Intervista a Pj Harvey e John Parish dell'aprile 2009 apparsa sul Rolling stone .
INTERVISTA A PJ HARVEY E JOHN PARISH.
Una delle prerogative delle mie giornate è quella di interessarmi ad altre persone e di carpire sguardi e occhi ricolmi di interesse e reale personalità, Questo per la maggior parte delle volte non succede e mi ritrovo in mezzo ad un acquario con sguardi di un’intensità pari a quella di un pesce .
L’attenzione sul proprio sguardo e sui propri occhi lo attirano le persone piene di verità.
Lei quegli occhi ce li aveva.
Anche se non sapeva chi fossi,
anche se io ero l’ultima ad intervistarla.
Forse è dove abita.
Forse a Yeovil c’è ancora il tempo per osservare, per riposarsi, sognare.
Non ho mai capito come fare ad accettare l’uomo moderno, quell’uomo che vive nella fretta, non perchè ha una reale tendenza e urgenza verso qualcosa di sconosciuto, ma perchè è schiavo del modus vivendi. C’è la reale tendenza a vivere in un mondo dove pur di sentirsi esseri sociali con tutto ciò che ne consegue si arriva al punto di servirsi di integratori metabolici, pur di stare bene per forza, pur di essere brillanti,pur di riuscire a fare troppe cose, troppe cose per un essere umano, al quale viene tolto il sonno, indicato come sbagliato, da pigri, senza rendersi conto che se non c’è il tempo di dormire, non c’è il tempo di sognare, e la vita senza il sogno non è altro che un esecuzione di qualcun’altro, ma non è la propria composizione.
Quello che vuoi essere e puoi fare (il conosci te stesso socratiano) viene dal ragionamento, dalla esplicazione di un sogno, dalla verità di sè e quindi dal sonno , dal riposo, dalla calma.
Lei la calma se l’è cercata.
Non è andata a vivere in un posto cosidetto “hype”,
un luogo per mostrarsi, ma un luogo per poter amministrare i propri sogni.
Quello che è significato per me Yeovil, è all’interno di un viaggio surreale nel quale stranamente mi sentivo totalmente a mio agio.
Mi sentivo a mio agio nel treno, davanti al finestrino a fissare la campagna inglese che allontanandosi ogni ora da Londra piano piano diventava sempre più autentica e davanti a lei, seppur l’emozione tradiva le mie parole, che spesso tremavano, ma che lei non mi ha mai chiesto di ripetere, perchè aveva pace e benevolenza nei miei confronti.
Mi sono fidata subito di lei, e non mi sentivo fuori luogo o in pericolo come quando sei tra persone anni luce lontane da te, mi sentivo giustamente lì, come se fosse sempre stato scritto che io lì, davanti a lei ci sarei capitata, mi sentivo più a casa lì davanti a lei seppur in un’altra nazione con un’altra lingua che in CERTI giorni alle poste sotto casa mia.
Lei è Pj Harvey ed io sono Beatrice Antolini.
Il Rolling Stones mi ha permesso di incontrarla. E mi ha fatto un grande dono, ma purtoppo nessuno sapeva che in quell’occasione della presentazione del suo nuovo disco A Woman a Man Walked By ci sarebbe stato anche l’altro autore, ovvero John Parish.
Ma per fortuna ho avuto fiducia anche in lui e lui è stato benevolo verso di me.
Mi sono presentata molto sinceramente, confessando subito di non essere una giornalista ( e di non volerlo neanche essere) ma di essere una musicista italiana che voleva conoscerli e porre loro qualche domanda si sul disco, ma soprattutto da “colleghi”( e qui qualcuno trasalirà, ma io di certo non ho la tendenza fastidiosa e “modestista“ ad affossarmi e svilirmi davanti a qualcuno ,chiunque esso sia, perlopiù se può insegnarmi qualcosa o dal quale posso trarre consiglio).
E così magicamente è stato.
Abbiamo riso.
Io mi sono appassionata alla loro storia, a tutti quegli anni di collaborazione, alla solidità del loro rapporto, alla felicità di ribadire che ognuno ha avuto bisogno dell’altro senza stupide gelosie e inutile vanità. Tutti partiamo ed arriviamo da qualcuno o qualcosa, a volte basta un la da un’altro per fare un disco intero da soli, e loro non hanno vergogna di ammettere la loro compensazione.
Ed è quando non si ha più fiducia nel futuro che si ha la depressione del presente.
E quando succede così, non si ha abbastanza speranza per credere di arrivare a 39 anni con una vitalità così sinceramente autentica.
Sapevo che non mi avrebbe delusa (avevo visto molti video ed interviste), sapevo che era un a persona acuta ed interessante, ma non sapevo che potesse avere su di me un potere attrattivo ed affettivo.
Non è la persona distante che per molti dovrebbe essere , è qualcuno che ti mette al corrente subito della soddisfazione che trasale in lei, sicuramente regalata dalla verità e sincerità del proprio operato artistico.
In effetti davanti a lei mi sono trovata ad un bivio con due possibilità: la scelta era se guardarla o ascoltarla.
Il mio cervello propendeva per la prima (quella più atavica ed inconscia, a me più congeniale) la volontà propendeva per la seconda quella della razionalità e del prendere atto che ero lì per svolgere anche una mansione, quella di capire le risposte per poi scriverne un’intervista.
La lotta è stata dura e sono riuscita più o meno a fare entrambe le cose con molta sofferenza.
Non ho potuto osservare le sue calzature, capire la sua postura,concentrarmi sull’incarnato e sul movimento teatrale della sua bocca, ma fortunatamente ,poichè raggianti e poco propensi a chiedere il permesso, i suoi occhi mi invadevano di luce e vitalità e i suoi bellissimi capelli fluttuavano arrotolati ad ogni suo gesto.
Anche io volevo lasciarle qualcosa. Ho cercato. Ma stare attenta alle parole mi rendeva la faccia tesa e sicuramente lo sguardo torvo.
Avrei voluto mezz’ora di silenzio e di comunicazione interiore. Ma purtroppo nell’Europa occidentale sono più importanti le parole, neanche le avesse inventate Dio.
Ed essendo io seguace di un certo realismo fantastico o surrealismo quotidiano, non sono mancate domande sull’argomento.
Come per Gaugin, Dalì e Picabia le figure uscivano dal sogno e il mondo vivente era quello del fondo della coscienza, volevo sapere se anche le melodie avrebbero avuto secondo loro, come per me, un percorso di ritrovamenti infantili, balbettanti, lontani dalle agitazioni religiose, sociali e politiche e perfettamente nascosti.
Volevo sapere se come per me, il suo modello non fosse stato altro che se stessa, come diceva una massima di Einstein: “ Io non credo all’educazione, sii tu stesso il tuo unico modello, fosse anche orribile questo modello”
Volevo sapere se anche lei come me si rifugiava nel passato usandolo e comprendendolo per ricreare da lì il proprio futuro, spesso penso che. per essere del presente bisogna essere contemporanei del futuro. Anche il lontano passato può essere visto come una risacca del futuro.
Volevo insomma esplorare le attitudini comuni sia per conoscerla e capirla, ma anche per confrontare i miei mezzi con quelli di una tra le più grandi artiste musicali contemporanee, e continuare , arricchita da quest’incontro, il mio lavoro.
Quali sono le idee musicali e sui testi in questo nuovo disco?
C’è qualcosa di diverso rispetto al passato nell’approccio tra la scrittura e la produzione?
1) P.J HARVEY:
Non sono partita con un’idea particolare sui testi dall’inizio, ho semplicemente risposto alla musica che mi ha dato John e abbiamo lavorato separatamente.
Lui ha scritto metà dell’album e me la mandato ed io ho lasciato che la musica mi guidasse rispondendo alle emozioni e alle immagini che sentivo dai brani già fatti.
Dopo lui mi ha mandato 6 o 7 brani ancora e ho fatto la stessa cosa, ma non abbiamo discusso molto prima, di nessun dettaglio.
E’ stato un processo naturale.
Mi sembra che nel nuovo album ci siano un paio di canzoni stilisticamente connesse al tuo precendente album “White Chalk” che è molto acustico, ed altre molto più aggressive che hanno una specie di realte urgenza più rock. Puoi spiegarmi il perchè ?
2)PJ HARVEY:
Mi piace ascoltare questi brani per molte ragioni.
Ci sono molti estremi e tanti sentimenti diversi che sono venuti fuori. Probabilmente più che in passato.
Sono sorpresa che abbia funzionato, sono molto felice perché penso che sia stato davvero difficile fare un album con così tanti estremi nelle canzoni che infine si ritrovano bene insieme, anzi si aiutano.
Prima trovi una canzone come The Soldier e subito dopo c’è Pig Will Not….insieme si rafforzano.
Sono molto interessata a sapere come hai iniziato la tua carriera: come è iniziato tutto?
Hai trovato molte difficoltà ?
Ti faccio questa domanda perchè per me che sono più o meno all’inizio di un percorso solista a volte è molto impegnativo proporsi e riuscire a fare le cose per come le si ha in testa...
3)PJHARVEY
Ho cominciato a scrivere canzoni quando avevo 16 o 17 anni e inizialmente volevo suonarle a tutti i miei amici e i miei genitori, ho cominciato a registrarle con un piccolo registratore e poi a spedirle a diverse persone, John era una di queste persone, perché avevo visto il suo gruppo.
John aveva un gruppo fantastico che veniva a suonare da Bristol, dove lui abitava all’epoca. Passando anche in questi posti rurali. Era bellissimo andare a vederlo, ed una volta gli ho lasciato una cassetta perché aveva più contatti di me.
Era un modo per entrare nel mondo musicale e fare il primo passo.
Ad un certo mpunto mi ha chiesto di cantare con lui e tutto è cominciato così.
JOHN PARISH:
Mi è piaciuta moltissimo la cassetta di Polly,seppur vecchia, la voce era fantastica, quando abbiamo avuto bisogno di una nuova cantante abbiamo chiamato lei, è stata la prima persona alla quale ho pensato.
Ho iniziato con gli amici di scuola, volevamo avere un gruppo, ci piaceva sentire i T rex e Bowie.
Abbiamo provato molto a fare qualcosa di simile.
Avevamo qualche chitarra rotta, una batteria e un piano, qualsiasi cosa trovassimo andava bene.
Ci sembrava impossibile riuscire a combinare qualcosa con la musica.
Volevamo sperimentare qualsiasi cosa.
PJHARVEY:
Penso che sia stato più facile in passato riuscire a suonare che al giorno d’oggi. C’era meno concorrenza. C’è di tutto oggi e il business della musica è monopolizzato da due grosse aziende. Quando ho cominciato c’erano molte piccole etichette indipendeti e avevano molto successo e stavano nascendo molti generi diversi.
Non è più così oggi, c’è il monopolio delle major alle quali interessa molto il denaro che non è il modo giusto per creare un ambiente dove cresca musica intressante e varia.
E’ più difficile per i musicisti farsi conoscere anche perché le piccole etichette stanno sparendo .
JOHN PARISH:
E’ un peccato perché negli anni sessanta e settanta c’erano
Tante etichette ben strutturate e ben gestite, con anche dei fondi monetari, perlopiù gestite da persone entusiaste della musica, oggi le pressioni del music business hanno fatto perdere anche a queste persone il loro entusiasmo.
Oggi il music business è molto diverso.
Capisco bene le difficoltà di fare musica alternativa in Italia. Per esempio a me non piace non poter ascoltare musica non in inglese alla radio, solo pochissimi programmi lo fanno.
PJHARVEY: io personalmente amo ascoltare molta musica straniera anche se non capisco le parole e mi piace molto e sono stupita di non poter trovare questa musica alla radio.
JOHN PARISH:
Si questo non succede quasi mai, e non succederà nemmeno per un artista europeo che canterà in inglese. A quel punto meglio rimanere fedeli alla propria lingua, tanto non avrai mercato nelle radio.
Quando sono andato in Sicilia sono rimasto colpito di incontrare così tanti artisti interessanti, che non avevo mai sentito nominare prima di venire in italia.
Questo vale anche per Francia e Spagna.
Quali sono stati i musicisti che ti hanno formato di più quando eri un’adolescente?
4) JOHN PARISH:
Ci sono motli musicisti che mi hanno influenzato,i T Rex in primis e poi David Bowie con i suoi bellissimi album delgli anni ’70, i Led zeppelin che mi sembravano essere più musica da adulti perché non facevano i cosiddetti singoli.
I Led Zeppelin avevano un legame molto forte con il blues, che io non conoscevo, solo dopo quando ho ascoltato artisti blues ho realizzato quanto i Led Zeppelin prendessero dal blues.
PJHARVEY:
Io sono arrivata da un’altra direzione, i miei genitori erano pienio di vecchi dischi, sono stata esposta all’ascolto di questi tipo James e,Wolf e Beefheart.
Questa era la roba con la quale sono cresciuta più Rolling Stones e Bob Dylan.
Dunque Ho cominciato lì fino a che da adolescente ho avuto più interesse per la musica che stava nascendo come i Pixies.
Loro mi hanno cambiata ed hanno cambiato il mio modo di pensare la musica.
Poi John mi ha fatto sentire Nick Cave e l’ho trovato eccezionale. E’ interessante avere molti ascolti.
Hai uno strumento preferito con il quale partire a scrivere un pezzo o la struttura delle canzoni e la natura di esse dettano questa scelta?
5)JOHN PARISH:
Ho avuto diverse fasi ed ho sempre avuto un particolare attaccamento alla batteria perchè è il più fisico degli strumenti.
E’ divertente che Polly non si veda come una musicista perchè in realtà sa suonare molto bene molti strumenti. Noi abbiamo interessi comuni in molte cose, e nessuno di noi due ha un solo particolare interesse per un solo strumento, proviamo tutti gli strumenti e penso che sia il modo giusto per trovare la propria strada, provando a fare di tutto.
PJHARVEY:
Io non so suonare molto ma ho uno strumento preferito sia chiama chinese airhoo. E’ uno strumento con un enorme movimento, certi strumenti aprono un luogo dentro di te.
Comunque per me lo strumento più rappresentativo e naturale è la chitarra.
Personalmente penso che la composizione musicale sia in qualche modo un processo magico, non sono in grado a volte di razionalizzare e controllare completamente questo processo, mi sento spesso un mezzo con il quale la musica riesce a liberarsi, pensi e credi anche tu a qualcosa di simile?
6)JOHN PARISH
:E’ una domanda difficile, ne abbiamo parlato molto.
Non c’è solo un modo per comporre e non so veramente capire come si genera un brano.
Io penso che con la composizione musicale puoi guardarti all’indietro ed esaminare la via teorica con la quale la musica è stata composta.
Non penso sia un processo magico, ma un qualcosa che puoi esaminare..
Mentre lavoro sono molto istintivo e non so se è il modo giusto ma lo lascio succedere. E così per me è possibile analizzare il processo compositivo a posteriori.
PJHARVEY:
Credo che su questo ci siano molti filoni di pensiero, ma naturalmente non c'è un solo modo di vedere la cosa. Non credo di sapere come si sviluppa e genera il processo creativo. Spesso ho l'impressione di non esserne davvero la causa, ma piuttosto di aver permesso che in qualche modo venisse alla luce. Credo di essere più vicina alla tua opinione, c'è qualcosa nel comporre musica che non comprendo completamente, e per questo lo percepisco romanticamente come una sorta di magia - il che dice molto della mia personalità. Ma capisco egualmente il punto di vista di John.
Credi nel sovrannaturale?
Io a volte ascoltando alcuni dischi di artisti importanti sento una sensazione straniante, è come se alcune registrazioni venisserro da un altro mondo, se sia poi questo brutto o bello non mi importa......
7) PJHARVEY:
I sono aperta ad ogni cosa, ogni cosa è possibile e ci credo e sono aperta alle possibilità del sovrannaturale, anzi ho avuto molte esperienze in queste cose, come coincidenze. Una volta sta vo pensando ad un mio amico che non vedevo da 5 anni e dopo 2 minuti mi ha telefonato!
Cose del genere mi fanno capire che siamo spiritualmente connessi e l’amore passa attraverso gli oceani e l’universo.E noi non possiamo fare niente, possiamo solo accogliere le cose che potrebbero succedere.
JOHN PARISH:
Sono daccordo ma sono naturalmente più scettico di Polly. Non so se credere o no al soprannaturale. Per questo vado daccordo con Polly! Spesso abbiamo opinioni molto diverse!
Per me comunque la composizione è una combinazione di entrambi, mentre scrivo faccio una grande preparazione, studio e ricerca ogni giorno provando a diventare un compositore migliore e a coinvolgere le parole guardando come le parole lavorano bene insieme, scrivendo di un soggetto specifico leggendo e guardando ogni cosa e posso fare questo se sono ben informato sul soggetto, tutta questa preparazione porta al punto di abbandonare ogni cosa ed essere disponibile a scrivere musica istantaneamente.
E’ il matrimonio tra queste due cose.
Ti piace Venezia?
8)PJHARVEY:
Non sono mai stata a Venezia ma vorrei andarci. Di solito quando vado in un posto è per suonare. A volte ho chiesto al mio manager se potevamo suonare a Venezia ma lui mi ha detto che non ci sono molti concerti lì. Non ci puoi andare.
Ma perchè me lo chiedi?
La vera arte denuncia la nostra altezzosa ignoranza, La detestabile presunzione, l’universale dannosissimo smarrimento. Francesco Colonna