MySpace

Escogito ergo digito.

Brogi

massimo muto


Last Updated: 11/18/2009

Send Message
Instant Message
Email to a Friend
Subscribe

Gender: Male
Status: In a Relationship
Age: 33
Sign: Cancer

City: rome
State: Roma
Country: IT
Signup Date: 5/10/2006

My Subscriptions

Blog Archive
[Older      Newer]
 /  / 
April 29, 2009 - Wednesday 

Gran concerto quella sera. Il basso di Dimitri riempiva i vuoti esistenziali di tutti i presenti, anche contro la loro stessa volontà. Batteva, gorgheggiava, sincopava, strappava e ricuciva, schiaffeggiava e accarezzava mentre la batteria si staccava da terra come uno shuttle in decollo a cui l’astronauta Sbrolli aveva attaccato con precisione circense milioni di campanellini d’oro. La fisarmonica respirava a tempo con l’universo in un dialogo fitto e armonioso. Le tonsille vibravano nella gola di Lele per uscire più provocatorie che mai iniettando stille di poesia in un pulsante flusso sanguigno che dalla testa alle mani proprio lì si fermava, per un attimo, prima di esplodere ogni volta come un fiume di carta che sfocia in un mare di parole.Il mio mandolino serpeggiava sinuoso in stridenti fraseggi, ora dondolando lieve nello spazio siderale ora martellando l’aria che, per questo, entrava pungente e sbriciolata   nelle narici fino al centro dell’ipotalamo. Lei era lì, ma non mi accorsi che mi guardava. Sembrava troppo affaccendata per dimostrarmi che apprezzava. Per cui, alla fine del bis scendemmo dalla pedana tra gli applausi e, felicemente sudato, mi diressi dritto al bar rispondendo ai sorrisi senza volto con altri sorrisi. << Una media chiara, per favore. >> chiesi fulmineo alla barista. Ma dove sarà ‘fresca e schiumosa’? Persi l’orientamento, il senso del tempo, la strada di casa, ciondolando verso l’uscita con occhi appuntiti e un boccale di birra in mano. Decisi che dovevo parlare con qualcuno e la prima persona che mi capitò a tiro subì il mio racconto buffo: un dottore, un’emicrania, un invito al centro cefalee per escludere il male peggiore. La tizia ascoltò ridendo in modo artificiale e ancora non sapevo, invece, che i riccioli rossi di lei in disparte spiavano divertiti. Il vociare indistinto mischiato a un’altra indistinta diffusione sonora nella sala si condensarono fino ad annullarsi nell’istante preciso in cui, ancora una volta, le sue pupille riflessero la mia figura e le mie la sua. Uno scambio di sorrisi, adesso veri. Un altro scambio di pretesti per incontrarci di nuovo, un giorno, chissà quando, chissà dove. Assecondando l’adrenalina euforica e con pizzico di supponenza, la butto lì e la invito al nostro prossimo concerto dove sicuramente avrebbe avuto occhi soltanto per me senza l’ostacolo dei tavoli, delle tessere da compilare e degli uomini che con le loro banali avance doveva seminare. Lei, però, gli occhi li aveva già tutti per me. E anche questo, non lo sapevo ancora.

 Poi si fece tardi e mi abbandonai al sonno ondeggiando sui flutti dolorosi di un amore finito, mentre all’orizzonte nebbioso scorgevo la terra, l’unica possibile, la madre generosa, un nuovo sospiro, accecante di bellezza, rigenerante di freschezza.


( Continua )

Currently listening:
Love
By The Beatles
Release date: 2006-11-21
November 5, 2008 - Wednesday 
La serata era cominciata bene. Un soundcheck veloce, uno spuntino caldo e una birra fresca e schiumosa. Il mio stato vitale, però, non era affatto come la birra che sorseggiavo con appagante voracità. Perché? Avevo tutto, specialmente quella sera: i miei amici, il mio strumento, un palco su cui esibirmi e...non ricordo, ma credo mancasse qualcosa.
Non riuscivo a capire il mio confuso stato di incompletezza. Una cornice senza quadro, una pistola senza proiettili, un orologio senza batteria. Mentre ragionavo, in maniera abbastanza silenziosa, sulla questione, stavo seduto sulla pedana di legno che chiamavamo palco in attesa di un vero motivo che trasferisse i miei pensieri altrove. Alzai la testa per scolare l'ultimo sorso di birra ormai tiepida e quando la rituffai giù eccolo lì il motivo, in carne e ossa, in stivali e vestito lungo. Era leggermente chinato, il mio motivo, su un tavolino che stava spolverando per gli avventori che di lì a poco lo avrebbero occupato. Il desiderio di essere trasformato come la vittima di un incantesimo in un tavolino sporco e ancora da sistemare, si prese i miei occhi, la mia pelle, il mio boccale vuoto, tutto. Il mio motivo rapitore aveva i capelli rossi che scendevano lievi e consistenti su un collo bianco e aristocratico. Quel posto era l'unico posto dove volevo stare in quel momento sebbene sospirassi che il suo viso, una volta offertomi anche solo di sfuggita, non stridesse con il simulacro che già stavo erigendo nel mio cervello. Si voltò e il cosmo suonò la sua musica eterna. Mi guardò, ma solo un attimo, poi s'incamminò lontano dalla mia immaginata volta celeste. Avevo di nuovo un orologio che ticchettava, un quadro completo da ammirare, una pistola carica con cui sparare.
October 21, 2008 - Tuesday 
Mi sbagliavo. Si, perché scoprii che la tipa in questione non era né realmente né fintamente ingenua. Durante le pause delle lezioni, arrancavo come tutti verso il distributore del caffè e degli snack, sceglievo, pigiavo, infilavo la moneta, aspettavo... (che strani questi distributori automatici, non si sa mai come possano funzionare davvero. Si, certo, tutti ci facciamo più o meno un'idea della tecnologia utilizzata e c'è sempre qualcuno che crede di saperne di più degli altri. C'è il saputello di turno che tira fuori termini come "elettromeccanica" o "motoriduttore", ma poi non ti sa dire perché alcuni non ti danno il resto e altri ti rubano i soldi. No, non mi fido di questi, voglio parlare con uno dell'assistenza e)...bevevo.
Un sorso convinto e atteso da ogni cellula del mio corpo e il pensiero che anche questo caffè meccanico non sia poi tanto male avanza deciso e corroborante.
Lei si avvicina con un sorriso per niente automatico e io già sentivo Morrisey nelle orecchie che cantava con la solita ambiguità "Some girls are bigger than others".
<< Sai che ora è? >> banale come domanda, vero? Anzi, la domanda in se non è affatto banale, il voler sapere l'ora a volte può essere originale almeno quanto sapere come funziona un distributore automatico di caffè. E' piuttosto banale, invece, usarlo come scusa per rimorchiare. Morrisey, improvvisamente, smise di cantarmi nelle orecchie e al suo posto salì sul palco delle mie emozioni un tipo mai visto che suonava una cover di una cover di un'altra cover di "Besame Mucho". Ricambiai il sorriso alla ragazza carina mentre spingevo giù dal palco questo tizio sconosciuto che francamente mi rompeva le palle e, con aria di chi la sa sempre e comunque più lunga di te, risposi: << Le tre e un quarto >>. L'occhio destro si accigliò nel parossistico tentativo di emulare lo sguardo classico di un Paul Newman in calore. A giudicare da come andò a finire poi, posso dire di esserci riuscito. Ci siamo parlati, abbiamo riso, siamo usciti e abbiamo scopato. Non subito, ma abbiamo scopato. Imparai a conoscere i suoi gesti, a codificarli, scoprii il sapore del churrasco, nuotai in un mare trasparente come l'aria, la giudicai, l'ho compresa, l'ho delusa, la rinnegai, l'amai, la odiai. Abbiamo condiviso cinque anni belli e brutti, caldi e freddi, spontanei e automatici in cui abbiamo capito molte cose insieme, ma non tutte quelle di cui le persone hanno bisogno di capire per poter stare bene insieme. I rapporti non sono come i distributori automatici di cui alla fine non ti frega un cazzo di come funzionano, ma solo che sia accettabile quello che scegli senza che ti freghino i soldi. Lei funziona benissimo senza di me e con l'assistenza giusta.
Currently listening:
Singles
By The Smiths
Release date: 1995-05-23
July 30, 2008 - Wednesday 
Avete presente il quartiere Alessandrino? Quel ridente e popolare rione romano a ridosso del Quarticciolo che si affaccia su Viale Palmiro Togliatti? Se non lo conoscete, non importa, vi basterà sapere che si tratta di un quartiere vero, popolato da rom e romani veri, dove trovano rifugio allegre prostitute nigeriane, saltimbanco, giocolieri e spacciatori giovani e attempati che la domenica divorano quaglie seduti al tavolo del rinomatissimo "Quagliaro" (ristorante del posto specializzato in roman cuisine e quaglie arrostite).
Bene, andavo per i ventisei e abitavo lì. La mia vita girava a vuoto come la filettatura spanata di un bullone. Le mie occupazioni principali non erano ben definite, erano tentativi. Provavo a suonare strumenti in ottone, a perfezionare il mio stile mandolinistico a registrare deliri chitarristici, a drogarmi di amicizie psicotrope e a dimagrire inesorabilmente toccando l'invidiabile peso di 54 chili, una roba che avrebbe suscitato l'invidia di Kate Moss. Ero un rachitico bighellone, ecco.
Andavo spesso alla Coop, anzi mi ci facevo trascinare da uno dei miei coinquilini, "Belzebù", così lo chiamavo simpaticamente. Un cabarettista quarantenne che vantava di essere un sopravvissuto, un povero diavolo dalle infinite esperienze che filosofeggiava ridendo immaginando se stesso come un satiro Dioniso di periferia. Tuttavia, era lui che pagava spesso i miei pranzi pomeridiani alla Coop. Io non avevo abbastanza denaro da permettermi simili lussi.
Benché questa situazione avesse dei lati divertenti, i miei non la pensavano così allorquando decisero di concedermi un'ultima possibilità: un master.
Da non confondere con i Masters, i famigerati dominatori dell'universo. << Devi pur farla fruttare questa merda di laurea in scienze della comunicazione, no? >> mi spiegarono cordialmente. Pensai che avevano ragione, così sfruttai questa incredibile opportunità di diventare un professionista della comunicazione.
Pagai coi loro soldi l'iscrizione e iniziai questa nuova avventura pieno di speranze e di brutte camicie. Il mio entusiasmo si scontrò subito con la realtà delle notti trascorse in lisergica compagnia e futili scopate passeggere. Ero sempre l'ultimo a entrare in classe portando la mia cresta nera con disinvolta e artistica alterigia e pantaloni scozzesi attillati alle mie zampe da cavalletta. Mi sentivo un po' come se fossi tornato al liceo, ma quei tempi erano ormai lontani considerando che riuscivo a ricordare a malapena il nome del mio compagno di banco, una cosa facile soltanto perché si trattava di mio cugino. Avevo la vivida sensazione di trovarmi nel posto sbagliato, ma ci andavo lo stesso e mi impegnavo pure, come spinto da chissà quale forza interiore. I miei pasti alla Coop furono gradualmente sostituiti da pranzi sicuramente meno succulenti dal punti di vista dietetico, ma benefici per la mente che s'ingrassava di nuovi concetti come happening, full immersion, understatement, Bernbach, copy strategy, copy ad, body copy e claim di campagna o di prodotto. Un piccolo essere con eleganti occhiali da vista, longuette e portamento da sexy secretary stuzzicò rapidamente la mia fulgida immaginazione. La associai subito a una tipologia ben precisa di donna: una di quelle che non vuol essere toccata se sta leggendo o guardando un film, ma intanto te lo stringe in mano con una finta innocenza adolescenziale. Mi sbagliavo.
July 11, 2008 - Friday 
Vivevo nella capitale ormai da sette anni, ma per un ragazzo della provincia del sud Italia, quel toccone di agnello impalato che gira arroventandosi sulla piastra, rappresentava ancora una proposta esotica. Quell'ipnotico volteggiare di una ballerina grassa nel carillon di metallo che dimagriva a vista d'occhio, panino dopo panino, gyros dopo gyros, mi ribadiva il concetto universale dello snellimento sicuro attraverso il movimento. Non era questo, però, il punto. Cercavo un motivo di distrazione, una fantasia inutile che mi evitasse di affrontare il mio problema di quel giorno. Durò pochi minuti, il tempo di ingurgitare il mio rotolo con tanta cipolla. Si, lo volevo con tanta cipolla perché sapevo che non avrei baciato nessuno, non l'avrei baciata seppur ardente come la salsa piccante che m'inumidiva la lingua era la voglia di farlo. L'avevo baciata per due anni, toccata, amata, sognata, cercata, trovata, presa, ingoiata. Glu Glu e l'ultimo boccone va giù, proprio quando la vidi entrare dal kebabaro e sorridermi con l'ineluttabilità di una fine. Mi abbraccia per un tempo che a me parve lunghissimo, poi si sedette accanto dopo aver chiesto con voce flebile una birra e una porzione di pollo al curry. L'eleganza con cui lo fece, mi sorprese come una mosca che esce dal congelatore. Parlammo così poco che il kebabaro pensò che ci stessimo conoscendo in quel momento e forse aveva ragione lui. Quando finì il tempo a nostra disposizione ci riabbracciammo con la consapevolezza che quel giorno non ci saremmo baciati e non l'avremmo fatto forse mai più. La strinsi e lei fece lo stesso. Gocce di lacrime mi bagnavano la maglietta all'altezza del petto, le mie, invece, innaffiavano i suoi bei capelli neri. Il kebabaro si rintanò nel retro, forse per rispetto, forse solo per pisciare, non lo saprò mai. Le carezze facevano da contorno ai suoi singhiozzi, poi scappò via lasciando me da solo e il pollo a metà. Rimasi lì fermo per un tempo incalcolabile ad aspettare che il battito cardiaco tornasse regolare e che le lacrime finissero di scorrere. Poi mi girai e mi rallegrai inaspettatamente della ritrovata presenza del kebabaro il quale, con un accento arabo-romano, mi disse: << fratè, te ne faccio n'altro senza a cipolla?>>
June 26, 2008 - Thursday 
Non me ne accorsi subito, a me piaceva sua sorella: capelli biondissimi, lisci e lunghi fino all'osso sacro, occhi infinitamente blu, un pallore puntellato leggermente da piccoli tondi sulle guance e un'aria da figlia dei fiori che emanava a ogni passo.
L'altra, la prima, aveva la medesima aria, seppure il suo biondo fosse meno accecante, ma difettava in leggerezza e femminilità. L'unica cosa che attirava la mia attenzione di adolescente sbarbato era un delizioso neo che giaceva sulla punta del suo naso a patata e che lei puntualmente tentava di nascondere a quegli sguardi scalcagnati sotto forma di avventori del bar di suo padre. Io giocavo a biliardino e guardavo la ragazzina dai capelli biondi, spedendo con vigore le palline in fondo alla porta avversaria e sguardi desiderosi in fondo al locale, accanto al flipper dove lei stazionava spesso, lontana dai maschi come le ordinava suo padre. La sorella era due anni più grande, ma gli stessi anni le mancavano ancora per raggiungere la maggiore età. Tuttavia, le pupille dei miei occhi riflettevano sempre l'immagine splendente della mia coetanea, la biondina, anche perché in verità sapevo che la sorella non mi avrebbe concesso la benché minima confidenza per almeno due motivi:
1) Era innamorata di un ventiquattrenne che vendeva il fumo e girava con un'auto decappottabile.
2) Ero più piccolo di lei, compravo il fumo dal suo innamorato e giravo con un Si rosso.

Dopo aver finito i compiti di latino, decisi di avventurarmi in una lunga passeggiata in direzione del Bar Peter, il motorino mi aveva lasciato a piedi il giorno prima. Non ricordo di aver vissuto un febbraio più freddo di quello.

Il bar era vuoto tranne che per un vecchio magro come una stecca da biliardo che si faceva un solitario con un mazzo di carte francesi seduto al tavolino su cui si ergeva una bottiglia di Cognac a metà.
La biondina non c'era, il padre nemmeno, la madre entrava e usciva dal retro preoccupata più della cena sul fuoco che nel vigilare la cassa. Alla cassa, invece, c'era "neo sul naso" che leggeva un libro di poesie. Mi avvicinai lentamente digrignando i denti e sfregandomi le mani con il solo pensiero di esordire con un "hai sentito che freddo? Cazzo, si gela!"
Ma, mentre pensavo a questa banalità, lei che intanto mi fissava di sottecchi seguendo tutti i miei movimenti, disse: << Sei più bello con quella sciarpa verde, sai? >>
Smozzicai un grazie e timidamente continuai: << anche tu con...con...quel neo sul naso.>> Sorrise e mi accorsi ch'era bellissima. Sorrisi anch'io e perdemmo la testa l'uno per l'altra, in un istante, lì nel gelo di un bar poco accogliente divenuto per molti anni e per entrambi il posto più bello del mondo.
June 23, 2008 - Monday 
Schiettezza irreprensibile, mio nonno, aveva una reale idiosincrasia nei confronti dell'autorità. Carabinieri, poliziotti, marescialli, colonnelli, preti, politicanti e magistrati erano privi di divise, tonache, papaline, erano per lui bambini fragili cui non bisogna alzare troppo la voce per non farli piangere o peggio, incattivire.

Beveva vino, rosso. Sapeva cucinare e fare il pane. Coltivava amorevolmente una vigna, dalle sette di mattina fino a sera, mai più tardi del notiziario delle 20:00. Ascoltava tutte le notizie con attenzione, ma quando il giornalista di turno si congedava ringraziando i telespettatori, lui lo mandava puntualmente a fanculo, tutte le sere, per anni.

Ovviamente, i vari Frajese, Buttiglione, Fede, non ne sapevano nulla, ma sono convinto che una qualche forma di fastidio in fondo al deretano della loro coscienza gli sia arrivato, non so perchè, ma lo credo.

Ha allevato 5 figli, tutti maschi, di cui uno è trascinato via troppo presto dalla leucemia. Era il 1978.

Era severo con i suoi figli, ma non poteva fare altrimenti quando vivi in un piccolo centro della calabria pre-silana dove l'aria che tira non è solo quella salubre della montagna.

Si è accasciato, un fresco pomeriggio di primavera, tra i rami attorcigliati della sua vigna, proprio come Marlon Brando nel "Padrino". E lui era uguale a Marlon Brando, ma più magro e meno attore.

Ha sempre lavorato, faceva il pane. << Un gran lavoratore >> dicevano di lui.

E' morto il primo maggio del 2001, in un giorno di festa.
Quando pensi che nella vita che hai vissuto non è successo niente di così originale, arriva la morte a ricordarci la grande beffa che è.
May 8, 2008 - Thursday 
Inizia qui e ora il momento di riguardare ai propri piaceri e al modo in cui ce li procuriamo per capire come nascono e perché. Mi rivolgo soprattutto alle donne.
Lo spunto mi è venuto da un libro che sto leggendo e che consiglio a tutti coloro che sentono il bisogno di parlare con un Bukowski con l'ironia di John Landis e l'aspetto di Jeff Bridges: (Non) mi piace come sei. di A. Calligaris.

" I momenti migliori per questi racconti erano dopo pranzo, quando senti un certo torpore da sotto le coperte e invece è solo digestione, come quando ti tira il cazzo ma è solo perché devi pisciare. E' triste pensare che le cose migliori della mia vita, pennichella e sega, sono il risultato di un fraintendimento."
February 28, 2008 - Thursday 
Bere un paio di bicchieri di birra fresca, dopo una sbornia colossale, fa bene.
Non l'ho letto su qualche rivista da sala d'aspetto, nè ho sentito Michele Mirabella dirlo nello studio itterico-televisivo di Elisir. L'ho sperimentato personalmente. Molti probabilmente già lo sapevano, ma per me è stata una scoperta.
L'altra mattina, per l'appunto, mi trovavo incastrato in un hang over dal quale temevo di non uscire più e, come facciamo tutti, ho trascorso tutto il giorno a snocciolare suppliche e a promettere a me stesso e alla Dea della Temperanza che non avrei mai più bevuto per il resto della mia vita. Cazzate. La sera stessa stavo con il bicchiere pieno di corposa Menabrea in una mano e una sigaretta truccata nell'altra. Il miracolo è avvenuto stamattina, allorquando gli addominali si sono contratti per il necessario slancio dell'alzata dal letto. Ero fresco e lucido come una mela Fuji appena raccolta e avevo un folto gruppo di idee rischiarate in testa. Il primo pensiero l'ho rivolto a lei:<< Dea della Temperanza? Fottiti! >>
February 18, 2008 - Monday 
Me viè da piagne sangue
tutte le vorte che butto l'occhi 'n giro
e in dentro le pupille
s'ariflette er fonno de sto monno.

Me viè da piagne er ghiaccio a tocchi
pè nun vedè ch'er core è n'accessorio,
come na cinta colla fibbia d'oro,
come na borza de n'ambulante moro.

Me viè da piagne latte arricottato
così nun so davero
se certe cose so scadute.

Me vè da piagne e basta
come 'n vivo pronto pè la strema unzione.
E' inutile che stamo a ciancicà,
l'amore è morto.
Famosene na ragione.