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Il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è "nero". In barba al politically-correct tanto caro a Bill Clinton - l'ultimo inquilino democratico della Casa Bianca - che l'avrebbe preferito "di colore", Barack Obama è stato chiamato semplicemente con il colore della propria pelle da buona parte di quella stampa che, in un modo o l'altro, aveva manifestato una certa simpatia per McCain.
In realtà il vecchio senatore repubblicano è meglio di quanto sia stato sostenuto dall'altra parte di stampa che incoronava Obama prima ancora che la spuntasse su Hillary Clinton nelle celebri primarie dello scorso anno. Ha reso l'onore delle armi al rivale. Si è attribuito tutta la responsabilità della sconfitta, esattamente come Mourinho dopo aver perso col Milan. Ha accettato di buon grado il flirt di alcuni pezzi grossi del suo partito - tra cui l'esperto Colin Powell - con l'avversario. Ma ha perso la battaglia della comunicazione.
I comizi elettorali in Italia si svolgono davanti le sezioni dei partiti, al massimo nei pressi delle ex Camere del Lavoro. Spettatori scarsi, con qualche gassosa vuoto a rendere. Alle primarie ci vanno soltanto i fedelissimi, che a testimonianza del proprio attaccamento all'ideologia mettono anche un euro. Negli States si riempiono le arene, gli stadi. Tutto fa audience, Milan-Inter a confronto sembra una partita del campionato di Eccellenza. Logico immaginare che un personaggio che sa di nuovo potesse avere la meglio su di un altro evocativo di un passato recentissimo eppure rinnegato per via delle guerre non vinte e della crisi che più crisi non c'è.
Lo slogan "Yes, we can" ha garantito ad Obama la stessa maggioranza ottenuta dal Pdl. Ma il messaggio del 4 novembre va oltre la collocazione politica del nuovo presidente, centrosinistra nelle intenzioni, ma con qualche idea di destra in canna. Si assiste all'incoronazione mondiale con benedizione del Santo Padre inclusa nel prezzo del figlio di un immigrato, dal colore della pelle che costò carissimo a Martin Luther King e molto caro a Nelson Mandela. Uniche voci fuori dal coro, Dan Peterson e Gasparri. Uno di 44 anni, che alla stessa età in Italia avrebbe fatto al massimo l'assessore. Adesso sono tutti sul suo carro, quello del vincitore, mentre sottolineano la grande prova di democrazia data dall'America. E' un'esagerazione anche questa. Un "nero" alla Casa Bianca è quello che ci voleva per rimescolare le carte, ma soprattutto per dimostrare che una volta tanto il cognome importante non serve. Come Maradona, che ha fatto carriera senza santi in Paradiso, così per Obama: non dicano grazie a nessuno.
5:09 PM
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