A_vision", parliamo di queste cose e osserviamo come nel suo album esse possano perdere i loro confini e muoversi verso nuovi approdi di significato. ..>..> ..>..> ..>Mescalina: Partiamo con un complimento, ho trovato il tuo nuovo disco, "A_vision", estremamente bilanciato: musica e parole sono in perfetto equilibrio e si intrecciano con molta eleganza. Trovo sia una cosa rara, cosa ne pensi? Rodolfo Montuoro: La parola, da sola, comunica fino a un certo punto. C'è un limite insopportabile nella parola. C'è un grumo di immaginazione, di magnetismo sensibile, di presignificato, di battito cardiaco: c'è, insomma, un organo invisibile, una specie di polmone pensante che non ha parole. Ma non può starsene nel sottoscala dell'inconscio o del presagio: deve venir fuori dalla musica e dal canto. Del resto, alle origini della nostra tradizione letteraria, ai tempi di Dante, la "canzone" non era concepita come una forma unicamente scritta. La parola era fatta per essere cantata, proprio per amplificarne il senso. Ed è proprio questo lo scopo della rima che batte il tempo, che dà il ritmo e fa cadere l'accento (e l'attenzione) su un preciso segmento del significato. Se non ci fosse questa intenzione "espressiva" nella rima, essa suonerebbe ridicola, come un'ottusa filastrocca. A volte ci vogliono dei mesi per far venir fuori una buona strofa in cui la melodia circola naturalmente insieme al suo significato. Ecco: una parola cantata, per me, dice mille cose in più del suo concetto letterale. È una parola "truccata", ma è anche più attraente, più rotonda, dice tante cose insieme e cattura più facilmente l'attenzione, oppure ti commuove o ti sorprende senza un apparente perché. Velocizza il pensiero, anche quello di chi ascolta, e arriva il più lontano possibile.
Mescalina: Anche la scelta dei musicisti, tutti presi dall'area celtica o dal jazz, trovo si possa legare al discorso fatto precedentemente… Rodolfo Montuoro: Certo, il paesaggio sonoro, nelle mie intenzioni, non può essere desertico o minimalista. In questo album avevo bisogno di sonorità rotonde e colori netti, quindi bisognava mobilitare un'ampia gamma di strumenti, suonati in presa diretta. Avevo bisogno di un'epica e di uno spazio narrativo, volevo sentire respirare i flauti e le cornamuse per riprodurre l'affanno e le tempeste dei sentimenti. È stata creata una stratificazione complessa dell'orchestrazione, per dare luogo alle invocazioni, alle fughe, alle pause e alle vertigini del testo. Ma, soprattutto, era importante disporre di musicisti con un'abilità alta dello strumento, per creare l'ambiente naturale della parola. Questa intersezione tra l'aria celtica e quella jazz era quella giusta, quella più adatta a creare anche nel disco l'impressione che la musica non è riprodotta, ma si sta facendo proprio nel momento in cui l'ascolti. La direzione artistica di Massimo Giuntini, che è uno dei più valenti musicisti dell'aria celtica, mi ha permesso di realizzare tutto questo insieme a Vieri Bugli dei Whisky Trail (violino), Massimo Fabianelli (fisarmonica), Carlo Gnocchini (pianoforte e tastiere), Giacomo Lumachi (tromba), Daniele Malvisi (sax), Michela Munari (violoncello), Andrea Nocentini (batteria a spazzola), Fabio Puglia (chitarra e synth). Per alcuni brani ho potuto disporre anche della collaborazione alle percussioni di Gennaro Scarpato che ha saputo dare una coloritura unica a certi passaggi. Mentre l'attore Andrea Biagiotti ha interpretato, in un pezzo che si intitola "International Sea", un recitato veramente esemplare che dà un'idea molto suggestiva di come intendo la contaminazione tra parola e musica. | ..>..>..>..>..>..> ..>..>..>..>..>..> ..>..>..>..>..>..> ..>..>..>..>..>..> | ..> ..>..>..>..> ..>..> ..> Mescalina: Le parole e la musica hanno lo stesso peso e spesso anche lo stesso intento, le ho trovate esprimere entrambe lontananza. Cosa ne pensi? Rodolfo Montuoro: Sì, se vuoi dire qualcosa per trasmettere un'emozione o per offrire un brandello della tua vita che abbia un senso per chi ti ascolta, devi prendere le distanze, devi allontanarti di una lega, devi arrampicarti sul ciglio del canyon, dare un'eco alla voce e ululare alla luna. A volte, in questo mondo ipertelefonico e logorroico dove la gente parla e parla senza mai ascoltarsi, abbiamo bisogno del dramma della lontananza per essere compresi e colpire nel segno.
Mescalina: Del resto l'utilizzo dei fiati celtici di Giuntini nelle lunghe code delle canzoni richiama echi di lontananza, con la voglia sottesa di rendere epico il tutto … Rodolfo Montuoro: È proprio così. L'espediente madrigalesco delle "code" ha la funzione di creare una distanza dal presente, una specie di mulinello centrifugo che ti spinge altrove e, nello stesso tempo, ti riconduce al centro del ritornello. Questo serve anche a muovere il corpo. C'è sempre un'intenzione danzante nelle chiuse dei pezzi, il che li rende anche molto orecchiabili e piacevoli all'ascolto e crea una certa confidenza con l'ascoltatore che si affeziona al motivo, lo segue ritmicamente tamburellando o lo fischietta perché alla fine gli è diventato familiare. L'album è pieno di questi motivi a mulinello che hanno anche la funzione di fare trance e di allestire una specie di trampolino che, attraverso la ripetizione, ti spiazza dal presente. In questa dimensione, la risonanza di certe parole potrebbe anche diventare "epica" – come dici tu – e creare, cioè, un nucleo di emozioni e di sentimenti condivisi, ma in un luogo altro che è quello imprevisto in cui ti porta la musica. Le ampie aperture dei whistles o delle cornamuse, i riff dei violini o del bouzouki sono spesso usati per creare questi effetti evocativi e dislocativi.
Mescalina: Nel disco non si sente solo la lontananza, ma anche molta malinconia, voglia di fuggire … Rodolfo Montuoro: Sì, c'è la malinconia del fantasma o dell'anima in pena per qualcosa che ha perso e che non torna più. Se c'è una fuga, è quella dal senso della perdita, dalla ferita e dal lutto. Cerchi di scappare dal dolore. Dici qualsiasi cosa, ti aggrappi a ogni parola, suoni le corde più struggenti e ammalianti per fuggirtene dal limbo degli angeli caduti. E aspetti. Alla fine, in questo lavoro, nonostante tutto, c'è un forte elemento ottimistico e positivo che mobilita la speranza dell'attesa e della rinascita.
Mescalina: Le canzoni sono tutte in prima persona, ma vi è un dialogo, vi è il continuo rivolgersi a qualcuno in cerca di complicità, spesso però mancata, disattesa, delusa … Rodolfo Montuoro: È un'invocazione più che un dialogo. Nasce quando ti accorgi di avere consumato tutte le parole. Cosa puoi dire quando arrivi a questo punto? L'album comincia da questa ultima soglia, cioè quando ti rendi conto che tutto il tuo armamentario di ragioni e di intenzioni non serve più a niente. E allora diventa sorprendente anche per te misurare quello che resta dopo questa catastrofe, dopo il silenzio, la notte e l’abbandono.
Mescalina: La complicità è un modo per sentire meno la solitudine o per coinvolgere l'ascoltatore? Rodolfo Montuoro: Cerchi a ogni costo di catturare l'ascolto e lo sguardo, come faceva Sherazade nelle "Mille e una notte". Più che la complicità, invochi la grazia e l'attenzione. Per questo, ogni parola dev'essere cesellata con tutto l'amore del mondo. Ogni nota deve suonare come le sirene d'Ulisse. Il livello della comunicazione, per quanto ti è possibile, deve restare sempre alto, chiaro e leggero, non può rinviare ai limiti minuscoli della tua biografia, ai tuoi nudi sentimenti, alle ombre dell'ambiguità: deve richiamare il destino e la sorte, la felicità, il sogno, il desiderio, il futuro e la scelta. Questa è l'unica complicità in cui puoi sperare e che ti puoi permettere.
Mescalina: Nonostante questa forma dialogata i tuoi testi si sviluppano in modo quasi ermetico, sono pochi versi che costituiscono un nucleo inscindibile … Rodolfo Montuoro: La parola dev'essere "ermetica", come dici tu, perché diventa capace di esprimere contemporaneamente tante cose, al di là del significato letterale. Ermes, infatti, è il dio della congiunzione tra i mondi più lontani e irriducibili, tra la terra e il cielo, tra il desiderio e il destino. È un grande comunicatore, un maestro della parola. Inoltre è il dio che ha rubato con un trucco il flauto ad Apollo. La parola cantata dev'essere anche "magica", infatti: come una supplica alla buona sorte, come un'invocazione all'amore e alla fortuna. Cerco di convincermi che il piccolo grappolo di parole "magiche" nei miei testi possa portare o portarmi fortuna. O, almeno, mi piace illudermi che sia così. Ma questo è un ironico rituale scaramantico, uno scherzo che infliggo a me stesso e che ripeto sempre quando scrivo o quando suono.
Mescalina: Forse uno dei punti più alti del disco viene raggiunto con "Ulisse", figura di cui trovo emblematica la scelta: a metà fra la voglia di tornare e quella sottesa a tutto il disco di una nuova partenza, sei d'accordo? Rodolfo Montuoro: Il mio Ulisse è un povero cristo che non sa chi è, che si interroga continuamente, che a volte si convince di essere un signor Nessuno, che si arrabatta per sopravvivere, che vive continuamente nello sbalordimento della paura, che ha perso l'orgoglio del suo passato. Un eterno esule che non riesce più a distinguere la partenza dall'approdo e implora di essere strappato dalla furia dei venti che lo portano dappertutto. È un uomo sorpreso nel momento in cui capisce che navigare nel mare dei desideri è uno stupido spreco di vita, senza godimento e senza gloria. Così scende dal piedistallo e forse diventa più vicino e comprensibile, anche al suo stesso mito.
Mescalina: Dalla lontananza infatti non nasce una malinconia crepuscolare verso luoghi familiari o legati al ricordo, ma piuttosto una fuga con gli occhi e col pensiero verso altrove. Non il ritorno ma la voglia di spingersi più lontano … Rodolfo Montuoro: Sì, ma la fuga non è verso qualcosa di indistinto. Questa immagine romantica dell'ebreo errante o dell'eterno pioniere che si spinge sempre più lontano, dappertutto e da nessuna parte, provoca dei disastri tra le persone. Questo è un concetto che ho cercato di rendere in un pezzo che si intitola "Nuvole". Tu devi sapere cosa vuoi. Devi capire cosa desideri, altrimenti istituisci dei rapporti infelici in cui gli altri sono sempre degli intercambiabili e insipidi oggetti di un desiderio svogliato. La fuga, per me, è piuttosto un "lontano da qui", lontano dalla ripetizione e dall'insignificanza del dolore. Questo motivo torna spesso nelle mie canzoni, anche se in modo sempre diverso.
Mescalina: Molta cultura del novecento, il secondo novecento, ha espresso il riconoscimento come ritorno, non solo i filosofi. Emblematico è Kundera ne "L'insostenibile leggerezza dell'essere" quando dice in tedesco "una volta è nessuna volta". Nelle tue canzoni c'è distacco ma non c'è ritorno, tutto è visto una volta, permette solo di conoscersi e non "riconoscersi" … Rodolfo Montuoro: Non ho mai sopportato Kundera. Forse, adesso che mi ci fai pensare, è per questa sua visione del tempo dell'uomo come una linea retta in cui è impossibile essere felici perché la felicità – come dice lui – è, appunto, il desiderio (irrealizzabile) della ripetizione, di un tempo circolare. Trovo che rassegnarsi a una idea simile sia immorale. È per questo che trovo un po' repellenti e antipatici e improbabili i personaggi di questo suo romanzo fin troppo celebrato. Dev'esserci invece, insieme alla proiezione verso il futuro, anche una tensione alla felicità, una nostalgia di ritorno al primo pensiero, alla prima volta, al primo amore, allo stupore originario. Ci dev'essere una specie di "amor fati" per le cose e le presenze che ti hanno reso felice. Certo, in queste mie canzoni non c'è e non può esserci ripetizione e io parlo sempre di "quella volta" come dell'unica e irripetibile volta. Hai ragione. Non c'è ritorno. C'è piuttosto l'invocazione del ritorno, il desiderio del "riconoscimento" e questo si nota soprattutto in alcuni pezzi come "Trappole" o "Parole e notti".
Mescalina: Del resto, anche la tua discografia punta a non ripetersi, a non riconoscersi, sia musicalmente che per gli pseudonimi usati negli album precedenti … Rodolfo Montuoro: Sì c'è una spinta a dire, ma anche un impulso altrettanto forte a confondermi e a sparire …
Mescalina: La tua scrittura ed anche il tuo modo di interpretare la canzone li ho trovati anomali nel mondo della canzone italiana. Approfondiamo un po' il tema del cantautorato italiano, quale tipo di canzone d'autore ti affascina, quale senti più vicina? Rodolfo Montuoro: Non mi piace il termine "cantautore". Sembra che sia stato coniato in Italia da qualche rotocalco nei primi anni Sessanta, per indicare chi interpreta le canzoni che scrive. Sì, perché da noi non era ancora concepibile che un cantante potesse scrivere le sue canzoni. Un termine del genere forse non esiste in nessun altro vocabolario. È una parola pleonastica che non dice niente. Se è così, anche Marylin Manson o David Bowie o Willy DeVille sono dei cantautori. E allora? Cosa significa essere un cantautore? Non so. E non so neppure esprimere un giudizio sul "cantautorato" italiano perché, a parte Paolo Conte che è un genio eccentrico e inimitabile, ho sempre ascoltato e continuo ad ascoltare musica pop e rock, soprattutto inglese o americana. È un mio limite, lo so. Ma è così. Ho una grande simpatia per le vecchie canzoni di Domenico Modugno, di Adamo e di Sergio Endrigo. Apprezzo il lavoro di Andrea Chimenti e degli Offlaga Disco Pax, tanto per fare un po' di opposti estremismi, e non si può dire che in Italia il paesaggio della musica pop sia desertico: anzi, credo che questo sia un momento irripetibile di grande avventura, grazie anche alle etichette indipendenti o all'impegno importante di divulgazione e di approfondimento svolto da certe riviste online come Mescalina che offrono un'informazione sempre più ricca, aggiornata e gratuita. Ma i miei punti di riferimento sono stati il rock progressivo, quello psichedelico o glam degli anni settanta/ottanta e poi il punk, il traditional irish, il grunge fino ad arrivare al trip hop, all'elektro, al club dance, al rap metal o all'underground rap. In questi giorni, a esempio, sto ascoltando Mark Lanegan, i Blonde Redhead, Antony and the Johnsons, i Sender Berlin … Nella mia playlist del momento c'è un grande disordine di generi e di stili, come al solito … E poi, in chiusura, voglio confidarti una cosa strana, stranissima, che non capisco: la musica che sento è molto diversa da quella che faccio, eppure credo di avere una certa stima per il mio lavoro di musicista e ne sono anche orgoglioso. Spero solo che questo sia un buon esercizio ironico di straneamento e che, prima o poi, riesca anche ad ascoltarmi più spesso.
Sito Ufficiale: >> www.rodolfomontuoro.it | ..> ..>..>. .>..> Altri articoli su Rodolfo Montuoro: RODOLFO MONTUORO - A_VISION - RECENSIONI MUSICA..>..>..>..>
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Saturday, January 26, 2008
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--> -->.. --> ..>..> Ulisse al Polo Nord di Ilario Galati Sicuramente non difetta di personalità il disco d'esordio di Rodolfo Montuoro, personaggio poliedrico e di difficile catalogazione. A_Vision è un disco strano, che rifugge dalla banalità di certa nostra musica, per affrontare la canzone in maniera decisamente singolare. Melodie astratte, trame acustiche che cedono spesso il passo all'elettronica per poi passare a tracciare paesaggi celtici (Massimo Giuntini ai vari whistle, pipe e bouzouki, oltre che alla produzione artistica) umidi di pioggia del nord. Per certi versi è un disco sorprendente, nel senso proprio della parola: mi aspettavo un disco di musica d'autore, con tutte le implicazioni del caso. Invece A_Vision è molto distante dai cantautori, nonostante i testi siano di spessore e vivano a prescindere dalla confezione sonora (dato che il nostro è autore di testi e saggi nonché caporedattore di Feltrinelli). Questo perchè Montuoro ha scelto di muoversi su un aspro e indecifrabile territorio di confine e, grazie ad una band di impostazione jazzistica e ad arrangiamenti davvero originali, ha messo in fila una serie di belle canzoni, circolari, atipiche nel loro incedere poetico e surreale, che hanno dalla loro un elevato potere di fascinazione. La voce di Montuoro è avulsa ed estranea a qualsivoglia forma-canzone perché semplicemente brutta. Quasi macchiettistica alle volte. Solo che prestata a queste canzoni già piuttosto sghembe di per loro, non sfigura affatto. Anzi, quella punta di ironia che emerge all'ascolto di canzoni in un certo senso drammatiche e sicuramente audaci come Odalische e Ostriche, Brividi, Le Città del Polo Nord, Ulisse (dove l'autore giunge ad un equilibrio di sintesi poetica e forma sorprendente), sembra tramutarsi in una specie di marchio di fabbrica, che le rende così riconoscibili e peculiari. Del resto, questi brani hanno mostrato anche una particolare forza live, se è vero che la performance di Montuoro lo scorso anno ad Arezzo Wave ha catalizzato l'attenzione di molti. Disco non facile, perché composto da canzoni che richiedono di essere metabolizzate prima di sprigionare il fascino di cui parlavamo. Ma è un esercizio che ripaga ampiamente, perché Montuoro è un autore che ha molto da dire, e le sbavature che pure ci sono, e le asperità vocali di cui sopra, non inficiano l'ascolto di A_Vision, disco che in definitiva colpirà coloro i quali, nella nostra musica, privilegiano originalità e poesia.
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Thursday, January 17, 2008
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Intervista di Gianluca Veltri, in MUCCHIO SELVAGGIO-FDM, 2006 Numero Dicembre '06 A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
INTERVISTA A RODOLFO MONTUORO di Gianluca Veltri È un autunno soleggiato, quello di Rodolfo Montuoro, esordiente davvero brillante con "A_Vision" (Auditorium, 2006), un album di visioni e bellezza, traboccante di paesaggi e di emozioni. "La bellezza ci commuove", dice Montuoro, "non ci lascia in pace a goderne spensierati. E' come se non bastassero gli occhi e i sensi per com-prenderla tutta... Forse bisognerebbe soltanto accettarla così com'è". "A_Vision" è venuto fuori come lo avevi desiderato? Da "A_Vision" ho ottenuto tutto. Ed è esattamente come volevo che fosse, con le persone che volevo coinvolgere, il mood che mi stava a cuore, le parole, le melodie, le pause, i paesaggi sonori. Ero così contento del lavoro svolto che ho subito voluto provare alcuni pezzi dal vivo in un set ad Arezzo Wave del 2005, alcuni mesi prima che uscisse il disco, insieme ai miei compagni di ventura. Un cosa che di solito non si fa e cozza contro tutte le strategie di marketing. Del resto, l'obiettivo non era certo quello delle vendite. Quando il disco è uscito, ho avuto anche la fortuna di ottenere un corteo di belle e autorevoli recensioni. E le attenzioni non si sono spente. L'interesse continua a crescere, tra luglio e ottobre sono stato impegnato in un vero e proprio tour tra le emittenti radiofoniche in tutta Italia. Tutto questo mi ha dato la carica, tant'è che mi sono subito messo al lavoro per il prossimo album che veleggia benissimo e uscirà entro la primavera dell'anno prossimo. Sapresti indicare quale mood prevalente hai cercato per la tua musica? Un mood che richiamasse nebbie, tempeste e sprofondamenti tellurici faceva parte dell'idea da cui è nato "A_vision". Avevo bisogno, per questo album, di un temperamento epico, di sonorità rotonde e maiuscole. Alcuni motivi, mentre mi venivano in mente, li ho immaginati proprio con la potenza cardiaca di Massimo Giuntini, uno dei più valenti maestri di cornamusa irlandese. Non a caso, un perfezionista come Martin Scorsese lo ha voluto con la sua cornamusa nel suo film "Gangs Of New York". Sono numerose nell'album le melodie a ritornello, proprie della tradizione celtica. L'apporto delle cornamuse, del bouzouki, dei whistles le ha rese più potenti e penetranti, creando quell'effetto di intensità e di lontananza di cui avevo bisogno anche per aggrappare ai loro suoni la tessitura nervosa e sfuggente dei testi. Le liriche delle tue canzoni sono davvero speciali. Come nascono? Come combatti l'usura delle parole? I miei testi nascono dalla musica, dalla melodia, oppure - se vuoi - dal rumore cosmico. Quando afferro le melodie divento una specie di antenna o sismografo e mi imbambolo. Non posso partire dai testi perché non ho niente da dire, non ho un messaggio. Come si crea il loro incontro con le musiche? Diciamo che il tessuto melodico crea una rete con esche e uncini. Poi, così come fanno i pescatori, la butto in mare, il nostro mare metaforico. Ogni esca è fatta per una parola sola e nessun'altra. A volte, per catturare la parola esatta ci impiego anche dei mesi: non solo essa deve aderire perfettamente all'esca, ma anche alle altre parole già prese. Poi c'è l'ascolto. Anzi, la ripetizione dell'ascolto. Questa fase dura tantissimo. Ossia, ti ascolti? Sì, tanto. Alla fine, strofe e ritornelli della canzone, proprio per la loro inesausta ripetizione, si arrotondano come i ciottoli levigati dall'onda. Per me la canzone deve avere la forza suggestiva e poietica dell'invocazione. L'invocazione della buona fortuna, della buona vita, della buona sorte. L'invocazione trasforma le cose. Un modo per scongiurare il dolore e farsi cullare (e guidare) dai suoni e dalle parole giuste. Alla fine di tutto questo, la canzone mi si presenta con una sua autonomia, assolutamente sorprendente. Come se l'avesse fatta qualcun altro. Questo è forse un modo anche per non lasciarsi scoraggiare dall'usura delle parole. A furia di essere levigata, distillata, invocata, cantata e truccata, ogni singola parola, anche quella più familiare e umile di significato, perfino la sillaba o il sospiro, scopre la sua segreta inquietudine. Tutto ciò, ovviamente, vale per me. Non vale certo in assoluto. Il tuo strumento è la chitarra, ma lo strumento-principe del tuo album mi pare la cornamusa. Lo strumento musicale - sia esso chitarra, tastiera o computer - dev'essere una protesi, oppure come la lingua del formichiere. Questo non significa che io sia un virtuoso. Anzi, tutt'altro. Non ho mai suonato delle cover in vita mia. Le corde della mia chitarra sono come trappole e uncini alla ricerca di quei suoni e di quelle parole che si accordano al mio cuore e alle allucinazioni del futuro. La cornamusa è la coloritura dominante ed epica di "A_vision". Adesso, per il nuovo album che sto preparando, lo strumento significante sarà il didjeridoo, un marchingegno antichissimo, quasi originario, che convoglia tutto il fiato, tutta la "vita" che spira nei polmoni e la converte in un respiro potentissimo che simula la forza e la precisione dei più sofisticati loop elettronici. Quindi non più l'artificiale che simula il naturale, ma viceversa. Non più il beep elettronico che finge il battito cardiaco. Ma è il battito cardiaco che, in quest'epoca di incertezze e ambiguità sentimentali, invoca una sua più naturale precisione nel beep originario dello strumento musicale, della "protesi". Quali sono le tue influenze? Tutta la musica che ho ascoltato sinora, tutti i libri che ho letto, tutte le parole che mi hanno fulminato, tutto il dolore, gli equivoci e la felicità. Però posso farti un resoconto della musica che viaggia in questi giorni nel mio lettore mp3: i Frigo, Sophe Lux, Bree, Thom Yorke, i The Bran Flakes, le Coco Rosie, The Laura Simon Band, i South 33, Morrisey, Reeves Gabrels (ex chitarrista di Bowie), Tony Craig, David Sylvian, alcune vecchie canzoni di Cole Porter e un po' di Clara Rockmore sulle onde del suo theremin. Come faccio a estrarre una linea da tutto questo disordine? Purtroppo è sempre stato così, per me. Questo per dirti che c'è sempre un pandemonio di stili, di generi, di musiche e musicisti nella mia list. Un ascolto forsennato, caotico ed erratico che genera continuamente influssi. La musica che ascoltiamo agisce su di noi e ci trasforma. Trasforma la nostra immaginazione, l'assortimento dei nostri desideri e il nostro modo di sentire e di comunicare. Numero Ottobre '06 A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
A_Vision, Auditorium Bel tipo, Rodolfo Montuoro. Fosse ancora tra noi, forse Nick Drake farebbe canzoni così. Con la facondia degli archi, le chitarre, ma suggestionate da una modernità che ronza attorno come un tarlo, che si fa strada in un universo dall'umanità scheggiata. Con quella voce da Zenobi – sarà quella erre arrotolata – Montuoro mette in fila undici favole su "ex-ragazze semplici, avvocatucci e bambole", lontano da aperitivi e vezzeggiativi. Un album governato dalla luna, "A_Vision". Al quale la presenza di Massimo Giuntini (anche nella veste di produttore artistico), coi suoi whistles e le sue uilleann pipes, dà un sapore decisamente irish, ma per niente canonico e rassicurante. È il lato verde-scuro dell'Irlanda. Un album al quale non giovano le incursioni (per fortuna rare, come "Le città del Polo Nord", bello il titolo però) nei movimentati ritmi swing, che rischiano di sfocare un impianto complessivo onirico e seducente. Un utilizzo inquieto, funzionalissimo delle possibilità tecnologiche e gli apporti melodici della tromba e del sax arricchiscono il lavoro, che ha molte carte da giocare. Con le sue canzoni piene di suspence e sovrapposizioni. Con liriche impressioniste e raffinate, Montuoro dà corpo alla moltitudine di un attimo, a un suono elettrodruido a tratti davvero sorprendente. Il sole si è spento e cieli si allontanano, tra conchiglie abbandonate, pioggia esausta di nuvole, respiri, trappole, brividi. Vivamente da scoprire. Gianluca Veltri Contatti: Rodolfo Montuoro
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Monday, July 09, 2007
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Rodolfo Montuoro, "A_vision", Auditorium 2006, Distr. Ird Recensione di Annino La Posta, in "L'isola che non c'era", maggio-giugno 2007
Cosa spinge un autore ad affrontare la prima prova discografica? Quanto ritorno spera di avere in un mondo discografico diventato negli anni avaro sia di promesse che di reali attribuzioni di merito? Quanto, un disco, seppure come in questo caso ricco di spessore sia musicale che testuale, può riuscire ad arrivare ad un pubblico quasi sordo ad ogni richiamo artistico, ma sedotto soltanto dalle chimere televisive o radiofoniche? Che interesse può suscitare un disco che indaga sulla condizione umana, che cerca attraverso la metafora del viaggio di approdare ai lidi della conoscenza di se stessi? Perché, quando la qualità e l'originalità tracimano non c'è subito un pubblico avido di condividere un'esperienza così pregnante? Cosa impedisce di riconoscere in questo disco il germe di un nuovo e rilevante autore del nostro panorama musicale? E poi, come possono 1500 battute riassumere tutto il contenuto di idee e di ricchezza formale che un disco come questo di Rodolfo Montuoro può contenere? Come si può in uno spazio così ristretto analizzare l'apparente semplicità di un suono che emerge gradatamente fino a impossessarsi totalmente del circostante, in un crescendo di alienazione dalla realtà e al contempo di umana e sofferta partecipazione per tutto quello che ci sfugge? Chi può dire cosa c'è dietro un disco? Quante Trappole, Brividi, Nuvole, Parole e notti, Odalische e ostriche, Città del Polo Nord? Quanto c'è di non palesato della notevole personalità artistica di un autore come Rodolfo Montuoro? Quanto nasconde e promette un disco dotato di una complessa semplicità come A_Vision? Perché poi, in fondo, un disco a cosa serve?
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Friday, December 15, 2006
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Ecco "A_vision"
(AGM-LSP) Anche se è impegnato in tutt'altro nella vita, il milanese Rodolfo Montuoro è anche musicista e fa uscire il proprio esordio discografico, intitolato "A_vision" (Auditorium). Sono undici brani di cui si può dire essere lontano tanto dal pop più sgualcito e commerciale e tanto da sperimentalismi.
In poche parole è un equilibrio melodico e lirico intenso di pop d'autore, a tratti un ricordo dei primi La Crus a cui si aggiungono sonorità celtiche. Aiutato da una voce insolita il risultato è un prodotto curato e raffianto sorretto da strumenti acustici, cornamusa, fisarmonica, bouzouki, archi e fiati Il disco è prodotto da Massimo Giuntini (Modena City Ramblers), uno dei massimi conoscitori della musica celtica. |


RODOLFO MONTUORO "A_vision", (2006)
Recensione di Andrea Rossi
Sorprendente. Il primo vocabolo che viene alla mente all'ascolto di questo disco è: sorprendente. Difficile trovare paragoni per questo lavoro, dovendolo consigliare ad un amico non saprei rispondere alla fatidica domanda: "Che genere è? A chi assomiglia?". Bah, questo non assomiglia a nessuno, gli risponderei. Ecco, la cosa che consiglierei caldamente sarebbe: non ascoltare questo disco nella fretta di una giornata incasinata, tra una faccenda ed un'altra, concedendo poca attenzione. Viceversa, stacca il telefono, mettiti le cuffie in testa (qualcuno lo fa ancora?), ed ascolta. Ascolta, nulla più. Canzone d'autore? Sì, in un certo senso. Jazz? Sì, in un certo senso. World music? Sì, in un certo senso. Montuoro, questo è certo, non ha paura di niente. E chissenefrega se non si vendono dischi, e chissenefrega se nove decimi delle nuove proposte nemmeno arrivano ad essere ascoltate. Chissenefrega. Lui ha fatto un disco che voleva fare, e lo ha fatto COME lo voleva fare. Intanto è lì, nessuno glielo potrà mai negare: poi se ci sarà qualcuno bravo ad ascoltare e capire, meglio per lui. Beh, io sono stato tra quelli. E ne sono felice. E ringrazio, pure. A chi non ne può più di certa musica che corre ora (non fatemi fare nomi, please), d'ora in poi consiglierò questo cd. Un'ultima, sentita parola per i collaboratori dell'ottimo Montuoro, tutti davvero bravi ed ispirati: da Massimo Giuntini (già nei Modena City Ramblers) per la produzione artistica, unito agli archi di Vieri Bugli (Whisky Trail) ed al violoncello di Michela Munari (Quartetto Euphoria), alle percussioni di Gennaro Scarpato (proveniente dal mondo di Edoardo Bennato), e poi ancora la voce di Andrea Biagiotti, la fisa di Massimo Fabianelli, il piano di Carlo Gnocchini, il sax di Daniele Malvisi, la batteria di Andrea Nocentini e le chitarre di Fabio Puglia. Uno stuolo di raffinatissimi musicisti che, suonando in presa diretta, hanno creato un'atmosfera magica. Davvero magica. Smettete d'aspettare, cercate questo disco. Fatevi un regalo. (Andrea Rossi)

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Intervista a PrimaveraRadio-Popolare Network
Rodolfo Montuoro ha appena pubblicato un disco molto particolare, dal titolo A-Vision (Auditorium), sospeso tra suggestioni 'nordiche, sonorità ipnotiche e elettronica minimale. I testi di Rodolfo sono piccoli esercizi di scrittura ermetica che rifuggono spesso dalla rassicurante forma-canzone, per seguire vie a dir poco desuete. La musica di Montuoro è molto distante d quella dei cantautori classici, nonostante i testi siano di spessore e vivano a prescindere dalla confezione sonora. Questo perché Montuoro ha scelto di muoversi su un aspro e indecifrabile territorio di confine.
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14.12.2006
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Rodolfo Montuoro ci presenta il suo ultimo album "A_Vision". Il suo lavoro si incentra sulla relazione tra la comunicazione che ci viene dal mondo del visibile e quanto invece appartiene alla comunicazione "invisibile", mascherata,ma molto più potente. Tale rapporto si incontra in ogni momento della nostra vita quotidiana e diventa ancor più evidente nell'uso della parola: la parola da sola incontra limiti comunicativi insormontabili,e la pienezza di tutto il suo significato emerge con la musica ed il canto. Per riuscire in questo progetto Rodolfo si è fatto accompagnare da musicisti dell'area jazz e celtica, grazie alla collaborazione con Massimo Giuntini cui è stata affidata la direzione artistica. Intervista a Rodolfo Montuoro [ascolta in streaming] [scarica]
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Giovedì 14 settembre dalle ore 20 in diretta su DIRADIO l'intervista a Rodolfo Montuoro per la presentazione del suo album "A Vision"
a cura di Sandro Sartori
Rodolfo Montuoro propone un sound assolutamente raffinato, tra momenti folk vicini all'irlanda e tematiche molto intimistiche con Nick Drake dietro l'angolo. Il tutto sorretto da una schiera di musicisti d'estrazione jazz e folk di tutto rispetto e con testi di ottimo livello.. Ascoltare per credere.
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Thursday, December 14, 2006
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Rodolfo Montuoro - A_Vision (Auditorium / IRD, luglio 2006)
di Stefano Solventi --> -->
L'andatura allampanata e surreale d'un Roy Orbison post-moderno, la voce disengagé d'un Kurt Wagner mediterraneo, il tropicalismo-spaghetti d'un Concato redivivo, la sospensione onirica del Battiato pseudo-pop. Rodolfo Montuoro debutta con un album dalle coordinate già mature, al punto da soffrirne. Perché sembra un po' forzato quel ricorrere ad un esotismo posticcio fatto di geografie raffinate e suadenti. Si tratti della folkitudine para-celtica indotta dai flauti, i violini e le fisarmoniche (non a caso Massimo Giuntini - ex Modena City Ramblers - produce e suona) o di certa sinuosa world modello "balla che ti affascino".
Ma è uno squilibrio estetico perdonabile alla luce della robusta vena poetica che non smette mai di pulsare, allucinazione ossessiva capace di trascinarti senza sforzo dalla propria. Tra mitologici valzer da camera (Ulisse) e rumbe ultramondane (L'attimo), mestando un filo di fiele Barrett con world teatrale e ugge trip-hop (Blind Runner), spedendo una squisita guittezza Sergio Endrigo tra sofisticazioni 4Hero (International Sea) o sublimando con disinvolto understatement Drake, Tenco, Modugno e Linkous nell'onirico calderone di Nuvole. Colpisce l'abilità di costruire testi per traslazioni d'immagini e illuminazioni pigre, come diapositive di nostalgie pregresse, messaggi nelle bottiglie che solcheranno mari immaginari. Il tutto pervaso da modernismo strisciante, retrogusto jazz e sfarfallii sintetici nella messa a fuoco delle cartoline sonore, di miraggi (o immaginarie non-visioni) che riecheggiano l'Italia profonda a ridosso della modernità.
Eh, sì. Viene proprio da chiedergli di tirare il freno, la prossima volta, al bravo Montuoro. Perché la tziganata Conte/Capossela di Le città del Polo Nord è il classico pesce fuor d'acqua a smuovere le acque di cui non si sentiva affatto il bisogno. E che finisce per sciupare un po' l'impalpabile malanimo bossa della title-track, con la tromba ed il piano che s'aggirano nella saudade digitale, nel vuoto pneumatico dei sogni compressi e spediti in cielo a sgonfiarsi come palloncini. Come enigmi teneri e spersi, presagi d'un futuro abbacinante di cui pur avvertiamo la presenza insostenibile, fuori dal buio della sala di proiezione.
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Thursday, December 14, 2006
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Intervista a Rodolfo Montuoro
Rodolfo Montuoro ha appena pubblicato un disco molto particolare, dal titolo A-Vision (Auditorium), sospeso tra suggestioni 'nordiche, sonorità ipnotiche e elettronica minimale. I testi di Rodolfo sono piccoli esercizi di scrittura ermetica che rifuggono spesso dalla rassicurante forma-canzone, per seguire vie a dir poco desuete. La musica di Montuoro è molto distante d quella dei cantautori classici, nonostante i testi siano di spessore e vivano a prescindere dalla confezione sonora (dato che il nostro è autore di testi e saggi nonché caporedattore di Feltrinelli). Questo perché Montuoro ha scelto di muoversi su un aspro e indecifrabile territorio di confine.
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di Ilario Galati
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Thursday, December 14, 2006
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14.12.2006
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Rodolfo Montuoro ci presenta il suo ultimo album "A_Vision". Il suo lavoro si incentra sulla relazione tra la comunicazione che ci viene dal mondo del visibile e quanto invece appartiene alla comunicazione "invisibile", mascherata,ma molto più potente. Tale rapporto si incontra in ogni momento della nostra vita quotidiana e diventa ancor più evidente nell'uso della parola: la parola da sola incontra limiti comunicativi insormontabili,e la pienezza di tutto il suo significato emerge con la musica ed il canto. Per riuscire in questo progetto Rodolfo si è fatto accompagnare da musicisti dell'area jazz e celtica, grazie alla collaborazione con Massimo Giuntini cui è stata affidata la direzione artistica. --> -->
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Thursday, December 14, 2006
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"A_vision"
La nostalgia del futuro
di Viviana Nevi*** Salpiamo sull'Isola guidati dalla voce di Rodolfo Montuoro, voce-guida, voce-coscienza che si fonde con suoni irlandesi, fisarmoniche e bouzouki, charango e pianoforte, sax e chitarre, cornamusa, violoncello e violino. Comincia il viaggio nell'isola interiore, congiunzione tra microcosmo-macrocosmo, sincronia e moltiplicazione di un attimo fatto di parole pensanti. Una visione iniziatica che si dissolve, fugge e riecheggia. Questo evoca la prima traccia ("L'attimo"): vento, lune, oceani, silenzi e foreste, desiderio e paura. Attimi infiniti, disegnando le geografie dell'anima. E poi navigando in essa."Parole e notti": qui si apre una finestra sulla notte misteriosa e fragile, densa e insensibile. È difficile riuscire ad amarsi, immersi nel desiderio di fuggire con chi ci rapisce il cuore, un desiderio forte più del vento che ci fa respirare la notte.In "International Sea" è inverno e ancora oblio negli orizzonti di navi sfocate e di astri solari dispettosi. Siamo a Rimini o su un transatlantico? Forse l'anima vuole dimenticare quel calore che si scioglie…Cambiamo registro. Ironia. Ritmo. Rodolfo dipinge un fatuo mondo di aperitivi in "Odalische e ostriche". Qui ci fa sorridere e riflettere su quanto siamo, volenti o nolenti, consapevoli o meno, vittime e carnefici nelle quotidiane cerimonie del nulla, dell'apparenza che mortifica quanto di unico ci sia e possa esserci in ogni persona. Questo pezzo mi fa venire in mente la poesia di Kavafis:E se non puoi la vita che desideri cerca almeno questo per quanto sta in te non sciuparla nel troppo commercio con la gente con troppe parole in un viavai frenetico Non sciuparla portandola in giro in balìa del quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti fino a farne una stucchevole estranea…In "Trappole" ancora attese e amori perduti dentro una luna inquieta. Desiderio di vivere pienamente il proprio destino. Un riff quasi ossessivo ripete: "Mi senti?". Nella veloce connessione-sconnessione della melodia, la domanda invoca una piena corrispondenza, come eco di due anime che si sono riconosciute e possono risuonare all'unisono. Proseguiamo in un viaggio di oblio e rimembranza, nottetempo, e in paesaggi interiori solcati da domande maiuscole che arrivano incantati dalla nostalgia di qualcosa che abbiamo perso ma che forse possiamo ritrovare… per un attimo o per sempre. E la speranza più bella è quella di riuscire a ricontattare quella parte più segreta e nascosta di noi che si muove timida e magnetica nello spazio dei sospiri del mare e del vento.Le "Nuvole" si rincorrono e i destini si compiono. Gli innamorati si inseguono e si fuggono. Chiedono la loro sorte al tempo. Ma il tempo, inesorabile, è ignaro di tanta sofferenza. Sarà tardi per ritrovarsi e sconfiggere le proprie parallele solitudini? Sulle chitarre danzanti, torna quel senso di presenza-assenza che i violini chiudono e incorniciano in perfetta poesia.In "Ulisse", eroe classico del nostos, Rodolfo impone l'eterna domanda, la prima: "Dimmi chi sono". Ontico riflesso di specchi e identità rivelate. In fuga, in cerca di protezione, in continuo gioco, mentre la notte piange le sue lacrime… Una nostalgia cercata, voluta, nella poesia minimale dei testi e attraverso l'energia della musica che non si rassegna affatto all'infelicità ma lascia spazio alla lontananza dell'immaginare, al pensiero. Perché oggi, in questo mondo telematico in cui il lontano si fa fin troppo presente, e si consuma, tenere aperta la lontananza significa accettare il limite di non poter essere vicini, e in ciò desiderare e sentire e riconoscere l'altro.La nona traccia, "Brividi", è un thrilling mood che si snoda in una metropoli fantasmatica. Nella sua conflittualità, la vita è un brivido, un'emozione fugace o una continua ricerca dell'altra metà perduta. Il pensiero cerca invano di evadere ed eludere se stesso, ma torna sempre sul crinale di un amore perduto."Le città del Polo Nord" è una canzone che ci immerge in un'atmosfera circense, con tanto di sarabanda. Siamo al Polo Nord e il ritmo incalza tra suoni e sorrisi galleggianti, un soft-tango di vertigini, una girandola impazzita su pagine da scrivere e profezie di viaggi ancora da intraprendere.Ed eccoci all'ultima traccia, la title-track. Incipit in suspence. La scia elettronica si insinua nella trama della canzone-visione. La navicella spaziale riparte, svuotata e incredula, ancora ai confini di una domanda che risuona vicina e lontana, come un'eco: "Quando sorriderai nei miei occhi?".Stavolta, l'esilio del cuore lascia una traccia luminosa in questa notte di epos e mistero, che è poi la notte fatale di Eros e Thanatos. E continua il viaggio perché, come è scritto In La fortuna dell'uomo onesto di Fletcher e Beaumont:L'uomo è la propria stella; e l'anima che può foggiare un onesto e perfetto uomo comanda ogni luce, ogni influsso, ogni fato; nulla per lui accade o presto o troppo tardi. I nostri atti sono i nostri angeli, buoni o cattivi, le fatali ombre che ci camminano accanto in silenzio. Continua il viaggio. Dove ci porterà? … Abbiamo già nostalgia del futuro.
"A_vision": la musica dell'attimo
di Andrea Salvatici Parte il suono della chitarra e la sua voce dice: "Cos'è? Sono foreste aggrappate al silenzio... Sono finestre che sognano il mare... Sono parole piantate a pensare… Non è niente. È quasi un attimo. Niente, è solo un attimo. Niente, la moltitudine (la solitudine) di un attimo, di un attimo."E il surreale di Rodolfo Montuoro si mescola con la sua alchimia di parole e di suoni senza bisogno di eccedere: ritorna su una frase semplice e mescola con la forza della ripetizione la voglia di immaginare che un attimo sia la moltitudine di un attimo. Qui è la sua magia, quella di suscitare nell'ascoltatore la curiosità di trovare in un attimo un mondo fantastico che diventa reale nel pensare che una foresta possa aggrapparsi al silenzio. Nutrirsi di un attimo è la sua bellezza, come quella di immaginarsi un gatto capace di salire su un autobus e restituirci la nostra difficoltà nel pensare:- Pagherà il biglietto?-Rodolfo ci porta attraverso le sue note in una realtà dove il "niente" è il nostro vivere più sano e più autentico.Mescolarsi nel suo mondo musicale vuol dire saccheggiare il niente e ritrovare un caleidoscopio di emozioni che ti porta via senza bisogno di toccarlo per creare nuove immagini. Quei pezzettini colorati sono le note e le parole che usa Rodolfo Montuoro nel suo nuovo album.Il resto non conta quando "il sole gioca a nascondersi per inventare brividi e riflessi". Diventiamo rampicanti della nostra fantasia attraverso le corde della sua chitarra. L' album a_vision ci permette di cogliere in un attimo la moltitudine di passioni che appartengono alla nostra vita e alla nostra solitudine.
"A_vision": dialoghi con l'ombra
di Lucia Castellini La musica di Rodolfo Montuoro è fuori del tempo: è musica intima, che richiede silenzio e arresto; non è mediabile dal corpo, non induce alla mimica del jazz, tanto meno alle contorsioni del rock o alle pose del pop. È musica in cui il movimento, il viaggio, è tutto mentale. Questo in anni in cui la musica sembra tutta ridotta a jingle: la si ascolta dappertutto, nei locali, in macchina, alla radio, nella pubblicità e nei film; ma poco da soli, nel proprio spazio individuale. Rodolfo, invece, riesce a creare una stanza intima, riservatissima, dove c'è solo una persona che ascolta e c'è una canzone.La sonorità è principalmente acustica, ma non mancano inserti elettrici ed elettronici. La musica ha un andamento ciclico, misurato, in cui pause e crescendo sono segnati più dall'alternarsi degli strumenti che da variazioni ritmiche o armoniche. Tutti gli strumenti seguono quest'onda pacata: è come se, nella cornice armonica, ciascuno strumento dicesse la sua con la propria voce, aspettando esattamente il suo turno, come in un colloquio. L'album comincia con "L'attimo". Il tipico andamento ciclico di questo pezzo suggerisce, più che la transitorietà dell'attimo, l'eterno ripetersi delle cose. Rodolfo Montuoro sceglie alcuni dei simboli più ricorrenti nella nostra attività onirica (le foreste silenziose, i corpi siderali, le finestre a precipizio sul mare...) e non vuole aggiungere molto: in questa canzone la strofa si ripete due volte e il ritornello varia appena, passando però dalla "moltitudine" alla "solitudine" dell'attimo. Una strofa, un refrain e basta: questo il poeta voleva dire, non una parola di più."Parole e notti" è la canzone più sentimentale. Comincia qui il dialogo con un fantasma o con un'ombra, che si concluderà - fra scarti e fughe - nella canzone di approdo dell'album, "a_vision. L'arrangiamento si modula senza strappi, in un sound che respira nel petto, senza impastarsi alle viscere. "International Sea". Qui, insieme al fantasma, compare un altro pilastro tematico del disco: la scrittura dei luoghi, una specie di geografia dell'anima. Una geografia che è sempre fuga dall'io verso i posti della Terra, osservati, descritti, a volte traslati dall'esterno all'interno, e viceversa. Al motivo di questa geografia si lega un'altra figura ricorrente: quella di un uomo che cammina solo, quell'uomo che in altre canzoni scruta alberi, lampioni, orizzonti, città. Un uomo che praticamente ci passeggia davanti alle orecchie dall'inizio alla fine dell'album. Il recitativo qui, come gli altri strumenti, appare quando "è il suo turno", eppure, se ci soffermiamo sulle parole, ci accorgiamo che non sta dicendo: qui le parole distraggono, risuonano per isolare l'unico detto, il "Dimentica" finale, che forse riassume tutto il valore di questa geografia interiore nei testi di Rodolfo che, mentre disegna i luoghi, invoca anche la loro cancellazione.La geografia continua in "Odalische e ostriche", una canzone in cui si sente la "puzza" di Milano come si sente la "puzza" di Genova nel "con quella faccia un po' così" di Paolo Conte. Appiattito sul panorama consueto di Milano, città di sentimenti estinti, l'autore parla, esiste, solo per dare voce al fantasma. Praticamente, come in una versione poetica dell'Esorcista, l'uomo è qui solo per dare corpo ad altr(u)i demoni. "Trappole" è il brano più pop dell'album. Torna diretto il dialogo con l'interlocutore invisibile; poi la musica si volge verso la canzone successiva, "Blind Runner", una delle più intense. Il testo mi ha fatto venire improvvisamente in mente dei versi che avevo in qualche angolo della mia memoria e che mi piace attribuire a Georges Bataille, anche se non ne sono più sicura: "Io sopisco l'ago del mio cuore, rimpiango una parola che ho perduto, spingo il bordo di una lacrima dove l'alba, morta, tace". Il giro di chitarra iniziale, elettrico senza distorsione, ricorda certi esiti dell'ultimo Battisti, quello più criptico; anche in questo pezzo c'è crepuscolo di suoni e di parole, c'è sospensione dolorosa: una musica allo spasmo che non si concede orgasmo liberatorio. Il giro di chitarra iniziale ritorna, ma da elettrico diventa classico; di volta in volta appaiono percussioni, tocchi, fruscii, tremoli, subito inghiottiti. La percussione ritmica brancola sullo sfondo, poi piano, molto piano, riemerge, ma sempre smorzata, ostacolata. L'urlo non sopraggiungerà mai, e il pezzo, avvincente, si chiude implacato. La ciclicità, la modulazione degli strumenti nell'onda sonora, sono particolarmente presenti in "Ulisse". Qui la musica assume quasi un passo di danza; la danza incerta di chi non sa a che ballo si trovi. L'attacco musicale è classico, poi il pezzo diventa uno dei più celtici dell'album. E i tre motivi ricorrenti, la geografia, l'uomo che cammina solo e l'ombra (o il fantasma) si ritrovano tutti nella consueta, dolorosa attesa. Colpisce il panorama, calato nella notte e l'inerzia dei corpi di fronte a un non-avvenire. In "Nuvole" è notte fatta. La geografia è la città. L'unico tempo che ha valore è il passato. Non vediamo più una persona sola, ma due persone che, in posti diversi, agiscono specularmente: guardano la città, pensano alla solitudine, vivono un'assenza. Nel testo compare un "noi", per un'unica volta. La musica è percorsa da un'energia limpida, che scorre senza picchi; la chitarra è in primo piano: apre il brano con un riff e poi segna tutta la ritmica. In fase di crescendo, però, sono gli archi che tornano a essere protagonisti. Eppure, tutto questo non richiama il cielo naturale: in linea con l'a_vision dell'intero album, le riprese delle nuvole sono accelerate – dalla musica e dal testo – come in certi film o come in un videoclip, con esiti surreali.In "Brividi", i sentimenti cristallizzati si beccano uno schiaffo in faccia. La rottura è nella voce del Fantasma, che finalmente si materializza e interviene nel dialogo, ma per interromperlo. Lo scarto non è nella musica ma è tutto nel testo, nel salto dal registro poetico a quello narrativo: irrompe la vita reale che sbaraglia il simbolo con la miseria dei fatti. L'inizio della canzone è molto efficace: una sonorità grave, drums'n'bass, per dire in musica i bassifondi del testo, le viscere della città, la geografia maledetta. Torna a scorrere il tappeto elettronico, ma l'apice testuale (la voce del fantasma) è per contrasto segnato dallo struggente suono degli archi."Città del Polo Nord" è la nota più vivace dell'album; l'atmosfera musicale è da gran circo, una musica da palo della cuccagna, nel luogo della Terra meno allegro che ci venga in mente, il Polo Nord. Qui la geografia si fa bizzarra, ci prende un po' in giro: siamo nel Polo Nord, siamo al Corfù (?), uno di quei locali di terz'ordine in culo al mondo, in cui ci si fidanza o ci si sfidanza. Con un immagine, poi, che all'inizio sembra ricordare il Kerouac che fumava i mozziconi ma che diventa anche paesaggio, un paesaggio artico visto dall'alto della luna, dove gli iceberg sembrano appunto dei "portacenere in disordine".In "a_vision", la title-track, c'è qualcosa dell'epica di Morricone: cominciano i fiati, prosegue a tocchi il pianoforte. Questa canzone dovrebbe dirci tutto, perché dà il titolo all'album. Eppure segna un ritorno all'ossessione. Il dialogo col Fantasma è già stato interrotto; resta una presenza larvale che procede sola nella geografia più estesa che si possa immaginare, l'eternità. Gli elementi che compaiono sono tutti connotati all'eterno: sole, luna, conchiglie, reperti immemoriali. E quest'uomo, che affabula delle sue astronavi smarrite, torna a ibernarsi nell'attesa di un ritorno. Qui persino il sole si è spento ma, improvvisamente, nell'eternità siderale il tono perde la rassegnazione e diventa impaziente. Come per paradosso, al congelamento del testo, risponde una musica calda, forse più che altrove. Perché in fondo "a_vision" ha tutte le modulazioni epiche e commoventi dell'aedo omerico: il canto nasce da un non voler più vedere, ma questa è tutt'altro che una disperata e rassegnata cecità.
"Cuori di notte"
di Rino Garro
È un gran bell'album "A_Vision" di Rodolfo Montuoro. C'è un respiro metafisico, di malinconia sognante, che sembra galleggiare in un nero infinito, che nero non è. È un album limpido, maturo, voluto; musica capace di condensare ritmo e melodia, pur dentro un mare sonoro mite, placato, che ripete instancabile il suo verso addosso a coste mediterranee e baie irlandesi. Rodolfo Montuoro va a inserirsi felicemente nella fenditura sempre più ampia e profonda scavata negli anni tra la musica pop e la canzone d'autore, quando quest'ultima ormai sembra crogiolarsi nei freddi e lirici tentativi narcisistici, a volte sfioranti la noia, di tanto celebrati artisti. Perché "A_Vision" è espressione di personalità e classe, ma con la forza semplice dei motivi popolari che si imprimono a lungo nella mente. Bastano pochi ascolti per capire quanto sia difficile scacciare lontano i ritornelli e i riff bulinanti di "Trappole", "Blind Runner", "Brividi"; o di "Nuvole", di ritmo e bellezza trascinanti. Concedetevi qualche altro ascolto, e capirete l'importanza dell'insolita voce di Rodolfo Montuoro, naturale, pacata, lontana dai vezzi esterofili all'estrogeno. E vi ci affezionerete.
Già il titolo (e il suo specchio) contengono la poetica e l'estetica della proposta: un'introspezione visionaria, una malinconia che è come un caleidoscopio per guardare lontano, attimi dilatati all'inseguimento di qualche eternità, desiderio di superamento. Un pieno di emozioni e suggestioni, dunque, grazie soprattutto al sempre difficile rapporto che si genera, e si salda, tra parole e musica, qui giunto a un vero equilibrio. Così, se il pensiero come la parola poetanti soffrono la costrizione della misura musicale, Rodolfo, che è poeta, è bravo a non inseguirli a tutti i costi: la parola è appesa a un filo e, esile, oscilla al vento della melodia: basterebbe un soffio appena più forte per strapparla via, farla cadere. Allora, in brani come "Parole e Notti", "International Sea", "Brividi", la parsimonia, l'esattezza, la semplicità lessicali acquistano una forza quasi epica nella fusione sonora, con i raffinati arrangiamenti di Massimo Giuntini aperti a squarci e atmosfere celtiche. Qua e là, anche, echi di Nick Drake (gli archi di "Trappole", il piano liquido di "A_Vision") il cui cupio dissolvi è risolto però in dolore sublimato, di speranza: nella "notte furibonda di colori", la luna di Rodolfo Montuoro, né romantica né minacciosa, è solo "stanca di riflettere" e "vuole scendere".
"Ti senti sempre solo?; ti senti tanto sola?" Spingete "A_Vision" nel vostro lettore, e lo sarete ancora. Ma più pieni. Più pronti.
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