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Giobia



Last Updated: 12/17/2009

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Country: IT
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Sunday, March 22, 2009 
Friday, December 29, 2006 

Articolo di Giuseppe Catani

Per il loro esordio discografico se ne sono andati a Londra, dove il melting pot è feroce e le differenze sono usate per meravigliose manipolazioni, non certo per creare barriere. Lontano dalla natia nazione selvaggia dunque, dove i Giöbia, con tutta probabilità, non sarebbero riusciti a registrare "Beyond the stars", che invece è un disco inglese, in grado di mettere insieme richiami orientali, rock, pop, dance, atmosfere etniche. Se una città come Londra è stato il faro di questa operazione, la band milanese si è servita della più completa libertà artistica per arrivare ai propri scopi. E una volta chiarito il concetto che la mancanza di una certa omogeneità non è certo il pregio di questo lavoro, è necessario controbattere che la beata incoscienza con la quale i ragazzi usano indifferentemente strumenti etnici e moderni, ripaga ampiamente le scelte adottate.
"Beyond the stars" è un bel disco, non ci sono dubbi. I Giöbia lo inaugurano con un pezzo in chiave prettamente dance ("Politurbo"), che evita volutamente di dimenticare l'oriente e dà spazio ad una chitarra che sembra uscita dalle mani di un The Edge ultratecnologico. Elementi, questi, che tornano spesso e volentieri a fare capolino: "Mathar" è un abbraccio all'India, una "Within you, without you" del nuovo secolo (peccato non poterla sottoporre al giudizio di George Harrison) che fa il paio con una orientaleggiante (e forse più legata alla tradizione) "Green tea". E se il rock si fa largo in "Waiting for the another moon" (peccato per un banjo fuori contesto), "Fellini" gioca su atmosfere pop, mentre "The rue de Sela's ritual" è uno strumentale ipnotico, e forse un po' ripetitivo, che ben si adatterebbe alla ideale colonna sonora di un film girato nel mezzo del Sahara. Ma è la title-track il pezzo migliore del lotto, specie quando lo space-rock della parte finale prende il sopravvento e il paragone con gli Hawkind diventa quasi naturale. Vissuto in mezzo a dosi abbondanti di synth, ma anche tra bouzuki, theremi e tamburelli, il cd, con il suo eccesso di volubilità, non deve spaventare: è tutto tranne instabilità o incoerenza. Tornassero pure in Italia a registrare il prossimo lavoro: con un biglietto da visita come questo, non sarà difficile giocarsi il futuro anche in casa.
Last but non least, l'acquisto di "Beyond the stars" contribuirà al progetto della cooperativa Chico Mendes "Argentina equa e solidale": per ogni cd venduto, un Euro verrà devoluto alla causa dei diritti degli indigeni argentini, alla difesa delle loro cultura e tradizioni.

 

 







Articolo di Vito Sartor

Tra Londra, Varanasi e Milano nascono i Giobia, una giovane band che con il loro nuovo modo di fare musica, ricco di fascino esotico, ha da subito catturato le nostre attenzioni musicali impedendoci di togliere il loro disco dal lettore per parecchio tempo.
I brani di "Beyond The Stars" (terza prova ufficiale del combo) creano un vortice di stili che man mano vanno a concretizzarsi in un'omogenea alchimia di epoche e generi musicali diversi: emerge ad esempio uno spirito deliziosamente hippy nella massiccia componente psichedelica, viene esaltata la pop-dance con il singolo "Caught in Analogic Memories", ma sopratutto viene svolto un lavoro deciso di ricerca ed equilibrismo pop nell'unire tradizione e modernità senza mai cadere nel scontato. L'ispirazione ad altre realtà italiane e straniere fa sentire la sua presenza, ma quello che ne esce è solo un percorso artistico del tutto personale.
Una presenza costante di strumenti acustici come sitar, bouzouki (suonati dal chitarrista Stefano Basurto), chitarra acustica e violino ci dimostrano la consapevolezza di un lavoro strumentale che sorregge uno schema semplicistico di arrangiamenti, che in parte è stato prodotto in regime di autarchia dal gruppo stesso e in fase finale ultimato dalla masterizzazione di Jason Howes - sound engineer dei Faithless - al Premesis Studio di Londra.
Esistono poi episodi come "Fellini" in cui la ricerca di nuove soluzioni melodiche scorre su registri di una forma canzone tipicamente pop-folk, ritagliando momenti più o meno ricercati con il canto modulato di Marinella a cui si aggiungono segmenti intrecciati di ricerca musicale eclettica, aribadire che la magia psico-lisergica è il vero filo conduttore del disco.
L'attitudine etnica non è presente solo nelle sottolineature tradizionali indiane (sitar, oud, bouzouki, tablas), essenziali sopratutto nei due brani centrali "Mathar" (cover) e "Green Tea", ma è integrata dalle percussioni afro-mediterranee che completano il concetto di mondialità a cui i Giobia sembrano essere particolarmente legati: difatti un Euro per ogni cd venduto sarà devoluto al progetto "Argentina Equa e Solidale" promosso dalla Coop. Equo Solidale Chico Mendes di Milano. (fw info:
www.giobia.it , http://www.chicomendes.it).
Il disco giunge al termine nei migliori dei modi: la title-track ripercorre al rovescio tutti i territori sonori affrontati dalla band fino ad ora, testimoniandoci che a Milano, nascono ancora oggi giovani realtà che guardano ben oltre gli estetismi plastificati da buddha bar.
Se vi siete persi i cinque giorni di mercatini di S. Ambrogio in cui la band si esibiva nella parte commerciale indipendente, non fatevi sfuggire uno dei loro numerosi live.








Articolo di MEHMET R. FRUGIS

Primo lavoro sulla lunga distanza per questo gruppo di Milano, che ha trovato uno sbocco discografico per una (ancora) piccola etichetta londinese. La proposta musicale si fa notare soprattutto per la sua più completa a-temporalità, è un disco uscito dieci anni fa o fra dieci nel futuro, tanto non risulta essere legato ad alcuno dei movimenti più in voga al momento. La sua arma sta nel avere pezzi molto vari, dall' iniziale melodia pop di Politurbo agli oltre tredici minuti di mantra ipnotico della title-track, tutti legati dal filo conduttore della psichedelia. Non si pensi però alla scena che caratterizzò la fine degli anni '60, siamo piuttosto su quelle coordinate dei gruppi che agli inizi dei '90 cercavano di unire l'ecstasy chimica dei rave al rock; gruppi come Ozric Tentacles, Magic Mushroom Band e Astralasia, le cui presenze sono riconoscibili soprattutto nell'evoluzione della chitarra in perenne arpeggio ultra effettato, che accompagnato da un efficace utilizzo di percussioni o strumenti etnici permettono una internazionalizzazione del suono, senza ridurlo a mera cartolina di viaggi. P.S. Il disco esce in collaborazione con Altromercato, a cui verrà devoluto un euro per ogni copia venduta: motivo in più per farlo vostro.