............
....
La
scena romana è così. Qualche mese fa ho presentato il nuovo romanzo di Joe Lansdale alla Libreria Nuova Europa; al mio fianco, c'era un traduttore con un
cognome che mi suonava molto famigliare: Butcovich. È delle mie parti, mi sono
detto. Strana coincidenza. Più tardi vado a domandargli la sua storia, ho
pensato, e mi sono appuntato un invisibile post-it sulle maniche, mentre la
marea di fan di Lansdale mi fissava, aspettandosi che dicessi loro qualcosa di
fanatico sul loro idolo. Non è accaduto. Preferivo essere equilibrato, cercavo
di non sbagliare. Madonna quanta gente c'era. Un'altra volta vi racconto. ....
....
Al
termine dell'evento restiamo un po' a chiacchierare, mentre mister Joe firma
gli autografi e si lascia scattare duecento foto. Scopro che Danilo Butcovich è
di sangue fiumano e subito penso, amico!, sei figlio o nipote di esuli anche
tu. Dio benedica il nostro sangue che gli italiani hanno sporcato, e
dimenticato. Va bene. Eccone un altro dei nostri, un altro figlio dei
trecentomila esuli dispersi nel mondo. Siamo tutti fratelli, conoscerci
significa riconoscerci. Per me è così. E la nostra esistenza nasconde una
protesta che in pochi sanno, o vogliono, ascoltare. Io la ripeto tutti i
giorni. ....
....
Allora
tiro fuori dallo zaino una copia del mio "Monteverde", fresco di
stampa, e dico "Danilo, tieni, dono" ("io ho quel che ho
donato", no?) e lui dice "tieni, dono" e mi regala questo disco.
"Chitarrista?", chiedo. "Cantante, e scrivo i testi".....
Ecco,
la scena romana è così. Abbiamo passato i trent'anni, abbiamo fatto qualcosa di
buono, chissà, ma non c'è proprio un cazzo da fare. Abbiamo un sacco di vite,
noi – come dice Claudio, Claudio Morici – noi "artisti di merda", e campiamo di mestieri diversi, a volte incompatibili. Ci
sveliamo le nostre vere identità quasi di nascosto, come fossimo agenti
segreti, in certi casi. È strano.....
....
Danilo
Butcovich, traduttore e cantante: cosa c'è in comune tra queste esperienze?
Come traduttore, dal vivo, ti trovi di fronte sempre a un sacco di pubblico
(oddio, quando abbiamo presentato Hewson
pioveva...): c'è qualcosa che lega questi tuoi due mestieri? Quale dei due è la
vera vocazione? Sono così incompatibili? Come riescono a comunicare?....
....
DB:
E’ vero, quando ci siamo ritrovati per David Hewson è sceso l’universo intero,
ahahah!! In inglese si dice :”piovono cani e gatti”, quel giorno è piovuto
tutto lo zoo!! Povero David!!....
Non
saprei se c’è qualcosa in comune tra
tradurre e cantare, forse lo stesso seme dello stare davanti ad un pubblico e
comunicare. Sono un interprete ed insegno quindi comunico. Cantare è
comunicare, raccontare, guardare tutti in faccia, negli occhi, cercare di
entrare dentro e scuotere per dolcezza o durezza. Dipende dalla canzone, dalla
storia che racconto, dalla musica che suoniamo. La vocazione è quella di tirare
fuori da me e dire ad alta voce, per mettere in comune. La vocazione è
aspettare qualcuno che poi ti venga a dire: “ma sai che anche a me....”, “non
sono daccordo, per me è così:.....”. La vocazione è quella di cercare un
percorso e suonarlo. E cantarlo. Urlarlo o sussurrarlo. Direi che “interprete”
è un mestiere, “musicista” è un modo di essere. ....
....
....
Va
bene. Prima del resto dell'intervista, vi do qualche notizia. Chi sono i
Bludeepa? Band romana, nata nel 2000, dopo i primi anni di sperimentazione e di
ricerca, e dopo i primi concerti in diverse città italiane, ha registrato
l'esordio ("L'età inquieta") nel 2002. Sono stati ospiti di un
programma cult come StereoNotte (inverno 2003-04) e hanno avuto discreta
popolarità in diversi circuiti radiofonici alternativi (come Popolare Network);
nel 2006 sono tornati in studio di registrazione per dedicarsi a un nuovo
progetto, assieme al produttore Saro Cosentino (già al fianco di Battiato e
Massimo Zamboni, già collaboratore di Peter Gabriel). Ne è derivato questo
disco, "In assoluta presenza di fragilità" (Audioglobe, 2007).
Quindi, collaborazioni con Zamboni e Nada, una presenza a RomaRockFestival del
2009, a dividere il palco con Peppe Servillo e Fausto Mesolella (Avion Travel).
Leader e frontman della band, Danilo Butcovich, di sangue fiumano, autore di
tutti i testi.....
....
Come
suonano? www.myspace.com/bludeepa per una prima immersione. In questo disco
troverete sei pezzi: "Tempo meccanico", il primo, mi ha restituito
reminiscenze Scisma; nel ritornello c'è un discreto paradosso, "solo il
silenzio conta", e il concept principe è "è il desiderio che
conta". Cosa significano questi due concetti, Danilo? Spiegaci meglio.....
....
DB:
Questa canzone è nata da una discussione su come usiamo il tempo come scusa:
“non ho avuto tempo” laddove spesso la verità è che non si aveva voglia ed
allora ci si è abbandonati mollemente ad essere incastrati nel tempo. Fino a
diventarne schiavi. Fino a diventarne religiosi fedeli, osservanti fino allo
spasmo. Oggi ci facciamo decidere dal tempo. Gli corriamo dietro, invece di
deciderlo e stabilirlo noi. Ma se io mi fermassi e lasciassi del silenzio al posto
di questa corsa affannosa? Allora lascerei lo spazio necessario per prendere in
considerazione i miei bisogni reali. Ciò che voglio, che non voglio. Ma per far
questo occorre avere il coraggio di fermarsi e stabilire il proprio quadrante,
il proprio cronometro, fare silenzio. Il silenzio è la cosa, a mio parere, più
preziosa e difficile da ottenere oggi. E dentro il silenzio c’è la voce del
desiderio che si può fare sentire. Nel casino metallurgico asfissiante della
nostra società, non avere tempo vuol dire non voler aver tempo di fermarsi e
meditare, sentire, ascoltare, desiderare (che ho scoperto sia una paura
incredibile...praticamente un paradosso da matti!!!!). Quindi “silenzio” e
“desiderio” sono due concetti chiave che oggi barattiamo con il tempo...a mio
parere.....
....
Il
secondo pezzo, "Senza respiro", gioca su atmosfere a metà tra i primi
Massimo Volume di Clementi e i CSI di Giovanni Lindo Ferretti; c'è molto
parlato, e si direbbe che il mood sia quello di "Ko de Mondo".
Sbaglio?....
....
DB:
Quando ho visto “Del Mondo” su VideoMusic mi sono alzato dal divano e sono
andato da Music Shop, il negozio di musica del quartiere. Ho comprato Ko de
Mondo. Quel disco ha fatto partire tutto. Dentro quel disco ho trovato quella
scintilla che ha fatto cadere il primo tassello del domino. Poi tutto è andato
avanti da sé. La dentro ho trovato il punto di contatto tra l’urlo dei primi U2
(che adoro fino a The Unforgettable Fire), quello da cui stavo uscendo e quello
che stavo diventando. Mi è rivenuto in mente questo episodio quando Zamboni mi
ha chiesto di mettere delle voci in un suo pezzo. Lo stesso pomeriggio che l’ho
conosciuto a casa sua, tra i monti tosco-emiliani. Quasi muoio di crepacuore!
Il salmodiare di Ferretti m’ha sempre affascinato, è stato dirompente in quel
periodo. In più amo la recitazione ed il doppiaggio (che in realtà sono in
contrasto, lo so). La voce che parla a metà strada tra il canto ed il racconto.
Amo Scott Walker e tutte le sue costole (David Bowie, David Sylvian, Fausto
Rossi), quindi va da se che qui e la il mio modo di cantare scivoli nel quasi
parlato. Pensa che “Senza Respiro” all’inizio aveva un arrangiamento dance,
“four on the dance floor” per così dire. Poi in pre produzione siamo arrivati a
questo pezzo ipnotico, con tanto di coda lisergica arabeggiante. E’
straordinario come i brani ti portino in direzioni che mai avresti pensato. C’è
anche da dire che siamo molto a nostro agio negli slowbeat...è un altro modo di
togliere il respiro, o farselo togliere. E’ un bel bezzo energico nel testo.
Con l’elettricità che pervade tutto. Con una spinta anche alle ricerca di
tensione verticale. La spiritualità e la carnalità che danno la scossa ed i
brividi. ....
....
Terzo
brano, "Buchi neri": più ludico e distensivo, è un brano musicalmente
allegrotto, a dispetto del testo, e in ogni caso sembra decisamente difforme
rispetto ai primi due. Qual è il senso di questa variazione? Serviva come
"intervallo" nell'EP, o come manifestazione di eclettismo? Quali sono
le influenze di questo pezzo?....
....
DB: “Buchi Neri” è un
pezzo circolare. Ha una sezione ritmica che potresti ascoltare per ore. Infatti
abbiamo deciso per un fade-out alla fine, per lasciare all’ascoltatore la
possibilità d’immaginare che quello che ha appena sentito sia un frammento di
un brano che sta andando da altre parti, che continua a rotolare via ancora ed
ancora ed ancora. E’, secondo me, un ritmo ancestrale, vitale, sensuale e non a
caso è il pezzo preferito di tutte le donne che hanno ascoltato questo disco.
“Ludico” è un aggettivo perfetto visto che la vita è gioco, è suono (non a caso
in Inglese il verbo to play vuol dire “suonare” e “giocare”, no?!). Non direi
che è difforme; in questo viaggio dentro la fragilità, “Buchi Neri” è un altro
tassello, una faccia ulteriore del prisma. Fragilità come circolarità: la forza
nasce dalla fragilità, che produce a sua volta forza (intesa come furore
vitale). Nel testo c’è una presa di coscienza: riconoscersi fragile, non
adeguato alla vita, perso; impegnato a vivere ma senza realmente vivere (“Non
mi ricordo dov’è finito il tempo come l’ ho sciupato come se ne è andato,come masticato
dalla mia voracità, illegittima meschinità di non vivere con distesa
sincerità”). E poi avere qualcuno che arriva, forse, probabilmente, a scuotere
con la propria dolcezza e semplicità. Ma come fosse fuoco, furore
vitale....”come lava probabile”. In questo testo ci sono ancora strascichi
dell’inquietudine post-adolescenziale molto presenti nel primo disco. ....
....
"Dentro
un lunghissimo inverno" mi riporta agli amati CSI; eppure, nelle prime
battute, cantando sembri omaggiare i primi Litfiba di Piero Pelù. Sbaglio?
Raccontami genesi del pezzo, spiegaci cosa significa che "il ritmo del
mondo spacca". Vai.....
....
DB:
Non ho mai pensato ai Litfiba come influenza. Amo i primi tre dischi, ma non penso
che abbiano in qualche modo trovato spazio nei Bludeepa. Forse il tono di voce
basso può portare a pensare ad un omaggio. Ma no, non ho omaggiato i Litfiba.
Anche se farei volentieri una versione Bludeepa di Cuore di Vetro. “Dentro un
lunghissimo inverno” è il pezzo più buio e doloroso del disco. E’ tutto molto
chiaro, basta leggere il testo. Tutto è diretto, senza girarci attorno. Avevo
bisogno di uno sfogo chiaro, netto, senza usare immagini o quant’altro. E’ un
quadro fiammingo, col buio che la fa da padrone. E mentre tu sei raggomitolato,
il modo intorno va avanti col suo ritmo che spacca, frantuma, non cessa per
alcun motivo. Come se non ci fosse salvezza alcuna. Non a caso, il testo in
Inglese si chiama “Landslide on a rabbit”. Il fatto che Andrea suoni sui
tamburi gran parte del beat, aiuta a rendere l’atmosfera dark, plumbea. Ma il
bel tocco sono le chimes che aggiungono un tocco quasi gotico. E nel disco lo
facciamo seguire da “Sul piano infinito” che è il suo contraltare. Un pezzo
praticamente pop che si abbandona alla dolcezza. Che porta fuori dall’inverno
(“resta quell’attimo di fede nei miei perché, dopo il viaggio oltre i limiti
del mio inverno”). La resurrezione dopo la scesa agli inferi. Ancora una volta
“la cura sta nella malattia”.....
....
"L'uomo
che guardava le stelle", il sesto pezzo, onirico e notturno, è
semplicemente il mio preferito. Gran bella ballata. Ci racconti qualcosa di
questa canzone? Come è nata? ....
....
DB:
L’immagine e la sensazione di questa canzone
è quella di un uomo-bambino che si trova sul ciglio di una scogliera mentre
tutto l’universo gli gira intorno velocemente. E lo passa da parte a parte,
anche. Lui è fermo. Ha uno sguardo un po’ perso, come il bambino del film
“L’uomo senza volto”. Con tutto questo cosmo che gli gira intorno e che gli
cade dentro, il cardine è una richiesta: “resta un po’ con me”. A dispetto di
tutta la magia che accade, quello che questo uomo-bambino vuole è: “resta un
po’ con me”. Non so ancora a chi o cosa mi riferissi. Non ho ancora capito. La
canzone è nata di getto. E’ una prima stesura, sia nelle parole che nella
musica che idealmente prosegue “Buona Notte”, una ninna nanna del primo disco.
E’ nata chitarra e voce; tre accordi ed una melodia abbozzata su un minidisc
recorder. Poi, in arrangiamento, abbiamo pensato ad un’apertura con archi ed
elettronica. Il titolo viene dal film “L’uomo delle stelle”, mi piaceva
l’immagine di partenza. Del resto, per me, il titolo è la prima cosa che nasce.
Rispetta sempre la sensazione che ispira il pezzo e da il via, come per magia,
al resto del testo.
....
GF:
D'accordo. E adesso si riparte da qualcosa di classico: genesi della band: come
vi siete conosciuti? Quando avete cominciato a suonare assieme? Quali sono
stati i principali cambiamenti nella formazione? Avete previsto nuove
collaborazioni con altri musicisti o altre band?....
....
DB:
La band nasce da una mia idea, una cosa che ho voluto fortemente. Si è
materializzata quando ho re-incontrato Maurizio (Massi, bassista) e Bruno (Lo
Turco,chitarrista), con cui avevo già suonato qualche tempo prima in una
formazione rock-blues e con cui abbiamo creato il nome Bludeepa. Andrea (Nicolè,
batterista) lo conoscevo già di vista perchè andavamo dallo stesso insegnante
di batteria (io nasco come batterista e tutt’oggi suono la batteria in una
R’nB’ band, cosa che mi diverte molto). Tramite una’altra amica batterista ho
conosciuto Salvatore (Romano, chitarra). Per un po’ abbiamo avuto un
tastierista (Edoardo Ravaglia) che però ha scelto la via del jazz e
dell’insegnamento. Bruno ha lasciato la musica suonata e quindi ora siamo in
quattro. La band ha iniziato a suonare nel 2000. Nel 2002 abbiamo fatto il
primo disco, “L’età inquieta”. Nel 2006 “In assoluta presenza di fragilità”.
Ora stiamo lavorando al nuovo progetto che si chiamerà “Il cielo arma
d’amore-coloro che non vuole vedere distrutti”. Non so se nelle registrazioni
collaboreremo con altri musicisti, a parte Saro Cosentino che farà la
produzione artistica. Sarà più probabile avere musicisti aggiunti, amici,
performer vari dal vivo. Noi siamo un gruppo aperto ed avere altri artisti
(soprattutto di altre arti) sul palco è una benedizione ed uno stimolo a cui
cerchiamo di non rinunciare.....
....
GF:
Cosa è cambiato tra "L'età inquieta" e "In assoluta presenza di
fragilità", a livello di sound e di stile della band? Cosa, invece, è
cambiato in te, in questi sette anni? ....
....
DB:
E’ cambiato tantissimo a vari livelli. Innanzi tutto il suono del primo disco
era prettamente elettronico. Basato su loops presi anche dalle nostre sessions
di registrazione, come ad esempio la batteria. Ha un suono cupo e
chiuso...inquieto. “In assoluta presenza di fragilità” è un lavoro elettrico,
aperto, molto suonato. E’ un disco “rosso”. “L’età inquieta” è un disco
“Bordeaux scuro”. L’elettronica è più leggera, sofisticata, in secondo piano. A
livello di contenuti, certamente “In assoluta presenza di fragilità” è
l’evoluzione del primo: dopo una fase d’inquietudine, che rispecchia e
racchiude tutti gli anni che lo hanno preceduto (sai come si dice, no?!: il
primo disco è il disco di una vita intera, il secondo di qualche anno) c’è la
resa. L’abbandono alla fragilità. Il dichiararsi debole ed prendere contatto
con i propri limiti, le proprie paure. Iniziare a farci pace. Quindi la
consapevolezza dell’essere fragili. Ma scoprire anche che proprio nella
fragilità sta la radice della forza. E’ un passaggio obbligato. Sono felice
d’aver fatto questo percorso accompagnandolo con la musica. Mi rendo conto che
sia io che gli altri siamo cambiati in modo radicale. Umanamente e musicalmente.
Per quello che mi riguarda, sono una persona estremamente cambiata da quella di
sette anni fa. Nella mia vita sono successe così tante cose che davvero sono
distante un milione di miglia rispetto a quel Danilo. Ma –e questo è
bellissimo- quel Danilo lo contengo, come preziosa radice di quello che sono
oggi, “con vanto d’animale”. Come musicista sono migliorato in molte cose
grazie ai mie compagni di viaggio: sensibilità, musicalità, voglia d’esplorare,
rigore. Ancora molto devo (e voglio) imparare, però.....
....
GF:
Cosa ha significato lavorare al fianco di un grande professionista come Saro
Cosentino? Raccontaci tutto. Quanto ha cambiato il vostro sound?....
....
DB:
Ho conosciuto quattro artisti di grande levatura nella mia vita: Steward
Copeland, Fernanda Pivano, Saro Cosentino e Massimo Zamboni. La qualità umana
che hanno in comune è l’umiltà e la voglia d’ascoltare senza imporre la propria
fama. Saro è entrato nel nostro lavoro in punta di piedi e chiedendoci “permesso”. E’ la calma fatta persona e
questo gli permette di ascoltare ed inquadrare come stanno le cose. In più non
fa sconti. Se ti deve corregge o far cambiare qualcosa, non si fa problemi, che
tu sia Bludeepa o Battiato. Quando ho iniziato a registrare la voce del primo
pezzo del disco lui non era in studio. Io ho registrato una track molto buona,
stando attento all’intonazione, alla pulizia delle parole. Poi, quando è
arrivato si è seduto ad ascoltare e mi ha fatto i complimenti per l’esecuzione.
Poi aggiunge: “io, però con questa take non ci faccio niente. E’ molto buona,
ma qui dentro non c’è niente, non c’è il momento in cui hai scritto questo
brano, non c’è l’oggetto del brano e soprattutto non ci sei tu!”. Questo ci ha
fatto capire la misura della profondità e sensibilità di questa persona. Con
Saro ci è trovati subito. In quel momento mi sono reso conto di quello che mi
aveva smascherato. L’attenzione alla performance nascondeva la fragilità che
provavo in quel pezzo. Era un’armatura, una difesa. Poi ha aggiunto: “sta a te
decidere se spogliarti ed essere vero o fare una bella performance”. Così Saro
Cosentino mi e ci ha conquistato. E ci fidiamo molto di lui. E’ nata, durante
il disco, anche una bellissima amicizia. Ora ci si scambia consigli su libri,
film, musica. E si parla molto di parecchie cose. ....
....
GF:
Quali sono le vostre influenze fondamentali? Quali i dischi che preferite, in
assoluto, e quali quelli che trovate inspiegabilmente sopravvalutati? Restiamo
sulla scena alternative/indie rock italiana e occidentale, in generale. Picchia
duro. ....
....
DB:
Mio Dio, siamo onnivori. Ed in quattro, quindi molte influenze. Direi che per
quanto riguarda il rock internazionale ci sono i Kyuss, gli Husker Du, il
grunge, i classici come Doors, Velvet Underground, Police e così via. C’è anche
molto jazz, molto Coltrain e Davis, ma anche le avanguardie come Eric Truffaz o
Arve Eriksen. Ultimamente io ascolto molto i Mars Volta, i God is an Astronaut,
i Muse, i Placebo. Adoro la musica elettronica e quindi ascolto molto i Depeche
Mode, Square Pusher, Aphex Twin, il catalogo Warp in generale. Ho scoperto
Murcof. E pure Bjork, Beth Gibbons con e senza Portishead, Massive Attack. Ascolto
anche musica Kawali (quella di Nusrath Fateh Alì Khann) e molte colonne sonore.
E chiaramente tutta la scena British tipo The Smiths, The Cure, Joy Division
etc. Io amo il suono British, da morire, che sia pop, rock o elettronica. Ma ho
citato davvero poco rispetto a tutto quello che ascoltiamo. Per quanto riguarda
la scena italiana io ho recentemente ascoltato quasi tutta la produzione di
Fausto Rossi (Faust’O negli ’80) e lo trovo tra i più grandi in assoluto. Ci
sono i classici cantautori, su tutti De Andrè, e poi gli Afterhour, i CSI e
CCCP, I Massimo Volume, gli Offlaga Disco Pax, gli Scisma ( e quindi Benvegnù),
i lavori di Zamboni da solista, di Maroccolo (A.C.A.U. è proprio un bel disco).
A me piace anche Jovanotti, ma Maurizio lo detesta. Basile, Parente, Ginevra Di
Marco, Alma Megretta, il quartetto Tarè, Agricantus, Subsonica, Bluvertigo, gli
ultimi due dischi di Nicolò Fabi. Cavolo, ce n’è di bella musica qui in italia.
Personalmente trovo sopravvalutati i Negramaro. Ed i Franz Ferdinand (che ho
visto live come opening act per i Depeche Mode). Mi fermo, altrimenti ti
tedierei a morte eheheheh.....
....
GF:
La canzone che avresti voluto scrivere? E quella che vorresti, invece,
interpretare, come cover?....
....
DB:
A bruciapelo direi “Intimisto” o “Del Mondo” dei CSI e “Bellezza” dei Marlene
Kuntz. E “Dream brothers”. Come cover direi....”Cuore di Vetro” o “Vedrai
Vedrai” di Tenco. E “Forbidden Colours” di David Sylvian. Anche qui, in realtà
ne farei talmente tante di cover, che staremmo a parlare per ore!....
....
GF:
Scena romana nel Duemila. Sensazioni, critiche, entusiasmi, dissenso, amicizie
e inimicize. Raccontaci tutto. Si riesce a suonare? Ci sono screzi, rivalità,
invidie e gelosie tra band? È cambiato qualcosa rispetto al passato? Quali sono
i vostri locali preferiti, e perché? Infine: chi ha l'acustica più dignitosa,
secondo voi?....
....
DB:
Allora, non parlerò di rivalità o inimicizie, anche perchè nessuno di noi è
così addentro da poter dire qualcosa di sensato. Quello che mi preme dire è che
non se ne può più di avere locali zeppi di tribute bands. La musica originale è
in sofferenza per queto. Gli spazi sono pochi e quasi tutti occupati da cover
bands e tribute bands che ormai hanno monopolizzato la scena. Ormai la gente
vuole solo quello e non va a vedere bands di musica originale che propongono
cose nuove. Mi ricordo quando al Qube sono andato a vedere i DeaSonika che
presentavano il loro primo disco, quindi molto tempo prima della loro
apparizione a Sanremo. Nella sala eravamo venti. La sala all’ultimo piano invece
era stracolma di gente che voleva vedere una tribute bad. E’ un problema di
cultura ormai...o di assenza di cultura. Ci si appiattisce sull’ascolto di cose
già trite invece di stimolarsi con cose nuove. Cercare di arricchirsi. Ma
sembra che questo non importi più a nessuno. A Roma si suonicchia, se mi passi
il termine, ma non c’è un vero e proprio movimento culturale forte che possa farsi
carico di una rivoluzione, di trascinare la gente ad eventi nuovi, a sentire
musica nuova (e poi scegliere se tornare o no). Fino ad avere una “piazza”
esigente che pretenda una scena artistica di qualità, non devota al
“subito-facile”. Un po’ com’era Parma nei confronti dell’opera lirica. La gente
assisteva ad una prima e se la qualità era scarsa non si facevano problemi a
fischiare, e non solo. In questo, forse, siamo co-rei anche noi musicisti che
non ci parliamo. Forse è vero, siamo immaturi da questo punto di vista e siamo
troppo impegnati a proteggere il nostro orticello visto che una classe di
manager ciechi e sordi ha depauperato goffamente le risorse della e per la
musica in Italia negli ultimi 15 anni. Questo è un altro problema: in Italia
abbiamo dei produttori, manager, discografici mediocri. Peggio che mediocri.
Tant’è che oggi le risorse per nuovi artisti sono esaurite. Non si può produrre
più, visto che di soldi non ce ne sono. Visto che negli ultimi 15 anni si è
preferito investire in progetti pop di dubbia qualità e gusto pensando ad
incassare il giorno dopo senza avere un po’ di lungimiranza e preferire il
coltivare un artista alla distanza, farlo crescere, farlo maturare e poi godersi
i proventi per decenni. All’inizio del secolo si è preferito il “tutto subito,
facile, immediato”. Oggi si produce un singolo e se non è già un successo non
si va oltre. Come può un artista essere maturo e pronto già al primo singolo?
E’ comunque un discorso lungo e forse non vale neanche la pena parlarne qui
ora. Anche perchè è un discorso che fa incazzare parecchio.....
....
GF:
Collaborate con "Emergency" di Gino Strada dal 2003. Posso chiederti
come collaborate? Posso immaginare perché...
ma raccontacelo tu, direttamente. Vai.....
....
DB:
Molti anni fa è uscito “Pappagalli Verdi” scritto da Gino Strada. Quando l’ho
finito di leggere ho chiamato la sezione di Emergency qui a Roma ed ho chiesto
come poter essere d’aiuto. La cosa migliore era dare visibilità. Ci è sembrato
naturale, allora, chiedere ai gestori dei locali dove suonavamo di ospitare il
banchetto di Emergency. Pensiamo che la cosa più importante oggi sia
l’informazione. Il mettere in circolo le idee, far sapere cosa succede. Durante
un concerto, invito la gente a fermarsi e chiedere ai volontari al banchetto di
Emergency tutte le domande possibili ed immaginabili. Di informarsi, di capire
cosa fa Emergency, dove e come opera. Di farsi un’idea. Così, innanzi tutto
vengono a conoscenza di una realtà in maniera più approfondita, e poi possono
mettere insieme abbastanza informazioni per scegliere cosa fare. A me non
interessa di far aderire alla causa, mi interessa principalmente che le persone
sappiano; l’informazione è fondamentale. Poi rispetto qualsiasi decisione, come
è giusto che sia. Emergency come ringraziamento ci ha invitati per due anni a
suonare a piazza Navona per l’Emergency Day. Una bella esperienza in una
cornice meravigliosa, di fronte ad una piazza gremita di stranieri. Siamo molto
grati per questo.....
Oggi
siamo impegnati ad appoggiare un progetto in India. E’ la costruzione di una
scuola. Insieme ad un gruppo di amici che ci ha coinvolto. L’anno scorso sono
andato in loco a vedere e conoscere questa realtà, e ad Agosto tornerò di
nuovo. C’è molta gente che si da molto da fare nel mondo. Ma non si parla mai
di queste cose in televisione. Noi musicisti possiamo, ed abbiamo il privilegio
di far sapere queste cose. Per me abbiamo quasi il dovere di far sapere. Perchè
abbiamo un punto d’osservazione particolare. E poi saliamo su un palco. E’
coltivare una coscienza sociale. Per me.....
....
GF:
Progetti, sogni e ambizioni in questo momento della vostra carriera.....
....
DB:
Stiamo iniziando a lavorare al terzo disco:”Il cielo arma d’amore-coloro che
non vuole vedere distrutti” (testi e musiche sono fatti, dobbiamo mettere a
punto gli arrangiamenti in pre-produzione). E’ un disco a cui tengo molto e che
significa molto per me. Sono impaziente di iniziare. C’è molta vita dentro ed è
molto denso di umana voglia di vivere. E molto di quello che abbiamo imparato
in questi tre anni, dal punto di vista, musicale finirà qui, quindi sono molto
curioso di vedere a punto siamo come artisti. Vorremmo poi trovare un
management che ci porti in giro perchè in questi anni abbiamo fatto tutto da
soli ma ora il carico di lavoro è diventato insostenibile (in più, ad ognuno il
proprio lavoro!). Vorremmo continuare a collaborare con registi e visual
artists come già abbiamo fatto. Personalmente mi piacerebbe ripetere
un’esperienza teatrale come quest’anno. Ma il progetto principale è quello di andare
a suonare all’estero. ....
....
GF:
Carta bianca. Impreca, saluta i fan, dì quello che vuoi.....
....
DB:
Niente imprecazioni, è solo uno spreco d’energia!!! Non solo invito tutti a
seguirci e ad entrare in contatto con noi per discutere e confrontarci, ma
anche di seguire la musica indipendente/alternativa il più possibile. Perchè è
una risorsa. E poi un ringraziamento a tutti quelli che fino ad oggi ci hanno
seguito e sostenuto. Ed un grazie a Lankelot!!!....
....
BLUDEEPA: ....
Danilo Butcovich: voce....
Andrea Nicolè: batteria....
Salvatore Romano:
chitarra.....
Maurizio Massi: basso....
E....
Saro Cosentino: chitarra,
elettronica. ....
....
BREVI NOTE....
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Discografia: "L’età
inquieta", Blond Records, 2002; "In assoluta presenza di
fragilità", 2007.....
....
Il disco è stato concepito
e composto nell'inverno 2005-06 tra San Lorenzo in Banale, Roma e Orvieto. È
stato registrato presso lo studio "Busker" di Fabio Ferraboschi tra
agosto e settembre 2006. Progetto grafico: sensibile studio di Roma (www.areasensibile.it) ....
....
In rete: www.myspace.com/bludeepa info@bludeepa.it ....
....
....
Gianfranco Franchi, "Lankelot". Luglio 2009. ....