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The Hutchinson (new album out soon on WallaceRec.)



Last Updated: 12/21/2009

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Wednesday, September 10, 2008 

RADIO COOP
Antonio Bacciocchi
Corroborante iniezione di grezzo hard funk dagli Hutchinson con un potente album in cui si mischiano suggestioni blaxploitation di sapore 70..s con visioni avant garde a tratti quasi art rock e rimandi a certo kraut contaminatissimo. Il tutto strumentale , minimale , cattivo , urticante, mai troppo lieve o soft.
I brani sono frenetici , anfetaminici , sonici.
Un gran bell..album.

PREAVY ROTATION
Andrea Prevignano
Eccolo uno degli album più vibranti degli ultimi mesi, sommerso dalla montagna di uscite di poco conto che affollano un mercato dove domanda (scarsa) e offerta (abbondante) corrono parallele ma in direzione opposta. "Sitespecific For Orange Squirrel" dell'italianissimo quartetto Hutchinson è un treno impazzito che fonde traversine e binari con la sua commistione di blaxploitation, hard rock, math/postpunk, dove i Don Caballero fanno visita a James Brown all'inferno, dove Curtis Mayfield, MC5 e Shellac si perdono in una jam strumentale infinita, fino a perdere le forze. Ormai più di sette anni di esperienza alle spalle hanno permesso al gruppo di maturare una guida ritmica di tutto rispetto. Come se non bastasse un synth poderoso utilizzato come un ariete e la simulazione di una sezione fiati che pare uscita da una sessione in acido della resident band della Stax rendono il prodotto un'incandescente raccolta di brani dai riferimenti temporali ubriacanti. Registrato (bene) da Fabio Magistrali. Una sintesi di grande livello.

ROCKERILLA
Michele Casella
Appare immediatamente evidente che accanto agli ascolti di un certo rock aggressivo e nervosamente 'tirato', gli Hutchinson possiedano un pregevolissimo approccio tecnico per la musica. Il taglio matematico del loro rock à la Don Caballero si scioglie in articolate derive psichedeliche e in declinazioni che non rinunciano ad una piacevole metodicità. L'aria di Chicago ha comunque pervaso questo "Sitespecific for Orange Squirrel", progetto costruito su due dischetti e pregevole artwork, ma soprattutto curato alla regia dal sempre bravo Fabio Magistrali. Se l'ascolto riesce ad essere così inebriante, possiamo solo immaginare la resa live di un quartetto di tal genere (ed il sudore di un batterista che batte così forte per più di un'ora).

LA SCENA
Ruggero Trast
Si parte così. Come di solito forse si conclude per non pensarci più. E invece l'ipotesi prende corpo in una ritmica ripetuta ostinatamente. Come se non dovesse finire mai. Mentre tappeti di suoni e rumori, guaiti di corde sintetiche si sovrappongono per avvolgere queste bacchette che urlano pietà. Inutile continuare nel vano tentativo di zittirle. E allora ecco che l'isterica lezione hard rock vecchia maniera viene fuori.
A guidare la cavalcata è una chitarra che sembra uscita da un disco di quando il mastering era fantascienza. E tutti a seguirla. Pecore.
Mi piacciono gli Hutchinson, mi piacciono come i cantucci col vin santo.
Sono un'osteria di idee al collasso. Mi piacciono perché fanno parte di quella frangia della Wallace che privilegia ancora un senso comprensibile a tutti.
Arrivano là dove i Rosolina Mar staccano i jack e dicono basta alle digressioni negli anni Settanta. Gli Hutchinson, appunto, negli anni Settanta ci fanno il bagno come Cleopatra nel latte di capra.
Non saprei dire perché mi ispirino tante metafore di liquidità, nel senso bevibile del termine. Forse perché dietro a tutte le tracce, dietro al ripetersi a volte ossessivo, matematico, delle note, c'è proprio qualcosa di non solido. Il che, credo, è un bene. Intendiamoci: il risultato è granitico. Duro e crudo da fare invidia alle fondamenta di un palazzo destinato a durare milioni di anni. Ma nelle intercapedini di questa opera architettonica si insinuano delle benedette infiltrazioni di qualcosa che non ha a che fare con lo stato solido. Non al momento, almeno.
Ciò che dico mi spaventa e mi destabilizza ma mi diventa più chiaro a partire dalla terza traccia, (Summe), quando, a fare da apripista alla consueta ritmica funky, si presenta ai blocchi un mostro con i capelli dritti che si lecca le dita ancora piene di marmellata e, particolare, non indifferente, fa un casino della madonna.
E, quando pensi di avere capito, un tuffo dove l'acqua è più postrock.
Non me l'aspettavo! Mi sorprende e mi lusinga poter ascoltare dischi come questo. Spero ricapiti.
E tanti saluti a chi dice che a Trento fa troppo freddo per suonare. Che poi le mani, dice ancora, si ghiacciano.Non credo proprio!

BLOW UP
Fabio Polvani
Dopo Rosolina Mar e Bron Y Aur, si allarga la colonia delle band neo-seventies in casa Wallace Records.
Gli Hutchinson assecondano tale propensione impregnando il loro math rock sound di scie cosmiche e soprattutto di scintillante funk. Le torrenziali escursioni strumentali di "Sitespecific For Orange Squirrel" impongono la loro estetica passatista con stimolante effetto retroattivo. E' tutto un gioco di colori più che di contrasti, ben amalgamati attraverso reiterazioni e bordoni moog di matrice krauta, frenetiche ritmiche alla Laddio Bolocko e arzigogoli, lamine alla June Of 44, robuste timbriche hard e funk freakedelico via George Clinton, Harbie Hancock o alla maniera di colonne sonore da serie poliziesche (che l'Hutchinson usato per il nome della band non sia proprio il Ken del telefilm di Starsky & Hutch?).
Il vertice di questo doppio CD probabilmente viene toccato subito, con l'iniziale 5ta, il cui sviluppo in Detroit- style raggiunge temperature orgiastiche con l'intervento del sax alto di Manuel Marocchi. Per il proseguo tuttavia c'è ben poco da temere: un album di rock strumentale che arriva sino alla fine senza annoiarti va quasi salutato come un evento.

IL MUCCHIO SELVAGGIO
Alessandro Besselva Averame
Provengono da un retroterra rock di matrice Seventies – citano nomi come Black Sabbath e Blue Cheer tra i crediti formativi e non si fa fatica a crederci – gli Hutchinson, e non fanno nulla per nasconderlo. La particolarità di questa formazione trentina risiede tuttavia nell'abilità con cui i quattro componenti sono riusciti ad integrare su questo scheletro rock influenze diverse, seppure legate da parentela non sospetta e in qualche modo naturale. Le composizioni strumentali di "Sitespecific For Orange Squirrel", in un certo senso imparentate con le evoluzioni articolate dei compagni di etichetta Rosolina Mar, sono lunghe cavalcate ritmico-chitarristiche dotate di un fenomenale senso del groove: un senso del groove che riprende le influenze krautrock del debutto "Playing In Woman's Bathroom" ingrossandone le linee di basso attraverso una massiccia cura a base di funk. A rendere alieno, e in qualche modo più interessante, il paesaggio, sono folate di sintetizzatori e tracce volanti di fiati manipolati che paiono rubati alla soffitta di qualche corriere cosmico ritiratosi dall'attività. Quarantasei minuti e otto brani spalmati su due cd per assecondare esigenze grafico-estetiche – molto bella la copertina, tra il freakedelico e il pop - e per spezzare con una provvidenziale pausa un magma sonoro trascinante che tuttavia, se assunto tutto d'un fiato, rischierebbe di pesare troppo. "Sitespecific For Orange Squirrell" è il genere di disco che potrebbe solleticare le lodi di Julian Cope e questo immaginiamo sia sufficiente ad inquadrare la perfetta riuscita dell'esperimento.

CHAIN DLK
Andrea Ferraris
I dunno where they took the name but it makes me think to the mighty Jetsons and if you're into Hanna and Barbera's cartoon you know what I'm talking about. Nothing on this cd is cartoonesque but without any doubt there's this acid 70ies aroma churning right from the cover to the music. This double cd features a good dose of energized hi-voltage 70ies psichedelia actualized with a hard-pounding modern rock touch, but it still can't be filed under stoner so you Kyuss fans are warned.
This combo is a four piece and of them is keyboard player, probably what bring the music back in time, without it I'm sure they should be confused with good musicians playing a la Don Caballero, Golden, Trans Am or something like that. Funny but I'd say there's a sort of continuity that links this cd to other bands on Wallace like Rosolina Mar, at last their "rock classic" taste is quite similar. I can't say all of the tracks are equally as catchy as others but believe if I say it's much more interesting than many soft post-rock bands playing with electronic but still sounding like the bad answer to Mogway, Notwist or Lali Puna. The second cd is a bit more hard funk oriented as if James Taylor was a bit more on cocaine but Hutchinson's identity still remains unaltered and it gives the impression they should be great to be heard in the back while you watch the original Starsky and Hutch driving in they super cool red car to kick some criminal ass. The recording is great, at last I guess this is one of those releases where Fabio Magistrali knows 100% what to do to capture the essence of the music.

RUMORE
Gabriele Barone
L'immagine di copertina, in perfetto stile seventies, è gia di per sè abbastanza esplicativa della musica suonata dagli Hutchinson, quartetto di Riva del Garda, che ha mosso i suoi primi passi rifacendosi a certo hard rock anni '70 (Blue Cheer, Black Sabbath). Un suono che gradualmente si è evoluto verso traiettorie psichedeliche (fatto di lunghe digressioni strumentali, arricchite da innesti elettronici) e che, recentemente, si è accostato a territori più marcatamente funky. Il post rock strumentale degli Hutchinson ha nella sostanza due anime: una d'impronta noise/math-rock (Don Caballero, June Of '44), un'altra funk e psichedelica.
Un suono che in certi momenti richiama le esplosioni chitarristiche dei primi Mogwai e le ingegnose reiterazioni degli Oneida (Zug Reloaded). L'unico appunto che si può fare, semmai, è che il rock degli Hutchinson, pur visceralmente animato dalla libertà creativa e dalla voglia di sperimentare, suona a tratti un po' acerbo e ripetitivo.

MUSIC CLUB
Roberto Michieletto
The Hutchinson sono un quartetto nostrano che si era segnalato in ambiti sotterranei con il lavoro di debutto risalente al 2002 (stiamo parlando di 'Playing In Woman's Bathroom') e che ha poi impiegato i successivi quattro anni per portare a maturazione un sound che ha mutato connotati, anche a seguito di alcune variazioni interne alla line up. Il frutto delle elucubrazioni strumentali (trattandosi di musica strettamente non accompagnata dalla voce la definizione è quanto mai pregnante) lo ritroviamo materializzato all'interno di 'Sitespecific For Orange Squirrel', album curiosamente formato da due CD brevi. Le otto tracce mettono in mostra un sound che, pur partendo da un base hard rock rocciosa e rumorosa, però poi ingloba continue digressioni di natura funky e contaminazioni tanto prog/psichedeliche, quanto cosmico/ambientali, che rendono l'opera spumeggiante e ricca di vivacità per chi la deve ascoltare. A volte pare quasi di essere in una sala prove dove i Don Caballero sono stati posseduti dallo spirito dei Funkadelic prostituitisi con un mix di June Of '44, Tangerine Dream e Blue Cheer (ovviamente con le dovute proporzioni...).

SAND-ZINE
Alfredo Rastelli
Anticipato da un accattivante cover in puro style funk anni '70, e da un artwork a modo di doppio vinile apribile (da qui anche la scelta del doppio cd, al prezzo di uno chiaramente, quando tutto sarebbe entrato facilmente in un unico supporto), i The Hutchinson ritornano in pista dopo alcune uscite semi-ufficiali. Personalmente li conosco per la loro partecipazione alla mastodontica compilation (6 cd) pubblicata dalla stessa Wallace nel 2005, di cui la band apriva l'ultimo volume con una cavalcata a metà strada tra alcune produzioni Constellation (Fly Pan Am et similia), beat di casa Morr music ed elettronica gentile. La versione 2006 dei The Hutchinson, vede il trio allargarsi a quartetto e una musica più compatta e aggressiva (hard-rock in definitiva), dalla ritmica krauta e non esente da cambi radicali di direzione e velocità (Copico), infarcita di incursioni elettroniche 'space' e di fiati e tastiere quasi in stile backxploitation (5ta;Parabellum). Questo tipo di sonorità, sia generate da un rullo di batteria o da un ritmo di chitarra (Zug reloaded), marchiano le canzoni del disco che assumono contorni di cavalcate rock tra lo space e il psichedelico. Gli anni settanti la fanno da padrone, sia nei rimandi al funk (la prima parte di Stutch), sia nella psidechelìa ricercata (la seconda parte di Stutch, Part-one e Part-two), il tutto supportato da un'ottima distribuzione del tempo e del ritmo (Copico).
È davvero una sorpresa questo "Sitespecific for orange squirrell", così radicato com'è indietro nel tempo senza mai essere retrò o peggio ancora anacronistico. In questo periodo in cui tutti si danno un gran da fare per spolverare e scimmiottare musiche new wave anni '80, il sound degli Hutchinson rischia di risultare addirittura una (gran bella) novità.

FREAKOUT
Vittorio Lannutti
Strepitosi nella loro costanza e nella meticolosità, gli Hutchinson, che dal 2003 hanno avuto alcuni cambi nella line up, continuano a dare ai loro brani, tutti rigorosamente strumentali, una base math rock, sulla quale costruiscono delle fantastiche trame sonore, con molti riferimenti espliciti al miglior funk degli anni '70. Se poi consideriamo che in cabina di regia hanno chiamato Fabio Magistrali (sei ovunque Magistali, ndd), che con la sua immensa professionalità ha fatto uno splendido lavoro, traetene voi la conclusione. Penso che con questi elementi un vero appassionato di rock "colto" non possa chiedere di più. Negli otto brani di "Sitespecific for Orange Squirrel"" troviamo il funk volteggiante con le chitarre proto-math di "5ta" e gli splendidi omaggi ai primi e rimpianti Red Hot Chili Peppers e agli affondi dei Rage Against The Machine di "Zug reloaded" o i passaggi non solo indolori, ma tali farli apparire naturali e fisiologici dal math al funky di "Summe" o l'intensità del groove di "Stutch" e l'apertura al post rock dei primi 90 Day Men di "Part two". Nel funk pomposo di "Copico" si riscontrano, invece, quelle sonorità proprie dei Red Hot Chili Peppers, nella conclusiva "Parabellum", invece, c'è la concentrazione massima del math, breve, ma estremamente intensa. Gli Hutchinson sono l'ennesimo ottimo colpo messo a segno dalla Wallace records.

KOMAKINO
Paolo Miceli
Se vedessi su qlc canale tv musicale un video degli Hutchinson dove figurano attori con basettoni e pantaloni a zampa di elefante, non batterei ciglio. Sitespecific for Orange Squirrel è come una lunga colonna sonora di otto pezzi per un poliziesco americano anni 70, che mischia un gran gioco di synth con la classica formula chitarra/basso, in perfetto stile digressivo, su lunghe sessioni di labirinti funky, iperattivi, - ricchi di percussioni mature. Un esercizio di stile senza macchia, strumentale, - personalmente credo manchi solo di personalità, essendo tanto simile ad un mero tributo ad un genere musicale cinematografico più che ad una Band in sè.

DIRADIO
Luciano Marcolin
La storia di questi ragazzi, così come da note allegate e, più esaurientemente, dall'ascolto di questo loro disco, funge da paradigma di un fenomeno abbastanza ricorrente.
Si parte da un genere molto circoscritto, esaustivo quale il doom, l'hard rock dei seventies (ma il discorso vale anche molto spesso per il punk) e ci si indirizza col passar degli anni verso qualcosa di maggiormente imbastardito, un meticciato di stili che, pur rimanendo fedele ad un'attitudine pregna di sonorità "pesanti", risente dell'inevitabile e naturale crescita dei musicisti.
Così gli Hutchinson transitano dai numi tutelari Sabbath a un noise mescolato al funk che si traduce in mature ed affascinanti cavalcate strumentali.
Ovvio il peso, che ha avuto in questa evoluzione la direzione dei lavori affidata a Fabio Magistrali, il quale si sta rivelando uno dei migliori produttori in giro per lo stivale.
In definitiva, siamo di fronte ad un lavoro pieno di spessore per un gruppo che cresce e promette molto.

SENTIRE ASCOLTARE
Stefano Pifferi
Esiste all'interno del catalogo Wallace una deriva seventies-oriented, manifestatasi in passato con le prove di Bron Y Aur e Rosolina Mar. È ora il turno di questi Hutchinson che fin dal nome scelto sembrano omaggiare tutto un universo fatto di pantaloni a zampa e improbabili pettinature.
Anche la scelta del formato di Sitespecific For Orange Squirrel sembra rimandare al periodo in cui il mondo girava a 33 giri: un doppio digipack apribile a mo' di vinile in cui i 50 minuti scarsi di musica sono suddivisi nei due cd come in due ipotetici lati.
Con queste premesse il sound non può non rifarsi a quel periodo: lunghe cavalcate strumentali in cui convivono due anime, quella prettamente hard-rock e quella più sensibilmente funkettona.
Si potrebbe liquidare la questione Hutchinson come una versione moderna dei Blue Cheer? Non credo, sarebbe troppo riduttivo. Perché a scavare nel suono monolitico e strumentale di questo esordio – ottimamente prodotto da Magistrali, ma ormai questa non è una novità – emergono sempre più elementi caratterizzanti.
In primis l'approccio del quartetto è poco ortodosso, mosso com'è da una sensibilità a metà tra il math-rock alla Don Caballero e il noise della Amphetamine Reptile; ascoltate l'incipit di 5ta e converrete con me che questo è il noise anni 90 attualizzato al terzo millennio secondo gli stilemi dei 70. Una apparente contraddizione in termini, ma non distante dal vero.
Inoltre questo approccio alla materia seventies è ulteriormente imbastardito dall'uso di ritmiche kraute (Zug Reloaded, ovvero le reiterazioni degli Oneida messe al servizio di un funkettone alla Clinton) e incursioni elettroniche dal taglio spacey (il cambio di ritmo vertiginoso della parte centrale di Summe). In Part One sembra di sentire una versione più corposa dei June Of 44, mentre Stutch è un vero tributo math ai Funkadelic.
In definitiva Sitespecific For Orange Squirrel viene ad essere un ideale ponte tra le sonorità hard-funk e kraut degli anni 70 (dai Blue Cheer ai Tangerine Dream) e la musica rumorosa dei 90, miscelando sapientemente blackxploitation, math e noise.

ROCKIT
Sandro Giorello
La nuova uscita Wallace Records è un disco molto vicino al progressive rock. I suoni sono quelli degli anni '70 ma con in più l'influsso di quei gruppi che una ventina d'anni dopo hanno ripreso il genere per finire altrove, quelle band – Don Caballero tra tutte - che hanno usato la forma matematica, l'hanno mischiata alle dissonanze e ai suoni più "noise" e hanno ottenuto un altro tipo di psichedelia, più cruda, più fredda ma altrettanto ipnotica.
Il disco è vario, le otto tracce sono dense, si muovo e cambiano continuamente: funk duri che attribuiresti ai Red Hot Chili Peppers di "Mother's Milk", o virate rock che ricordano i Rosolina Mar (in effetti tutto il disco potrebbe somigliare a quel "Before And After Dinner" uscito su Wallace due anni fa). Non mancano alcune parti dove i riff si ripetono in maniera ossessiva, un po' come gli Oneida, o aperture più "melodiche" alla June of'44. Ci sono, poi, alcuni momenti blues e qualche cattiveria pesante quasi stoner.
Non ci sono pecche da segnalare: hanno tiro e precisione, il disco suona alla grande e, con ogni probabilità, sono uno di quei gruppi che dal vivo incendiano il palco. Ma è un album che non si riesce ad ascoltare in un colpo solo: sono 48 minuti che chiedono impegno, non è musica che si sente facendo altro. La solita conferma: la Wallace ha gusto e intuito ma non sempre i suoi dischi sono digeribili con grande facilità.

MESCALINA
Simone Broglia
Il gruppo in questione nasce fra il 1999 ed il 2000 con un piglio strumentale che ha portato a far parlare di loro avvicinandoli agli anni Settanta dei Black Sabbath. Non si può proprio dire lo stesso ora: con la maturazione artistica quel tipo di suono, ma soprattutto quel tipo di costruzione, è stato abbandonato. Messo da parte in favore di una formula strumentale decisamente più dilatata. "Sitespecific for orange squirrel", secondo disco dei The Hutchinson, lascia da parte anche quello che in parte era stato detto per il loro primo album che era stato accostato a suoni post kraut e alla trance.
Questo lavoro invece ha un'influenza forte che viene ancora dagli anni Settanta: è quella del funk, che pulsa nella ritmica che spazia fra le sincopi e le battute regolari.
Rimangono elementi kraut, ma avvicinabili ai Can e al loro "Tago Mago", non certamente ai suoni spaziali dell'estetica Kraftwerkiana così sintetica in dischi come "Trans Europa express". Spazi elettronici si diffondono per esempio in "Summe", ma l'apertura elettronica funge da breve bridge, da passaggio, da punto di svolta per il cambio di tempo e suono.
Oltre al suono delle chitarre e dei synth che richiama inevitabilmente agli anni Settanta vi è l'inconfondibile grafica della copertina, arancio e nera con un carattere decisamente funky ad annunciare il contenuto; da notare poi anche quel "The" nel nome, elemento non banale visto che è un richiamo agli anni sessanta. Anni di colori e di vinili da ascoltare da un lato e poi da girare.
Ecco quindi che anche i The Hutchinson, fedeli a quell'estetica, propongono otto tracce, ripartite in quattro e quattro e numerate da uno a quattro su due colonne all 'interno del libretto.
"Sitespecific for orange squirrel" è un disco ben fatto, decisamente legato ad un suono determinato, impasto di funk, di rock anni Settanta, di psichedelia, che si muove acida sotto la ritmica accentuata, e di elettronica che riempie spazi sonori non giocando un ruolo da protagonista ma mescolando e amalgamando il tutto. La lunga durata dei brani, non tutti ovviamente, ma ad esempio "Stutch" (più di sette minuti), viene spezzata dai cambi di tempo e dalla perizia strumentale del gruppo che propone stacchi di batteria che sfumano mettendo in evidenza l 'elettronica ("Part-two"). Un disco consigliabile.