Ho una storia d'amore che dura da 14 anni.
Lui si chiama Rolly, ha un pessimo carattere ma un cervello sopraffino. C'è della stima insomma. Oltre che un'attrazione fisica pazzesca: amo il suo pelo ispido e l'odore delle sue orecchie. Non c'è amore senza passione, d'altro canto.
Io e Rolly negli ultimi 14 anni abbiamo condiviso davvero tutto: compagni di piatto e di letto, di disavventure, di malattie e di gioie, di viaggi e di litigi, di crisi economiche e amorose.
Ma soprattutto, di lunghe passeggiate.
Quando era piccolo lo mettevo nel cestino della bici e me lo portavo sempre appresso. Col passare degli anni abbiamo preferito camminare: per i campi, per i viali, per le strade di campagna poco frequentate. Sì, siamo andati qualche volta a fare anche shopping insieme, ma Rolly mal sopporta la vista di altri maschi, tende a diventare violento ed iracondo, e quindi abbiamo spesso preferito la solitudine degli alberi e il silenzio dei prati, dove ha sempre potuto fare le sue cacchette secche senza doversi vergognare delle sue faticose spinte e dei suoi stitici risultati.
Da quando sono andata a vivere da sola purtroppo la nostra convivenza è stata spezzata inesorabilmente, con enorme rammarico da entrambe le parti. Spaesamento, vuoto affettivo.
E io non ho più passeggiato.
In queste ultime sere invece ho ricominciato a godermi il passo pacifico e meditabondo. Quello che ti rinfranca lo spirito, ti stanca il piede e ti affranca dal business della giornata 9-18.
Un po' la crisi petrolifera, un po' il cuscinetto che incombe intorno ai fianchi, un po' che mi sono iscritta al gruppo marciatori di un paese vicino.
Rolly è stato sostituito da un modernissimo iPod Shuffle verde pisello, e la tranquillità che mi coccolava fino a due anni fa durante i tramonti padani è stata soppiantata da una strana inquietudine.
E non è solo perché Rolly non è più al mio fianco a difendermi. Sì beh, forse anche quello.
Ma soprattutto… ci sono più extracomunitari che paesani.
Passeggiare la sera da sola diventa ansiogeno.
Qualche anno fa al massimo c'era qualche eroinomane, che però rimaneva confinato nel solito bar o al solito parco, senza sforare nelle strade di noi-gente-per-bene.
Ora veramente mi sembra di vivere a Kabul.
E mi ritrovo a dirlo io, appassionata esterofila, stremata sostenitrice dell'integrazione e innamorata del melting pot, da sempre irretita dall'uomo nero e affascinata dall'esotico.
Che io sia una dei tanti ipocriti intossicati di buone dottrine e cattivi esempi che predicano bene a casa degli altri e poi invece si dedicano a maniacali e bigotti repulisti in casa propria?
Ho la fortuna di vivere in una via storica del mio paese, "la cuntrada dì morti", dove le vecchiette si affacciano sulla soglia del cortile e si rivolgono a me ancora in dialetto, dando per scontato che io le capisca. E quanto mi piace, quanto mi fa sentire a casa!
Ho scelto un lavoro che mi permettesse di viaggiare, invaghita come sono dell'altrove: linguistico, culturale, culinario, religioso.
Ma a casa mia… beh, a casa mia mi piace trovare il mio idioma.
E non mi piace affatto non sentirmi sicura.
È razzista associare l'immigrato alla delinquenza, lo so, soprattutto in una piccola realtà di provincia che è ben lontana da quella di Piazzale Corvetto.
Il fatto però è che queste orde di uomini arabi che vivono in 15 per casa e ti chiamano come un gatto quando passi sotto la loro finestra, apostrofandoti chissà come e sghignazzando nella loro lingua sputacchiante, non mi fanno sentire a mio agio. Soprattutto se penso a come trattano le loro donne e alla considerazione che hanno della femmina occidentale.
Oltre alla rabbia, mi viene la paura.
E a casa mia non lo sopporto.
A Londra, quando ho vissuto nel quartiere arabo, mi sono adattata: ero altrove, a casa d'altri, e non uscivo la sera.
Per quanto sbagliato, perché comunque era una limitazione della mia libertà, non replicavo alcunchè.
Ma nel mio paesello mi piaceva tanto essere circondata da vecchine che facevano il roccolo sulla soglia di casa, aspettando la fine dell'estate. Mi piaceva quando ci si conosceva tutti per nome e la gente salutava Rolly che fendeva il vento con le sue orecchie dal cestino della mia bici.
E sicuramente odio avere paura.
Non sono orgogliosa di questo, no.
Ma così è.