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Jet Set Roger



Last Updated: 12/31/2009

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Status: Single
State: Brescia
Country: IT
Signup Date: 12/28/2006
Friday, July 20, 2007 

Una volta credevo / di essere un tipo allegro / ma poi mi sono accorto / che non era vero. / Scrivevo canzoni spiritose / ma erano noiose / e ora ho deciso che scriverò canzoni tristi / ormai non c'è più scampo per me": così, a freddo, magari non è divertente, ma vi assicuro che difficilmente potete fare a meno di sorridere ascoltando queste parole dalla voce di Jet Set Roger, crooner bresciano che sembra quasi, nella canzone che abbiamo appena citato, una sorta di Jens Lekman italico. Ironia che filtra dalla malinconia, ma non solo. Il nostro uomo ha infatti parecchie frecce al suo arco. È un eccentrico, innanzitutto, di quelli che mancano tanto al nostro panorama musicale, anche se bisogna ammettere che c'è sempre chi, come Snowdonia, ha l'orecchio fino per questa tipologia di artista. Ed è un musicista eclettico, uno che riesce a mettere insieme riferimenti all'apparenza inconciliabili come Giorgio Gaber e i Diaframma: se "La madre di Rachele" è, per l'appunto, una sorta di ibrido tra il Signor G e i Kinks, uno spassoso vaudeville all'italiana, la title track coniuga il gruppo di Fiumani al tempo passato del beat anni 60. Come se i Baustelle assumessero vesti un poco più kitsch, o se Jarvis Cocker si fosse messo a guardare vecchie immagini di Studio Uno. Altro punto di forza i testi, che si muovono astutamente tra sguardo naïf e citazionismo divertito. A dirla tutta, qualche ingenuità, magari a livello di arrangiamento, c'è, ma non disturba mai la vena ispirata di un personaggio che meriterebbe una visibilità ben più ampia.

Alessandro Besselva Averame - Il Mucchio

 

Gran bella sorpresa Jet Set Roger da Brescia. Frammenti di quotidianità visti da angolazioni oblique, filtrati da una finta seriosità ad un passo dal non-sense ("Credevo di essere un tipo allegro / ma poi mi sono accorto che non era vero" ). Musicalmente niente di speciale, un pop-rock che occhieggia ora a sonorità di quarant'anni fa, ora al piano kabarett versione Dresden Dolls, senza mai prendersi sul serio e a perfetto accompagnamento di testi intelligenti e mai intellettual(oid)i. Il risultato finale è così la realizzazione dell'incontro apparentemente impossibile fra Federico Fiumani e gli Ottavo Padiglione.
Il primo è evocato tanto nell'impostazione del cantato e di alcuni brani, quanto nella scelta di testi che inquadrano situazioni proposte in medias res, senza alcun antecedente o introduzione, partendo dal personale per attuare poi un ampliamento degli orizzonti. I secondi vengono in mente per la generale predisposizione a porsi con atteggiamento tutt'altro che scanzonato a fronte di tematiche paradossali, con il preciso obiettivo di fare cortocircuitare forma e contenuti in un risultato che spiazzi e spinga ad un sorriso. Sorriso e non risata, attenzione, perché comicità o demenzialità sono altro.
Il risultato sono dodici pezzi che si piantano in testa con facilità disarmante, con il valore aggiunto di testi che propongono situazioni stuzzicanti e per nulla scontate (basti citare la sesta traccia, parallelo tra la questua di un tossico e il lavoro di commesso: "Sono i soldi quel che vuoi / si pensa con disprezzo / D'altronde neanche io / sono qui per un mio vezzo". La componente ironica si impone dunque come elemento basilare e fondante, strumento necessario per apprezzare un disco che, per attitudine e forma mentale, si pone in scia a lavori come quello dei Rino Ceronti. Mai banale senza essere sperimentale, mai gioioso senza essere depresso. Jet Set Roger si pone in mezzo. E in obliquo.

Marco Villa - Rockit

Snowdonia Records, dieci anni d'attività (1997-2007), dieci anni di passione. L'amore che convive con l'esagerata pignoleria della perfezione, vivere per la musica elargendo le proprie concezioni che poi si districano e si distaccano dai canoni obsoleti che sostengono la scena artistica italiana. L'abilità e lo stile di Cinzia La Fauci ed Alberto Scotti. Ad un anno di distanza (le ultime uscite discografiche firmate Snowdonia Records risalgono ai primi mesi del 2006) riecco, tra le mille disfunzioni (regolari) che inceppano i delicati ingranaggi dell'indie-rock italiano, la nuova produzione, il nuovo nome, la nuova scommessa.

Direttamente da Brescia (e Londra) l'esordio di Jet Set Roger, "La Vita Sociale", dodici brani, 45 minuti. Il pop italiano, il glam-rock britannico nel look, nelle note di un piano, nella batteria di Simone Gelmini, il David Bowie di "Pin Ups" nel personaggio di Roger (leader del quartetto nonché voce, tastiera e piano), l'ironia nei testi ("…playboy, resta un po' se puoi e dicci come vanno le conquiste."), l'immagine del musicista introverso, l'uomo che si esclude dalla società, che si estranea dalla società ("..la vita sociale non fa per me…", "Certe volte non sopporto nessuno: se non scappo via, ammazzo qualcuno…"). "La Vita Sociale" è il pop, è l'Italia che canta un giovane Ivan Cattaneo, l'Italia che trasgredisce, l'Italia transessuale, l'Italia spregiudicata. "La Vita Sociale", un pianoforte sempre presente, Andy (Bluvertigo) e il suo sax in "Canzoni tristi", qualche starnazzo punk nella title-track, "Stupido romantico", "Il tossico e il commesso" e "Un'altra scusa". "La Vita Sociale", la leggerezza in "La madre di Rachele" ("…un tipo eccentrico…"), la leggerezza nei ritornelli.

Jet Set Roger, il glam-rock, una fredda Inghilterra nella testa, il pop, l'Italia nel cuore. Jet Set Roger, una giacca maculata, una maglietta rossa, una serie di concerti al fianco di Bluvertigo, Afterhours, Baustelle e Morgan. Un tossico ed un commesso, il playboy (il gigolo sentimentale), una giovane madre, il bar del quartiere, il re della notte, "La Vita Sociale", il mondo di Jet Set Roger. (8,5/10)

Francesco Diodati - Rockon

L'ironia e la stravaganza sono i leit motiv di Jet Set Roger, eccentrico menestrello di origine londinese. Si tratta di una delle sei produzioni che usciranno quest'anno per festeggiare il decimo compleanno della messinese Snowdonia, e merita! Racconti deliranti, inquietanti e divertenti si inseguono su un telaio pop-rock-beat fatto di coretti, tastiere giocattolose, romantici motivetti anni sessanta ma pure adrenalinici riff punkettini. Ciò che spiazza è proprio l'omogeneità di un disco così tanto eterogeneo. La canzone d'autore italiana fa comunque da collante. Ma bene perché funziona! La vita sociale è un gradevole seppur ostico percorso da intraprendere genialmente scomposto e anarchico. L'accattivante voce e la curiosa scrittura sembrano essere il legame tra composizioni così stilisticamente distanti una dall'altra. Convince!

Barbara Santi - Rumore

Fino all'anno scorso avevate un certo successo? Frequentavate i locali più alla moda? Facevate il dj mixando gli Stereolab con Minnie Minoprio? Le donnine vi svenivano ai mocassini gialli, mentre sorseggiavate centomila Montenegro e Bloody Mary? Ora tutto questo è finito? Ben tornarti alla grigia realtà. Ma se il ricordo di quella "vacanza (dell'83) che vi manca" ancora vi tormenta, allora c'è solo una persona che può farvi passare il rimpianto per sempre. Il suo nome è Roger. Jet Set Roger. Anello mancante fra Jarvis Cocker e Freak Antoni, l'uomo viene da Brescia UK, e ancora prima di esordire, aveva già visto le menti più cotonate della sua generazione stirarsi il ciuffo sfigurandosi per sempre. Forte dei consigli estetici di Andy vertigine blu, e dopo una fuga ce incursione nei territori copyfree di Wu Ming, Roger affronta il suo desti no di icona annunciata con un bagaglio gravido di canzoni indie-pop, fra piglio surf e lenti filosofici (Piccolo re della notte). Dodici fulgidi ritratti di tipologie umane sul crinale fra la Morte e la Moda: il tossico, il commesso, la lady of a certain age, il playboy... Le sue sono parole, storie di verità. Le sue sono Canzoni tristi per cuori ottenebrati dal filesharing indiescreaminato. Pensate al futuro. Aiutate un cantautore. Un giorno potreste esserlo anche voi.
(7)

Diego Palazzo - Blow Up

 

Quelle pose da burattino-burattinaio alla Camerini, con alcuni accenni di vintage-boogie (Stupido romantico, Un'altra scusa), quella "wave" (Il Tossico e il Commesso, che vince il premio alla prima canzone che ha inserito nel testo la frase "I capelli alla Valderrama") che ancora non ha iniziato il riflusso, quelle piccole pretese di sofisticazione che ha a volte il pop.

Canzoni tristi (a cui partecipa Andy dei Bluvertigo, che sarà felice dell'epiteto di cui non si riesce a liberare, né noi lo faremo) eppure scanzonate, sorelle di quelle dei Baustelle. Una voce tra Bianconi e Tricarico. Il bresciano-londinese che sta dietro a queste definizioni facilone è Jet Set Roger, autore di La vita sociale, una delle due uscite con cui la Snowdonia inizia a festeggiare i dieci anni di attività.

Ma al di là delle frasi descrittive, come siamo messi a resa? Abbastanza bene; un merito e un obiettivo raggiunto, su tutti, è che difficilmente si lascia che la banalità si intrufoli in questi pezzi pop; il che è cosa non facile da ottenere, per un nugolo di melodie che si aspettano di risultare orecchiabili (Il bar dei miei sogni). Una promozione, la nostra, che risente della serenità (non agrodolce, ma vagamente surreale) che lascia l'ascolto dei racconti della Vita sociale di quest'uomo, a suo dire per nulla disinvolta. Razzolerà male, ma predica bene.

Gaspare Caliri - SentireAscoltare

 

   Il gusto per il vintage ogni tanto ci riserva piacevoli sorprese. E' il caso di Jet Set Roger, artista di nascita londinese ma di origini bresciane. Canta in italiano, ma il gusto british gli scorre naturalmente nelle vene, Piuttosto che scimmiottare Oasis o Blur, però, Roger Rossini realizza con l'album "La vita sociale", il suo primo in proprio, un ibrido molto interessante. Intanto, incarna il prototipo del musone di successo, dell'asociale malinconico condannato all'isolamento, che però ha trasformato la sua presunta goffaggine in glamour pop, in stile. Roger è un disadattato però cool, si potrebbe dire. I testi sono pieni di riferimenti in questa direzione. "Una volta credevo di essere un tipo allegro, ma poi mi sono accorto che non era vero", canta Roger in "Canzoni tristi", concludendo "Scriverò canzoni tristi, ormai non c'è più scampo per me". Sotto, la canzone è sostenuta da un piano alla Supertramp. Perché tristi, le canzoni di Roger, non sono affatto, tranne la straziante "Come si fa", dedicata con pathos traboccante alla fine di un amore ("Come si fa a chiamare una conquista, questa perduta familiarità?").

   Il resto delle canzoni, invece, divertenti e assai godibili, Con ritornelli assassini, che non escono più dalla testa. Per raccontare una vita sociale in disfacimento, Roger affresca un mondo di provincia abitato da genitrici attempate e ammirevoli (il cabaret-pop di "La madre di Rachele"), adoni di serie B ("Piccolo re della notte", un brano davvero incantevole); playboy, commessi e tossici coi "capelli alla Valderrama", baretti e vetrine. Di solitudine e cuori infranti, di ingannevole durezza che serve a nascondere il bisogno d'amore che tutti quanti hanno dentro di sé.

   Il punto d'incontro ideale dell'esordio di Roger, è, al suo meglio, a metà strada tra Morrissey e i Baustelle. Struggente autoironia, divertimento romantico, anticonformismo, anglo beat, croonering e un pizzico di sarcasmo che maschera i buoni sentimenti. La corda principale del musicista anglolombardo è il romanticismo, un po' decadente, che galleggia tra glam e dandysmo. L'ex cantante degli Smiths Morrissey sembra richiamato nella passionalità dei saliscendi melodici,a volte sembra addirittura citato senza equivoci. Verso il gruppo toscano dei Baustelle, del quale Roger ha aperto a volte i concerti – al pari di Afterhours e Bluvertigo – ci conduce la narrazione di una periferia osservata da un occhio sensibile e acuto, nonché la scelta di accompagnamenti ricercati e spesso d'annata, lo stile e l'ironia.

<FONT size=+0>Il disco che segna il debutto solista di Jet Set Roger è anche quello con cui l'etichetta indipendente Snowdonia, una delle label decane nel circuito italiano, festeggia i dieci anni di attività.

 

Gianluca Veltri – Quotidiano della Calabria

 

La ricerca della credibilità in ambito musicale può essere un'arma a doppio taglio, se la si porta all'estremo, perché il rischio di dare l'impressione di prendersi troppo sul serio è sempre dietro l'angolo. Il problema opposto, almeno in Italia, è che le proposte ad alta componente di sarcasmo vengono troppo facilmente scambiate per esclusivamente demenziali.
Uno come Bugo ha dovuto andare avanti per anni a ripetere di non considerarsi un artista demenziale. E quanta gente ancora adesso non si rende conto che dietro  agli stessi Elio E Le Storie Tese c'è molto di più rispetto al primo impatto di demenzialità?

Il bresciano Jet Set Roger rischia di entrare in questo filone di "svalutati di successo". Perché la sua è musica leggera nel senso letterale del termine. Suoni tanto limpidi quanto semplicissimi, senza alcuna ricerca di elaborazione, testi dalla rara immediatezza di significato, un senso della metrica che talvolta mostra di non essere ancora sviluppatissimo.
E anche qui la chiave di lettura corretta è da ricercare nella forza espressiva, che si nasconde dietro tale apparente banalità, di canzoni che banali non lo sono mai, ma che hanno la forza di far capire come questo artista riesca a cogliere aspetti apparentemente insignificanti della quotidianità di ognuno, ed a prendervi spunto per analisi mai pretenziose ma sempre acute e puntuali sull'essenza stessa della personalità sua e di chi lo circonda.
Le prime due canzoni sono, insieme alle ultime due, le più intimiste, nel senso di centrate esclusivamente sul modo di essere dell'autore. Probabilmente per far capire a chi lo ascolta qual è il suo approccio, prima di procedere nei racconti su ciò che lo circonda e sulle riflessioni che ne scaturiscono. "Forse ho capito il problema qual è, la vita sociale non fa per me, spendersi in futili chiacchiere per dare un profilo migliore di sé" ci tiene a chiarire subito Roger nella title track in apertura, e ribadisce così il concetto nella successiva Canzoni Tristi: "Avrei davvero voluto essere di compagnia, ma io sono così, non è colpa mia".
L'ascoltatore così non può non aver chiara la lente attraverso cui Roger osserva i particolari che lo fanno riflettere su svariati temi, dalle persone che si danno arie da duri ma in realtà sono il contrario (Stupido Romantico, Playboy), alle coppie che stanno insieme ormai solo per forza e non più per amore (Al Cinema), alla vacuità che sta dietro il presunto obbligo di presenzialismo nella vita notturna alla moda (Piccolo Re Della Notte, Il Bar Dei Miei Sogni), a come certe differenze tra persone di diversa estrazione sociale siano più apparenti che reali (Il Tossico E Il Commesso).
C'è anche il momento delle velate fantasie che riguardano una donna con qualche anno d'età in più, che fondamentalmente nascondono l'ammirazione verso il suo spirito libero (La Madre Di Rachele), e si arriva al finale che, come detto, è lo specchio dell'inizio, con due brani come Sott'Acqua e Un'Altra Scusa, che riguardano i sogni e le difficoltà in ambito sentimentale di Roger.

Nonostante il tipo di argomenti trattati, non c'è mai un'ombra di pesantezza, ma, al contrario, il tutto fila via con grandi dosi di freschezza, spigliatezza ed arguzia, anche grazie al lato musicale, ideale veicolo dei pensieri dell'autore, perché, così come i suoi testi, anche il suono è sempre immediato, fluido e mai scontato, con interessanti alternanze tra canzoni veloci con la chitarra in primo piano, e ballate in cui a dominare è la tastiera.
Un disco, insomma, che merita molta attenzione, anche perché l'impressione è che l'autore, mantenendo intatte queste coordinate artistiche, abbia le potenzialità per sorprenderci ancora di più in futuro.

 

Stefano Bartolotta – Music Boom

 

Non si potrebbe non definire "La vita sociale" come un disco giocato tutto sull'ambiguità. A partire dall'autore, Jet Set Roger, sempre incerto tra il proporsi come malinconico cantautore o come ingenuo autoironico, costantemente a cavallo tra il personaggio impostato e il narratore spontaneo. Anche il filo conduttore tematico che attraversa l'album si attesta sulle stesse coordinate: se è vero che il nostro racconta la propria visione del vissuto attraverso uno sguardo malinconico ed al contempo capace di strappare un sorriso. In questo contesto la voce diventa uno strumento indispensabile in quanto basata su un timbro e un'intonazione che riflettono serietà o ilarità a seconda del punto di osservazione: con il risultato di un andamento umorale costantemente oscillante

Ma lo spessore dall'album, a ben vedere, è dato dalla forza della scrittura: che, muovendosi tra sonorità grossomodo orbitanti tra pop e rock e tutte già sentite chissà dove, si rivela sempre fresca ed esilarante. Così come esilarante è il mondo che Jet Set Roger restituisce incrociando musica e testi: un mondo, il suo, dove i momenti più malinconici possono avere un risvolto autoironico. Perciò questa "vita sociale" si pone come alternativa a quella "malavita" dei Baustelle, caratterizzata da una prospettiva esclusivamente malinconica, che pure viene a più riprese richiamata (Canzoni tristi, su tutte): e proprio per l'impiego di questa grammatica sonora ed esistenziale "La vita sociale" ci appare un lavoro d'interesse e di qualità notevoli.

fbr - Paesi Tuoi

 

Le sorprese di casa Snowdonia. Da Brescia alla mia cuffia injackata nel computer, qualcosa di fresco, orecchiabile e personale, sporto con l'eleganza menefreghista ma precisa di chi prende a calci una lattina per le vie della città, e arriva col suo trofeo fin sotto casa, per dargli un ultimo calcio nel tombino. Jet Set Roger è un personaggio, non c'è dubbio, anche se qui sembra defilarsi nella maggior parte dei casi nella posizione dell'osservatore e del narratore di storie altrui. Ma è esattamente questo il ruolo apparentemente timido che si è scelto, e m'immagino che a vederlo dal vivo, con i suoi (dicono) travestimenti e le sue pose (pare) da entertainer, ci sia da divertirsi un non so che in più. Basso-chitarra-synth-batteria neo-proto-wave introducono l'album rivelando il doppio gioco del progetto di JSR, che arrangia con controllo il primo brano, "La vita sociale", per massimizzarne la spinta pop, come se Battiato, invece di darsi al "centro di gravità permanente", alla fine avesse optato per "la musica finto-rock" e "la new wave italiana". Fin da subito affascina l'attitudine di Roger: il testo, un piccolo auto-ritratto da misantropo beat, vola sull'ironia di semplicissime rime e sulla delivery giocosa ma ferma, come una rielaborazione indie di uno sketch da "comedy show", con voce e punto di vista fra il tenero e il sarcastico, e sfumature narrative e poetiche ad effetto.
Roger al piano, Andy dei Bluvertigo al sax, e parte "Canzoni tristi", virando verso una ballata da Roxy Music padani, dando voce ad un cantante-personaggio serenamente afflitto da esistenzialismo da balera, o forse solo da un carattere malinconico. Il glam-punkettino di"Stupido romantico" porta avanti il gioco con un nuovo ritratto maschile, mentre scopre al meglio l'afflato contenuto ed ironico nel canto (forse volutamente) monocorde e nei testi, che sembrano affondare nel garbato stile caricaturale di personaggi da commedia leggera purtroppo perduti: penso ad esempio a un Walter Chiari o a un Nino Manfredi, nelle loro apparizioni televisive degli anni '60, al loro pronunciare caratteri in modo sempre calibrato ed affettuoso. Cabaret senza veli, "La madre di Rachele" alterna vaudeville e delizioso ritornello, mentre "Piccolo re della notte" ha sfumature nuove ed argute per un altro personaggio maschile, in un quadretto addolcito dall'empatia e dalla voce, che finalmente svela il suo dinamismo. "Il tossico e il commesso" torna a rokkare (sempre con vezzi glam) e dipinge con pochi tratti netti una scenetta di drammatica "presa di coscienza" sociale. Si passa a "Playboy", e io non posso che riconoscere un non so che dal sapore Alberto Fortis (certo non nel canto di Roger, tutto controllo e inclinazione narrativa), soprattutto nella melodia e nel brio del piano, che mischia pennellate soft-prog a contorni pop-rock. "Come si fa" glamma sul tema del perdersi di vista quando le scelte personali portano a strade diverse, "Al cinema" prosegue raccontando in una scena ironica e amara la fine di un amore. Poi Roger approda a "Il bar dei miei sogni", che musicalmente sembra una parodia dei Cure (suonati a una festa di paese), ed è chiaro, a questo punto, che la sequela di personaggi e storie, può solo essere scaturita da lunghe sedute ispiranti fra i tavoli dei bar preferiti, insieme a compagni di bevute dai tratti del tutto identici a quelli descritti in questi versi. Questa galleria di volti e piccole storie mi fa pensare all'infanzia e all'adolescenza che ho vissuto in un paesello del Nord Italia, dove la vita della comunità girava soprattutto intorno ai quattro bar a disposizione, quasi certamente con sfumature più interessanti di ciò che accadeva a chi gravitava intorno alla parrocchia…
Si chiude con "Sottacqua", un 'piccolo omaggio a H.P. Lovecraft', eros e thanathos sotto una tenda alla fiera del pub rock revival, e con "Un'altra scusa", uno dei brani più pop e dinamici, in cui Roger finalmente si scompone un po' nel canto e lascia affiorare qualche nervo (più Fortis, più Fortis!) da sotto la maschera: forse, dopo aver sfiorato Lovecraft, ha iniziato a fondersi con un proprio doppio incluso fra i personaggi della sua galleria. Disco presuntuosamente senza spocchia, "La vita sociale" mi fa pensare e sperare che in Italia ci siano molti altri pezzi nascosti di pop vitale e non fashion-oriented come questo. Un qualcosa che crea identificazioni, racconta storie ed intrattiene: una funzione culturale e sociale di base che bisogna riprendersi ed usare per il semplice fatto di essere vivi.

Davide - Indiepop

Qualcuno potrebbe all'inizio valutare con la sufficienza la dignità dell'eccentrico bresciano Jet Set Roger (cosa c'è di più fuori moda e moralmente rispettabile della consapevole alterità del dandy? Sentire La madre di Rachele ): farebbe molto male, perché prenderebbe sotto gamba un grande individualista della canzone italiana, del tipo Flavio Giurato o Federico Fiumani (in Stupido romantico si sentono nitidi gli ultimi Diaframma ).
Disincantato scrittore di Canzoni tristi (in quel brano c'è il notevole contributo di Andy dei mai troppo rimpianti Bluvertigo al sassofono e alla seconda voce) di penetrante intensità - splendida è l'accorata Piccolo re della notte - e umanità, Jet Set Roger è un nobile dilettante, nel senso migliore del termine. Ché certo non si può accusare di alcuna approssimazione le vesti sonore del nostro - che si divide più che bene tra pianoforte, tastiere, chitarre e qualche linea di basso; lo coadiuvano valorosamente Franci Omi alla chitarra (forse un componente dell'anziano gruppo affiliato al Consorzio Suonatori Indipendenti Il Grande Omi? Per scoprirlo visitate il sito www.franciomi.it), Andrea Cavalleri al basso e Simone Gelmini alla batteria. Inoltre si danno daffare con chitarre e cori sparsi nel CD Pietro Zola, Davide Mahony, Micaela Belotti e Marco Franzoni - eroe, dotato inoltre di una sicura mano compositiva e di una voce personale. I dodici quadri di vita da lui raffigurati in "La vita sociale" reggono bene il paragone/confronto con "La malavita" dei Baustelle (sentire, come esempio, Il tossico e il commesso o Playboy ). Da sostenere, senza condizioni.

Marco Fiori - Kathodik

(...) ma è "La vita sociale" di Jet Set Roger il vero colpaccio della Snowdonia. Esso è un compendio di pop rock nazionale, dai Diaframma bubblegummizzati (La vita sociale; Il tossico e il commesso) a Battiato (Playboy, Sott'acqua), dal pop barocco (Canzoni tristi), alla new wave inglese (o fiorentina?) (Stupido romantico), al cantautorato da piano bar (La madre di rachele, a me ricorda Francesco Baccini) o a quello glam di piccolo re della notte (Antony & The Johnsons?). Insomma, il gioco dei riferimenti e del 'questo mi ricorda…' è quasi inesauribile, un po' come succede per quei geni del rimescolamento pop (Ariel Pink, tanto per dirne uno recente). Ciò che importa però è che il disco contiene più di un gioiellino che sarebbe davvero un peccato ignorare; di mio eliminerei solo qualche molthenismo di tanto in tanto. I miei preferiti: Playboy, Piccolo re della notte, La madre di Rachele, Sott'acqua).

Alfredo Rastelli - Sands Zine

 

Dalle britanniche origini glam pop alle lezioni di piano bresciane. Sintesi biografica di Jet Set Roger, originale musicista già compagno di palco di band quali Bluvertigo, Afterhours, Baustelle e Morgan, alla sua prima uscita discografica con Snowdonia. L'esordio di Jet Set Roger, intitolato la vita sociale, è un disco di musica pop apparentemente scanzonato, che intende affrontare, anche se in tono semiserio questioni legate al nostro quotidiano collettivo. Il risultato è un affresco tragicomico in chiave pop, di una vita sociale in un microcosmo popolato da personaggi scombinati e sopra le righe. Il playboy, la madre di Rachele, il piccolo re della notte, il tossico ed il commesso non sono altro che i portavoce di identità universali, protagonisti, dei giochi di parole e delle piccole verità del colorito mondo sonoro di Jet Set Roger. Un mondo in cui il sound fatto di riff, tastiere e coretti, rischia di passare in secondo piano rispetto alle strofe delle canzoni che scorrono fluide, nel tentativo cercare di trovare il bandolo della matassa, di questa complessa e alle volte grottesca vita sociale.

Manuela Contino - Beautiful Freaks

 

In Italia da qualche decennio abbiamo dei problemi con la musica cantautorale. Nel sottobosco indipendente si è creato un folto gruppo di poetanti, effemminati orrendi, con gli occhi fissi al Monte Parnaso ma la visione disturbata dal ciuffo alla De André. Jet Set Roger (aria, finalmente…) non è tra questi, e il suo album d'esordio, La vita sociale, lo dimostra senza mezzi termini. Divago un momento. A cavallo tra i settanta e gli ottanta, quando ormai le "corone" della canzone d'autore cominciavano a fissarsi in moduli destinati a rimanere tali per i decenni successivi, un'ondata di nuove voci e tendenze si stava facendo largo. Il cosiddetto "riflusso". Skiantos, Decibel, Camerini, Rettore lavoravano nel tentativo, riuscito solo a tratti, di aggiornare gli stilemi cantautorali a quanto stava accadendo in Europa con il punk e i suoi derivati. Anche a Sanremo venne registrato il cambio di rotta: basti pensare a canzoni (bruttine, per carità…) come Tulilemble di Domenico Mattia e Che brutto affare di Jò Chiarello. Ecco, Jet Set Roger comincia da lì: da quello che è forse l'ultimo tentativo di rendere popolare e attuale la canzone d'autore.

I tempi sono cambiati, naturalmente. E il ripescare l'estetica di quegli anni porta con sé un certo bagaglio vintage che può dare fastidio alle orecchie di qualcuno. Lì, purtroppo, è solo questione di gusti. Dalla sua Jet Set combatte questo rischio sfoderando un'ottima penna: a scrivere un pezzo come Canzoni tristi, con quel distacco e quell'amarezza, ci riescono davvero in pochi. Il disco procede compatto, coerente e scorrevole, tra momenti lirici (le bellissime Piccolo re della notte e Il bar dei miei sogni) e cabarettistici (La madre di Rachele), tenendo alta l'attenzione per tutti la sua durata. Un disco di canzoni, insomma. Strofa-ritornello, come ai vecchi tempi.

Il problema fondamentale de La vita sociale restano gli arrangiamenti. Se da un lato la volontà di fare canzoni è molto apprezzabile, è discutibile invece non essersi preouccupati un granché di aggiornare sonorità e atmosfere al 2007. La sensazione definitiva è che Jet Set Roger non abbia spinto fino in fondo sul pedale e che ci riserverà grosse sorprese per il futuro. Insomma, un po' come quando a scuola i professori dicono a tua madre che sei bravo ma non ti applichi. A proposito di scuola, Jet Set è di madrelingua inglese e canta in italiano. Questo sì che è stile.

Alessandro Romeo - Rivista Inutile