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Saturday, August 08, 2009
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L'incontro avviene casualmente per le vie del centro. Lei cammina distratta, pensando a tremiti e sudori che furono (e saranno nuovamente?). Lui accompagna la figlia a lezione di pianoforte, la moglie lontana (o vicina?). Gli sguardi si incrociano. Vieni da me tra un'ora. “La situazione è tranquilla”. Il mio mondo è immaginato. Mia figlia, il tuo uomo. I messaggi notturni e le t-shirt arruffate, “che tu ricordi certamente bene”. La passione di allora e l'irrefrenabilità di oggi. È solo una delle storie che Mario Pigozzo Favero ha messo dentro al nuovo disco dei suoi Valentina Dorme, La carne, a quattro anni di distanza da “Il coraggio dei piuma”, in una canzone che ha il titolo di un noir di Carol Reed (Grand Prix a Cannes nel 1949, sceneggiatura di Graham Greene e Orson Welles). Nella Treviso dei Valentina Dorme non si parla di occupazione nazista come nella Vienna del film, ma le tinte (bianco e nero) rimangono scure, turbate. L'irrequietezza dello spirito è la cifra di tutto il disco, che si intitola come un film di Marco Ferreri, ma fa pensare anche a Carne tremula di Almodóvar: una carne fragile e ferita, nella quale si incidono le ferite dell'animo, i segni degli amori. Perché, come suggeriva Giovanni Lindo Ferretti (Barbaro), bisogna amare “la carne e la sua controparte”: il carnefice.
La narrazione musicale di Pigozzo Favero è supportata dalle chitarre di Alberto Scapin, mai così abrasive e rock, la ritmica sempre accurata di Massimiliano Bredariol e dal duttile basso di Mario Gentili, ma è resa ancora più efficace dagli arrangiamenti di Fabio De Min (Non Voglio Che Clara, qui anche al synth in più di un episodio) e dagli archi (violino e viola) di Nick Manzan, alias Bologna Violenta. La carne è il miglior lavoro in studio dei Valentina Dorme e già l'iniziale Un nome di fantasma, che trasforma in rock l'arte degli Ardecore, mette in luce come oggi non ci sia nessuno in Italia che scrive come Mario Pigozzo Favero, songwriter vero e raffinato, con la capacità tutta carveriana di raccontare un universo in quattro strofe, il dramma del tradimento in quattro versi: “diceva di Problemi/ andava dalla sorella/ l'ho vista ridere/ col medico del paese”. L'amore e gli amori sono sempre al centro delle canzoni, ma mai declinati in termini romantici, quasi che la volontà sia quella di raffigurarne le diverse possibili sfumature, tralasciando l'ovvio. Benedetto davvero è una galoppata per una Treviso notturna con “l'amore che c'è/ e che trovi lungo le parallele/ della tangenziale”, che dal vivo infiammerà il pubblico, assieme al facile struggimento di Trieste centrale (“lui ama un'altra/ quindi Anna/ raccogli smeraldi e stracci/ e scappa”).
È però nei silenzi, negli sguardi rivolti all'infinito che i Valentina Dorme trovano la magica quadratura del cerchio: I girasoli è una ballad languida e sensuale, ma venata di una malinconia profonda (“sopra ogni cosa/ quando parli di tuo padre/ guardi me/ e poi guardi altrove”), su foto seppia e archi da cinema muto. La più breve canzone del disco, La buonanotte in francese, a dispetto del titolo leggero, è tutti i pensieri che non abbiamo mai il coraggio di formulare compiutamente: “tu sei nella pancia tonda/ nel vomito al mattino/ nelle cose dette a fiumi/ baci sospesi/ nelle ovvietà”. Un minuto e quarantotto secondi che aprono squarci su quotidianità abissali. Sotto il suono apparentemente scanzonato di Giulia Bentley in estate si nasconde l'ossessione (“il gloss perfetto/ a quest'ora è un po' strano”, “le nostre ossa mai così lontane/ tu che soffi/ bugie leggere da centro città”). La verità, se negli amori c'è ne fosse una (e una soltanto), è che l'amore non è dei forti: è fatto di “guerre poche/ e combattute male”, l'amore “non ha saputo/ e non sa invecchiare bene/ di troppe frasi che andrebbero urlate/ dette invece sottovoce”. C'è tutto dentro la disperata lucidità di un amore che diventa un coltello nella carne. O come suggerisce la copertina, un colpo di pistola e poche gocce di sangue. SENTIREASCOLTARE (Andrea Provinciali) A quattro anni da Il coraggio dei piuma tornano i Valentina Dorme – con alcuni cambi di formazione - dando alla luce il loro nuovo album, La carne. Per la precisione, il terzo disco di studio di una carriera iniziata nel 1992 ma che vide la band trevigiana debuttare solo nel 2002 con Capelli Rame. E quelle abrasioni soniche miste a digressioni elettroacustiche che ne caratterizzarono gli inizi si sono man mano affievolite, seppur non del tutto, a favore di una raggiunta maturità stilistica più vicina a certe atmosfere cantautorali. L’unica cosa che non è mai cambiata è l’elevata qualità letteraria dei testi di Mario Pigozzo Favero, il deus ex machina del gruppo. E anche in La carne, estasianti e seducenti sono certi passaggi lirici, sempre incentrati sull’amore ora con violenza e cinismo, ora con arrendevolezza e malinconia. È un indie rock poetico, nervoso, languido e trasognante a muovere questi undici bozzetti di vita autentica. Per dare dei riferimenti potremmo citare Fabrizio De André, Diaframma e Marlene Kuntz, ma i Valentina Dorme sono riusciti a crearsi un proprio immaginario artistico ricco di suggestioni e segreti. Un pezzo di Italia da tutelare e valorizzare. Indubbiamente. (7.0/10) MESCALINA (Antonio Benforte) C’è una profondità straordinaria nelle undici canzoni di La Carne., ottavo lavoro dei Valentina Dorme (il quinto, se non contiamo anche i nastri e i cd autoprodotti). La band di Mario Pigozzo Favero da Treviso racchiude in questo cd quattro anni di pausa e riflessione, quella maturata dal precedente Il coraggio dei piuma. Un disco senza fronzoli e orpelli, crudo e sincero, a tratti angosciante come i proiettili e il sangue ritratti nella copertina. Un rock che riesce a coinvolgere con la sua durezza, ad appassionare con dei testi letterari, forti, drammatici. Testi da leggere come racconti, come poesie, subito dopo aver ascoltato il disco. Il titolo è ripreso da un film di Marco Ferreri, La carne appunto, con Sergio Castellitto e Francesca Dellera – lo stesso regista fa da titolo alla quarta traccia del disco, che è un evidente omaggio. Tra songwriting e rock viscerale, i Valentina Dorme si confermano una delle band più solide del panorama italiano. In grado di alternare la straziante oscurità di ..Un nome di fantasma.. all’immediatezza di ..Benedetto davvero.., grido d’amore forte e intenso. Le ballate delicate (..Il terzo uomo..) e quelle apparentemente spensierate (..Marco Ferreri..), gli accordi robusti di ..Giulia Bentley in Estate.. e ..Siracusa e le stelle... La musica dei Valentina Dorme grida dolore e rabbia, comunica amore e passione, mescola eros e tanathos. L’atmosfera solare de ..I Girasoli.. fa da contraltare a quella frenetica e rumorosa di ..Trieste Centrale... Nord e Sud. Terra e anima. Canzoni tese e affilate come lame, che scavano aggressive nella memoria: il crescendo di ..Olimpiadi Salesiane.., la potenza di ..La buonanotte in francese.., la melodia commovente in chiusura di ..Io non sono forte... La Carne. è un album solido, coraggioso e maturo, nel quale nostalgia ed emozioni sono ben equilibrate. Di grande impatto sonoro, molto curato nei testi. Un disco che mette un punto evidente, tondo e senza sbavature – come quello presente nel titolo –nella musica di questo 2009 italiano. ROCK SHOCK (Eugenio Battaglini) Al loro terzo long playing i Valentina Dorme scoprono senza dubbio una venatura più rock prediligendo le distorsioni ad alcuni arrangiamenti orchestrali, comunque non del tutto assenti. Un disco sull’amore a tutto tondo, dal tradimento all’ossessione, dal sesso a pagamento a quello senza un prezzo definito, dalla delusione alla vendetta. Così come nel film La Carne (Marco Ferreri 1991) in cui Sergio Castellitto in un mix d’amore e d’odio si ciba della sua ossessione Francesca, così i Valentina Dorme dopo aver stressato ed analizzato il sentimento che gli colma i pensieri lo mangiano avidamente. I testi di Mario Pigozzo Favero sono di una bellezza disarmante: non c’è retorica, non c’è doppio senso, ma c’è solo la sincerità nuda e cruda…come la carne. Questo è un disco che non lascia molto all’immaginazione in quanto nei testi sono presenti chiarissimi riferimenti a luoghi e personaggi, con tanto di nomi. La città di Treviso fa da sfondo a storie vere di amori non adulti, ma già maturi. La disillusione di non essere giovani per sempre bussa alla porta e i progetti di vita che prendono forma e poi s’afflosciano spingono quest’altalena di sentimenti che è La Carne. Dal punto di vista prettamente musicale i Valentina Dorme si presentano in una veste decisamente ad alta definizione, con una registrazione mirata al perfezionismo, alla cura dei suoni e agli arrangiamenti a tratti crudi e a tratti orchestrali. La direzione dei lavori da parte di Giulio Ragno Favero (One Dimensional Man, Teatro Degli Orrori, Zu) è magistrale per un disco che ti tira addosso una valanga di ChitarreVioliniArmoniche & Co. che quando ti sta per travolgere e soffocare completamente ti sveglia dall’incubo lasciandoti nudo e fuori luogo con silenzi e carinerie in pieno stile brit pop. Il disco si apre con la solenne ed oscura Un nome di fantasma, bellissima ballata massacrante per temi e sonorità. I ritmi si alzano un pochino in Benedetto davvero con un mix di chitarre che nulla ha da invidiare a Godano & Friends per una canzone che benedice(nel più laico dei sensi) tutto l’amore che c’è da quello ossessivo del narratore, che sta bene nel nutrire la sua amata, a quello che puoi trovare lungo le parallele della tangenziale di una Treviso serale. Il disco è un susseguirsi di ambientazioni ed emozioni diverse e così dalla tangenziale ci si sposta nei ricordi e nei ripensamenti de Il terzo uomo: una storia ormai finita, ma mai del tutto. Una ballata molto soft con un finale in crescendo rock che bruscamente si strappa al suo acme per lasciare spazio ad un’altra morbidissima canzone ispirata e dedicata al regista Marco Ferreri. Giulia Bentley in estate è un capolavoro di semplicità. Treviso e l’ossessione la fanno da padrone in un crescendo di chitarre, viola e violini che accompagna un cantato, lisergico e a tratti aggressivo, in maniera sublime. Girasoli , Trieste Centrale e Siracusa e le Stelle sono la massima espressione della forza comunicativa ed immaginifica della prosa di Favero accompagnata da arrangiamenti che continuano a saltellare tra rock acido e pop nella più dolce delle sua accezioni. Il disco si chiude con la presa di coscienza di non poter controllare e vincere le emozioni e le delusioni di Io non sono forte passando per i ricordi di Olimpiadi Salesiane e lo spirito decisamente più rock di La Buonanotte in Francese. Difficile, se non impossibile, fare propri i pezzi di questo disco in quanto esageratamente personali, ma al contempo è altrettanto impossibile non vestire i panni del regista e figurarsi le immagini che La carne ci suggerisce sotto forma di testi e musiche. Un viaggio bellissimo… (4.5/5.0)
Babysnakescultura (Massimo Del Papa) Tutta quella tensione metropolitana, suburbana, che serpeggia, che esplode, che vorrebbe fuggire dal microcosmo trevigiano e ci ricasca sempre dentro. Tutta quella disperazione, suonata così bene, con le chitarre distorte e arpeggiate e strapazzate e stralunate e affilate e liriche e impazzite. Tutto quello sgomento rassegnato che uno che si arrende: io non sono forte, io non sono forte... Tutto questo lasciare un'eco d'allegria malata che si scioglie in un fischio nella notte. E capire che non c'è rimedio al malessere se non liberarlo cantando e poi vada come vada. Tanto la gioventù è come la felicità: non t'aspetta, t'inganna, ti lascia con una lanterna e il poster di Anastasi. INDIE FOR BUNNIES ( Giuseppe "Joses" Ferraro) Benedetto davvero tutto l’amore che c’è. (”Benedetto Davvero”) …perché dopotutto vivere significa accettare la perdita di una gioia dopo l’altra. V. Nabokov (”Segni e Simboli”, da “Una Bellezza Russa”)
L’amore che uccide. L’amore che disinfetta. L’amore che è pazzia limpida. L’amore che tira giù. L’amore che è solo dolore ritardato. L’amore che mescola la carne. L’amore che non puoi calcolare. L’amore che sfregia i visi. L’amore che suda. L’amore che trema. L’amore che è meglio se te lo fai raccontare, ma devi sceglierti uno bravo, uno che ci è passato dentro e ne è uscito sconfitto alla grande.
Valentina ne ha amati tanti. Ora è stanca, delusa, confusa, consumata. Ha scelto di dormire, forse per sempre, di sicuro per un lungo tempo. Il rumore l’ha lasciato a Mario Pigozzo Favero, alle sue chitarre affilate, alle parole che incidono le viscere con perizia chirurgica, ai giri di chitarra che risalgono le risacche della quotidianità con illuminazioni improvvise. E non è che ci sia granché da sorridere al tirar delle fila: la vita, i suoi occhi, i corpi e le anime sono tutti buttati in una grande arena votati ad un gioco al massacro, dove il vincitore avrà come premio solitudine eterna. Finisce che i Valentina Dorme, giunti al terzo disco per la sempre eccellente Fosbury, virano dalle atmosfere spesse ed oscure degli album precedenti, approdando su palcoscenici tinteggiati da un rock di classe, sempre molto suonato, arrangiato in maniera sopraffina, ricercato nelle melodie, colonna sonora di testi che aprono squarci veloci come racconti di Carver. Merito anche della partecipazione di Fabio De Min dei Non Voglio Che Clara in cabina di regia, garanzia di qualità superiore, visore attento delle orchestrazioni e della pulizia dei suoni. Nonostante ciò, rimane come un retrogusto amaro alla fine di ogni canzone, un’asciuttezza compositiva che in più parti rasenta la perfezione, quasi come se fossimo al cospetto dei Wilco in versione italiana. È una sensazione passeggera, che presto cede il passo a similitudini ben più pregnanti, laddove il disco si imbatte nelle angosce alcoliche di un salmodiante Cesare Basile o nella potenza elettrica degli Elettrojoyce che furono. Il suono è sempre compatto, possente, tutto affidato all’urlo di chitarre che vorrebbero disperatamente salvare, ma che alla fine diventano cenere e testimonianza dell’inafferrabile desiderio. Muri di suono, impatti, la potenza di Giulio Ragno Favero – quest’ultimo solo un omonimo di Mario Pigozzo e produttore coi fiocchi qui anche in veste di chitarrista extra lusso - a dare velocità ed aggressività ad un disco variegato e sorprendentemente orecchiabile. Su tutto le parole, la poesia di Favero, colto chansonnier, che in un accattivante ritornello infila Mahaler e Bach con la stessa scioltezza con cui al Festivalbar si sentivano ‘Cuore, Sole e Amore’. “La Carne.” è un disco superiore, ispirato, emblema di un’Italia musicale che ha fame di altro, di nutrire cuore e cervello con intelligenza e sapienza. Qua ci trovi molto, frasi e storie spezzate, vicoli, cieli e girasoli ed un’unica, ineffabile verità: l’amore è per gli eroi. Gloria agli eroi. Gloria agli amanti. ROLLING STONE (Giuseppe Fabris) Dopo quattro anni di attesa i Valentina Dorme tornano con un nuovo album e una manciata di storie interpretate con la poesia e la veemenza che sono da sempre il loro marchio di fabbrica. “La Carne”, il riferimento al film di Ferreri non è casuale, è un album sull’amore, ma non quello melenso che ci riempie di sogni, bensì quello vissuto, ricco di momenti dolci quanto di dubbi, distanze e adii. Siracusa, Trieste e Treviso fanno da sfondo alle storie di Mario Pigozzo Favero, e, a dare corpo alle sue parole e note, ci pensa un altro Favero, Giulio Ragno (One Dimensional Man, Teatro degli Orrori) che conferisce corpo e slancio a un album dolce e straziante. (4.0/5.0) UN CASTELLANO MI DISSE (Roberto Ghegin)
Perché Mario Pigozzo Favero ha invitato Fabio De Min, scheletrico leader bellunese dei Non Voglio Che Clara, a curare gli arrangiamenti di questo ultimo lavoro dei Valentina Dorme? La risposta l'ho sentita un sabato di marzo nel seminterrato di Riese Pio X° dove i nostri quattro provavano ad affinare gli ultimi accordi dei brani non ancora definitivi. Verso le 18 arriva Fabio; ascolta gli 11 pezzi, e poi chiede a Mario "come li vuoi?". Mario risponde: "Non cambiare il senso di nessuna parola, ma per il resto fai quello che ti pare. Lo sai, noi siamo lenti... lenti; quindi le parole sono soppesate una per una". Fabio De Min replicava che il disco è già molto bello. Ed ecco il risultato: armonie con pianoforte, archi, sinth, cori, tromba, violoncello, violini, sax, armonica, corno inglese e viola. Felice scelta questa, che diluisce la tipica aggressività delle chitarre presenti nei dischi vecchi; ma che non toglie nulla alla fantasiosa sensualità dei testi di Mario. Testi di storie inventate, opera di fantasie notturne, raccontate però con l'intensità di chi le ha vissute, praticate, spalmate, virtualmente accarezzate, e setacciate come sempre, " in perfetto stile Fosbury". Basta leggere il Blog con cui Mario tiene aggiornati suoi pensieri insonni ed il tono con cui replica alle risposte dei suoi dialoganti; dove anche una virgola o una doppia sbagliata vengono sezionate, centellinate con cura maniacale, quasi ossessiva, frutto di un vissuto, doppio, gemellare, ambivalente, artistico ed anche lavorativo, di colui che dice "io non sono forte". L'anteprima del libretto è una descrizione di una scena di film, visione nitida, perfetta, chiara e leggibile ai non addetti alla ripresa. Regista, attore, interprete, narratore: Mario non si smentisce e vive nutrendosi di immagini, reali o inventate, tristi e allegre, sognate o vissute, dove passano donne: sposa, Eleonora, amore in tangenziale, mogli altrove, mani e vizi innominabili, Giulia bugiarda, amanti che ballano col padre, Anna e le stazioni, Valentina, donna intuito dolcezza ragione, santa che aspetta sulle scale, donna scaldacuore in motel. E la stanchezza finale dopo le gare salesiane, ricordi giovanili, con l' ultima canzone stanca, dove sussurra, soffia di non esser forte, incapace di urlare offese ad emozioni dette invece sottovoce... sottovoce. Unico neo: citare spesso intimisticamente Treviso, i suoi viali e piazze; rende un po' provinciale anche se naif, la location di alcune storie e blocca la fantasia di chi, ascoltando il cd, non vive in queste nostre zone. Però, gran bel disco, pieno, corposo, solido, dove i suoni orchestrali accompagnano bene le chitarre storiche dei Valentina Dorme, ora in formazione matura con Alberto Scapin, freddo ma entusiasta alle chitarre, Mario Gentili veramente soddisfatto del suo lavoro al basso, e Max sornione che picchia forte in alcuni pezzi. E Mario che, istrione, fa risorgere Ferreri, ambientandolo dove concerta dal vivo, umorista e teatrante, beffardo e tabagista incallito. Per finire, un esempio di perfezione stilistica al minuto 0:57 e da 1:12 in poi del brano "Il terzo uomo": un passaggio di chitarra che se durasse 10 minuti, non stancherebbe mai! Buon ascolto. Terapeutico. JAM (Elisa Orlandotti) Tornano in scena i Valentina Dorme dopo un silenzio discografico durato quattro anni. La voce incisiva e la chitarra potente del cantautore rock Mario Pigozzo Favero, frontman della band, descrive in questo terzo capitolo ufficiale alcuni amori possibili; il punto di vista è quello maschile, basato sulla fisicità e sull’elemento visivo, ricostruito attraverso flash e istantanee che hanno per cornice il Veneto, con tanto di nomi delle strade nei ritornelli. Fotogramma dopo fotogramma le varie storie prendono forma e la musica esplode, lasciando sottintendere che le liriche, laconiche e misurate, siano in realtà la parte ridotta a ragione di vicende più complesse nelle quali le emozioni ribollono o gelano. ‘La Carne’, d’altronde, è liberamente ispitrato all’omonimo film erotico di Marco Ferreri, regista al quale è dedicato anche un brano. Due collaborazioni prestigiose danno al disco, se fosse possibile, una marcia in più: quella con Giulio Ragno Favero (Teatro degli Orrori, Zu) alla strumentazione e ai suoni, e quella con Nicola Manzan (Baustelle, Alessandro Grazian, Bologna Violenta) al violino. Se tra le 11 tracce dovessimo scovare l’erede della splendida “Claudia Cardinale da Giovane” (‘Capelli Rame’, 2002) questa sarebbe “Benedetto davvero”: energica e accattivante, ti si ferma in testa con il suo ritornello privo di rime e con i versi “benedetto davvero/tutto l’amore che c’è/e che trovi lungo le parallele/della tangenziale. (3.5/4.0) ROCKERILLA (Roberto Lucido) Attivi da più di 15 anni coniugando un noise di stampo anglosassone a un liricismo figlio di quella new wave che in Italia vedeva nei Diaframma i suoi massimi esponenti, i VD danno alle stampe “La carne”, terzo album, liberamente ispirato all’omonimo film di Marco Ferreri. Il lavoro musicalmente è ineccepibile (al banco di regia c’è l’ottimo Giulio Favero) ma è la voce a convincere a tratti. Comunque l’episodio più alto dell’intero disco pare essere “Il terzo uomo”: la voce di Mario Pigozzo Favero, qui, ritorna ispirata, coinvolgente, musicale e una stupenda coda finale lasciata alle note di chitarra completa l’opera. Come un film, un piano sequenza, un fermo immagine. (6/10)
ROCKIT (Elisabetta De Ruvo) Di certe canzoni non si dovrebbero conoscere i testi a memoria, parola per parola, intendo. Certe volte tra le frasi e le parole un po' smangiucchiate per l'incastro preciso con un accordo, si celano dei significati volontari o inconsci, difficili da gestire. Difficili da schivare come un pugno nello stomaco che non t'aspetteresti mai, sorpresa dolorosa e soffocante. Sembra che Mario Pigozzo Favero ci metta della cattiveria in più. Un bel po' di tempo è passato da "Il coraggio dei piuma", quattro anni, a cui da solo è sopravvissuto rientrando spavaldo e lucido su quel palco dove in molti lo aspettavamo, accompagnandosi con nuovi e affiatati musicisti, intuendo nuove prolifiche collaborazioni in altri momenti inusitate, come con Fabio De Min ( Non voglio che Clara) per gli arrangiamenti degli archi e delle tastiere e con Nick Manzan ( Bologna Violenta), nei ranghi più classici di violinista. E non solo loro. Ascolto questo disco già da un po'. Ma solo oggi lo ascolto leggendo i testi, per cogliere quelle poche parole dissolte nelle note. Ogni due canzoni devo fare una pausa. Forse per un livello tale di intensità di vissuti e vicissitudini che si adagiano sulla mia esperienza, che di certo poco ha in comune con quella di Pigozzo Favero, ma che riguarda una generalità di esistenze forse mature, di certo ben lontane dall'essere propriamente adulte, ma quasi già troppo disilluse. Il titolo è programmatico in questo senso. La Carne. Anticipo sintetico dell'intrinseca visceralità (ispirazione cara allo stesso regista Marco Ferreri, cui viene dedicata anche una canzone oltre al riferimento al titolo) di un disco che viaggia tra parole e musica indissolubili. Una musica che è pacata, quando realizza sbandamenti ed entusiasmi sbiaditi e aggressiva, stratificata e complessa come l'incazzatura di quando sai di essere impotente, di quando ti rendi conto di non essere unico e solo e insostituibile nella vita di chi avevi immaginato fosse insostituibile per te. In bilico tra il romanticismo degli Smiths, la decadenza cupa dei primi Cure ("Un nome di fantasma", "Benedetto davvero"), il finto distacco di certe soluzioni stilistiche del Dalla degli anni 70 ("Olimpiadi salesiane", "Marco Ferreri") e ancora quel rumore bianco internazionalizzato dai Sonic Youth ("Giulia Bentley in estate", "Trieste Centrale"). Con parole che suggeriscono un atto fisico, confondendolo con atti invece emotivamente intangibili, come per esempio in "Siracusa e le stelle": "…santo quel tuo darti da fare per farmi stare bene, la gioia che mi dai quando ti sento dalle scale…" o che gridano della tensione continua ad un sentimento come l'amore, che dentro di te sai essere impossibile nella definizione pratica dell'esistere, ma senza il quale comunque non c'è vita. Parliamo allora di illusione? Ma l'illusione in quanto atto mentale fa male in un dato momento, in genere poi passa. Ciò che c'è in questo disco graffia e squarcia insindacabili punti di vista molto soggettivi sul rapporto di ognuno di noi con l'amore, con quello che si desidererebbe, con ciò che non si ottiene mai, con la presa visione di dinamiche effettivamente idealizzate. Si vive di ricordi avvelenati, in questo lavoro, e di situazioni prese non nel momento preciso in cui iniziano, né tantomeno nel momento in cui finiscono. Come un film che mostra uno dei tanti istanti minimi inosservati anche da noi attori di una vita di cui spesso non capiamo il testo, o il senso. Allora Valentina ogni tanto si sveglia, prende atto che non è invincibile, che forse ogni tanto è bene arrendersi alla vita che ti vive un po' prepotente, quindi si riaddormenta con almeno questa consapevolezza in più. ONDAROCK (Giuliano Delli Paoli) “Un roast-beef senza salsa è nudo, è osceno” chiosava Sergio Castellitto nel celebre film di Marco Ferreri, “La Carne”, sedotto da una Francesca Dellera mai più così sensuale. Ed è proprio in questa citazione che potremmo “racchiudere” lo spirito del quinto disco dei trevigiani Valentina Dorme. Difatti, in esso è pienamente attuata la privazione da ogni diversivo e/o sfumatura deviante, a vantaggio di una crudezza/oscenità rock cantautorale pungente, citazionista, capace di nascondersi in alcuni passaggi anche dietro una finta e agiata leggerezza, vagamente retrò. La band trevigiana ha quindi deciso di dipingere il suo nuovo affresco con tinte clamorosamente forti. E così, la lenta, drammatica esplosione di “Un nome di fantasma” riprende laddove Fabio De Min (qui presente al synth) aveva congelato qualche tempo fa le sue ispirazioni. Ma in questo caso, al posto dei violini troviamo le chitarre, pronte a "urlare" un disappunto regresso in un crescendo d’ansia e smarrimento. La passione amorosa, vissuta costantemente con angoscia e smodata fantasia erotica, vibra senza sosta alcuna nelle dodici tracce dell’opera. Le parole dirette, concise di Mario Pigozzo Favero penetrano e affondano con precisione chirurgica. In “Benedetto davvero”, la distanza e lo spazio costituiscono paradossalmente l’unica via di salvezza di un amore altrimenti destinato all’oblio. Il dubbio, la paura d’amare e il fallimento matrimoniale sospingono il trotto sinuoso e acquerellato de “Il terzo uomo”, dove non servono “trucchi dozzinali” e “occhiate veloci” per seppellire un sentimento pur sempre acceso. “Marco Ferreri” è il tributo incondizionato al grande regista milanese. Perché essere il “Calà di Ferreri con i suoi vizi innominabili” potrebbe rappresentare (momentaneamente) la chiave di (s)volta della propria ibernazione/apatia sensoriale. Così come vivere un rapporto senza compromessi, fatto di “bugie leggere” e ripetuta quotidianità , diventa ossessione in “Giulia Bentley in estate”, nella quale prende forma gradualmente una straordinaria sterzata orchestrale, tesa a rafforzare la cura dei dettagli visivi, testuali, sonori. In “La Carne”, il punto di forza maggiore è il sodalizio perfettamente equilibrato tra forza descrittiva ed evolversi acustico. La tensione nevrotica dovuta al decadimento della passione è saggiamente espressa dal suono, come magnificamente dimostrato nell’incandescente e avvolgente “Siracusa e le stelle”. “La Carne.” incarna la (ri)vincita di quel romanticismo rock italiano rauco e indomito. E’ il risveglio triste di una Valentina disillusa, fondamentalmente infelice, preda confusa del proprio ego e delle passioni più travolgenti. (7.0/10.0) RUMORE (Andrea Girolami) Andate a rivedervi il dialogo di Pulp Fiction tra Marcellus Wallace e Butch il pugile. “Eri quasi arrivato ma non ce l’hai mai fatta, e se dovevi farcela ce l’avresti già fatta”. Sono passati 4 anni dall’ultimo dei Valentina Dorme, quel ‘Il coraggio dei piuma’ che li aveva ulteriormente confermati come monumento vivente del rock indipendente italiano. I testi di Mario Pigozzo Favero sono Immensi: una volta si parlava di loro come dei fratelli più colti dei Marlene Kuntz ma questo nuovo “La carne” ha più a che fare con le parole di un De Andrè qualunque. Non sobbalzate al paragone, va preso cum granu salis, la storie di piccoli uomini fatti importanti da grandi canzoni sono le stesse. Dietro tutto la provincia: una città di cui si fa nome e cognome che tira le fila di una storia senza capo né coda, bellissima, interrotta da chitarre, cambi di tempo, talento a profusione. Bentornati. (8) BLOW UP (Enrico Veronese) Cara Valentina, superato il momento difficile il tuo amante ormai è finalmente maturo per mandare alle stampe il suo disco probabilmente più pregno e migliore mentre dormi ancora, nonostante ‘Una vita migliore’ non sia riuscita a socchiuderle gli occhi. Girasoli e ciminiere nella quarta di copertina, “La carne” cita apertamente Marco Ferreri e dipana un filotto di emozioni difficilmente estricabile dal groviglio di parole e musica: ‘Un nome di fantasma sospende la scomparsa di De Andrè grazie anche ai luminari del territorio Fabio De Min (synth) e Nicola Manzan (violino), si apre e non la prendi più, con strage di corde che pone fine allo stillicidio dei sensi: “Quando mi chiedono il suo nome e il giorno in cui sarà mia sposa io grido a tutti un nome di fantasma e una data in primavera” … ‘Benedetto davvero’ è civicamente trevigiana come gli Estra e i Radiofiera prima, ultimi Northpole (l’altro lato della medaglia ‘Luca Marc’) e Public poi, ma universale tanto quanto il tradimento affatto virtuale di ‘Il terzo uomo’, che è uno dei brani più belli. ‘Giulia Bentley in estate’ attinge all’album degli scatti privatissimi elementi dalla koiné pop –tre minuti di applausi per il vocabolo rivoluzionario fiorile: con Dente e Raina, Mario Pigozzo Favero guida gli autori più toccanti del 2009, ‘I girasoli’ “come si amano gli amori che non ci sono” nella prefazione di Massimiliano Parente, anche se chi si innamora non dovrebbe dirlo a nessuno … ‘Trieste centrale’ è un incipit da maestro: “Lui ama un’altra quindi Anna raccogli smeraldi e stracci e scappa”.l’amour fou nel ritornello, anacronistico forse “Valentina oggi è un tempo cattivo”, che non fa il suo dovere e a volte peggiora le cose. Il film nel film di ‘Siracusa e le stelle’ anticipa il “premere e affossare i divani” delle ‘Olimpiadi salesiane’ sopra un crespo tapis roulant prima dell’inopinato white noise. Atto definitivo col testo strepitoso di ‘Io non sono forte’, “troppe offese che andrebbero urlate dette invece sottovoce” (non è il caso di questo disco, registrato al meglio da Giulio Ragno Favero). I Valentina Dorme si sono assunti il compito non nuovo di conciliare l’elevazione di testi refrattari alle chiose con chitarre elettriche in saliscendi,in maniera più concreta dei Marlene Kuntz e meno collettiva che non gli Afterhours: l’avvertenza obbligata è che “le storie raccontate sono opera di fantasia”, tanto il grado di verismo. E ora che il terreno si fa più aspro, MPF, Alberto Scapin, Mario Gentili e Massimiliano Bredariol vincono come mai prima la tenzone contro quell’asticella spostata sempre più in alto. (8) VITAMINIC (Amos Martino) La Carne è il nuovo disco dei Valentina Dorme è bello e va ascoltato due, tre, dieci volte o quanto vi pare. Al primo ascolto mi hanno subito preso i testi, pieni di versi da incorniciare (o “da twittare” dice qualcuno) e di immagini vivide e a tinte forti. Poi la musica, che avvolge le parole e le abbraccia; a volte le stritola e le incalza ( Un Nome Di Fantasma, Benedetto Davvero) altre, invece, le accompagna in un crescendo di timbri e ritmi che dura per tutta la canzone ( I Girasoli). Le canzoni costruiscono una pellicola narrativa tra primi piani e campi lunghi, in un cortometraggio di storie d’amore tra sangue e proiettili (vedi la copertina), chitarre elettriche e pianoforte. A livello generale – se possibile – è ancora più corposo de Il Coraggio Dei Piuma, il loro precedente disco, e si percepisce un’architettura di suoni e testi ancora più solida ed efficace. Che poi io ancora abbia capito solo un terzo di quello che c’è di bello in questo disco, bé: questa è un’altra storia L'ISOLA CHE NON C'ERA (Luca Barachetti) Di quando certi versi se fossero stati detti allora sarebbero state bellissime parole d’amore. Di quando poi rimane solo un sfogo rabbioso verso un tu che non risponde. «Se dici affitto questo motel in eterno», se l’avessi davvero affittato per sempre non saresti diventata Un nome di fantasma. Il terzo lavoro ufficiale dei Valentina Dorme è un arrivo senza ritorno. Titolo: La carne., punto. Perché l’amore è la carne, e l’amore muore, finisce, come la carne appunto, come Sergio Castellitto e Francesca Dellera nell’omonimo film di Marco Ferreri (a cui è dedicato anche un brano) che si rinchiudono in casa e mangiano e fanno l’amore. Ma poi finisce. Mario Pigozzo Favero si conferma come uno dei migliori songwriter del nostro Paese, uno dei pochissimi da cui aspetteremmo con voglia un libro, perché la precisione del suo linguaggio, la rapidità ficcante e disperata delle sue descrizioni (Pavese, Carver, Trevisan) meriterebbero anche una pagina bianca da riempire, se non fossero già queste undici canzoni undici pagine le cui parole lasciano ombre sotto le quali si allunga, sentimentalmente esausta, una biografia a denti digrignati per un amore finito. E se questo è il disco migliore dei Valentina lo è anche grazie alla produzione di Giulio Ragno Favero – che puntualizza il suono del gruppo veneto affilandone le chitarre e imbastendo le ritmiche di legno e pelle – e al lavoro sugli arrangiamenti di Nick Manzan e Fabio De Min dei Non Voglio Che Clara. Un nome di fantasma marcia poderosa su un blues popolare che in dialetto romano sarebbe degli Ardecore; Benedetto davvero rulla elettrica come una rotativa di solitudine, la solitudine di chi seduto ai tavolini di un bar la guarda passare e affoga nell’alcool e «in tutto l’amore che c’è / e che trovi lungo le parallele della tangenziale». A metà tracklist, Giulia Bentley in estate avvia il giro di boa con un crescendo di chitarre, viola e violino sulla cadenza asciutta della batteria, prima che I girasoli, la più classica ballad in stile Valentina, sia anche il più chiaro esempio della sopracitata potenza letteraria di Pigozzo Favero («quando parli di tuo padre / guardi me / e poi guardi altrove»): lui con la sua geografia inequivocabile (la tante strade di Treviso citate nei brani), le immancabili citazioni filmiche (Ferreri e Truffaut in Trieste Centrale), la devianza più sensuale che morbosa di certi quadri (Olimpiadi salesiane) che lasciando soprattutto posto alla collera delle ferite non manca comunque di comparire. Su tutto poi, probabile chiave di volta de “La carne.”, la doppietta finale de La buonanotte in francese – il minuto e quaranta che nessuno avrebbe mai voluto scrivere: «tu sei nella pancia tonda / nel vomito al mattino / nelle cose dette a fiumi» – e la conclusiva dichiarazione di resa ed errore di Io non sono forte («un amore di emozioni poche / di troppe offese che andavano urlate / dette invece sottovoce»). “L’amore non è bello” dice Dente, “sicuramente muore” risponde Valentina.
IL MUCCHIO (Federico Guglielmi)
Quasi sedici anni dopo il primissimo demo, a sette dall’album di debutto “Capelli Rame” che diede loro il Premio ‘Fuori dal Mucchio' e a quattro dal precedente “Il coraggio dei piuma”, i Valentina Dorme aggiungono il terzo capitolo al loro romanzo discografico: un termine, “romanzo”, utilizzato ad hoc, visto come Mario Pigozzo Favero e compagni non nascondano davvero le loro velleità letterarie e, al contrario, si rivelino assai abili a svilupparle in poesie-canzoni di notevole forza espressiva. In “la carne”, però, il quartetto trevigiano ha attenuato i toni più cupi ed esasperati del suo sound, optando –con il sostegno, in cabina di regia, di Giulio Ragno Favero- per soluzioni meno tese ed esasperate, nelle architetture strumentali (solo chitarre, basso e batteria) così come in un canto ora divenuto nel complesso più aggraziato; non c’è pacificazione, questo no, e negli undici brani l’inquietudine continua ad andare a braccetto con un’enfasi dotata di un certo retrogusto drammatico, ma nella proposta del gruppo –tra indie-rock e post-punk, volendo semplificare- è oggi facile riscontrare una maggiore leggerezza, che peraltro non ne inficia l’originalità e lo spessore.
LOST HIGHWAYS (Roberta Molteni)
Ri-suona, La carne, elettrico, nucleale, necessario. Guadagna l’attimo del gusto primitivo, del tatto semantico, della poetica del vero e lo rende palpabile, fruibile, detestabile, ammissibile, fiero. Coglie l’attimo in cui è il baro a svelare il gioco, a rimescolare le carte, a dare voce agli atti, alle sembianze dei gesti d’amore, di vita, di strada, di stanza, di fine. Il tappeto che raccoglie le carte è rosso, reticolato di nomi e fotogrammi che non ricorda un luogo in particolare ma è quel luogo: una città e i passi che la animano, le ombre che i terrazzi lasciano sull’asfalto, angoli di vie, percorsi a salve, auto in corsa, appartamenti allegri, appartamenti presi e lasciati, letti rifatti per puntiglio, cibo consumato a ore, buona compagnia, cattiva compagnia, figlie, amanti, padri, Amore. Donne-Amore che tradiscono, sollevano, incantano, sfuggono, rimangono, non ci sono state mai. Racconti del disamore, dell’altra faccia del desiderio (“già da qualche mese ci facciamo un male pulito, sappiamo dove puntare e colpiamo [...] santo questo tuo rallentare per aspettarmi e restare, la pazienza che hai quando godi con me, quando mi scrivi / santo questo darti da fare / santo questo”, Siracusa e le stelle), medaglia che conosce la ruggine (“e avere così poca voglia di te, delle tue mani / e avere così poca voglia di consigli prevedibili e delle tue mani”, Marco Ferreri), la resistenza, il peccare, l’attesa, il silenzio (“ripenso ai giorni appena buoni, al tuo infinito non dire, ai tuoi piedi che non vorrei qui, a questo amore marginale e come sempre la distanza ci fa bene”, Benedetto davvero), lo spasmo malinconico dei ricordi rivisitati, traditi, sedotti dall’urgenza, dal bisogno di perdono (“io sopravvaluto i ricordi con i miei occhi neri e gonfi / è un delirio di famiglia / anche mio padre sai lo fa quando fissa rosso di odio mia madre”, La buonanotte in francese) . I Valentina Dorme firmano undici storie di mani, del tatto come parola, di colori che non sono sfumatura ma aggettivo, qualificazione, fatto. Mario Pigozzo Favero ferma nero su bianco il segreto scomodo della carne, del respiro quando si fa corto, dei passi spesi a rincorrere, delle soste consumate a tradire, a svelare, a rivelarsi. Treviso, le stagioni della pelle, l’estate caldissima di Paolo e Francesca, i girasole, i grigi, un commiato, la confessione (“un amore di guerre poche e combattute male, che non ha saputo e non sa invecchiare bene, di troppe frasi che andrebbero urlate dette invece sottovoce [...] chè io non sono forte, io non sono forte”, Io non sono forte), le notti come proiettili, il sangue come nudità: Dante, forse, non c’entra e Marco Ferreri è, probabilmente, un alibi particolare. Un purgatorio di chitarre suonate come suona il tempo, ora sordido, nemico, ora imbonitore, amico fraterno: refrattarie, chimiche, tese, sudate, chitarre voce, mai sotto-voce, che tacciono al gusto degli archi per poi ripercorrerne gli spasmi, che indovinano le pulsioni ritmiche, certe delicatezze armoniche e le legano al timbro solido di un cantato maturo, venoso. Melodie che crescono, che non si muoiono addosso, angoli acuti di un rock urbano e colto, ammalato di accenti brevi pop, cantautorato cupo ed oltremodo vivo, pungente, inusitato all’abitudine, intrigante, capace di grazia e di spari, di accarezzare e di ferire. Trieste centrale, Giulia Bentley in estate, Un nome di fantasma, Olimpiadi salesiane: suonano e non lo fanno a caso, si annodano al timpano e arrivano a ferirlo, lo rapiscono, lo vincono, infine lo innamorano. Io non sono forte è un numero primo, senza pelle, l’ultimo capitolo di un album-libro che esige la ri-lettura, da cui risulta difficile accomiatarsi, al quale porgere la guancia, cui attingere daccapo per uno schiaffo ancora, per un po’ d’Amore venuto bene. Ri-suona La carne. Ed è giusto così. Come accade a ciò che infine rimane, che ha un senso a prescindere, che non deve essere reinventato ma è, senza punteggiature di circostanza.
KRONIC (Roberto Bonfanti)
La maturità della poesia rock C'è Treviso al centro di questo nuovo album dei Valentina Dorme. Una Treviso affascinante come il set di un film di Tornatore che viene citata di continuo come sfondo di storie d'amore inquiete e malinconiche firmate da quel Mario Pigozzo Favero che, con la sua poetica estremamente cinematografica ed il suo stile narrativo, non sembra voler smentire la sua fama di grande scrittore di canzoni. Qualcuno dirà che La carne è l'album più maturo fra quelli prodotti fino ad oggi dalla band trevigiana. Ed avrà ragione, con tutto ciò che questo comporta nel bene e nel male. Le malinconie di Pigozzo Favero sembrano infatti generalmente meno ossessive e violente rispetto al passato, incarnandosi in una serie di storie gonfie di una nostalgia più consapevole e compiuta ma non per questo consolatoria che sembra insinuarsi sotto pelle più lentamente ma altrettanto inesorabilmente. Allo stesso modo il suono del gruppo appare meno sporco ma al tempo stesso più robusto e decisamente hi-fi, alternando momenti in cui le chitarre stridono e la ritmica picchia compatta con altri in cui le atmosfere si dilatano per lasciare spazio alla melodia ed agli archi. Un disco di melodie rotonde e compiute, di grandi canzoni rock dal sound massiccio e di affascinanti ballate d'autore di gran classe. Un disco maturo. Un lavoro che al primo ascolto colpisce per l'ottimo impatto sonoro e che col tempo conquista per il pregevole lavoro di scrittura. (4.0/5.0) DEBASER (Zigu)
Due proiettili e tre gocce di sangue, cantautorato noir, profondo e colto; i Valentina Dorme sono tornati a raccontarci storie che vedono come protagoniste soprattutto le donne, sensuali e traditrici, complici di amori celati e causa di ossessioni.
La scrittura di Mario Pigozzo Favero è come sempre eccellente, ormai caratteristica grazie all'utilizzo di citazioni di personaggi, luoghi e tempi e di una terminologia sua distintiva. Le chitarre sono coltelli dalla parte del manico; nell'iniziale "Un nome di fantasma" arpeggiano di soppiatto accompagnando una voce quasi solenne, per poi trasformarsi in colate di catrame quando la storia si infittisce di dubbi; è qui che la batteria imprime gettate e i violini creano un'atmosfera tagliente, come anche ne "I girasoli", dove la spezzano in seguito a un sottofondo delicato e un incipit soave di piano. "Benedetto davvero" ha un ritmo incessante, ricalca il rock profondo dei Marlene Kuntz, che si diffonde spesso nella discografia del gruppo, qui anche nella fumosa e rabbiosa "Siracusa e le stelle". In gran parte dell'album si denota una spolverata pop, maturo e amalgamato alla perfezione con i suoni cupi delle chitarre. Ne "Il terzo uomo" i campanelli, l'armonica e il ritmo scanzonato ricordano i Pecksniff, ma gli intermezzi di chitarra imprimono un tono aulico e si ripetono in crescendo nel finale. Qui troviamo tracce di indie rock americano anni novanta, Pavement e Modest Mouse tra tutti, come in "Giulia Bentley in estate", la continuazione di "Claudia Cardinale da giovane", dove ne è la prova il climax pungente in chiusura, quasi orchestrale; mentre "La buonanotte in francese", rimanda ai Pixies in tutto e per tutto. "Marco Ferreri" è un altro brano con sottofondo pop, se non fosse per le chitarre decadenti nel finale convulso intrise da vagiti di sax. Le bellissime "Trieste centrale", con un richiamo ai Ludovico Van e "Olimpiadi salesiani" sono i punti di forza dell'album, insieme al brano d'apertura. Quest'ultima in particolare è trasgressiva nei testi e nella suspance che viene creata; galleggia su onde calme di note e parole, poi uno tsunami travolge tutto nell'apoteosi agonistica di terra e sabbia, di sangue e sabbia, di sperma e sabbia. "Io non sono forte" è il proclama conclusivo. Pause poetiche, riprese auliche, liriche mature, melodie meravigliose e climatiche sospese; buon ascolto...
ONDALTERNATIVA (Syd The Piper)
2009, spunta così, quasi all'improvviso il terzo album dei "Valentina Dorme" e il grigiore passato arriva ad aver quasi un senso: un senso cinematografico, quasi di causa-effetto, come quello che pervade "La Carne". Il cinema non è una citazione casuale perchè "La Carne" è il titolo di un film del controverso e decadente regista Marco Ferreri. Proprio come nel film, anche l'LP del gruppo trevigiano, collega al loro sottile filo musicale una storia d'amore e di passione. Parole e musica sono legate davvero da questo filo che gli permette di aiutarsi e strattonarsi l'un l'altra lasciando la sensazione che, da un momento all'altro, tutto si spezzi. E' proprio questo il lato migliore dell'album, questo contrasto tra la solidità cantautoriale del testo e l'effimero rock-alternativo del suono.
Ogni canzone è un susseguirsi di climax ed anticlimax, introdotti ora dalle parole, ora dalla musica, che ti tengono in attesa della scena successiva. Il tutto è in volo, sospeso, grazie ad un arrangiamento ricercato, particolare, molto vicino all'essere surreale. Qui l'abilità di Fabio De Min, che ha collaborato alla registrazione dell'album, ha lasciato un segno ben preciso. I quattro della band si sono avvalsi anche di violinisti e violoncellisti, saxisti e polistrumentisti in generale per ampiare in una dimensione orizzonatale il suono un po' ermetico del loro rock. E' davvero un fantasma la sposa che non si decide nel rock, un po' elettrico e un po' cantautoriale, della canzone d'apertura "Un nome di fantasma". "Benedetto davvero" è il rock più alternativo della seconda traccia che risalta subito come un pezzo solido, da platee anche meno ricercate. Calda è la voce dell'amante mentre racconta e altrettanto lo è quella Mario Pigozzo Favero che quasi recita una traccia dai sentori folk: "Il terzo uomo". La dedica al regista è palese in "Marco Ferreri", un pezzo più pop, più spensierato che s'elettrizza solo nella seconda parte. "Giulia Bentley in estate" sintetizza alternanza cinematografica tra pop e rock-alternativo, così come fa "I girasoli" con il dolce piano iniziale e la secca chitarra finale. "Trieste centrale" è un bel pezzo, che alterna dolcezza ad amarezza, con chitarre distorte e una città che è un paesaggio più che uno sfondo. Si ricorda anche una giovinezza in "Olimpiadi salesiane", forse difficile data l'esplosione distorsiva di fine traccia. La chiusura "Io non sono forte" è, musicalmente, la sintesi dell'album: rock, secco, elettrico e melodico quanto basta. Il basta è riferito anche all'amore, piuttosto alla relazione e ad un'ingloriosa e debole fine.
L'album è intriso di piccoli capolavori, musicali e testuali; erano anni che non riascoltavo testi di tale profondità e così evocativi. La musica è ben suonata ed arrangiata ma forse non adatta a certi tipi di testo. Metto il forse perchè il conformismo nella musica non deve mai vincere e, curando ancora qualche dettaglio, si potrà arrivare ad un'unica sensazione musicale. Per adesso nessun giudizio stravagante o anticonformista.
GOOD TIMES BAD TIMES (Brizz89)
I Valentina Dorme di Favero circolano da 17 anni esatti, e hanno dovuto aspettare parecchio prima di vedere i primi risultati e la distribuzione nazionale della loro produzione. Questo ha anche rallentato il loro percorso, che arriva con questo 3° cd uscito per Fosbury/Audioglobe ad un livello più che soddisfacente, raggiungendo direi un traguardo che denota una certa maturità artistica per i quattro ragazzi, anche se si spera che i prossimi lavori osino ancora più in alto. Il disco è in effetti un ottimo prodotto alternative, genere in cui l'Italia ha già dimostrato di eccellere. Racchiudendo numerose sfumature di rock ed altri generi melodici, si sono creati attorno all'alt-rock tanti canoni ai quali i gruppi si rifanno come se usassero stampini da dolci, quante possibilità di innovare (sempre più raramente sfruttate a dire il vero). I Valentina Dorme conciliano gli aspetti dell'alt-rock afterhoursiano di stampo più commerciale (quello degli ultimi dischi) con un gusto cantautorale che li accomuna in alcuni tratti ai Diaframma, in altri agli ultimi lavori dei Meganoidi. Si respira un'atmosfera quasi lieta in questo disco (soprattutto in pezzi-ballad come Giulia Bentley in Estate), a volte più malinconica (Un Nome di Fantasma, Benedetto Davvero) ma sempre sopra le righe. Mario Pigozzo Favero è un cantante eccentrico che nonostante non raggiunga vette stilistiche né tecniche degne di nota, si destreggia bene nelle diverse sfumature che il gruppo propone all'interno di questo lavoro. Nel sesto pezzo, I Girasoli, probabilmente il più bello del disco, assistiamo ad un nostalgico crescendo in cui spicca anche l'uso del pianoforte. Interessanti i riferimenti ai colori all'interno dei testi, che ricordano un certo cromatismo che qualche appassionato di letteratura collegherà a Lorca o a Baudelaire. Mario parla di amore, delle avventure di un uomo di mezza età a Trieste Centrale (che “vale più di Genova e Barcellona insieme, Ibiza a Maggio e Bangkok in Aprile”). I riff di chitarra sono sempre azzeccati, anche se spesso sono accompagnati da giri di basso scontati, ma inseriti al posto giusto. Siracusa e le Stelle, un altro bel pezzo, cantato come Giorgio Canali lo canterebbe con i Rossofuoco, si ricollega alla produzione dei primi due dischi del quartetto, anche se la qualità della registrazione leggermente più alta aiuta a rendere il pezzo più genuino. La Buonanotte in Francese è un pezzo di 1.49 che spiazza con la sua interruzione improvvisa; quasi un esperimento considerando che il brano sembrerà ai più fatto apposta per durare almeno 2 minuti in più. La Carne non è un album facile da recensire, ci si trova un po' di tutto. Il consiglio migliore che si può dare è di ascoltarlo, di digerirlo e metabolizzarlo. Ci vuole tempo per capire che l'arte di certi gruppi italiani va oltre l'ascolto semplice di musica orecchiabile con i tipici testi d'occasione a cui MTV insieme alle radio ci ha abituati. Se qualche testo ci farà venire in mente le ballad romantiche dei cantautori nazionali come la Pausini o Antonacci, non dobbiamo lasciarci intimidire: qualche ascolto in più e ci si accorge della profondità dei testi, della non-immediatezza della musica e del bisogno di farsi sentire di questi quattro che dopo 17 anni sembrano comunque una band giovane, fresca e con ancora molto da dire e da dare. Ascoltateli. (7.5)
AUDIODROME (Marco Renzi)
Il pop-rock si fa di nuovo malinconia e semioscurità nel terzo disco (se non si contano, chiaramente, gli autoprodotti e l’ep) dei Valentina Dorme, La Carne, titolo che è una citazione dell’omonimo film del grande Marco Ferreri.
È probabilmente il loro disco più riuscito, un lavoro più solido dei precedenti a livello sonoro e meno frammentario sotto il profilo dei pezzi. Sarà stato anche merito della produzione curata dal sempre ottimo Giulio Ragno Favero, la cui presenza sembra ormai sinonimo di qualità. Si sente molta vita vissuta e ci sono molti amori, finiti e non, nelle semplici ma non per questo banali liriche del leader Mario Pigozzo Favero (non è parente di Giulio), che, col suo cantato molto confidenziale, e con la sua voce che, diciamolo, non brilla troppo per estensione e timbro, parla all’ascoltatore come pochi altri sanno fare. La cornice musicale non poteva esser migliore: ottimo è il lavoro svolto per gli arrangiamenti di archi e tastiere, mai pacchiani o esagerati, uniti perfettamente alle chitarre, che sono dolci e pulite a momenti, ma in alcuni episodi si fanno più potenti e aggressive. Il tutto coadiuvato da una sezione ritmica precisa, senza troppi fronzoli, che si presta a ogni situazione. Le composizioni che vanno a formare questi piacevolissimi quarantadue minuti di musica proposti dalla band veneta lasciano tutte il segno, a partire “Da Un Nome di Fantasma”, passando per “Giulia Bentley In Estate” per arrivare sino a “Olimpiadi Salesiane” e a “Io Non Sono Forte”. Undici pezzi in perfetto equilibrio tra suggestioni acustiche, esplosioni elettriche, concessioni al rock, al pop e alla melodia, un susseguirsi di emozioni disilluse scritte da chi ormai ha già capito come funzionano la vita, il mondo, com’è l’andazzo generale, e lo spiega a chi ancora deve vi
11:40 AM
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