Wednesday, October 31, 2007 2:00 AM
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Current mood:  hot
stiamo cercando una voce femminile per la band - possibilmente che sappia anche suonare la chitarra, anche acustica va bene - e un batterista, semplice-non-ego-maniaco-ma-funzionale, pacca-dotato e in possesso di groove! tutto qua.
we'are looking for a female vocalist/guitarist and a a drummer !
yspiab 10-31-2007
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Wednesday, October 31, 2007 2:00 AM
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Current mood:  working
recentemente mi sono sentito dire "MA VI SIETE SCIOLTI ?!?!?!"... ben più di una volta...
da questa cosa deriva questo comunicato, NO, LA BAND E' ANCORA IN PIEDI ! ....semplicemente alcuni di noi hanno preso scelte di vita differenti dalla strada percorsa dalla band, senza scazzi o rancori o altro che rientri in una fascia "negativa" di sentimenti/scelte... chi ha scelto l'India ( per davvero! ) chi ha deciso di non dedicarsi a un progetto "serio", con tutto quello che questo comporta, ma ad altro...
insomma... il cane si è rotto una zampa (come nel nostro - a questo punto direi profetico- artwork... ) ma guarirà presto.
that's all buddies, we'are still on the run and working on new shit for you!
F.B. yspiab 10-31-2007
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Tuesday, March 13, 2007 8:45 AM
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Vi segnaliamo con sommo piacere che il nostro è il disco di marzo di Makkaroni, trasmissione condotta da Luca Trambusti ogni sabato sulle frequenze di Radio Popolare. Se siete a Milano e dintorni, sintonizzate le antenne!
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Monday, February 19, 2007 4:22 AM
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you should play in a band "s/t" - album reviews
FUORI DAL MUCCHIO on line
Nuove band emiliane crescono. Anche se i percorsi sono diversi dai soliti. Fratelli minori della Juniper Band (alla formazione originale si sono aggiunti Maria Giulia Degli Amori e Lele Montanarella), riferimenti da cercare direttamente dall'altra parte dell'Oceano, gli You Should Play In A Band esordiscono con un album omonimo pubblicato dalla fiorentina Black Candy, che negli ultimi anni difficilmente ha sbagliato un colpo, e prodotto da Bruno Germano dei Settlefish. Chitarre acustiche, doppia voce, strumenti tradizionali, pianoforte e fiati: per gli appassionati, troppa grazia. Owen, Ida, Neutral Milk Hotel, Mojave 3, il Neil Young più agreste: l'immaginario di cui si sono nutriti i ragazzi è riconoscibile e coinvolgente, fatto di toni rarefatti e cavalcate quasi western, di rimandi cinematografici e divagazioni slacker eppure, in qualche modo, assolutamente personale, almeno per i territori italiani. Songwriting di classe (ma alcuni pezzi sono recuperati dall'archivio della Juniper Band, e completano la scaletta un paio di cover), suggestioni vintage, gusto per le melodie: difficile chiedere di più ad un'opera prima in grado di mescolare le delicatezze di "Every Hour Wounds, Last One Kills" con la ruggine della younghiana "When You Dance You Can Really Love", le atmosfere di frontiera di una "Gemini" che sembra rubata ai Calexico con lo slowcore di "Tweedle". Undici brani, non uno da scartare: undici solitudini che intrigano e accarezzano
Giuseppe Bottero ---------------------------------------------------------------------------------------------------
IL TIRRENO
21.01.07
Ecco due dischi nati lungo l'asse Firenze (le etichette) - Bologna (i gruppi). La fiorentina Black Candy propone l'esordio di You Should Play In A Band, progetto che viene come costola della Juniper Band, con l'idea di trovare una strada indipendente rispetto al gruppo madre. Tutto nasce da un concerto estemporaneo, poi l'arruolamento di una bella voce femminile e, in corso d'opera, l'avvicendarsi di alcuni ospiti. Il risultato è un cd che trova nel folk americano la sua matrice, per poi sviluppare un discorso personale sul filo dell'alternanza tra soffuse atmosfere acustiche e tenui scariche d'elettricità, con tanto di cover tributo a Neil Young e Julian Cope, sicuri padri ispiratori. Si muove invece sui territori dell'indie-pop brioso e ricco di vitalità il nome nuovo in casa Urtovox: "Stolen Dresses" dei Mersenne è il perfetto disco per gli amanti di tali sonorità, una raccolta di canzoni capaci di sfoderare un numero copioso di ritornelli a presa rapida, melodie contagiose, ritmi infuocati e chitarre in bella evidenza. Il trio sa il fatto suo e conosce i codici d'accesso per far muovere il piedino anche agli ascoltatori più svogliati. Guido Siliotto --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
IL MANIFESTO
ALIAS n° 2 del 2007
Juniper Band è un nome che molti tra gli appassionati di musica indipendente italiana certamente conosceranno. Da quelle basi nasce questa nuova formazione, con l'aggiunta di una chitarra e, soprattutto, di una voce femminile, che si dedica alla revisione dei brani del gruppo bolognese riproposti qui in forma più acustica, più intima, dalle radici nell'alt-country «made in Usa». Nell'album si ascoltano, inoltre, un paio di inediti e due cover (When You Dance I Can Really Love di Neil Young e World War Pigs di Julian Cope). Unico neo le voci non sempre «in tune», e non sappiamo quanto volutamente...
Roberto Peciola --------------------------------------------------------------------------------
BLOW UP - VOTO: 6/7
Le stagioni esistono ancora: questo esordio avrebbe difficilmente visto la luce col caldo, alle presenti condizioni espresse fin dall copertina boschiva e innevata. Sviluppatasi da un concerto acustico della bolognese Juniper Band, la formazione rimpastata incontra la collaborazione di Bruno Germano e il violino di Vittorio De Marin per un tenero affresco stile L'Altra bagnato da soffici fiocchi Spain. Eccedono – in senso lusinghiero – la fiesta desertica di Gemini da suonarsi alta e la stralunata cover di Julian Cope, che diventa inno da full metal jacket; chiude la questua Blue Star, elemosina raccolta con accordeon e dissonanti ripetizioni di bimbo gam-gam a muovere pietà. Per dei neonati è tutta luce. Enrico Veronese -------------------------------------------------------------------------------
rumore - voto: 8 n° 179 Dicembre 2006
Di recente lo scrittore bolognese Gianluca Morozzi ha dedicato un bel libro alla musica fra la via Emilia e il West. E anche senza riprendere il discorso delle origini, dobbiamo segnalare ancora una volta la fertilità della scena emiliana. Ai nomi di ieri e del passato recente (Cioè presente, dai Giardini di Mirò ai Settlefish, dai Julie's Haircut agli Offlaga Discopax) si passa alla nuova ondata di Pecksniff, Mersenne, Velvet Score e, da adesso, You Should Play In A Band. Gran nome e gruppo nato dalle ceneri di un'altra "band": la Juniper Band (perdonerete il pasticcio di parole). Disco di classe assoluta, questo esordio. Che si riannoda al meglio della musica indipendente americana degli ultimi anni. Low, L'Altra, Ida: come dire i pesi massimi dello slowcore.Voci (maschile e femminile, sentirsi il crescendo memorabile di To The Glow) che si alternano e un'urgenza espressiva che porta tanti strumenti assieme alla meta: così è tutto un incorniciarsi di fiati (da applausi l'inserto di Ropes) e pianoforte, chitarre, ritmi tondi presi in prestito da Neil Young (When You Dance I Can Really Love You). Dovreste ascoltare questa band! Rossano Lo Mele ------------------------------------------------------------------------------
MESCALINA
C'è chi riesce a sollecitare luoghi della mente con banali intuizioni sonore e con apparente originalità, ma c'è anche chi riesce a rielaborare un bagaglio musicale di influenze artistiche e a determinare così una personalità propria.
È il caso quest'ultimo dei You Should Play in A Band, un progetto con un ampio trascorso di vita in parte conosciuto al tempo come Juniper Band: il loro nuovo lavoro presenta molti riferimenti a un sound più adulto che oggi prende forma grazie ad una folta line up formatasi negli ultimi periodi con l'aggiunta alla voce di Maria Giulia che nel disco canta in continuo duetto con il front man Francesco Begnoni.
Il cd è un melodramma piatto dal tenore malinconico, dove la massiccia presenza d'interferenze elettriche sporcano i brani di matrice folk acustica: l'elemento folk di partenza è un punto fermo per molti brani ed è così che canzoni come "Our Beautiful Land", "Tweedle", "Cold Bodies", che in un primo momento farebbero diventare moribondi i seguaci del genere, seguendo un ritmo irregolare si lasciano scoprire lentamente mostrando nicchie melodiche interessanti.
Pezzi più sfacciati invece come l'incalzante suono desertico di "Gemini" servono tutto sommato a dare colore al disco; lo stesso vale per le cover che accompagnano l'ascoltatore fino a fargli scovare il coro lo-fi di "World War Pigs" (Julian Cope) oppure i semplici e rarefatti slanci rock di "When You Dance I Can Really Love" (Neil Young).
In realtà gli YPIAB sono poco inclini alle imitazioni e più abili nell'inserire gradevoli intuizioni strumentali, rappresentate dal lavoro di cesellatura dei numerosi inserti strumentali di tromba (Tiziano Bianchi dei Portaolio) piano/rhodes (Max Baccolini) e violino (Vittorio Demarin - Father Murphy) creando uno stacco alle ballate senza fine come la splendida "Borders of Love". "You Should Play in A Band" è un disco che emoziona, ma che rischia anche di smorzare un entusiasmo che ancora fatica a liberarsi.
Vito Sartor -------------------------------------------------------------------------------------------------
freak-out online
You should play in a band, un nome un programma. Già, perchè le dodici tracce registrare in questo cd sono il frutto di un'idea estemporanea della Juniper Band, ottimo gruppo bolognese, che ha pensato di creare un progetto parallelo, allargando l'organico ad una voce femminile, a un'altra chitarra e ad altri ospiti. Il risultato è un intenso cd di brani che sembrano provenire da quegli Usa legati alle proprie radici, ma che allo stesso tempo cercano un'evoluzione. Per necessità di sintesi potremo definire questo esperimento una perfetta via di mezzo tra il Neil Young delle origini (di cui, non a caso viene riproposta una brillante versione di "When you dance i can really love") e le dilatazioni degli ultimi Low. Diversi i brani della Juniper Band riletti e per certi versi irriconoscibili, quindi ecco una "Cold bodies" dilatata e profonda, la "Gemini" che diventa una cavalcata dal sapore agrodolce di un blues contaminato con il tex-mex. C'è spazio anche per due brani originali: "Borders of love" una soffice ballata, dove le due voci, maschile e femminile si intrecciano complimentandosi e "Our beautiful land" che per metà ha il vestito freak della California degli anni '60 e per la seconda metà cambia registro stilistico con i rimandi circolari nei quali si innesta una tromba che rende il tutto più malinconico. Quella copertina poi è perfettamente appropriata, con quegli alberi di montagna spogli e rossicci. di Vittorio Lannutti ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Kalporz.com
Staccare la spina è sempre una buona regola di vita. Più che mai per un gruppo bisognoso di rinnovarsi, come la Juniper Band dopo il burrascoso divorzio dall'etichetta Suitesuide. Nati quasi per caso da un concerto acustico del gruppo madre, gli You Should Play In A Band suonano come un devoto e personale omaggio all'America più oscura, quella sospesa tra dolore e contemplazione di una band come i Codeine; sorprende, semmai, che dalla scaletta manchi quella "Lights from a bar" che aveva portato la band bolognese alla corte di Thalia Zedek, una delle rappresentanti più nobili di quella scena, ma qui non c'è tempo per soffrire di nostalgia, anzi. La band, con l'aggiunta di una (bellissima ma fin troppo presente) voce femminile, mostra da subito i suoi lati, quello acustico nell'iniziale "Borders of love" e quello più complesso in "Our beautiful land", una canzone che sembra somma di due diversi brani, i Codeine a scontrasi con tastiere L'Altra cuciti assieme da una tromba sfuggita a un film di Morricone. Da quel momento in poi, gli You Should Play In A Band si guardano alle spalle, rivisitando la storia della Juniper Band con grande risalto all'ultimo "Time for flowers": ne spiccano una "Gemini" mandata al galoppo da un ruspante basso distorto e dal piglio country, l'avvolgente elettricità di "Cold bodies" e una "To the glow" resa nobile da un bellissimo pianoforte. Come mani giunte verso i propri numi tutelari, poi, spuntano Neil Young (un'elettrica ripresa di "When you dance I can really love") e Julian Cope, di cui riprendono una "World war pigs" simile a un acustico petardo Pixies fatto scoppiare nel finale. Rispetto alle saturazioni della band-madre, questo disco fa emergere le ossa delle canzoni, le fa respirare, le decora di pianoforti mai così importanti e belli: un album, e un progetto parallelo, che sarà meglio non dimenticare di Daniele Paletta -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
rockit.it di Sandro Giorello
C'è atmosfera da Natale invecchiato in questo disco degli You Should Play In A Band (progetto parallelo dei bolognesi Juniper Band), pini secchi, il freddo e una casa polverosa da mettere a posto. Desolazione. Sarà che parte somigliando a "Sea Change" di Beck – disco non proprio allegro – e continua a ballare su toni scuri e malinconici che ricordano i Franklin Delano. Un gusto alternative country americano che si sente in alcuni ritornelli e in alcuni suoni e un aspetto funereo simile agli ultimi Father Murphy. Fisarmoniche alla Beirut e, più in generale, un'anima vicina ai Neutral Milk Hotel o The Mountain Goats per come il folk viene mescolato al lo-fi. Quindi molte influenze, ma queste, appena messe insieme, scompaiono. Resta un suono indefinito, un'idea vaga, fantasmatica e suggestiva. Di undici canzoni solo tre proprio non vanno: "Ropes", cavalcata western un po' scontata, "Cold Bodies", pezzo tra l'indie e il post-rock poco convincente e "When You Dance I Can Really Love", l'unica un po' più rock e tirata, di maniera. Le restanti sono ballate delicatamente belle. Le due voci si intersecano, gli strumenti incedono lenti, ogni nota si sente ed è ben posizionata. Un quadro fosco ma intrigante. Ambienti bui ma molto romantici. Sarà pur un progetto laterale. Magari, non gli hanno nemmeno dedicato molto tempo. Magari molti dettagli si sono persi e non c'era, forse, nemmeno un'idea da cui partire e una a cui arrivare. Non importa. "Borders Of Love", "Every Hour Wounds, Last One Kills", "Our Beautiful Land" vi convinceranno di quanto scrivo. Perchè questo è un disco triste e romantico, lascia stupito per come arriva al nocciolo delle cose, diretto ai sentimenti. Davvero emozionante. (12-01-2007)
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newspettacolo.com
E' vero, probabilmente tutti dovrebbero suonare in una band, ma sicuramente a pochi riuscirebbe un esordio così felice. Nati quasi per caso da un concerto acustico dei già pregevoli Juniper Band, gli YSPIAB aumentano di valore con la presenza vocale di Maria Giulia Degli Amori e della chitarra di Lele Montarella, oltre che dell'efficacissima tromba di Tiziano Bianchi dei Portfolio. Il suono, acustico e incalzante, spazza via l'ultimo lustro di Howe Gelb e Calexico con uno sbuffo di polvere. Perché l'America vista da Bologna ha il pregio di un intreccio vocale degno dei Low e di una rilassatezza da orizzonte aperto quasi letteraria. Neil Young, omaggiato da una buona cover di When You Dance I Can Really Love, è un nume tutelare, ma anche i tragicamente sottovalutati Ida possono essere un buon punto d'approdo. Sfilano diverse riletture della Juniper Band (con una stellare Ropes), alcuni originali (voti massimi per Borders Of Love, meglio degli Eric's Trip al meglio) e una lodevole versione di World War Pigs di Julian Cope. Consigliati è dir poco. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------
kronic.it di Marco Delsoldato
Ieri è domani? Un concerto acustico con qualche compagno e la Juniper Band partorisce il figlioccio, anche se il gruppo gradirebbe far uscire il piccolo di casa al più presto. Ecco allora You Should Play In A Band, progetto della Juniper Band che con la Juniper Band, in futuro, avrà poco a che fare. In futuro, appunto, perché oggi, vuoi solo per la maggioranza dei brani rubati al gruppo madre, è difficile non pensare ai legami. Con uno sforzo d'immaginazione, tuttavia, ci si può provare ed allora scopriamo che Francesco Begnoni ed amici proprio torto non l'hanno. Tanta america delle origini, grossa e sostanziosa nel proporsi fra folk e country più da indie rockers che da cow boy al saloon. Il che è anche un bene, considerata la consapevolezza dei protagonisti.
La narcolessia visionaria di chi conosciamo bene così tende a sfuggire e non sappiamo se alla fine vincerà il rammarico o la curiosità per quello che potrebbe essere il domani. Per ora sospendiamo il giudizio e applaudiamo la bellissima cover di Julian Cope ("Worls War Pigs").
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sentireascoltare.com
E così un giorno la Juniper Band scoprì l'ebbrezza di rimettersi in gioco. L'occasione fu un set acustico nel maggio del 2005: formazione rimpolpata (due chitarristi e una cantante in più), arrangiamenti rigirati come calzini, pianoforte, organi, violino, tromba, qualche cover a guarnire il tutto, e soprattutto la sensazione di aver toccato alcuni punti parecchio sensibili. Quella sera in pratica nacque You Should Play In A Band, non un side project - come ci tengono a sottolineare -, ma una band sorella della Juniper, dalla quale si fa imprestare sette canzoni per questo esordio, rileggendole alla luce di un folk-rock denso e speziato.
Si va dal country rock impetuoso e nostalgico - il piano al galoppo e la tromba sguainata, tipo Nick Cave adottato dalla combriccola Calexico (Gemini) - alla psichedelia mesta e irrequieta, che tra cigolii di violino ed evanescenze varie chiama i Low a flirtare coi Dirty Three (Cold Bodies). Quel che si respira è insomma un'aria ben diversa rispetto al cupo slowcore targato Juniper, ma la filiazione è evidente e impone una certa monotonia al programma, malgrado le atmosfere beneficino dei liquidi inneschi psych, di umori cinematici, del rapimento seventies portato in dote dalla bella voce di Maria Giulia, che doppia sistematicamente il timbro tormentato di Francesco Begnoni. Le due tracce inedite, che non a caso aprono il disco, dimostrano voglia di far respirare il repertorio, prima con un folkettino che se la gioca tra delicatezza e ruvidità (Borders Of Lovers), poi con una ballad letargica e profumata (Our Beautiful Land), una roba tipo i Pecksniff che rifanno i Red House Painters. Sulla stessa falsariga le due cover: una tirata When You Dance I Can Really Love You messa lì per dare una scossa e dichiarare orgogliosa appartenenza al club degli younghiani, e la ben più riuscita World War Pigs di Julian Cope, ettolitri di rabbia sublimati nel folle caracollare d'un bozzetto pixiesiano. Non starò a girarci intorno: in prospettiva è un progetto degno di attenzione, a patto che venga reciso l'ingombrante cordone ombelicale. di Stefano Solventi (SentireAscoltare) ............................................................................................................................................................................
smemoranda.it
Ecco il regalo che vorrei vedere sotto l'albero. Anzi, lo vedrò, perché sarò io a impacchettarmelo e metterlo vicino al caminetto facendo finta sia stato Babbo Black Candy a portarmelo (avete mai notato che sul logo della label toscana c'è un chitarrista con tanto di cappello da Babbo Natale?). Probabilmente manderò in corto circuito le luminose palline dell'albero, ma mi divertirò un sacco.
Nato quasi per caso, uscito all'improvviso, l'omonimo disco dell'ex (?) Juniper Band è un concentrato di rilassante alternative-rock, piacevoli scariche adrenaliniche, momenti acidi dilatati/dilatanti. Tra canzoni dei Juniper Band rinnovate, nuove composizioni della YSPIAB e due splendide cover (un'energica e solare When You Dance You Can Really Love di Neil Young e una psichedelica World War Pigs di Julian Cope) ci si perde volentieri in quel boschetto sotto la neve dell'intrigante copertina. Le due voci, femminile e maschile, cantano spesso e volentieri insieme creando un effetto molto originale, la tromba interviene più volte, come l'organetto e il violino che fa tanto folk classico. E così, tra echi Lanegan, rimandi morriconiani, rullate di tamburi e romantiche chitarre acustiche il nuovo progetto prende a volare.
Grazie Babbo Black Candy. Anche se mi hai incendiato l'albero, grazie! a cura di: L'Alligatore
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comunicazioneinterna.it
Pare che questo disco sia nato così, quasi per caso, dopo un concerto acustico della Juniper Band: il gruppo bolognese ci prova gusto e decide di entrare in studio con un organico allargato (Mariagiulia Degli Amori alla voce, Lele Montanarella alla chitarra) e con materiale comprendente una manciata di vecchi pezzi totalmente riarrangiati più due canzoni inedite ("Borders of love" e "Our beautiful land") ed un paio di covers ("When you dance I can really love" di Neil Young e "World war pigs" di Julian Cope). A quel punto ci troviamo di fronte non più alla Juniper Band ma ad una nuova creatura, affascinata da fragranti melodie elettriche, da pastose atmosfere folk-rock e da dolci duetti rievocanti il song-writing dei Low e dei L'Altra. La genuinità e la bontà dell'operazione è tutta concentrata in questa raccolta di 11 brani… Volete qualche esempio? Prendete "Gemini", splendida cavalcata western su un destriero di nome Calexico e vento morriconiano nei capelli, oppure "Every hour wounds, last one kills", con i suoi angoli d'ombra e i suoi lampi di luce; o ancora l'avvolgente "To the glow", sulla scia di un violino malinconico; o "Tweedle", dove le note di piano fanno da scenografia al racconto affidato alle voci di Francesco Begnoni e Mariagiulia Degli Amori. Gli You Should Play In A Band ci tengono ad autopresentarsi come una nuova realtà destinata ad avere un futuro e non come un momentaneo side-project della Juniper Band… Dopo questo esordio molto promettente, attendiamo con fiducia le prossime mosse.
Guido Gambacorta
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Tuesday, January 02, 2007 5:10 PM
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This is a beta-version...
soon online the complete...
www.youshouldplayinaband.com
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Tuesday, December 05, 2006 10:34 PM
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MF020 | Repetition Bowie | AAVV (CD – Midfinger Records/Venus)
Tracklist: 1. Boys keep swinging - Mama Shamone 2. Conversation piece - The Gumo 3. Weeping wall - Drink to me 4. Letter to hermione - Hollowblue 5. Hello spaceboy - Atari 6. Life on mars - Lara Martelli 7. Ashes to ashes - Jeniferever 8. Heroes - You Should Play In A Band 9. Be my wife - Anthony Reynolds 10. Panic in Detroit - Christopher 11. Kooks - Sunny days sets fire 12. Absolute beginners - Sunflower 13. Space oddity - Edwood 14. China girl- Dave Muldoon & Simone Meneghello 15. Beauty and the beast - Showroomdummies + M. Remiddi (Sunny days sets fire) + Zara Ruban, Mama Shamone 16. Let's dance - Outsider 17. Starman- Mimes of wine + Relù Merissan 18. All the medman - King me Disponibile nei negozi dal: 08-01-2007 http://www.midfinger.net/ --------------------------------------------------------------------------- aa.vv. repetition bowie reviews rockit.it aa.vv. Repetition Bowie (Midfinger records) di Renzo Stefanel Chiariamo subito le cose. Malgrado in Italia non sia mai stato sdoganato, David Bowie è uno delle più importanti figure della storia r'n'r. Non solo tra 71 e 72 ha dato la sua forma definitiva al glam rock, ma si è divertito a prefigurare il punk (il riff portante di "Hang On To Yourself" è lo stesso di "God Save The Queen" dei Sex Pistols, che suonavano con gli ampli rubati al Duca, tra l'altro) e l'intera new wave, dalle nostalgie white funky dei new romantics ("Young Americans"), al lato più gothic ("Diamond Dogs"), a quello elettronico ("Station To Station", la trilogia berlinese, "Scary Monsters"). Tanto per dire, i Beatles, dal decantato (e incontestabile) genio, suonano quasi sempre anni 60, e raramente sono più avanti del loro decennio. Stop. L'uscita di una compilation celebrativa per i 60 anni di Bowie è quindi il minimo. Ma deve rispondere a tre quesiti. Queste cover sono all'altezza degli originali, senza scimmiottarli? Questo disco vive di vita propria, piacevole all'ascolto anche per chi non conosce Bowie? Ci rivela degli artisti notevoli, almeno come interpreti? Le risposte sono sì, sì, sì. Certo, non tutto è perfetto: inferiori agli originali sono "Life On Mars?", "Space Oddity", "China Girl" e "All The Madmen" (e vabbé, ma che imprese!, bisogna dire). Lascia perplessi poi "Let's Dance", che dell'originale ha solo il testo. Ma qui ci sono imprese da urlo: "Heroes" (la Gioconda di Bowie), "Ashes To Ashes" e "Absolute Beginners" rese vive, interessanti e toccanti in versioni differenti dall'originale; brani come "Conversation Piece" e "Letter To Hermione", non del tutto riusciti nell'originale bowiano che qui commuovono e brillano di luce inedita; "Be My Wife" (in una versione capolavoro, nello stesso rapporto in cui sta la "Mad World" di Gary Jules con l'originale dei Tears For Fears), "Kooks", "Panic In Detroit", "Beauty And The Beast" che rivelano nuove dimensioni; "Boys Keep Swinging", "Weeping Wall", "Hallo Spaceboy" davvero ben fatte. Ci sarebbe da sparare il primascelta, se non fosse che su dieci cover da urlo sei sono opera di band straniere (gli svedesi Jeniferever, gli inglesi Mama Shamone, Christopher Saint, Anthony Reynolds, Showroomdummies e Sunny days sets fire che però contano un vocalist italiano). Tra gli italiani, da tener d'occhio gli aretini The Gumo, i bolognesi You should play in a band (uno dei più bei nomi per un gruppo), i pescaresi Sunflower e i livornesi Hollowblue e Luca Faggella. Ci daranno canzoni originali all'altezza della loro abilità d'interpreti? Lo scopriremo solo vivendo, per citare uno che al Duca piaceva parecchio, tanto da tradurlo per l'amico Mick Ronson (04-01-2007) indie-eye.it Repetition, ri-scrittura di un corpus ingombrante di brani prelevati dalla discografia di David Bowie con il gusto della citazione smembrata e trasversale; re-visione confezionata dalla non convenzionalità di Midfinger Records con il titolo di Repetition Bowie e a tutt'oggi primo tributo prodotto in Italia dedicato all'artista inglese. Il progetto coinvolge artisti di diversa provenienza con un gusto apolide (anche geograficamente) per la combinazione di stili e influenze, limite e vantaggio di ogni tributo che riesca a giocare con la pluralità e una deriva naturale del risultato. Montaggio, cesura, falsi raccordi, sono gli strumenti di cui ogni raccolta dovrebbe servirsi per evitare l'album di ricordi e Repetition Bowie si affida alla forma dell'attacco sicuro con la narcolessia electro di Mama Shamone, trio londinese che mette in atto un vero e proprio trasduttore d'energia su Boys Keep Swinging, traghettata dentro altre forme di elettricità in una versione strutturalmente fedele e priva di quel drumming che congelava l'incalzare pop in un'ipnosi astratta. A rovescio, si giocano le carte del powerpop con un calco timbrico dei cori e una liberazione del brano verso la citazione del fripp di Scary Monsters/ It's No game durante il fade in chiusura. Il fotogramma successivo è un bell'effetto contrasto e innesta il songwriting degli aretini The Gumo in una riscrittura apocrifa e feconda di Conversation Piece, con l'incedere di I can't see (…) for the rain in my eyes accostato alla semantica di un Lloyd Cole doloroso e alle tramature di Bedhead, complice la voce di Alberto Serafini che precipita il brano in serena oscurità. Il passaggio strumentale di Drink to me vira il muro analogico di Weeping Wall in un giochino tortuoso/Tortoise fuori dai territori wave schizopatici della band di Ivrea e colloca il brano nella posizione rilassante di un'intermission che prelude all'immersione emotiva di Letter To Hermione, una delle tracce più riuscite dell'intera raccolta, esempio fulminante di ri-scrittura sul corpo di un brano complesso e strappato dal suo flusso antimelodico; HollowBlue insieme a Luca Faggella elaborano una struttura concisa con il senno di un Bowie indietro nel futuro, una chitarra infinita che gioca con la memoria Berlinese e la saturazione di fiati e archi catturati in un crescendo senza fine che destabilizza il brano dopo il primo minuto; la tessitura orchestrale, senza nessuna riduzione o approssimazione di sorta, è quella dei Tindersticks che guardano al seme di John Barry piuttosto che alla scatola. Taglio difficile il successivo, che permette ai Napoletani Atari di sbattere Hello Spaceboy su una superfice agrodolce, Elastica, Micromusicale e ancora una volta sotto la possessione della tramatura chitarristica del Bowie 79-80. Lara Martelli introduce il rapporto difficile con il classico o con la memoria retorica di un classico; Life on Mars è un territorio scivoloso, è sufficiente uno slittamento del senso per trasformarlo in un oggetto alla Vladimir Cosma; Seu Jorge deve averlo tenuto presente nella sua versione demitizzante e irriverente, Lara sceglie al contrario la strada più difficile, cercando di mantenerne la forza drammatica piuttosto che quella tragica, una traduzione fedele che isola alcuni elementi chiave come un sample del piano, la compressione degli archi, e la potenza vocale. Gli svedesi Jenniferever evocano l'universo psichico di Aloha e Joan of Arc per la loro versione di Ashes to Ashes, un buon antidoto per il genoma degli anni '80 che sostanzialmente svela alcune connessioni storiche non così esplicite nell'interpretazione Bowiana; la scelta di una tramatura caotica esasperata in chiusura li salva dall'affrontare l'incubo della tastiera di Roy Bittan, un incubo per lo stesso Bowie che non è mai riuscito in un'epifania all'altezza, talvolta sfiorando la soglia del gioco ridicolo nelle esecuzioni live. Riproporre la funzione esoterica del mito o applicarlo in modo più sicuro al proprio universo sonoro, ad una versione portatile della propria sacralità? Indie è una parolaccia che porta con se cicatrici indistinguibili, in questo senso la versione di Heroes approntata dai Bolognesi You Should Play in a Band potrebbe risultare deludente ed esaltante allo tesso tempo; un power punkpop con radici storiche nell'intreccio maschile/femminile alla X, che mantiene vivo il livello epico con un incedere spezzato, ansimante e senza tregua, handclaps compresi. L'idea di come ci si possa avvicinare ad una creatività già data non solo per adesione, è la lettura disfunzionale che Anthony Reynolds fa di Be My Wife, scavo doloroso e profondo nella psiche autobiografica e bio-discografica di Bowie, vicino per affezione allo slow motion di The Bewlay Brothers, che in modo indiretto e quasi impercettibile la versione di Reynolds, ri-scrive. Christopher Saint del progetto Scalaland duella con una lettura soffocata dei mostri tropicali di Tonight nella sua elaborazione di Panic in Detroit, il grande seduttore è la citazione, piuttosto che il lavoro di scrittura e Christopher se la gioca con un'ellisse classica; dissolve Life on Mars in apertura e chiude con un'interpolazione dall'anthem di Big Brother. I sincretici ( Londra, Honk Kong, Italia) Sunny Day Sets Fire erano piaciuti non poco a Indie-eye, qui si scontrano con una versione sintetica di Kooks che ne esalta le sole qualità solari, un fraintendimento funzionale e ipnotico. Absolute Beginners passa nelle mani dei pescaresi Sunflower che con una sicurezza notevole trasformano nella banalità del quotidiano Indie il "professionismo" di un brano che cercava la qualità esclusivamente in un songwriting potente, narrativo e cinematico; il mood è molto più cupo, grazie ad una texture chitarristica per la quale non basterebbe un baule di citazioni per riferirsi a tutto e al contrario di tutto, il risultato è quello più onesto possibile con un brano del genere; sentiero melodico intatto che cerca l'emozione nel crescendo, nel pieno e nel vuoto. Edwood Band si suppone facciano fede al loro nome/mentore nel rielaborare una versione del tutto anti-mitica di Space Oddity, pur rispettando il valore dell'evocazione psichica con la penetrazione delle tastiere nei layer degli altri strumenti; racconto lo-fi di un odissea casalinga. David Muldoon, qui coadiuvato da Simone Meneghello, adora Mark Lanegan, non è un mistero, e la sua versione di China Girl è trascinata giù nella polvere e come piccola memoria (personale) fin dentro la sporcizia delle session di Bowie incise a Dallas insieme a Stevie Ray Vaughan. Il dancefloor di Showroomdummies sostenuti da una serie di guest tra cui M. Remiddi dei Sunny days sets fire, rielabora Beauty and the Beast in un rantolo di urgenza umorale che balla con il funk algido di Fame/Fashion; tratti riconoscibili che introducono la scrittura più arbitraria di tutta la raccolta, Let's Dance nella versione di Outsider si trasforma in un muro cross-metal con l'idea che ri-scrivere sia per forza rendere irriconoscibile; per un suono cosi caratterizzante e allo stesso tempo gener(ico) mi sono immaginato come scelta possibile le potenzialità stoner di The Width of a Circle. Il passaggio successivo è percepibile come una straniante dissolvenza incrociata; piano/chitarra/batteria/percussioni e il cristallo generato dalla voce di Laura Loriga plasmano uno dei brani più belli di tutto Repetition Bowie; la splendida versione di Starman realizzata da Mimes of Wine rintraccia una deriva emozionale sulla linea melodica originale, sfalzandone tonalità, modulazione e modificando un refrain così ingombrante in una manifestazione della meraviglia; un contemporary folk con il piano che tesse la stessa astrazione e sospensione che è possibile ascoltare in album come Peregrine di Tara Jane O'neil, The Sea and The Bell di Rachel's e quella radicalità Jazz fuori dagli standard che ha caratterizzato gli ultimi episodi della carriera Talk Talk/Mark Hollis; su quel refrain alluna la cadenza percussiva di un gioco sonoro tra il funebre e il circense, il suono di un folk senza tempo che muta in una lunga danza velvetiana; di Mimes of Wine, il progetto di Laura Loriga, sta per uscire il full lenght di debutto sempre per Midfinger Records, assolutamente da tenere d'occhio. Chiude questo primo tributo Italiano dedicato a David Bowie la versione di All the Madman realizzata con (in)fedeltà neilyounghiana dagli olandesi King me, una scrittura molto interessante che conserva la flagranza vocale dell'orginale, probabilmente per il timbro empatico di Michael Milo che trascina la sua voce tra la solidità corale di un'approccio sinceramente vintage e lo strascico di un folksinger disperato. Repetition Bowie esce ufficialmente per Midfinger Records l'8 di gennaio, data in cui David Bowie festeggerà il suo sessantesimo compleanno, per un calendario delle iniziative connesse all'uscita del Cd, alla sua presentazione ufficiale, ai festeggiamenti e a tutta la macchina messa in piedi da Gianluca Maria Sorace degli Hollowblue, ideatore del progetto. michele faggi
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Tuesday, November 28, 2006 12:11 AM
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YOU SHOULD PLAY IN A BAND S/T is out now!!! You Should Play In A Band S/T (2006) Black Candy records Recorded&mixed @ Vacuum Studio Bologna (Italy) by Bruno Germano and Gianluca Turrini Mastering @ SAE Mastering Studio Phoneix, Arizona (USA) by Roger SiebelTracklist: Borders Of Lover Our Beautiful LandRopesGeminiEvery Hour Wounds, Last One KillsCold BodiesTo The GlowWhen You Dance I Can Really Love YouWorld War Pigs TweedleBluestardistribuited by: AUDIOGLOBE(ITALY) PLASTICHEAD (UK) SOUNDWORKS (FRANCE) SONIC RENDE-VOUS (HOLLAND) VORTEX (PORTUGAL) TUBA (NORWAY) AVISPA (SPAIN) NSM (AUSTRIA)
(CANADA)
MONITOR (CHINA/HONGKONG) DISKUNION(JAPAN)
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Monday, November 13, 2006 3:15 PM
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Grazie a tutti coloro che sono accorsi al Covo!YSPIAB
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Status: Single
City: Bologna
Country: IT
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