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Circular Ruins .dreams are burning.

mars 15, 2009 - dimanche 

"ahahah oddio quanto mi fai ridere puttana dell'universo che t'affanni a cantare le miserie e le gioie di questo mondo, tu, tu che per primo hai infognato la tua faccia nella merda, che per primo hai ingoiato patronimici escrementi come pargola latrina, tu che sei stato allattato con il piscio di tua madre, ma svelati a te stesso e rivoltati nel tuo fango e guardati allo specchio nel cielo. sono tutti troppo annoiati per pensare a non gettarti liquami di porco in bocca! per evitare di aprirti, sbadatamente, ombrelli in faccia e squassarti quel tuo putrido umor vitreo.
Canta, Tirteo, canta e spronaci alla guerra. Stronzo!
Io ti ammazzo, stronzo, ti torturo e ti ammazzo, ti scopo la donna, ti distruggo ogni discendenza. e vuoi impedirmelo. e che aspetti! Non si aspetta mai per queste cose. Tu non aspetti un cazzo.
Tu non sai farlo.
Non hai le palle.
Tu sei
un
senzapalle!"

Io quel pugnale ce l'avevo da quando ero nato da quando da bambino affondai le dita raspanti nel lago inguinale da quando oddio bella musa ti vidi e ti ho mostrato l'ano lasciandomi fottere come un
pubblico
adone
ce l'avevo da sempre quel pugnale, non gli davo ascolto. ora sì. ora sono incazzato. ora odio la sopravvivenza.
ora gli spaccherò il culo.
al demone, all'arte puttana.
gli aprirò un sorriso nel ventre.
lo vedo, balza avanti, le ali sono enormi. cazzo se sono terrorizzato, mi graffia sulla spalla, che è debole come un fuscello marcio e cazzo se me la dilania avvelenandola col suo stesso sangue e cazzo se mi accascio e sento morirmi.

io ti odio, vita, io ti odio, ma non un odio deluso, un odio così gioioso che non vedo l'ora come Tyrell Durden di ammazzare qualcosa di bello e lo farò.
Oh, non tremare stronza.
io ti ammazzerò.
lasciami fare fuori questo spettro.
mi ammazzerà, è più forte, ma vado con ardore di sesso allo scontro, alla morte, al mio destino.
il corpo flaccido, la pancia cadente, il culo che sembra una gomma sciolta, non me ne frega un cazzo, neanche quando con un altra artigliata mi cava un occhio e mi spacca il ginocchio, rendendomi zoppo, e capisco che fino ad ora mi sono fatto altro che seghe di fronte agli altri che si godevano la vita e come pallido handicappato mi ci appizzavo.

non me ne frega un cazzo.
scarto, mi accuccio, gli ficco il pugnale nel fianco, lo rigiro, gli entro dentro con tutto il braccio e grido tutte le bestemmie che ho in corpo e dio è contento perchè mi scopre finalmente ad odiare.

io ti odio, vita, ti odio perchè vuoi reprimermi. ma io ti voglio fottere sopra ad un altare di chiesa.
non si può fare?

schiaccio la testa al demone, sono storpio, ormai, orribile, da sempre flaccido perchè lasciato nella strada in mezzo al fango invece che condotto a combattere assieme ai miei altri compagni spartani, che mi deridono e mi tirano sempre sassi ogniqualvolta mi vedono.

ma io sono vivo, il demone sta crepando e gli leggo la paura in fronte.
Non si può fare?

"demone, io ti ringazio, non tornerai mai più. non perchè ho affrontato le mie paure, perchè ora sarà in esse stesse che mi celerò. tu non tornerai mai più perche te la fai sotto. perchè se uccidi una vergine io sevizio 100 donne e figli durante il parto. perchè se inquini io creo un inferno nel cuore degli uomini. perchè se tu ordisci un complotto io organizzo una lucida società dove la morte è l'unico dio.

tu non tornerai mai più perchè io da oggi ti farò così paura da farti preferire l'ingoio delle tue budella al solo vedere la mia faccia di mostro."

crepò lasciandomi godere ogni frequenza delle sue urla.

Non si può fare?

Fermami puttana.

février 10, 2009 - mardi 
Pensava sempre ai suoi figli mentre, nel complesso del suo delirio fallico, cercava quel colpo di reni aggiuntivo, un misto di coraggio e di impeto maschile, che gli consentissero di far concludere il coito alla sua collega. Era un vizio esclusivo dei reportaggisti di Canale 666 copulare frettolosamente negli archivi della rete, in cui mucchi di bobine erano impacchettate ed impilate come tanti lares, manes e penates, custodi ancestrali della professione giornalista.
"Ah cazzo ecco...aaaahhh, ecco, abbiamo risolto!!!"
Famiglia vivace, mestiere legittimato e scopata interlavorativa, la dimensione unica del sogno, l'utopia sociale rivelata alle masse, e lui se ne era impossessato!

Vittoria Manichelli si sganciò dal tavolo dove veinva, sino a pochi istanti prima, siffredianamente martellata, riabbassò la gonna e si rialzò meccanicamente le mutandine al momento dell'estrazione prepuziale, neanche fosse una procedura standard di una catena di montaggio.

Agenore Carnisi infilò il pistone nella guaina a righe D&G (tesoro, se c'è un motivo per cui amare una donna, è se sa comprarti mutande che ti fanno sembrare un vero trapanatore, pensava), si immerse nei pantaloni neri, appesantiti da una cintura penzolante, riallacciò ogni interlacciatura, si sistemò la cravatta, sorriso-flash allo specchio e vai col tango, andiamo a goderci il montaggio del mio ultimo capolavoro.


janvier 30, 2009 - vendredi 
Eccoci qua, è ora di chiudere il discorso.
Questa sera si parla di Dio.

Pensateci un secondo. Cosa significa questa parola per voi? Significa qualcosa? Pensateci su, prima o poi va fatto nella vita.

Fatto? Ok, ora continuate a leggere.

Dio è un'entità assoluta, onnipotente e onniscente. E' ciò che ha generato e che sostiene l'universo.
Che ci si creda o no, questa è la definizione di Dio.
Non discuto sulla sua esistenza o meno, perchè di questo non si può discutere. O si ha fede o non la si ha. Dio non può essere provato.

Però, a partire dai suoi dati costitutivi e da vari ragionamenti, si può discutere concretamente intorno a Dio, così come è stato definito.

Innanzitutto consideriamolo dal punto di vista fisico (cito Aristotele). Consideriamo che se diamo un colpo ad una palla in bilico, questa rotolerà e cadrà dal piano dove si trova. Da una causa, il colpo, si è arrivati all'effetto, la caduta della palla. Non è forse vero che l'esistenza è dominata dalla consequenzialità di causa ed effetto? Forse parlare in questi termini è riduttivo, ma in parole povere non si può negare che ogni cosa è stata generata da qualcos'altro, che ogni oggetto ha una sua causa.

Allora andiamo a ritroso, fino alle estreme conseguenze di questo ragionamento: la terra è stata prodotta dai resti di un'esplosione stellare, la stella è stata prodotta dall'esplosione e dall'espansione di una Galassia, la galassia è stata prodotta dall'esplosione iniziale, il Big Bang, il Big Bang chissà da cosa e così via.

Causa/effetto, causa/effetto, causa/effetto.
Se ragioniamo in questi termini, alle estreme conseguenze troveremo qualcosa che ha dato origine a questo meccanismo. Non importa che nome gli diamo: qualcosa ha originato, in questi termini, l'universo.

Aristotele lo definiva il Motore Immobile, una causa primigena che identificava con Dio.
Non lo darei per scontato, ma è un ragionamento sensato.


Ora guardiamo a Dio dal punto di vista costitutivo, cioè di caratteristiche che derivano dalla sua definizione.
Dio è sovrumano, è onnisciente e onnipresente (se non fosse così non sarebbe Dio ma qualcosa che si trova tra noi e Dio). Dunque non ha organi sensoriali fisici, ignora il significato di conoscere, apprendere e sentire. In conclusione, Dio non ha nulla di fisico, carnale, materiale, limitato. Dio è illimitato, immateriale, seprato da qualsiasi limite fisico come carne o composizioni chimiche.
Ovvero, Dio è puro pensiero.

Inoltre, non avendo organi fisici, rappresenta una conoscenza impercettibile per gli esseri umani, che ottengono informazioni ed esperienze esterne unicamente tramite i sensi. Dunque non possiamo avvicinarci a Dio con i sensi.

Non posso stabilire se Dio esiste o no, non posso dare nulla per scontato.

Considero
attribuzioni come bene, male, ordine, caos, razionale, irrazionale,
semplici prodotti della mente, quindi validi sempre e solo
relativamente, sono concetti incapaci di abbracciare la realtà intera.

L'unico
detentore di una visione (ma visione non è il termine giusto) assoluta,
pura e anche semplice dell'esistenza è Dio, al quale non posso dare
attribuzioni. E' tuttavia connaturato nella parola stessa che esso sia
eterno, immutabile e d'ovunque, altrimenti non si parlerebbe di Dio.

E
cos'è eterno, immutabile e d'ovunque? La vita, la realtà (l'essere in
sè intendo, non la realtà degli eventi, ovviamente tutt'altro che
immutabile)...ecco, io ho identificato la vita in Dio. Pura idea,
entità seprata dal mondo, antropomorfo...non ho la più pallida idea di
come sia e anche se me lo dicessero o lo vedessi sarei in grado di
dargli solo attributi personali, relativi e umani.

Ho fede in
Dio perchè sono parte della realtà. Dunque ho fede in me stesso perchè
sono parte di Dio...è un rapporto che si completa. In questo rapporto
continuerò per sempre ad avvicinarmi a Dio, ma all'infinito.

Riassumendo
la mia concezione: la vita ha un principio e questo principio non può
che essere Dio; la vita dovrebbe essere un cieco impulso alla
sopravvivenza ma non lo è per l'esistenza di sentimenti (anche l'odio),
che secondo me sono autentici, dei quali non riesco a spiegarmi
l'esistenza con il solo fatto degli impulsi neurali (me la spiego
dunque con Dio); Dio non sceglie per me. E' vicino e distante a seconda
di quanto mi voglia avvicinare io.

Ho fatto un mischione di concetti e ora sono troppo stanco e troppo poco ubriaco per rimettere in ordine le idee su un impolpettamento simile. Appena sarò in grado farò ordine, ma tutto quello che volevo esprimere riguardo la mia concezione di Dio sta in queste parole.

E sticazzi

Ci vediamo al prossimo (e ultimo) intervento.


janvier 25, 2009 - dimanche 
Siamo arrivati alla quinta di queste discussioni sui massimi e minimi e non è rimasto molto da dire. Ma c'è molto da riassumere.

La vita non significa niente. Non esiste il bene, non esiste il male. Dio è una goccia d'acqua che cade eternamente sul mondo, lo ingoia nel suo globo acquoso e lo lascia sciogliervisi dentro. Sul trono del Re del Mondo c'è solo un'enorme vaporizzazione sanguigna
La parola ha un unico significato:
sopravvivenza.

Dobbiamo accettare di vivere in paradiso.

Ogni cosa proviene da noi.
Nel resto del mondo non vedremo nient'altro di ciò che abbiamo dentro.

Noi siamo l'alfa e l'omega, il principio e la fine, l'ermeneutica di ogni cosa.

Noi siamo Uroburo, il serpente che si morde la coda e che scatena l'esistenza circolare.

Noi siamo il bene e il male, l'angelo e la perdizione.

Noi siamo la puttana e la santa.

L'essere umano non trova le palle di buttarsi in tutto questo e di compiere il suo destino: essere custode.
Noi decidiamo, noi sopravviviamo. Ma sopratutto, noi SIAMO. E' questo l'unico potere esistente, il più grande, l'unico che non sia menzogna.
Si vive tra le spirali, tra le trame, si vive tra gli attimi, e mantenendo vivo il fuoco del sogno si ESISTE.

Noi siamo i custodi della nostra spiritualità, della giustizia, del valore delle cose. Solo noi, nessuno può sostituirci nel farlo. Lasciare che qualcuno decida per noi è accompagnare i Sodomiti nello stupro, calare il braccio di Abramo levato sul corpo del figlio.

Dio ci ha partorito e ci ha lasciati liberi. Liberi di fuggire. Liberi di odiare. Liberi di uccidere.

Liberi di cercarlo, in ogni ombra dell'esistenza, liberi di amarlo.
Di amare, di amare sul serio.

Di amare quella figura di donna che si contorce nel suo manto di sudore, che si concede e si lascia possedere ansimando.

Un vulcano esplode, un mondo si ripiega su se stesso e scatena milioni di quantum di pressione sull'infinita materia, un'enorme macromolecola di elio vuole divorare l'universo nella sua eterna combustione.

Noi siamo questo, lo siamo in ogni momento. Non vi chiedo di accettarlo, non vi chiedo di crederci e basta.

Vi chiedo di soffrire, di sanguinare, di gridare alle stelle e alla luna, vi chiedo di trasfigurarvi, di danzare informi e di possedere quel desiderio che vi fa ruggire nel cuore della notte.

Vi chiedo di gettarvi nel cuore dei cuori e di scoprirlo.


Actuellement j'écoute:
Maxinquaye
Par Tricky
Date de publication : 1995-04-18
novembre 11, 2008 - mardi 

Pratico alla perfezione la mia filosofia di vita ma non la conosco per niente. Me l'ha fatto notare una persona che sa come guardarmi. Dunque?
Dunque scrivo ciò che penso e vedrò se quadra. Vi auguro di stare dietro agli attorcigliamenti che leggerete. Se ce la farete è segno che siete in grado di comprendere una visione del mondo discordante, dualistica e ricca di contraddizioni.

oppure che avete appena ingerito circa 10 grammi di crack.

Parto da una critica, la critica del pensiero. Parlo di quel pensiero strettamente legato ai sensi, puramente percettivo. Parlo del fatto che tu ora sia davanti ad un monitor a leggere questa riga mentre ascolti i Massive Attack sorseggiando una lattina di cocacola corretta con rum. Credi che il mondo fuori di te sia realmente quello che stai percependo?
Forse no.
Consideriamo cos'è la realtà, qual'è la nostra, la TUA concezione di realtà. Per te è reale ciò che vedi, che senti, che ascolti, che odori, che tocchi.
Ma sai come ci riesci? Grazie ad impulsi elaborati dal tuo cervello che provengono dai 5 proverbiali organi del senso.

Ora. Non è un pò presuntuoso dire che un sistema nervoso come il tuo rielabora la realtà esattamente come è? Si, lo è, perchè ciò che percepisci deriva strettamente DA COME FUNZIONA IL TUO SISTEMA NERVOSO. Prende la realtà esterna, la acquisisce PER QUELLO CHE PUO' ACQUISIRE, ovvero solo attraverso dati uditivi, sensoriali, olfattivi, tattili e gustativi, quindi la passa al cervello che la rielabora e la dà in pasto a te.

Insomma ciò che vivi, che hai vissuto e che vivrai è un mondo ricreato dal cervello e non saprai mai come in realtà sia questo mondo all'infuori di te. La realtà è composta da un'infinità di dati ed è solo un caso che la sua caratterizzazione più importante, per te, sia com'è fatta visivamente. In realtà il suo aspetto visivo è importante quanto gli altri, perchè sono tutti dati equivalenti.
Importa che è il tuo cervello ad essere calibrato ad acquisire la maggior parte delle informazioni grazie alla vista.
Pensi che un pipistrello abbia più problemi di te a ricostruire la realtà? Prova a chiedergli se non gli piacerebbe avere la vista: lui non avrebbe la minima idea di cosa stai parlando e neanche gli interesserebbe, poi ti prenderebbe per pazzo.
(anche io ti prenderei per imbecille se andassi a porre una domanda del genere ad un pipistrello)

Ma allora la realtà è traballante, non è oggettiva, il mondo come lo conosco assume infiniti punti di vista mai considerati e che fanno vacillare la stessa sanità mentale! Non ci sono certezze in questa esistenza?

Si, ce ne sono due:

1) La prima è il pensiero (ci arrivò Cartesio, dicendo "Cogito ergo sum")

2) La seconda è la volontà di sopravvivenza (ci arrivò Schopenauer, dicendo "E mò so cazzi vostra")

Perchè se il pensiero è una certezza, non si è di certo originato da niente ma dall'evoluzione. E che cos'è che sceglie cosa si evolve o no? La natura.

E come mai il nostro cervello si è evoluto arrivando a dotare il corpo che abita di occhi, orecchie, bocca, naso e pelle sensibile alla pressione e alla temperatura (ovvero ciò che costruisce il nostro mondo)?

Perchè vuole sopravvivere e, casualmente, la nascita di questi organi gli ha permesso di farlo al meglio.

Spontaneamente viene da chiedersi: abbiamo il controllo sulla volontà del cervello di sopravvivere?
No. Dimenticatevi giusto e sbagliato, bene e male, luce e ombra, fare l'amore con la donna che amate o stuprare una bambina, amare un figlio o torturare un padre.
Se rischiate la vita il cervello vi impone la scelta più idonea alla sua sopravvivenza.

Come posso essere certo che non controllo interamente il mio cervello? Per il semplice fatto che di sicuro non controllo tutte le cose che faccio. Facciamo un esempio: alza la mano che tieni sul mouse. Sorridi e dici: "Eh no, di muoverla l'ho scelto io imbecille".

Ah si. Hai fatto partire una scarica di neuroni dal tuo sistema nervoso centrale per spedirli attraverso tutte le sinapsi sino ai tuoi neuroni motori della mano destra (o sinistra) per rilasciare varie sostanze chimiche in grado di trasformare l'ATP immagazzinato in energia che va a contrarre i muscoli da te stimolati.

Hai coscienza di questo?
No, certamente no, impazziresti. Il fatto che tu controlli il tuo corpo (e neanche del tutto) non fa sì che sia tu a farlo funzionare. A farlo è una parte enorme del tuo cervello, il 98% esattamente. Tu che stai leggendo occupi circa il 2% della sua massa.

Non hai il totale controllo. Per quanto riguarda la gran parte del tuo cervello forse è indifferente ciò che tu faccia, purchè ti permetta di sopravvivere. Anzi, per non distrarti e per impegnarti attivamente a diffondere il tuo seme e quindi il suo codice genetico (e a sopravvivere in nuovi individui), ti dà la sensazione che tu abbia il pieno controllo della tua vita grazie ad una sua parte, l'interprete, che ha lo specifico compito di farti pensare che sia tu ad aver compiuto ogni scelta. Forse è veramente così, ma il cervello evolvendosi si è premurato di munirsi, meglio, premunirsi di questa parte. E' quanto meno inquietante.

Riassumo. Nel mio limite di svogliati studi, di confronti e di esperienza questi sono i miei punti fermi: il fatto che non ho di certo il controllo della realtà, che è ricreata dal cervello, e che non lo ho neanche di me stesso, perchè anche qui interviene a sua discrezione l'azione del cervello.
Due certezze: che il cervello funziona ed esiste e che è regolato da un violento, ineluttabile ed infinito istinto di sopravvivenza.

Qui termina la parte sulla mia interpretazione della realtà.

Ma allora se è tutto qui diamo vita al piccolo nichilista che è in noi!

No, qualcosa non torna. Qualcosa non va, ve ne sarete resi conto anche voi, anche se i ragionamenti di cui sopra siano (se meglio formulati) difficilmente attaccabili.
Sapete cos'è che non torna?

Che, per quanto parziale, limitato, non oggettivo, per quanto bistrattato, per quanto sottovalutato possa essere, noi abbiamo innato il concetto di bene e male, luce/oscurità, bianco/nero, donna/uomo, giusto/sbagliato.

Bisogna ammettere che è strano che un'evoluzione imposta dalla imparziale e impietosa natura, che permette solo al più forte di sopravvivere, produca un impiccio del genere. Voglio dire, se una cosa fa sopravvivere perchè mai il 98% del cervello dovrebbe trovarsi d'impedimento voi, il miserabile 2%, ed essere così buona da farvi considerare se fare qualcosa è MORALMENTE giusto o sbagliato.
Molti fanno lo stesso ciò che è sbagliato, è vero.
Ma non vuol dire che non abbiano innata la dualità giusto/sbagliato, NON cosa siano giusto e sbagliato, che lo scelgono da soli. C'è sempre una seconda possibilità.

Non c'è ragione di pensare che questa dualità sia unicamente prodotta dal puro istinto di sopravvivenza. C'è qualcos'altro di inafferrabile, di irriducibile, di impensabile che l'ha generata. Si spalanca un mondo, sul serio.

In questa parte ho esposto la mia visione del mondo prettamente materialista, che è l'unica che posso pesare. Eppure questa mi ha inevitabilmente condotto a qualcos'altro che va oltre, e non per mia scelta.

Si, credo ci sia qualcosa oltre. Ne parlerò nel penultimo di questi 5 interventi.

octobre 28, 2008 - mardi 

Vi è, nel cuore, una malattia che è come un martello: dall'interno batte e percuote le sue vestigia.

Vi è, nella mente, una processualità automatica che cerca di permettere alla malattia di uscire dal suo grembo, una sorta di concessione a trapassare ogni tonaca cardiaca pur di far sì che qualcosa esca, non importa se distruggendo il suo possessore.

Per amore.

Per amore non ci importa di chi siamo o quali siano i nostri desideri. Per amore ci annulliamo, per il desiderio di possesso ci azzeriamo, per l'ansia della solitudine ci sottomettiamo, invochiamo la morte in notti insonni per riavere indietro chi amiamo.

Ah, ecco. L'amore. Traduciamo questa parola.
L'amore è amore per una persona. E' il desiderio fisso e costante che una persona ci apprezzi e ci sostenga per sempre e per sempre accetti che noi la apprezziamo e la sosteniamo.

Ah, ecco. L'amore per una persona. Non si può che amare una persona.
Una persona ha nella propria matrice neurale un istinto alla sopravvivenza a priori così forte da scardinare un oceano. Figuriamoci un essere umano che la ama, completamente disarmato nei suoi confronti.
Eppure è un angelo candido.
Una persona è capace di giustificare i mezzi con i fini.
Eppure è ciò che ci permette di sopravvivere.
Una persona è, ragionevolissimamente, un essere che lotta e sbava e ringhia ai tentativi della vita di strappargli ciò che vuole tenersi stretto. E lo fa senza neanche rendersene conto.
Eppure la persona è il nostro paradiso, il nostro fine, l'alfa e l'omega delle nostre azioni.

...

uomo ma cosa cazzo stai amando? ti stai concedendo ad un boia assoluto, ad un carnefice il cui fine non è altro che scardinare ogni impedimento alla propria riproduzione.

uomo ti sei innamorato di una cosa francamente disgustosa.

ma quello che fa più rabbia è che NON E' L'UNICA COSA CHE TU POSSA AMARE.

è il momento che torni a coltivare ciò che sei perchè, cristo santo, l'unica cosa in grado di permettere all'amore di sbocciare è l'interesse reciproco e se tu non sei interessante sei fottuto e basta.

uomo. manda tutti a fanculo. chiudi le tende, diventa inarrestabile.
AMA!, ma con tutta la forza del terremoto e dimenticatene con tutta la rabbia del vulcano.

l'amore è una bestia.
va guardata negli occhi, ammirata, posseduta, divinizzata.
ma senza mai dimenticare la distanza che separa un cacciatore dalla propria preda.

e quando ogni fiamma sarà spenta rendi un altare alle persone che hai amato, non una fottuta tomba dove murarti vivo.

uomo o donna che tu sia, sei splendido, vivi e godi di ciò che sei.

tutto il resto è cenere.

octobre 22, 2008 - mercredi 

io devo pensare i tuoi occhi scevri da ogni desiderio divergente.

io devo illudermi di una fiamma nascosta di cui sono intrisi, di desiderarne il calore.

io.

eppure tu voli, angelo tra gli angeli, lungo un cielo cremisi. lo riconosco, l'ho visto bene, è vuoto e tu brami di riempirlo con il mio sangue.

hai bisogno di attirarmi nella tela, di convincermi che è bello farsi divorare.

e non ne hai neanche bisogno, guarda, te lo dico io, trovo meraviglioso farsi divorare. da te.

in tutto questo sublime processo volitivo solo una cosa mi turba ed emerge come fumi di morte:

non sopporto che ci sia un'idea oltre la seduzione. chiedo tanto se te ne privi? di pensare solo al piacere e non alla sopravvivenza? di rinunciare all'ossessionante necessità di riprodurre il tuo dna?

Dio, dimmi, scopare e basta è chiedere tanto?

septembre 23, 2008 - mardi 

Qui mi fermo, non riesco ad andare oltre.

Non solo perché é l'ultimo degli scritti da ripubblicare.
Di fronte al cane alzo le mani e mi chiedo chi abbia scritto quanto state per leggere.

Sono l'unico incapace di coglierne l'ironia.

Ringrazio tutti quelli che hanno avuto la pazienza di sbirciare tra le mie rovine circolari.

Natale. Si svegliò con questa parola in testa, pesante come l'attrito di mille cose non fatte e di altrettante scelte incompiute.
Era arrivato il Natale e ci sarebbe stato il pranzo con tutti i parenti. Sarebbe andato nella casa dei nonni, si sarebbero seduti ed avrebbero mangiato e festeggiato mentre le badanti cucinavano. Insalata russa, patate cotte al forno non tagliate. E centinaia di altri mattoni che si sarebbero infilzati come spine nella sua gola.
Quanto disgusto provava di fronte a se stesso per essere costretto a subirlo ogni Natale.
Si lavò senza pettinarsi né lavarsi i denti, si infilò quattro cose e fu sulla porta per uscire.
Sua madre lo trattenne e tra mille sorrisi gli lamentò lo stato dei suoi capelli e dei suoi vestiti. Allora dovette tornare indietro e rivestirsi da capo; nel frattempo lei era uscita.
Si infilò le scarpe ed uscì anche lui.

Due rampe di scale, un famigliare ringhio di cane e la porta della famiglia Lamberti si aprì. Ne uscì la signora con il suo Willy. Sembrava odiare ogni cosa della vita. Ma più di tutto si incazzava con lui, con il suo odore e con i suoi jeans scuri. E un'altra volta vi si incollò con i denti, afferrandogli la superficie della sua gamba magrolina.

Ancora una volta il ragazzo alzò gli occhi verso quelli della signora, senza dire niente, e questa, nel più sacro dei silenzi, tirò il guinzaglio fino a far staccare il cane dalla presa e lo trascinò sbraitante verso il portone.

Ancora una volta lui non disse niente e si abbassò sul morso e se lo sentì acceso di un passivo dolore.
Non provò mai alcun risentimento. Erano entrambi maledetti allo stesso modo. In quel palazzo non c’era modo di provare un sentimento migliore del rancore.

Dieci minuti dopo aveva percorso tutta la strada e stava entrando nella casa dei nonni, una villa circondata dalle macchine degli altri famigliari. Non destò alcuna attenzione mentre procedeva verso la tavola e si sedeva. Intanto intorno fervevano i preparativi: le russe preparavano la tavola, il vecchio Antonio, suo nonno, sedeva a capotavola ubriaco e soddisfatto mentre chiacchierava con la terza badante. Sua nonna era accanto a lui.
La vecchia Marcella non riconosceva nessuno e parlava senza alcuna cognizione di causa. Chiedeva in continuazione di chi fosse quella casa, chi fossero tutte quelle persone, ogni tanto dava della puttana a una delle badanti e canticchiava canzoni degli anni 50. Antonio non se ne accorgeva neppure mentre snocciolava le sue amabili stronzate a Lubov, la più giovane delle russe, che gli sedeva accanto.
Da quando sua nonna aveva perso la testa quella casa si era riempita di russe. Prima una sola. Ma aveva un’amica che aveva assolutamente bisogno di lavoro e alla fine era rimasta fino ad allora, poi un'altra era stata picchiata dal marito ed era stata accolta originariamente per qualche giorno, e ancora rimaneva, dopo 21 mesi.
All'altro capo della tavola c'era il fratello di sua madre, suo zio Silvio, vestito con giacca e cravatta con uno studiato e soddisfatto sorriso di circostanza dipinto sul volto. La gente era convinta che quella villa stesse ospitando uno dei più rispettabili pranzi di Natale di tutta la città: il dottor Silvio era meritevole di aver risollevato le finanze dell'ospedale cittadino.
C'era riuscito senza smettere mai di sorridere. E tra tutti i sorrisi che dispensava, seduto a tavola, suo nipote ne riconobbe uno. Uno che gli era rimasto così impresso e che veniva così bene a suo zio da risaltare unico, tra tutti i sorrisi che aveva visto in vita sua.
Era quello che lo zio gli aveva lanciato quando era entrato di scatto nella stanza in cui lui stava prendendo a schiaffi sua madre e la chiamava stronza. Era quello che gli aveva lanciato quando gli aveva cortesemente chiesto di uscire dalla stanza, che lui e sua madre stavano facendo un discorso da adulti.
Se lo ricordava molto bene anche quel discorso.
 
Aveva a che fare con i soldi.
 
Aveva a che fare con i soldi.
 
Aveva a che fare con i soldi.
 
Aveva a che fare con i soldi.
 
Aveva a che fare con i soldi.
 
Aveva a che fare con i soldi.
 
AVEVA A CHE FARE CON I SOLDI, PORCO DIO, QUELLI CHE MI DEVI DARE DA QUANDO TI SEI COMPRATA QUELLA CASA DOVE VIVI LA TUA VITA DA FALLITA CON TUO FIGLIO! QUEI SOLDI CHE DOVEVI RESTITUIRMI CON TUO MARITO, QUEL PEZZENTE CHE SE N'E' ANDATO, CHE T'HA LASCIATA SOLA, TI HA LASCIATA COME UNA MERDA! E SOLO PER QUESTO DOVREI NON RIVOLERE INDIETRO TUTTI I SACRIFICI CHE HO PASSATO PER TE? RIVOGLIO I MIEI SOLDI! TUTTI QUANTI, NON SOLO QUESTE TRE CARTE DI MERDA! LI RIVOGLIO TUTTI, CAPITO STRONZA?
 
I soldi avevano a che fare con tutto. Tutti avevano a che fare con i soldi.
Tutto ci girava intorno.
 
Tornò al presente. Si girò verso l'altro capo del tavolo con la solita espressione completamente vuota.
 
Anche le badanti dipendevano dai soldi. Ruotavano attorno a suo nonno, così vecchio da non voler pensare ad altro che quello che il destino gli metteva davanti. E il destino gli aveva messo davanti tante badanti con cui occultare la propria paura della morte, come fossero un separé tra lui ed il letto di morte.
 
Si girò. Davanti a lui suo cugino, impettito e sorridente, gli rimandò un'occhiata torva. Era alto, snello, intelligente. Lo guardava come stesse guardando un cane. Lo guardava come per volergli rinfacciare tutta la misera vita che gli era toccata ed elevarsi su ciò che i soldi di suo padre gli avevano concesso.
 
Sua madre tornò con un recipiente pieno di pasta. Arrivò con lo sguardo basso fino al lato del centro del tavolo, sotto lo sguardo ghignante e severo di suo fratello, posò la grossa scodella al centro della tavola, sollevò gli occhi per posare un sorriso sopra suo figlio e se ne tornò in cucina.
 La vide uscire dalla grossa sala mentre Marcella le gridava 'Troia, troia!'. Non servì spiegarle che quella di sua figlia non era stata una mancanza di rispetto, cioè di non servirla, perché il pranzo non era ancora iniziato e nessuno era stato servito.
 
Il suo sguardo spento, quasi di marmo, gli si ruppe e sentì uno strano senso di nausea crescergli addosso.
Si alzò e si diresse verso il bagno. Passando per l'ingresso, dove era stato addobbato l'albero di Natale incrociò sua cugina Viola, 13 anni, figlia della sorella di sua madre. Cercava di avventarsi con le scarpe sui pacchi, urlando e piagnucolando, mentre la madre tentava di fermarla con consolatorie e petulanti frasi di circostanza.
'Non volevo questo!', urlava, 'Non volevo l'I-Pod da 1 giga! Volevo l'I-Pod nano da 20! Siete tutti degli ipocriti schifosi!'.
 
Fu nel bagno.
Vomitò.
Uscì dal bagno.
 
Di fuori suo cugino lo guardava divertito.
'Tutto bene, vecchio mio?' gli chiese a braccia conserte. 'Guarda come sei pallido e smunto. Sai che potrebbe essere un problema con le ragazze? Per piacergli dovresti essere un pò più vivo. Te lo dico perché, ecco, come spiegartelo, scopo parecchio'. Lo guardò stordito e debole. Non voleva averlo là davanti alla porta del bagno dopo aver vomitato.
'Ma poi...' disse con un sospiro, sgranchendosi le braccia, 'che ne puoi sapere tu delle ragazze...'.
Si chiese cosa volesse dirgli.
Fece per andare verso il corridoio ma fu fermato dalla dolorosa stretta del cugino. 'Fermo. Devo dirti una cosa. Ieri è stato molto divertente. C'era tua madre che stava litigando con Petra, quel mastino bolscevico...a un tratto ha cominciato a spingerla. Petra a tua madre, dico. Continuava a ripetere 'Non me ne vuado! No chiamato io all'estero! No fatto io! No fatto io!'. Poi tua madre è caduta, quando lei le ha sferrato uno schiaffo'.

Strattonò per sottrarsi all'umiliazione. Nessun risultato, rimase fermo e la morsa fu ancora più dolorosa.
'Aspetta. Volevo dirti il meglio. Nostro nonno è rimasto fermo a guardare senza fare niente. Poi si è incazzato con tua madre, l'ha apostrofata con i suoi soliti discorsi da vecchio rincoglionito...'. Si interruppe. Passò suo padre Silvio, li oltrepassò con un sorriso, entrò in bagno e prima di chiudere la porta avvertì 'Ragazzi, tra poco si mangia!'. Suo figlio rispose con un cenno di assenso e si rivolse di nuovo verso di lui. 'Io ero lì con papà,', proseguì, 'ero venuto a salutare i nonni. Dì a tua madre di non fare più storie sulla bolletta del telefono che è arrivata visto che tutte le pezze che ha al culo gliele ha messe nonno'.
 
Suo cugino rimase con lo sguardo fisso sul suo collo poiché lui, non riuscendo più a sostenere alcuno sguardo, aveva chinato la testa.
La presa alla mano si allentò gradualmente.
Il rumore dello sciacquone. La porta si aprì, ne uscì lo zio Silvio che con alcuni colpi alla loro spalle invitò i giovani ad andare a tavola.
Suo cugino mollò la presa e seguì il padre.
Lui fece altrettanto e furono tutti a tavola a festeggiare sorridenti il Natale.
 
Perché sua madre non era diventata dottoressa?, si chiese mentre faceva cozzare il suo bicchiere con lo spumante contro quello degli altri, brindando sorridente. Perché non era riuscita anche lei a diventare rispettata come suo zio? Perché ora si doveva vedere sbattuta per terra da un'estranea ed insultata e trattata come una merda da suo fratello?
Perché tutto questo?
 La voce di suo padre tre giorni prima che scomparisse dalla sua vita. 'Tuo zio ha avuto la vita facile perché maschio e primogenito. Le femmine non erano considerate importanti dalla generazione dei tuoi nonni. Lei è stata schiacciata ma alla fine ha assorbito tutto rendendosi innocua e passiva, in un certo senso invincibile come il fratello, al contrario aggressivo e attivo. Quindi chi farà le spese di tutto questo sarai tu.”

Quando la tavolata proruppe in un gioioso 'Buon Natale a tutti!', i biccchieri levati in alto, gli tornò la solita espressione vuota e si estraniò totalmente da tutto, fin quando non si risvegliò, verso le sei, e fu ora di andare.
 
Erano rimasti solo lui, sua madre, suo zio, i nonni e le badanti.
Quando fu nell'atrio si ritrovò davanti sua madre sorridente, con l'occhio pesto, a suo zio, ancora più sorridente.
'Quanto sei cresciuto, nipote!' gli disse lo zio Silvio. 'Ho parlato con tua madre e abbiamo deciso che visto che lei non riesce a restituirmi i soldi per la casa entro il tempo che avevamo stabilito, ha bisogno di affittare la tua stanza per guadagnarli per tempo...quindi domani la devi sgomberare'.
Tutto d'un fiato.
Suo nipote rimase di marmo, granitico, impassibile. Totalmente sopraffatto da quella realtà così inarrestabile, così pesante. Suo zio si volse verso sua madre, tirando un sospiro. 'Hai visto quant'è stato facile? Le cose basta dirle e si risolve tutto'.
Sua madre sorrise al fratello con la morte che troneggiava tra le vene dentro ai suoi occhi.
'Beh, ora devo proprio andare', aggiunse lo zio Silvio prima di uscire, 'Mi aspettano in ambulatorio. Buon Natale!'.
La porta si aprì e si chiuse.
Rimasero nell'atrio madre e figlio, soli con i loro silenzi, miliardi di baratri che si spalancavano tra di loro ed inghiottivano in continuazione. I loro occhi, ormai maschere di cera sciolte, si scrutavano impassibili, martellandosi tra di loro senza sosta con i loro quando, i loro perché, tutte le domande che non avrebbero mai trovato risposta tra quei due sacchi riempiti di catrame ed inerzia, saturi di tutti gli scarti della razza umana. Loro stessi scarti della razza umana. Ceneri svolazzanti sopra le proprie pire.
 
Due ore più tardi sognava.

Buio, come è stato buio nell’utero che ci ha concepiti. E’ in uno dei labirinti della sua fantasia e non scordate il buio quando immaginate questo posto. Un labirinto di case di legno e corridoi e ombre immobili. Non è bello ricordarsi l’infanzia? Rincorrersi è un po’ come fare l’amore quando ancora non se ne ha coscienza! È bello, puro, non sporca e non fa male a nessuno! E allora corre per quegli eterni corridoi rincorso da mostruosi compagni di giochi! Girare, tornare indietro, fuori dalla finestra una luna di vetro, attorno a quelle mura un baratro, e ancora girare, voltarsi, correre, un’ombra che corre fuori da un angolo, all’improvviso, ma non fa paura perché stanno correndo tutti, e di nuovo tutto dall’inizio.
Poi eccolo! Il più grande dei tesori! Il pegno perché la piccola Viola potesse diventare sua legittima sposa, da portare trionfale nella sala del trono del nobile Antonio, una sala da pranzo enorme dove il sole non sorgeva mai, eternamente intrappolata in un mortale crepuscolo!
Eccolo il più grande dei tesori! L’I Pod nano! Lo trova in una distesa di viola senza confini, sotto a nubi verde acido e venti che trasportano lacrime provenienti da irte gole rocciose!
Chi è quel vecchio che gli para la strada? Chi è e come si permette? Ha paura ma, perdio! Schiva il primo pugno diretto al volto e lo scherno di quel vecchio, che urla “Ma guarda tu, tu di sicuro non hai mai fatto a botte, ti posso massacrare!”. Ne vede il camion, lo identifica per il lurido e muscoloso camionista che è! E allora ecco parare un altro colpo, ma incassa un calcio e il vecchio si avvicina con un terzo pugno! E questo lo fa andare in bestia, lo colpisce con tutta la forza che ha! Fiotti di sangue che colorano il mondo e denti che si spaccano, finalmente vola sul regno degli alberi con Viola che lo guarda e lo bacia perché le ha portato in dono una rivelazione nascosta tra le tracce del lettore mp3: lui va amato così com’è!
Ed eccoli! Sul tetto! Zio Silvio, suo cugino, sua madre che ridono e si abbracciano e sua zia, la madre di Viola, che porta la dote ed è pronta a scortarli nella camera del sovrano!
Sua madre lo avvicina e lo accompagna sorridendogli di un sorriso vero, e, Dio mio!, fiero, orgoglioso, pieno di vita! La vede innalzarsi su, nel cielo plumbeo e divorare quel crepuscolo eterno per trasfigurarsi e rendersi, tra la festa della famiglia e gli applausi delle badanti, nel giorno del suo matrimonio,
UNA DEA

Quattro ore più tardi si svegliò in una chiazza di sudore, rimase mezz'ora con lo sguardo fisso davanti a sé pensando che quella sarebbe stata l'ultima notte nella sua stanza.
Si alzò, entrò in cucina, accese la luce, prese il coltello per affettare il pane, spense la luce, entrò nell’altra camera, sentendo una colonna di disperazione sorda battergli al posto del cuore, si sedette accanto al cuscino, avvicinò il coltello alla sua gola.
La luce lunare illuminò il luccichio della lama e quello degli occhi appena aperti della donna.

Si guardarono come si erano guardati all'uscita dalla casa dei nonni.
'Perché mi vuoi uccidere?' chiese, e gli occhi le cominciarono ad arrossarsi. 'Tu hai ragione. Io sono sempre debole, non ho mai avuto la forza di reagire...gli altri mi hanno sempre atterrito...e tutto questo è finito per pesarti addosso. E me ne scuso, e mi dispiace, e vorrei riuscire a fare qualcosa per te”.
Lei sussultò con un singhiozzo. Rimasero immobili come un mortale Amore ed una devastata Psiche.
'Io so perché vuoi uccidermi. Perché mi senti debole. Perché senti che non riesco a reagire. Non è così? E' così, non è vero?'.
La voce era diventata una morsa singhiozzante.
'Non lo puoi fare...non lo puoi fare...non lo puoi fare...perché non è giusto...neanche io non meritavo quello che ho subito...'.
Lui continuò a scrutarla con i suoi occhi, ormai due rotondi cuori di sangue e ghiaccio.
Uccidere fu compiere un’ovvia e banale equazione matematica.
Il suo urlo fu strozzato dal gorgogliare del sangue.
 
Uscì. I suoi passi rimbombavano come urla, il sangue che gli colava dalle mani e dal coltello gli ricordava lo spumante con cui avevano brindato a pranzo. Due rampe di scale. E quando fu davanti alla porta a sinistra di nuovo il cane abbaiò.
Doveva essere tardissimo.
Usò il coltello per svitare il fermo della porticina del cane e se lo vide uscire ed avventarsi ringhiando sui suoi pantaloni. Quel cane, si disse, aveva assorbito tutto l'odio che i padroni nutrivano per lui. Lui che aveva l'età che avrebbe avuto loro figlio, morto per un insulto cardiaco. E lui, in quel palazzo, glielo ricordava ogni giorno. Non poteva fargliene una colpa.
Il dolore dei suoi morsi colmò il suo vuoto.
Diede un calcio al cane, gli si avvicinò, gli schiacciò il corpo con un calcio e gli tagliò la testa.
Poi la prese, svitò il pomello sul manico delle scale e ce la infilzò sopra.
Riprese con calma la discesa delle scale.
 Era finita. Doveva solo aspettare la polizia da qualche parte, in qualche luogo sperduto. Non sarebbero passati molti giorni perché lui non sapeva che fare. Dirigersi verso le campagne e camminare, camminare e camminare...e poi riposare sotto gli alberi, finalmente solo. Forse il tempo che aveva non era molto, si disse. Ma quel tempo se l'era guadagnato, l'aveva strappato alla sua vita che voleva divorarsi tutto.
E questo lo rendeva immensamente prezioso.
 
Fuori fu accolto dal gelido vesperino e dallo sguardo folle della luna.
Si incamminò.
'Riccardo'.
Sentì un lamento gracchiare alle sue spalle.
Era il citofono. Sentiva sua madre chiamarlo dal citofono.
'Riccardo...Riccardo...Riccardo...Riccardo...Riccardo...'
Continuò a chiamarlo.
Si girò e riprese a camminare mentre la voce di sua madre implorava il suo nome con l'inerzia della disperazione.
'Riccardo...Riccardo...Riccardo...'.
Abbandonò il suo nome. Ogni tremulo lamento si perse alle sue spalle.

Abbandonò il citofono e ogni speranza di rivederlo si perse tra circuiti immersi nella tetra bruma.
Ma perché chiamarlo?
Suo figlio aveva scelto di andarsene e di abbandonare quel mondo di angoscia.
Lei stessa l’aveva aiutato a farlo. Ricordò tutto con ripugnanza. Il sangue e i passi affrettati e gli scatti frenetici del polso e l’ombra della morte negli occhi del figlio.
Ripercorse come in sogno il corridoio al contrario, si chiese come avesse fatto a finire al citofono.
Ritrovò l’orribile macchia, il lago cremisi a terra, la coperta lacera.
Il corpo contorto di Riccardo in un satanico spasmo.
Una statua distorta. Quel figlio non era stato in grado di capirla e non era in grado di vivere, non era stato in grado di scegliere. Donargli la morte fu il miglior regalo che potesse fargli. Che benedizione. Riposare, finalmente, senza timore del proprio passato e dei propri errori. Non vivere, finalmente.
Carezzò la fronte insanguinata di Riccardo vicino ad uno degli squarci che gli aveva impresso, sul margine destro delle labbra, ormai più brandelli che carne.
Era sempre stato così. Era sempre stato morto, lei l’aveva semplicemente formalizzato.
E ora? Una cattura, un teatrino mediatico, un processo, forse il lontano bagliore di una dichiarazione di infermità mentale, quindi qualche altra possibilità di vita.
Ragionandoci si ritrovò nel terrazzo, cullato dai raggi lunari.

All’improvviso un senso di vertigine e dovette afferrarsi alla ringhiera per non cadere.
Quando si riebbe era qualcos’altro.
Non riusciva a riconoscere il suo corpo.
Il suo volto.
I suoi pensieri.
Il suo sesso.

Chi era? Mille dubbi affilati come coltelli. Aveva smarrito la sua identità.
L’omicidio aveva disorientato quell’essere fino a quel punto?
L’aveva reso una bestia androgina?
Si accasciò a terra e cominciò ad emettere pochi sporadici versi gutturali osservandosi le mani.
Contorcendole, mordendole, agitandosi.

DI CHI ERA QUEL SANGUE?
Quanta confusione, tutto impallidiva in confronto a quell’angosciante metamorfosi!
In quale delle due camere si trovava il cadavere?
Nell’incapacità di riconoscersi divenne lecita la domanda più assurda che si potesse fare: di chi era il corpo abitato dall’assassino?

L’indomani mattina ritrovarono così quell’essere: confuso, preda di una cieca angoscia, l’unico tra tutti incapace di comprendere l’ironia di quel controverso omicidio.

septembre 17, 2008 - mercredi 

La Quiete ha una cosa in comune con il modo in cui è stato scritto.
Qualcosa di profondamente sbagliato.
In questo caso i commenti sono molto graditi,
buona lettura.

Il muro. La porta. La sedia. Il suo petto richiuso in una morsa, il suo sguardo avvinto al silenzioso pavimento. Il muro, una porta, una sedia, ripeteva. Ripassava gli elementi di quella stanza cercando di non pensare a niente. All'infinito. Aspettando che giungesse la fine.
Il muro, una porta, una sedia. E ancora, ancora, ancora.
Gola secca, carotide infiammata, come se un fuoco gli fosse divampato dentro.
Sete.
Eccola la sete, la causa di tutto, il deus ex machina della sua dannazione. Eccola la colpevole, sdraiata sulla sua spina dorsale con il respiro affannoso: ancora stava in attesa. Ancora desiderava di sgorgare e tuffarsi, spinta dalle sue libidini.
Sete. Ancora la sentiva.
Un familiare impulso ad agire d'istinto, a spezzare tutte le corde, a tagliare tutta la realtà in due e ad eliminare tutto il resto. Un amichevole sensazione di combustione, una piromania affannosa ma piacevole. Tensione, luridissima tra tutte le tensioni! La più sporca tra tutte le porte del desiderio! A lungo si era interrogato sulla natura e sulla legittimità di quella sete. A lungo si era soffermato sulla sua sostanza. Ogni volta sentiva che doveva liberarsene, ma poi...dio santo!, com'era stato naturale, semplice, puro lasciare che essa venisse soddisfatta ogni volta! Perché sopprimere parte della propria naturalezza?

...

Muro. Porta. Sedia.
Aveva pensato a troppe cose.
Muro. Porta. Sedia.
Ma non era finita...doveva pensare ancora...ricordare...
Muro. Porta.
Ricordare come l'ingranaggio si era messo a girare.
Ricordare come si fosse spezzato.
Muro. Non c'erano più muri. E nemmeno porte o sedie. C'era solo il vuoto.

Sentiva il vuoto di quella stanza.
Era nato dentro di lui.

Pochi mesi prima era a casa sua: stava guardando dalla finestra. Stava guardando una ragazza. Viveva nel palazzo accanto e stava tornando a casa. Non ci aveva mai parlato, non aveva mai sentito il suono della sua voce e raramente l'aveva vista fuori di casa.
Non conosceva il suo nome, non conosceva la sua età, non sapeva nulla di lei.
Eppure l'amava.
Si era sentito ribollire, il cuore aveva vorticosamente roteato attorno al suo desiderio; poi, provando imbarazzo, aveva chiuso le tende della finestra per celare all'universo la sua erezione.
Voleva scomparire alla vista del mondo. Non c'era stato nessuno a guardarlo, però si era sentito osservato: dalla sua coscienza, dalla sua anima. Lo aveva chiamato sua madre perché l'aiutasse a preparare la cena quando una sensazione di sporco si era cosparsa sulla sua fronte per il resto della serata.
I giorni immediatamente seguenti erano trascorsi senza che nulla cambiasse. Ogni volta aveva sentito il suo desiderio affacciarsi, ed ogni volta, senza possibilità di liberarsene, lo aveva annegato nella masturbazione. Dopo si sentiva tranquillo, libero, in pace con il resto dell'umanità. Ma si trattava di una situazione temporanea, che così perdurava mentre lui continuava a sognare di conoscerla e di passare del tempo con lei e di baciarla. Mentre sognava che lei si lasciasse voler bene.

Tornando a casa, una sera, si era sentito solo. Intrappolato nella solitudine, nella cieca consapevolezza dell'incomunicabilità del suo disagio.
Aveva cambiato strada, senza pensarci, e si era ritrovato fuori città, in una buia campagna colorata solo dal giallo artificiale dei lampioni lungo la strada. Si era ritrovato a fiancheggiare il cimitero. Aveva osservato distrattamente l'oscurità al suo interno, lo sguardo fisso verso il sottile varco nel muro di cinta, poi aveva smosso con il piede una grossa pietra dal bordo del muro facendola cadere. Si sedette sopra la base della muratura e rimase ad aspettare guardando la luna.
Fu allora che, sentendo un rumore, si era girato verso l'oscurità e aveva visto per la prima volta Clio. Ovviamente non era il suo vero nome, però fu, ogni volta, l'unica risposta che ottenne quando glielo aveva chiesto. Da subito, da quando era emersa dalle tenebrose lapidi, aveva notato quel bagliore da baccante nel suo sguardo. Indossava una lunghissima sciarpa rossa e una palandrana resa bizzarra dalla vecchiaia; sulle spalle, lunghi capelli neri corvini.
Non ricordava quanto tempo avessero parlato. Di loro, della vita, di ciò che avrebbero fatto. La sua mente era annebbiata fino al punto in cui, tra lapidi e cipressi, fecero l'amore.

Gli si era dispiegato di fronte un mondo intero, un altro universo. Uno spettro infinito dal multiforme ed indefinito colore.
Puro istinto, pura naturalezza. Purezza, in tutta la sua magnificenza.
Tornando a casa aveva la mente vuota, sgombra. Non aveva voglia di pensare a nulla. O forse non ne aveva bisogno. Non più.

Tutto quello che riusciva a richiamare alla mente di quei giorni era il tempo trascorso con Clio. Non l'aveva mai incontrata con qualcun altro e mai nello stesso posto. Sentiva dolce il ricordo di quella menade, così calda e misteriosa, eppure al contempo così ruvida e sfuggente.

Avevano sperimentato a lungo lo spettro delle sensazioni sessuali, senza inibizioni, ogni volta con minore paura. Ogni volta con minore coscienza.
Ricordava come si sentisse: come in un limbo, con la mente sempre più annebbiata, come avesse mangiato il mitico frutto del loto e stesse per dimenticare completamente chi fosse. E forse proprio questo sarebbe accaduto se ad un tratto, senza nessuna ragione, Clio non fosse scomparsa. Non si fece più viva, non l'aveva più trovata nei posti in cui si erano visti. Svanita.
Non avrebbe mai saputo perché si fosse trovata in quel cimitero, quella notte.

Inizialmente aveva pensato che la sua scomparsa avrebbe lasciato un grande vuoto dentro di lui; ma non fu così.
Tutto quello che aveva sentito era stata una leggera transizione.

La transizione era terminata poche settimane dopo. Aveva cominciato a fare delle fantasie su una ragazza durante un corso di teatro. Non perché fosse affascinante, o simpatica, o intelligente. Era solo una patetica ragazzina che mascherava la sua insicurezza con un comportamento goffamente adulto e posato. E proprio per questo voleva impadronirsene.
Se l'era immaginata più volte sotto di lui, percossa, mentre ripeteva la sua parte, fino ad urlarla sempre più forte. Sempre più forte.

Non era stato difficile avvicinarla. Aveva scoperto di aver guadagnato una nuova sicurezza verso se stesso e verso l'altro sesso, senza però comprendere, ora lo sapeva, che quella sicurezza non era altro che ebrezza da incoscienza.
Non era stato difficile conquistarla: una ragazza così piena di falle e di dubbi. Non era stato difficile attirarla proprio dove voleva lui. Lentamente, senza fretta, giocando con diabolica lucidità le sue carte. E ciò che non aveva sperimentato con Clio lo aveva sperimentato con lei.
Su di lei.
Le prime volte l'aveva sentita colma di paure e dubbi, ogni volta sostituiti poi da una vaga soddisfazione che però non aveva mai trovato lucide fondamenta. L'ultima volta non aveva sentito altro che paura e ribrezzo, malcelati allo stesso modo della sua insicurezza.
Alla fine l'aveva trovata a piangere nella sua camera. Implorava chiarimento, sicurezza, coscienza di tutto quello che avevano fatto.
Ricordò. Prima quelle lacrime l'avrebbero toccato e quella patetica richiesta di comprensione lo avrebbe colpito con la stessa forza di una freccia.

Ma quel tempo era passato, e in quel momento, in quella stanza, aveva capito che non gli importava nulla delle sue lacrime.
Voleva solo soddisfare la sua sete, voleva solo affondare ancora una volta la sua faccia tra le gambe infuocate di una ragazza fino a saziarsene. Fino a soddisfare la sete.
Se ne era andato lasciandola nella sua stanza a piangere.
I suoi singhiozzi erano scomparsi come liquide ombre alle sue spalle.

Il mese seguente lo aveva trascorso come un automa, un fantasma dannato. Non riusciva a trarre alcun piacere da nulla. Si trovava ancora in quello stato di limbo mentale, incapace di ragionare, di visualizzare il suo problema e di isolarlo. Sentiva solo il forte distacco da qualcosa, sempre di più, e la sete era diventata una scimmia implacabile sorretta dalle sue spalle. E l'autoerotismo lo faceva sentire sporco, lo annullava, lo deprimeva.
Ricordò sua madre. In quel periodo non si parlavano praticamente più. Lui non aveva più sentito il bisogno di stare con lei, di considerarla madre. Non aveva più sentito nulla verso di lei. Lei non se ne rendeva conto e, nel suo mondo di trucchi, pellicce, telenovelas e banalità non aveva capito nulla. Per lei era ancora il suo bellissimo bambino, meritevole di tutti i vizi dei quali fosse capace.
Però nulla avrebbe potuto soddisfarlo.
E Carlo si era fatto sempre più assetato.

Pochi giorni fa si era ritrovato sulla strada che costeggiava il cimitero.
Senza nessun motivo, senza che nessun ricordo lo avesse spinto realmente verso quel luogo. Il luogo dove, gli crebbe un ghigno amaro ricordandolo, tutto era cominciato.
Stava imbrunendo. Il sole stava dipingendo il cielo di chiazze rosa e cremisi, fino a farlo esplodere in un giallo intenso e placido attorno alla sua forma circolare.
C'erano solo silenzio e il suono della natura. L'abbaiare di un cane, il frullare di ali nei vicini pollai. Il rumore delle ruote di una bicicletta lungo una strada vicina, nascosta dalla vegetazione.
E poi il silenzio. Quello dentro la sua anima.
Che quiete, si era detto. Che quiete. Che bel suono aveva quella parola. Che bel suono c'era tutt'intorno.
Si era accorto che dopotutto stava ricevendo uno splendido regalo quella sera. La pace.
Così si era fermato, aveva chiuso gli occhi, si era riempito le narici dell'acre odore di erba appena tagliata, si era messo ad ascoltare.

Poi un rumore estraneo. Un rumore di passi.
Aveva aperto gli occhi. Poco distante una figura imbacuccata stava proseguendo verso di lui con lo sguardo a terra. Le campane stavano suonando le sette e le ombre degli alberi si stavano allungando stanche.
La quiete. Tutto sarebbe cambiato grazie a quella quiete. Si era messo le mani in tasca ed era stato sul punto di voltarsi e tornare a casa.
Però...
La figura sollevò gli occhi. Li fissò su di lui. Rallentò il passò, si fermò vicino.
Che splendidi occhi aveva.
"Carlo?", aveva pronunciato fermandosi con una punta di imbarazzo.
"Si sono io", aveva pronunciato Carlo all'unisono con lei che si era affrettata a precisare "Sei Carlo Fedro?".
Gli era uscita una risatina inaspettata, ricambiata frettolosamente da lei. Come no. L'aveva riconosciuta. Era lei, la sua vicina, quella che aveva guardato secoli fa dalla finestra.
"Ciao, scusa...forse non sai chi sono", aveva proseguito lei, "Sono Maria, abito vicino a te. Sai, una sera siamo stati invitati da tua madre a cena a casa vostra...però tu non c'eri...". Carlo le aveva sorriso affabile, ma perplesso. Dove sarebbe voluta arrivare? Da nessuna parte probabilmente, visti gli accenni di imbarazzo sulla sua pelle. Aveva deciso di salvarla: "E così hai deciso di presentarti adesso?", aveva concluso gentilmente. Maria aveva afferrato l'inaspettato appiglio rispondendo rapida di sì.
Si erano fatti compagnia sulla strada di casa. Era andata a trovare sua zia al cimitero. "C'è anche mio padre in quel cimitero", aveva risposto Carlo, "ma ormai è parecchio che non vado a trovarlo". Gli metteva tristezza.
Maria non aveva risposto.
Era stata tinta dalla sua malinconia.
L'aveva avvolta e se ne era sentita un pò riscaldata, e lui se ne era accorto. Pochi giorni più tardi aveva avuto modo di scoprire il perché Maria uscisse così di rado. I genitori erano molto religiosi, per di più preda di un'ansietà bigotta che li faceva fremere ogni volta che la figlia doveva uscire di casa.
Per questo quando si erano baciati, al cimitero di nuovo, lei aveva tremato di paura.

Quella sera Carlo era tornato a casa, si era steso sul letto e aveva sorriso. Non si era accorto minimamente che la quiete si stava spezzando.
Finché, poche ore più tardi, non si era svegliato nel cuore della notte e non aveva sentito di nuovo la sete.
Non era mai scomparsa.
E lui non aveva mai fatto nulla perchè se ne andasse.
La sete c'era ancora.

Oggi Maria lo aveva invitato a festeggiare il suo compleanno. Era arrivato colmo di una sensazione di ineluttabilità e malinconia. E di una fragile felicità.
E quella sera, poche ore fa, aveva finito col toccarla, ogni volta al limite della costrizione, e la quiete aveva inesorabilmente ceduto il passo alla sete. E quella sera, mezz'ora fa, la porta si era spalancata e il padre di Maria era piombato su di lui e l'aveva sbattuto al muro e riempito di schiaffi, tra le urla di Maria che era corsa in lacrime fuori dalla stanza.
Non si era opposto.
Neanche quando era stato spinto fino alla stanza vuota appena riverniciata e chiuso al suo interno.
Non si era opposto.
Ma non si sentiva male per ciò che aveva fatto. Per le colpe che aveva nei confronti di Maria, per ciò che aveva distrutto in entrambi. Non si sentiva male.
Non sentiva nulla.

I genitori della ragazza erano troppo bigotti per gestire la situazione ma non abbastanza furbi per non farne un caso.
Chiamare il prete, la polizia, sua madre.
Sua madre arrivò presto, scatenando una serie di urla che si spensero con le sue supplicanti richieste di aprire quella maledetta porta, di farle rivedere il suo bambino.
Poi di nuovo il silenzio.
E il buio.

E un muro. Una porta. Una sedia.
Finiva tutto lì.

...

No. Non finiva tutto lì. Ci sarebbero stati casini in quantità industriale. Sua madre ne sarebbe uscita schiacciata. Lui, chissà. Forse avrebbe potuto riscattarsi col tempo. Riuscire a salvarsi dal disprezzo della gente.
Ma non gli interessava.
Non c'era più nulla ad interessarlo, se interessarsi a qualcosa significava appropiarsene fino a distruggerlo.
Aveva a cuore solo una cosa.
Scomparire. Sciogliersi. Staccarsi dalla realtà.

Il rumore di una gola che si schiariva lo riportò alla realtà.
Si guardò intorno. Stava per succedere qualcosa...
Un muro, una porta, una sedia...la sedia...
C'era una ragazza sulla sedia.
Era pallida, serena e magra. Capelli lisci e lunghi. Neri come i suoi vestiti. Indossava una gonna di raso e un corpetto sbracciato. La sua pelle sembrava emergere dal nulla, incorniciata da quel vestito scuro.
Un corvo.
Si alzò. "Ciao, è ora di andare", disse rassicurante e serena, avvicinandosi verso di lui.
"Ho sete..."

Padre Simone era appena arrivato. Accertata la gravità degli eventi con la devota famiglia aveva parlato con il tono più rassicurante possibile alla madre del ragazzo. Di quella pecorella smarrita, allontanatasi per errore dal sentiero di Dio. Di quella povera ignara creatura piombata per disgrazia nell'oscuro sentiero del peccato.
Dopodiché aveva annunciato che sarebbe andato a prepararsi per pregare assieme a Carlo, per farlo ragionare, per salvare la sua anima, e uscì dalla sala.
Si trovò di fronte alla porta dove doveva trovarsi il ragazzo.
Era tutto buio e silenzioso.
Spinto da un soffio di curiosità, accese la luce del corridoio, si chinò felpatamente e avvicinò l'occhio alla serratura senza alcun rumore.
All'inizio il buio non gli fece vedere nulla e fu tentato di chiamare il ragazzo per farlo uscire dall'oscurità. Poi però, quando si accorse di quello che stava accadendo nella stanza fu colto da sgomento e, ansimando, superò il lungo corridoio fino alla sala, spalancò la porta ed invitò tutti a seguirlo. "Presto! Presto!", li incitò confuso, "Il ragazzo! Quel povero ragazzo...il demonio!". Saltarono tutti in piedi, increduli, e in un attimo furono alla porta, e il padre di Maria infilò la chiave nella toppa, e girò la serratura, spalancò la porta e tutti si ritrovarono nella stanza e...

E non c'era nessuno. Solo una sedia solitaria e le tenebre di quella stanza senza finestre. L'incertezza sostituì il fervore nel petto del prete, che boccheggiava senza sapere cosa dire o fare. Così risolse col non fare nulla, sostenuto dal silenzio di tutti.
Carlo era scomparso.
L'ultimo a vederlo era stato proprio Padre Simone, ma non se la sentì mai di rivelare ciò che aveva realmente visto affacciato alla toppa.

Prima Carlo si era inginocchiato davanti alla sedia e aveva la testa tra le gambe di una ragazza dalla pelle glabra e liscia. Ridacchiava tranquilla e lo carezzava sulla testa, lasciando che lui la esplorasse con la lingua e placasse la sua sete. Si era sentito sempre più leggero, sempre più evanescente, poi ebbe la sensazione di evaporare.
E non sentì più nulla.

septembre 13, 2008 - samedi 

Grazie per esserci Serena.

 

Eco tiepida, persistente.

L'insicurezza ancora lo percuote nella foschia in cui è smarrito.

Trattiene il fiato, lo lascia sospeso nel silenzio. Oscillando come un pendolo un cuore ritma nell'aria. Ora pompa il sangue, ora lo spinge verso le vene.

Libera l'aria dai polmoni. Poi inspira e scruta la densa nebbia. "Sei là?", le chiede invano.

Nessuna risposta. Nessuno ad ascoltarlo.

L'unico cuore che sente è il suo. I gelidi tracciati della logica scattano come molle fino a giungere al risultato dell'algoritmo che anima la sua ricerca. (forse l'intera ricerca umana)

E' solo.

 

Camminò per un tempo indefinito tra le spume nebbiose. La foschia gli ricordava il mare, vagare tra frutti ondosi. Un'incerta malinconia serrò il gorgo dei ricordi. Emergevano ma venivano inesorabilmente inghiottiti dall'acqua svanendo come se non fossero mai esistiti.

Freddo. Denso e profondo. Sgorgò dall'interno, fluì in tutte le arterie del corpo, raggiunse ogni nodo della sua coscienza, toccò il sottile nastro rosso teso attorno al cuore. Nostalgia. Poteva camminare in ogni direzione senza rischiare di trovare muri a fermarlo. Eppure ogni direzione era sbagliata. Cercare la via d'uscita sarebbe servito solo ad allontanarsene. Era sceso per cercare qualcosa. Qualcosa di veramente importante.

Ma non ricordava più cosa.

O forse erano le nebbie a cercare lui, spirate dalla pallida luna che, imperscrutabile, galleggiava nel cielo?

Alzò lo sguardo e, oltre la foschia, lo sguardo lunare raggiunse il suo. Che leggerezza! Che placido piacere sarebbe stato abbandonarsi alla luna e alla sua nebbia di latte e dimenticare per sempre il peso della coscienza. Ma poi accadde qualcosa di strano.

La luna si abbassò, lentamente. Si cercarono con la stessa bramosia del serpente a sonagli che segue il flauto. Scese fino all'altezza dei suoi occhi e poi si fermò, splendente come un faro. Dapprima camminò, poi avanzò con lunghe falcate: senza accorgersene si ritrovò a correre. La luna era scesa.

Ma che luna era quella, così sinuosa e candida?

"Non sei la luna..." sospirò deluso e stanco verso il contorno di donna che aveva davanti, sfumato dal riflesso della luce che proiettava tra le nebbie. La donna aveva un corpo pallido e magro, le carni tese e vivide, seppur nella loro bianchezza. Non aveva che un volto imbavagliato da carta e foulards. Nessun occhio emergeva da quell'intricato groviglio. Indossava una lunga veste sottile e, a guisa di cappello, uno strano lampione illuminato da una candela.

La donna si portò le mani ai fianchi in un gesto che avrebbe voluto essere sensuale ma che, tra le nebbie, sembrò solo grottesco. La carta che aveva avvolta all'altezza della bocca si increspò. Ne uscì un suono limpido ed anonimo: "Perchè ti affanni a cercare la luna? Sono molto meglio di lei, non vedi?". La donna si mosse: le sue gambe, lunghe e serpeggianti, erano così leggere che in un attimo gli fu vicina.

Fece un passo indietro. Istintivamente. 

"No che non vedo", replicò lui a disagio, "Sei nascosta dalla carta. Non mi interessi ". "E che cosa vuoi trovare meglio di me?", domandò ingenua e anonima la figura, "Il mio corpo è luminoso e la mia carne sa essere calda anche in mezzo a questa bruma. Lascia che ti abbracci: voglio farti sentire l'odore dei miei capelli".

L'incertezza lasciò il posto alla paura.

"Quali capelli? Non li hai, come non hai nient'altro". Altro passo indietro, questa volta calcolato a caldo. La paura è una vampa. Diresse tutto se stesso alla fuga. Ora la donna sembrava atterrita e perplessa. Gesticolò isterica, la sua forma perse ogni sensualità. "Vorrà dire che li strapperò dalle teste di altre donne!" urlò, e di slancio lo cinse in un abbraccio invincibile.

Ragionare divenne l'abbandono ad un flusso confuso di pensieri e ricordi, tutti diretti verso un unico fine. Possedere per non essere posseduti. Chiuse gli occhi per non dover reggere la vista del mostro e protese le labbra verso la donna.

Eppure era conscio del suo gesto: era una cosa orribile.

Eppure non trovava le lacrime, non sentiva nessuna disperazione crescergli dentro.

Non sentiva assolutamente nulla.

Forse morire era proprio questo.

Far male alle cose che si amano provando solo uno smarrito senso di freddo.

 

Non voleva morire. Aprì gli occhi, e già sapeva che era troppo tardi per salvarsi. Le nebbie svanivano, come salutandolo, come aspirando i suoi ultimi soffi di vita. Si librarono oltre il suolo nero denso e tetro. L'ultima cosa che avrebbe visto, pensò malinconico, e tristemente rise perché, si disse, una distesa di nero era una cosa stupida da vedere un istante prima di morire.

E poi pianse.

 

E poi. La tensione per quel distacco imposto, la morte di carta che è solo una menzogna, una montagna di bugie come bugiarda e puttana era quella infima luna dalla bocca di serpente…ed eccola! La lucidità che le nebbie gli avevano sottratto! I ricordi erano stelle sacre – come dimenticarlo – e non poteva permettere che la bruma li nascondesse! Ecco cosa aveva dimenticato in quel mare infinito.

Aveva dimenticato la preziosità insostituibile di quegli occhi stellati.

E in quell'attimo talmente labile da essere quasi inesistente, come folgorato, realizzò che non aveva senso lasciare che le nebbie portassero via da lui l'ultimo ricordo di quegli occhi, così faticosamente recuperato. Era meglio lottare e morire di solitudine. Non poteva rimanere ucciso da quel bacio sterile. Era sbagliato. Significava mancare di rispetto al ricordo di lei.

Urlò e insieme rise e pianse. Urtò più e più volte contro quella donna inesistente ed inarrestabile, finché la candela non si rovesciò sulla carta e dalla carta nacquero lingue di fuoco che inghiottirono la testa della donna, scoppiettando assieme ad urla atroci.

Guardò senza nessuna sensazione in corpo il rogo della donna di carta.

Indietreggiò, disgustato; poi, senza che potesse fare nulla, fu nuovamente afferrato. Fu spinto a terra, nuovamente impotente; fu trascinato a forza da un vecchio alto e tarchiato, nascosto da un lungo mantello nero. Fu trascinato a lungo, accompagnato dal rumore del suo corpo a contatto con il pavimento nero.

"Sono quello che stai cercando", disse l'uomo con il mantello nero con una voce annerita dagli anni, "Sono Ragione".

Prima che potesse replicare fu sollevato con violenza, strattonato e buttato dolorante e spaventato in un gabinetto sporco e colmo d'acqua lurida. Era disgustato dalla sporcizia, schifato dalla prostrazione e annientato dall'oppressione che il vecchio imprimeva sulla sua pelle con mani ruvide. Fu afferrato per i capelli, la sua testa fu sollevata e spinta ai piedi di una latrina. Poi lo sollevò a forza fino a farlo stare in ginocchio.

Le sue urla rimbombarono sorde fino a colpire con forza le mute mura. Nessun ricordo che potesse carezzarlo. Guardare nel fondo della squallida tazza gli tolse tutto.

Angoscia e muto tormento. Non lo sostenevano più, non erano più la base dalla quale sollevarsi. Erano solo fini a se stesse.

E allora basta, si disse. Non c'è più altro da fare. Basta.

Il vecchio lo spinse con violenza nell'acqua della latrina togliendogli il respiro. Poi strattonò i suoi capelli e tirandoli sollevò la testa; "Allora, sei contento di essere qui?", chiese, prima di sputargli sulle tempie.

Lui ansimò e singhiozzò sentendo l'orrida saliva colargli lungo la fronte.

"Rispondi, porco!", e la sua testa fu nuovamente nell'acqua della latrina. Sentì i suoi capelli tendersi, strapparsi e ritendersi; la sua fronte si scontrò con forza contro la parete della latrina. Emerse ancora una volta, ridotto ad una maschera gocciolante acqua e sangue. "E così hai paura di non essere più alla sua altezza, non è vero?", chiese il vecchio chiamato Ragione, "Temi di aver perso la tua sicurezza, così l'hai abbandonata e sei sceso qui". Il ragazzo girò la testa verso il vecchio, per quanto il dolore glielo permettesse. Poteva sentire il suo alito abbattersi come un cancro sulla sua pelle. Questi accennò un ghigno, poi prese a ridere con gusto ed aggiunse "Povero cretino, ma non hai capito cos'è che ti spaventa così' tanto?". Il ragazzo sembrò pensarci, ancorato alle gocce che cadevano intorno. "Io non ho paura" rispose tutto d'un fiato. Il vecchio Ragione sembrò prima interdetto, ma poi aggiunse soddisfatto "Oh, beh, se le cose stanno così, lascia che ti aiuti a liberarti del peso che hai nello stomaco": lo afferrò con l'altra mano sullo stomaco e cominciò a scuoterlo con sadica violenza "Vomita!".

Spinto, distrutto, incapace di ricordare, di pensare, svuotato da ogni desiderio, vomitò convulsamente nel gabinetto.

Poi fu tirato su di nuovo.

"Non ci sono vie di fuga, e lo sai" disse subito dopo il vecchio, e suonava come una condanna. "Non puoi parlare con nessuno, e lo sai. Sei solo e senza speranza di liberarti". Il cervello gli pulsava e martellava le tempie come se stesse per scoppiare. Aspettò, appeso per i capelli all'ossuta mano dell'uomo, ascoltando di nuovo le gocce d'acqua cadere dai suoi capelli e finire nel suo vomito. "Però puoi distruggere la tua paura! Trovarla e liberartene!" proseguì enfaticamente e cupamente il vecchio, "Puoi uccidere ciò che ti terrorizza con un semplice desiderio! Perché, quando hai un'arma in mano, non c'è nulla che possa spaventarti. Non importa se chi devi ammazzare è più grosso o più veloce o più furbo o più intelligente. Una pistola rende tutti uguali di fronte alla morte! Capisci?".

Alzò la testa con dolore, gli occhi ridotti a due fessure.

 

"Si!" rispose con tutto il fiato che gli rimaneva.

"Allora alzati".

Il vecchio lo liberò dalla presa delle sue mani; appena si riebbe, fu in piedi, dominato dalla statura di Ragione. Questi aprì il mantello e ne estrasse con movimento solenne una pistola. Lui la osservò con freddezza. "Con questa si può mettere fine a tutto", gli disse il vecchio consegnandogliela. "Vedi quella porta?", chiese poi indicando una porta scura e rugginosa. "Oltre di essa c'è la tua paura più grande. Quella che ha permesso a tutte le sue sorelle di uscire, quella che ha sommerso il ricordo della persona che sei venuto a cercare. Entra ed uccidila e sarai libero".

Il ragazzo annuì, lasciò penzolare la pistola e si girò verso la porta. Camminò a passi lenti.

Solo buio e rumore di acqua che viene calpestata.

Non c'era altro.

Il sorriso del vecchio chiamato Ragione guizzò grottesco alle sue spalle, nel buio, sormontato dalle sue pupille pallide.

Poi la porta gli fu davanti.

Girò la maniglia e fu dentro.

Non vide niente. Era una stanza completamente buia, il pavimento completamente asciutto.

Poi un bagliore lampeggiò di fronte a lui: d'impulso sollevo l'arma vedendo qualcosa muoversi.

Doveva finire. Basta. Era quello che voleva. Era quello per cui si era fatto così male. Era la fine, era la redenzione, era tutto, vita e morte, salvezza o dannazione.

Era la fine.

Ma allora perché esitava, tremante? Cosa aveva visto nell'oscurità?

La pistola, fredda, compì una lenta parabola verso il basso mentre un'espressione incerta si sparse come una macchia sul volto del ragazzo. Poi sorrise mentre capiva e contemporaneamente lasciò che la nuova comprensione gli fuggisse dalle labbra: "Uno specchio".

C'era uno specchio in mezzo al buio, proprio davanti a lui, riempito dal suo aspetto sorridente e stanco.

Era giunto, dopo aver attraversato orribili sofferenze, nel luogo che desiderava. Per ritrovare ciò che amava.

Eppure, proprio ora, non sapeva cosa fare.

A chi doveva sparare? Chi doveva ascoltare?

Doveva dar retta alla donna di carta e mirare alla sua bocca?

Doveva dar retta al vecchio chiamato Ragione e spaccare lo specchio?

Trascorsero attimi infiniti.

Non sapeva rispondere. Non aveva la minima idea di cosa fare. Era stanco e privo di speranze: tutto quello che voleva era chiudere gli occhi e riposare. E abbandonare i pochi frammenti degli occhi che cercava.

Perché altro non desiderava quando si era calato nella foschia. Perché di altro non aveva bisogno.

Voleva solo quello. Ricomporre i frammenti di quello sguardo per poterlo comprendere ed amare di nuovo.

Non avrebbe trovato in nessun modo qualcosa di più prezioso di lei.

Se ne rese conto solo allora.

 

Così aprì la mano, abbandonò la pistola al buio e sorrise allo specchio. Non c'era bisogno di ammazzare. Non c'era bisogno di torturare o di violentare. Doveva solo ricordarsi come era riuscito ad avere i suoi occhi.

E ci riuscì.

Ci riuscì perché non era stato difficile.

Era bastato sorridere, avvicinarsi e desiderarli, lasciando che si specchiassero nei suoi.

Lasciandole credere in lui. Nella sua presenza.

Aveva capito.

Non c'era bisogno di rimanere in quel posto.

 

Aprì gli occhi...e le fu di nuovo accanto.

Si stava movendo tra le coperte. Le luci nella casa erano spente. Solo i fasci lunari filtravano attraverso la finestra illuminandola a glabre strisce. Si avvicinò sereno, sentendo il suo respiro farsi più instabile e il suo cuore battere in maniera più irregolare. Si mise in ginocchio di fronte alla faccia che dormiva silenziosa ed imperturbabile.

Le carezzò la guancia destra e lei dischiuse gli occhi.

"Ti ho cercato. Perché non mi hai risposto?" gli sussurrò piano con un sorriso.

Si sentì un pò imbarazzato, non sapendo cosa dire. "Mi ero perso" disse avvicinandosi.

Poi la abbracciò e la baciò.

Si guardarono nel buio, l'uno sentendo il respiro dell'altra. L'odore di cucinato aveva invaso anche quella stanza.

Il rombo di una moto attraversò l'aria sotto di loro, inghiottito dalla notte. Era troppo tardi per sentire altri rumori. In quella stanza c'era solo il loro respiro, il rumore degli orologi che battevano sepolti nelle loro teche.

Insieme, soli.

"E' un sogno questo?", chiese infine lei, "Tu non ci sei in realtà, vero?".

Si osservarono completamente assorti per un altro attimo.

 

"Sogno o no, non mi importa. Io ci sono".

Coldice



Dernière mise à jour : 20/05/2009

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