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I Blues
Avevo aperto gli occhi all'improvviso, senza risveglio, come accade dopo una sbronza lunga. Non sapevo che ora fosse e non c'erano finestre nella stanza a dirmi se era ancora chiaro. Sentivo quei blues tutt'intorno, piccoli demoni terrorizzati e terrorizzanti che prendevano posto nella stanza e mormoravano un "mai più" salmodiato. Non volevano farmi del male, non intenzionalmente almeno, ma erano di nuovo lì. Mi sentivo stanchissimo, non c'era stato nessun riposto, solo un corpo abbattuto da quattro giorni consecutivi di alcol. Presi la bottiglia d' acqua dal comodino e bevvi un lungo sorso. Faceva fatica a scendere l' acqua e non sembrava minimamente sciogliere il pastone che incollava lingua e palato. Mi trascinai fuori dalle coperte e infilai la porta del bagno. Dalla feritoia in cima alla doccia potevo vedere il grigio distendersi oltre l'altra sponda del Lambro, l'infinita periferia milanese che scendeva verso Pavia. Feci scorrere l' acqua calda fino a che divenne bollente e aspettai che il vapore invadesse tutta la stanza, miscelai con l'acqua fredda ed entrai nella doccia. Nell' angolo in alto, vicino alla feritoia, un vecchio ragno che stava lì da sempre armeggiava lungo la ragnatela avvolgendo una qualche specie di insetto con la sua bava. Non mi dava fastidio quel ragno, lo osservavo spesso ma non imparavo niente. Io finivo sempre intrappolato nella mia stessa bava. Adesso li vedevo spuntare fra il vapore quei blues, li vedevo sogghignare e piangere e fare smorfie oscene, sembrava volessero fare una festa coi dolori che mi attraversavano tutto il corpo. Siamo qui, ci siamo anche noi, ecco cosa sembravano dire. Volevano attenzione. Mi guardai allo specchio. Ero sfatto. Non mi piaceva quello che vedevo. I postumi sono impietosi, scavano nei tuoi anni, nei tuoi capelli diradati, nella tua pancia gonfia, nel tuo invecchiare senza gioia. E all' improvviso, con un blues che tirava la sua smorfia su per la mia schiena, fu come ricordarmi di qualcosa. Un appuntamento. Un posto. Una nostalgia forse. Qualcosa che andava fatto. E mi dissi che dovevo partire, proprio in quel momento. Mi vestii e scesi l'angusta scala a chiocciola che portava al piano di sotto. Misi sul fuoco la caffettiera e tirai fuori una valigia da sotto la libreria. La riempii senza badare troppo alla roba che tiravo fuori dai cassetti. Poi guardai fra i dischi per scegliere la musica da portarmi dietro, quella si ci feci attenzione: Muddy Waters, Blind Willie Johnson, Leadbelly, Skip James, Robert Johnson, Blind Lemon Jefferson. Me li sarei portati dietro quei blues. Robert Johnson era sdraiato su un letto d'ospedale. Aveva la chitarra sul petto e il veleno che gli marciva il sangue e le viscere, stava morendo. Sua madre non aveva mai lasciato la baracca di Tunica County prima di allora e non aveva mai pensato di doverlo fare perché una baldracca o il suo fidanzato gli avevano avvelenato il figlio. Little Robert, così lo chiamava. Ma Little Robert ascoltava sempre. Ascoltava il vento, i polli, lo strascichio dei piedi di sua madre che si affaticava per casa cantando. E poi si precipitava in chiesa, perché in chiesa cantavano e sarebbe rimasto ore ad ascoltare quel coro che improvvisava intrecciando ritmi e armonie improbabili mentre lui cercava di battere il tempo sulla coscia della madre. " Aspettavo solo te ". Disse a sua madre non appena la vide e poi, porgendole la chitarra: " Ecco, prendila e appendila al muro, perché non ne voglio più sapere. Mi ha rovinato mamma. E' lo strumento del diavolo, come dicevi tu. Non la voglio più ". Gli strumenti del diavolo. Un' armonica, una chitarra, un flauto di canna. Bastava che qualcuno passasse e Robert lo seguiva e finiva nelle baracche che il sabato notte si trasformavano in sale da ballo, dove si beveva whisky distillato dalle patate e si giocava a dadi e quell' armonica sembrava che il vento ci soffiasse dentro. Quando tornava a casa, al mattino, la madre si rendeva conto che spezzargli la schiena era inutile, che Little Robert non c'era più, se n'era andato con una canzone. E quella canzone lo aspettava a un crocicchio. Son House e gli altri musicisti del fiume lo prendevano in giro ma lui andava a sentirli suonare e non appena facevano una pausa si impadroniva degli strumenti incustoditi e provava a tirarne fuori qualche nota. Quelle risate gli facevano male. Era vanitoso, ma aveva appuntamento con una canzone. E un giorno sparì dicendo che andava in Arkansas. Ritornò qualche tempo dopo con una chitarra a tracollo e le armoniche infilate in un cinturone e sembra che nessuno avesse più voglia di ridere di lui. E cominciò a scoparsi un mucchio di donne. Era stato a quell' appuntamento e sapeva cantare quella canzone adesso e la cantava con il cane dell' inferno alle spalle Robert Johnson. In Louisiana il suonatore d' armonica che si trovava con lui gli disse che non avrebbe dovuto bere da una bottiglia offerta anonimamente e già stappata. Robert Johnson non amava la prudenza e lasciò che il veleno gli marcisse il sangue. Qualcuno dice che il veleno glielo avevano messo nel caffè. Chi lo sa com'è andata veramente. Quella canzone era ancora lì, come il vento e i polli nell' aia e il mormorio del fiume. Come un cuore che incontra il dolore. Morì mentre sua madre appendeva la chitarra al muro. " Ora sono figlio tuo mamma, e del Signore. Sì, del Signore, non sono più del diavolo ". Bevvi il caffè e accesi una sigaretta. Facevo tutto in preda ad una malata calma fisica e a una ancor più malata agitazione mentale. Uscii nel patio. Cascina Canalone era deserta, a parte i cani che presero a saltarmi intorno nella nebbia del tardo pomeriggio. Cani bastardi che amavano correre dietro a una palla rotta. Diedi un calcio a quella palla e loro si misero a correre lungo il prato per afferrarla. Nell' aria c'era odore di legna bruciata e gli alberi tutt'intorno sembrava stessero a guardare i miei movimenti con sarcasmo. Cascina Canalone, ai piedi dell' enorme insegna luminosa del Ripamonti Residence di Pieve Emanuele, tremolava al punto che sembrava stesse per dissolversi nella nebbia. Caricai la valigia nel bagagliaio, entrai in macchina, misi in moto e mi avviai verso il cancello con il Lambro che schiumava di rifiuti e doglie.
2:43 PM
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