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misia donati



Last Updated: 6/3/2009

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Gender: Male
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Age: 29
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Country: IT
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Sunday, March 02, 2008 

Category: Writing and Poetry

RECENSIONI DI "PRIMI RITI DEL DOLCE SONNO"

Recensione apparsa sul sito www.informagiovani.info a cura di Maria Barbara Talamonti:

"[...]Il romanzo di Misia...si incanala in un più vasto progetto volto a scardinare i classici canali di presentazione di uno scritto con la propsettiva di instaurare un contatto con il lettore "atipico" e fuori dagli schemi ordinari.
Una favola nera, per molti intrisa di nichilismo, ma come tiene a precisare l'autore un manifesto rivoluzionario.
E' la storia di tre adolescenti che soffrono di narcolessia. I tre si rinchiudono in una vecchia villa abbandonata per compiere in dieci giorni il loro speciale Programma.
"Ostracizzati" per la loro diversità i ragazzi vivono la propria condizione come un potere segreto, il segno di un'unicità che intendono difendere, preferendo, attraverso la ribellione, la via dell'autodistruzione a quella dell'omologazione.
Manifesto di libertà, grido di indipendenza contro una normalità che uccide." 

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Recensione apparsa su www.scheletri.com:

"Armatevi di un pomeriggio intorpidito e venato di grigio (come quando sta per piovere), di un paio di cd dei Placebo (la raccolta di remix va benissimo) e di uno spirito tendente a una tenerezza cupa, ma leggera. Ecco, è il contorno ideale per questo libro. Con un breve e delicato romanzo d'esordio, la giovanissima autrice, fresca di scuola Holden, riesce a mescolare, in modo decisamente riuscito, alcune tipiche tematiche adolescenziali come quelle relative all'accettazione e all'abbandono. Giocando interamente sull'interpretazione della narcolessia (il Dolce Sonno del titolo) come "talento", piuttosto che come patologia, attraverso un diario scritto da uno dei tre protagonisti, ci costruisce una favola dalle tinte fosche e scure, ma non per questo priva di sprazzi luce. In un clima di crescente angoscia e claustrofobia, attraverso una narrazione in prima persona fin troppo curata, per appartenere a un adolescente, si riesce a dare al lettore un sensazione che dall'ansia opprimente, passa via via ad una malinconia leggera, che sfocia in una tenerezza cupa, ma mai triste o patetica.
La vicenda, molto semplicemente, narra le vicende di tre adolescenti, legati in modo indissolubile da quella che tutti vedono come malattia (la narcolessia), ma che per loro è "Dolce Sonno", un talento incompreso da servire e migliorare. I tre si rifugiano in una villa abbandonata per dieci giorni, per seguire il Programma che li porterà all'Atto Finale.
Attraverso una narrazione che si fa gradualmente più cruda e tenebrosa, i tre paiono quasi perdere la loro identità a scapito di un altro incontrastato e incontrastabile protagonista: il sonno...."

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Recensione apparsa su www.whipart.it:

"C'è un momento della nostra giornata su cui tutti sono d'accordo. Spogliàti dei vestiti, magari infagottati in un caldo pigiama, quando il soffice cuscino ingloba parzialmente la testa piena di pensieri e l'accogliente coperta chiude il sipario sulla giornata appena trascorsa, solo a questo punto il sonno migliore può sprigionarsi. Ovviamente tutto questo è solo romanzo, stile e facezia – anche se lo stereotipo afferma che l'esperienza del sonno dovrebbe essere così -; ma pensiamo solamente che cosa sarebbe, avere una vita costantemente bersagliata da un sonno tragico, portatore di allucinazioni ed attacchi epilettici, che può cogliere di sorpresa in qualunque momento del giorno. Riassunto in poche parole: narcolessia.
Primi riti del dolce sonno vuole essere l'immaginario viaggio di una banda di tre ragazzi, due maschi ed una femmina, affetti da tale disfunzione dei sistemi neurofisiologici, che decidono di recludersi in una casa abbandonata, per compiere il Rito: portare la loro esistenza all'ultimo, necessario, sonno. Per fare questo hanno organizzato un piano completo, una scaletta precisa e dettagliata, descrivente nella perfezione il progressivo aumento delle dosi del potente medicinale, parte integrante del cerimoniale di morte.
Il punto di vista è la prima persona, il diario di viaggio degli ultimi dieci giorni di vita dei ragazzi è alquanto frammentario: Primi riti del dolce sonno è, appunto, il libro di cronaca in presa diretta di tutto ciò che accade nella casa; nelle intenzioni di chi lo scrive, l'unica testimonianza di ciò che il sonno è per un ammalato narcolettico; l'introduzione ai capitoli-frammenti di ciò che la medicina classica afferma della narcolessia. [...] Si rimane esterrefatti di fronte alle distorte prese di posizione della mente dei malati, i quali vedono la propria malattia – grazie soprattutto ad alienanti esperienze mediche passate – come l'amico a cui affidarsi, che non li abbandonerà mai, laddove tutto ciò che li circonda non li mai considerati come persone.
Una bella storia, ovviamente lontana da quello che è il politically correct – quindi aperta ad ogni genere di discussioni morali -, che può suscitare disgusto o apprezzamenti, in base alla politica di lettura.
Per tutti coloro che leggeranno solamente le scarne vicende, Primi riti del dolce sonno sarà solamente un tentativo da parte di un giovane scrittore, di far colpo sulla paludosa stampa nostrana, scavando nello sporco di una vicenda senza senso. Quelli che leggeranno la vicenda dal verso critico, riflessivo, pur stizzendosi per la sottile prestanza del tomo, accoglieranno Primi riti del dolce sonno come un momento di riflessione sulla comprensione del lato umano del malato – il narcolettico nello specifico -, porta d'accesso allo spirito di rivalsa e abbandono, motivo per compiere il gesto finale da parte dei tre ragazzi."

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Recensione apparsa su www.cadelleombre.blogspot.com a cura di Domenico Nigro:

"Un piccolo libro. Un breve romanzo. Una veste grafica semplice. Colori tenui. Un oggetto di carta delicato, che quasi hai paura a sfogliare per paura di rovinarlo.
Poi rompi ogni indugio e lo leggi e...un maglio d'acciaio ti colpisce e sconquassa, nel corpo e nella mente, nella coscienza e nell'anima...
'Primi Riti Del Dolce Sonno', ecco un libro che fa male davvero!
Scritto in forma di diario con uno stile semplice, candido, delicato, mai volgare, è la cronaca nuda e cruda degli ultimi dieci giorni di esistenza terrena di tre adolescenti affetti da narcolessia, in fuga da un mondo che non ha saputo né capirli né accettarli, cercando solo di ridurre il loro modo di essere a fastidiosa malattia, ingabbiandoli in un programma terapeutico che dovrebbe riportarli a una più comoda e conforme "condizione umana".
Rinchiusi in una villa abbandonata, i tre ragazzi si preparano all'Ultimo Viaggio, che definiscono il Terzo Sonno, attraverso un tragico e struggente rituale che durerà, appunto, dieci giorni, accompagnato da teneri gesti d'amore, ricordi dolci e terribili, spaventose allucinazioni e dosi sempre più massiccie di neurolettici e benzodiazepine.
Infine, il Dolce Sonno, la conquista dell'Eternità, il riscatto dalla schiavitù degli Incubi pagata a un prezzo troppo alto...
Misia Donati ha scritto un piccolo capolavoro neogotico, e la Zandegù si conferma casa editrice 'di razza' puntando su questo giovane autore che in futuro, possiamo esserne certi, farà parlare molto di sé. La letteratura italiana non è morta e questo splendido romanzo è qui proprio a dimostrarlo..."
 
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Recensione apparsa sul settimanale "Carta" :
 
 
(27 gennaio 2007)
 
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Recensione apparsa sulla free press "Mania Magazine" a cura di Ilaria. L. Silvuni:
 
"Molti la definiscono una favola nera. Io di fiabesco non ho incontrato nulla. Potrebbe essere così terrificantemente reale questa storia, quasi un crudo fatto di cronaca. La villa abbandonata, il luogo del delitto dove i corpi di tre ragazzini riposano per sempre. Nessuno li aveva aiutati, non nella giusta maniera. Una prova di scrittura per parlare di disagio. Un brevissimo romanzo che va letto sul giusto piano per non sbagliare, per non essere lettori superficiali, per non cadere in tentazione. Misia è stato coraggioso. Adesso tocca a voi: spogliatevi dei compromessi e attaccatevi al vostro talento!"

(dal numero di Febbraio 2007)

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Recensione apparsa sulla 'zine gratuita "Carpe noctem"a cura di Morgana:

"Il romanzo breve di questa giovane e promettente autrice italiana (!) ci è capitato tra le mani grazie a quel pozzo di infinite risorse (e a volte anche di infinito squallore, ma non è questo il caso) che è Myspace. E nonostante il titolo fiabesco, è un romanzo "complesso", pur nella sua brevità. Un viaggio nella malattia e nella diversità così come la raccontano il malato e il diverso. Un romanzo su una scelta forse imposta, e su una libertà agognata e cercata ad ogni costo.

Si parla di narcolessia, una malattia invalidante che non permette una totale integrazione nella quotidiana normalità che ci circonda. E si parla quindi della diversità in cui il diverso si trova così a suo agio, ma che i normali rifiutano e ghettizzano. I tre giovani narcolettici che si incontrano nella vita grazie alla loro malattia, e come un corpo unico crescono, si proteggono e si amano [...]. Si rifugiano in una villa ed elaborano un "programma" fatto di farmaci, musica e sonno [...]. E' un cammino iniziatico, spirituale, doloroso, anche. E' il prendere coscienza che la diversità e la malattia sono accettabili, veramente accettabili, solo in una dimensione privata. O in una dimensione oltre la vita. La villa di boccacesca memoria non è più un luogo di isolamento per diletto, bensì guscio protettivo per una profonda, quasi crudele analisi interiore, e per una altrettanto crudele liberazione.

Il linguaggio [...] scarno, essenziale, poetico [...] evoca incubi e sogni, in una dimensione distante dal tempo eppure così reale. I personaggi parlano poco e compiono gesti ripetitivi, tormentati. C'è tanta bellezza, ma è coperta di polevere, e la scrittura di Misia ci scivola sopra con leggerezza, lasciando che siano i corpi e le immagini a parlare. A scandire il tutto, la musica dei Placebo.

Lasciamo al lettore curioso scoprire come si chiude questo cerchio mistico, come finisce il rito del dolce sonno. Sarà uno schiaffo e una carezza. E non potrà non farvi pensare. E a farvi guardare per un attimo attorno con squardo diverso."

(dal numero 9/2007)

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Recensione apparsa sul blog "Corpi contundenti - Libri che lasciano il segno" a cura di Mary:

Parti colpite: emisfero destro. Contrariamente a quanto potreste aspettarvi da un libro che parla di "sonno", durante la lettura potrebbe registrarsi un impennamento delle onde Theta (immaginazione, visualizzazione, ispirazione creativa)

Medicamentum: il libro è leggero e flessibile: usatelo, in ogni momento e in qualsiasi luogo, come cuscino. Si rivelerà il vostro migliore alleato nell'eterna lotta contro la veglia (perfetto, sull'autobus, come diaframma fra voi e il vetro del finestrino)

Chissà se ai Primi riti del Dolce Sonno, se e quando verrà tradotto all'estero – c'è da augurarselo – toccherà la stessa sorte in cui è incappato il geniale film The Science of Sleep di Michel Gondry, cui è stato affibbiato in italiano un titolo menzognero: L'Arte del Sogno.
Come se il sonno e i sogni fossero la stessa cosa. Ma in Italia manca il coraggio di far tutto, persino di assegnare il titolo corretto a un film.

I Primi riti del Dolce Sonno è, invece, un libro coraggioso. Misia Donati ci ha messo dentro tutte le cose che non vi aspettereste di trovare – a parte Brian Molko – nel romanzo di un'esordiente degli anni Duemila, questi nostri anni Ottanta dei poveri dove tutto aspira a essere patinato, ma niente luccica davvero. Nei Primi riti del Dolce Sonno c'è il silenzio, la malattia, la morte, la fedeltà al proprio destino e il coraggio di essere se stessi. Non c'è l'amore, non c'è il sesso, solo il rispetto e la più autentica amicizia. C'è il sonno.

Perché "dormire è come respirare, dormire è come pensare, dormire è come parlare, dormire è come agire, dormire è come amare, dormire è come ricordare, dormire è come progettare, dormire è come soffrire, dormire è come desiderare, dormire è come vivere".

Tre ragazzi narcolettici decidono di autorecludersi in una vecchia villa abbandonata, per poter mettere in atto un progetto: addormentarsi per sempre. Il loro scopo è ritrovare la dolcezza del Primo sonno, indisturbato e senza incubi, quello che da bambini riuscivano a procurarsi volontariamente, in qualsiasi luogo e circostanza – ogni volta che poteva essere "utile o divertente" – e che in seguito, da adolescenti, si sono visti irrimediabilmente sottrarre dalla malattia e dalla sua cura. Dal momento in cui, infatti, il loro comportamento è stato giudicato malato, e curato di conseguenza, sono iniziati gli incubi, le paralisi e allucinazioni: la narcolessia li ha condannati così per sempre a un Secondo sonno innaturale, incontrollabile e padrone assoluto delle loro vite.
Ma dal Secondo sonno non si guarisce: rimane solo la speranza di un Terzo e ultimo sonno, che i tre ragazzi sono determinati a raggiungere insieme, con la graduale autosomministrazione di dosi sempre più elevate di barbiturici, come stabilito da rigoroso "Programma". Ad accompagnarli solo la voce di Brian Molko dei Placebo, anch'essa senza pace: lo stereo s'incanta in continuazione e il ritornello di Centrefold si riduce alla ripetizione ossessiva di due uniche sillabe (Quali?).

Misia Donati ci rende testimoni della volontaria e progressiva esclusione di questi tre ragazzi dal nostro mondo "ad occhi aperti", mai incalzandoci e mai torturandoci con una suspence gratuita. Ci guida, invece, alla comprensione più profonda dell'animo dei suoi personaggi, attraverso una scrittura precisa, scarna, essenziale, che procede per inquadrature dal taglio decisamente cinematografico: "Tati ha infilato a Mico le scarpe da tennis. Sono bianche con una striscia azzurra sui lati. Anche la linguetta è azzurra. Hanno una cucitura fitta che ne divide la superficie in tanti quadrati. L'estremità è annerita e logorata dall'uso. I lacci sono stretti in un doppio nodo. (Perché Tati non è ancora tornata?)".
Non sorprendetevi pertanto se questo romanzo vi evocherà, ancor più che le atmosfere dark della musica dei Placebo, i lenti movimenti di macchina, le inquadrature pulite e spietate e i lunghi silenzi dei film di Gus Van Sant. Vi potrebbero tornare in mente My Own Private Idaho (Belli e Dannati) e il narcolettico Mike/River Phoenix, Last days e il racconto degli interminabili giorni che preludono al suicidio di Blake/Kurt Cobain, che si aggira silenzioso e senza pace per la sua villa deserta, come un fantasma privo di sonno. Senza dubbio non è un caso se l'innovativo progetto promozionale del libro, chiamato The Narcolepsy project – un esperimento di trasposizione transmediatica dell'opera – culminerà, come dichiaratodall'autore, in un lavoro teatrale-cinematografico.

Un progetto ambizioso. E ci vorrà, ancora una volta, coraggio.

(
www.myspace.com/mary_maryspace)

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Recensione apparsa su criticaletteraria.blog.tiscali.it a cura di Anathea:

Una storia di accettazione della diversità: ecco come Misia Donati presenta per bocca del giovane protagonista il problema della narcolessia. I tre personaggi, a uno stadio avanzato di quella che il mondo medico definisce "malattia", decidono di ritirarsi dieci giorni in una villa abbandonata per affrontare un misterioso Programma che verrà rivelato solo alla fine del libro. Unici bagagli? Un minimo di vettovaglie, futon, e pillole, molte pillole, che cancellino dal sonno i terribili incubi che impediscono ai tre ragazzi di dormire serenamente. In più, da adolescenti che si rispettino, cd (i Placebo) e stereo per accompagnare questo viaggio nella scoperta del sonno.

Molto innovativa è la scelta di una tematica così poco toccata dalla letteratura contemporanea - ricordiamo con piacere Stefano Benni, ad esempio -, e anche per questo Misia Donati sceglie di corredare ogni giornata con un breve brano di neuropsicologia, tratto dal sito omonimo, per oggettivare le difficili tappe che i personaggi stanno affrontando.

Nella struttura, è chiaro l'omaggio alla tradizione novellistica: anzitutto per la divisione in dieci giornate; in secondo luogo, per l'idea della villa isolata dove questi giovani si ritirano.
Lo stile, al contrario, si rifà alla letteratura contemporanea, con una sintassi esile, per non dire scarna, talvolta nominale. Molto utilizzati le parentesi e gli spazi bianchi, quali luoghi di riflessione per lasciare il lettore a pensare, solo.

Nell'insieme, senza attendersi uno stile particolarmente raffinato o variato, siamo davanti a una lettura da percorrere d'un fiato, lasciandosi coinvolgere.


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Recensione apparsa sulla free-press "Societé" a firma di Silvia Sartori:

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Recensione apparsa sulla fanzine "Esperimento violetto":
 

 
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Recensione apparsa su www.arcilettore.it:
 
Non bisogna farsi ingannare dalle prime pagine, che possono disorientare il lettore, se si riesce allora si scopre un libro fantastico. Questo romanzo, scritto sotto forma di diario, è la storia di un atti di ribellione estrema, è il racconto di tre ragazzi narcolettici che rifiutano un destino di emarginazione, di vergogna, di dolore. Tre ragazzi che si rifugiano in una vecchia casa abbandonata per vivere i loro ultimi dieci giorni. Ma ciò che più colpisce è che in questo racconto non c'è tristezza, non si vive un drammatico distacco dalla vita, semmai la consapevolezza di doversi abbandonare a quel destino che li ha segnati fin dalla nascita: un sogno eterno. E' l'eternità, infatti, uno dei loro obiettivi, quello finale. Anche le pause tra una riga e l'altra alla fine sono un aiuto importante per il lettore ad entrare nella storia, a comprenderla non solo dall'esterno, ma anche da dentro un mondo diverso dal nostro. Un libro davvero entusiasmante.
 
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Recensione apparsa sul settimanale "Settesere":
 

 
 
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Recensione apparsa su Mangialibri.com a cura di Carlotta Vissani
 
Narcolessia. Nar… co… les… sia. Letto così. Lentamente, scandendo ad occhi chiusi una parola ed una sindrome che parla di buio, solitudine, incomprensione, impossibilità di partecipare alla vita stando desti, sempre sospesi a metà tra la luce e il sonno più profondo, nel primo periodo della malattia privo di incubi, poi tormentato da allucinazioni e paralizzato da muscoli in tensione, bloccati, rattrappiti. Mico, Tati e il narratore – affetti da quella comunemente conosciuta come malattia del sonno - decidono di rendere concreto il Programma e l'Atto finale in una villa disabitata sulla cima di una collina. Ogni cosa è decadente, ogni cosa sa di umido, frutta marcia, barbiturici e corpi nudi stesi a terra, persi nel sonno indotto, sonno che odora di morte. Dieci giorni, giorni lunghissimi, tutti uguali, giorni che avvicinano all'obiettivo finale: addormentarsi per sempre per non soffrire più, per non dover più subire una condizione che fa perdere i contorni di se stessi...
Misia Donati (pseudonimo di Pietro De Angelis) è un musicista o un musicante. Di parole, però. Le pagine sono attraversate da un ritmo oppressivo, come fosse una litania infinita di cui non si intravede la fine pur sapendo che sta arrivando, eppure è ritmo letargico, che scava buche nella terra secca, dove niente può fiorire. Affronta un tema delicato, racconta lucidamente una sindrome gravissima per cui cura non c'è. Delicata la sua scrittura, e allo stesso tempo invasiva come uno spillo che si pianta gradualmente nella pelle, angosciante come un pozzo senza fondo. Intimista nelle descrizioni delle membra sciolte come tessuti sul pavimento, di capelli che sfiorano visi, di occhi che non si muovono, di respiri appena percettibili, di anime cariche di determinazione perché disperate, eppure impaurite. Il terrore viene smorzato dai farmaci, in quantità sempre più massiccia. Un grido al silenzio, una richiesta di aiuto non accolta nella cornice di un piano irreversibile ai confini di un sonno che uccide e porta pace. Ci piace immaginare sia così. Da questo romanzo di Donati è nato il Narcolepsy Project, un progetto di trasposizione multimediale del libro in altre forme artistico-culturali (una mostra pittorica, un art-video, un happening teatrale, una linea di conceptual streetwear, un blog collettivo).
 
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Recensione apparsa sul portale dark Erbadellastrega.it
 
Il primo libro di Misia Donati è affascinante. Affascinante sia per il tema trattato, sia per il modo in cui l'autore riesce a far sprofondare il lettore in una dimensione separata dalla realtà, seppur non fantastica. Una quotidianità reale, palpabile, che non è però nostra. Una capacità non comune di creare subito una totale impersonificazione nel personaggio del libro, mai forzata bensì automatica. La storia ruota attorno a tre adolescenti, che durante una calda estate si rinchiudono in una casa isolata per combattere contro il loro male, la narcolessia. Considerati dei folli dalla società, intendono la loro malattia come una specie di potere che li unisce, rendendoli più forti dal resto del mondo. Qualcosa da proteggere strenuamente, dai medici, dai genitori e dal giudizio del "mondo là fuori". Il lieto fine non è scontato, così come non scontate sono le storie personali e non che piano piano si intrecciano nelle 134 pagine creando un tessuto pregno di sensazioni a tinte grigie e nere. Nato ad Ascoli Piceno nel 1980, l'autore ha studiato Storia e Filosofia all'Università de L'Aquila conseguendo poi un Master in Teorie e Tecniche della Narrazione a Torino. Questo suo libro d'esordio è l'esempio di come un certo tipo di narrativa sia viva e vegeta, letture che regalano emozioni e coinvolgono. Ottimo.

 

Lalaith
Sarah Bellan

 
e se una volesse quel libro? lo trovo ovunque o solo in alcune librerie? grazie ciao
 
Posted by Lalaith on Sunday, February 17, 2008 - 10:46 PM
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Alessandra

 
beh che dirti complimenti!!!!! sicuramente lo leggerò il tuo libro..mi ha incuriosito molto. Brava!!!!!!!!
 
Posted by Alessandra on Sunday, March 02, 2008 - 5:39 PM
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