A due anni da 413 A, torna il quartetto francese capitanato dal fisarmonicista Yves Weyh,
col quarto album per la label zorniana.
Con questo The True Story Concerning Martin Behaim
- concepito come una colonna sonora immaginaria sulla vita e l'opera di
un esploratore e cosmografo del XV° secolo -, i Zakarya confermano la
loro ricetta musicale (una miscela di rock, avanguardia,
improvvisazione, riferimenti alla musica contemporanea ed echi di
klezmer); ma sembrano voler spingere ulteriormente l'acceleratore
dell'assalto sonoro.
Le sonorità “quasi heavy metal” che spiccavano nell'album precedente, e che erano state in parte attribuite alla presenza di
Marc Ribot in qualità di “special guest”, sono ancora più dominanti in quest'ultimo lavoro; qui il quartetto non si fa
accompagnare da nessun ospite, ma il suono che ne esce è ancora più potente, compatto e aggressivo, dimostrando l'alto livello
di affiatamento raggiunto dal gruppo.
Se
il motore della macchina-Zakarya è costituito dalla compattezza del
suono collettivo, oltre all'abilità solistica dei singoli
musicisti, si può però forse dire che l'elemento compositivo è il vero
tessuto connettivo e unificante della loro musica. Nonostante
nei brani si aprano ampi spazi d'improvvisazione collettiva e solistica
(della fisarmonica di Weyh e della chitarra di Alexandre
Wimmer in particolare, ma non esclusivamente), questa è sempre inserita
all'interno di un disegno compositivo molto strutturato
e sottostà alle esigenze di una superiore visione architettonica
globale.
Un altro elemento che emerge è il progressivo allontanamento dai moduli e dalle atmosfere della musica klezmer e popolare in
genere. Queste già negli album precedenti venivano fatte (ri)vivere in un fecondo incontro/scontro con elementi stilistici
eterogenei (rock, improvvisazione, elettronica ecc.), e trasfigurate in un disegno compositivo altamente complesso ed evoluto.
La
ricerca della complessità rimane ancora al centro del lavoro
compositivo di Weyh: ritmi asimmetrici e irregolari, armonie obliche
e spigolose, linee melodiche elaborate e contrappuntate fra i diversi
strumenti. Ma ora i riferimenti al klezmer da cui il gruppo
era partito (dopotutto sono ancora inseriti nella collana “Radical
Jewish Culture” della Tzadik) risultano sempre più “nascosti” e
sepolti in profondità nelle melodie dei temi, mascherati e dissimulati
quasi ad evitare di renderli immediatamente riconoscibili.
Così ad esempio in “The Thing in the Secret Room”, o in “The Meeting
C.C., Pt. 2”, dove le cellule melodiche di ascendenza popolare
della fisarmonica vengono trasfigurate in sviluppi tematici obliqui e
immerse in un sostrato armonico dal sapore atonale.
Ironicamente, il brano dove il riferimento alla tradizione klezmer è più evidente ed immediato è l'unico firmato dal chitarrista
Wimmer, primo responsabile del suono “heavy” del gruppo.
In
generale, l'intero album sembra essere percorso da una sorta di
“ricerca della tensione”, sonora e armonica. Così, ad
esempio, “Ballade”, un meraviglioso tema dalla melodia ampia e
malinconica e dall'elegante armonia (in odore di musica contemporanea
o da film), è introdotto da un roccioso assolo di basso con una
sonorità incandescente in stile jazzcore.
Ovunque
il gruppo introduce asprezza, quasi come una sorta di antidoto per
neutralizzare l'effetto “rassicurante” che la componente
melodica dei brani potrebbe altrimenti sortire sull'ascoltatore. La
stessa fisarmonica di Weyh, che per natura e per tradizione
è lo strumento più incline alla morbidezza timbrica e alla melodicità,
fa spesso di tutto per suonare aspra e spigolosa di
per sé, oltre ad essere controbilanciata dal suono elettrico del resto
del gruppo.
L'iniziale
“Just Before” è probabilmente il brano migliore dell'album per
l'equilibrio e la sintesi perfetta di tutti gli elementi
stilistici e compositivi prima richiamati in un insieme organico e
coerente: la melodicità (qui la fisarmonica si assume il
suo ruolo tradizionale con ottimi risultati), l'elaboratezza del tema
(distribuito contrappuntisticamente fra
fisarmonica, chitarra e basso), la potenza sonora d'insieme,
l'improvvisazione (della chitarra e della batteria), e non
ultima l'ironia (il richiamo un po' beffardo della fisarmonica al ritmo
del valzer sul tema principale); il tutto fuso in
un insieme perfettamente bilanciato e racchiuso in una struttura
compositiva quasi geometricamente simmetrica.
Per quanto stiano percorrendo un sentiero ormai consolidato, i Zakarya sono in evoluzione e in movimento, e sprigionano più
che mai vitalità ed energia.
Fabio STRADA