GLOBAL PIN-UP BAZAR di Franco Speroni
La "Moda" e l'"Arte" nella cultura moderna hanno vissuto vari tipi di confluenze, ma i loro rispettivi sistemi hanno sempre insistito tanto sulla contiguità quanto sulla differenza tra i due ambiti, per ribadire un'autonomia di campo che però non aiuta a comprendere i processi culturali nella loro concretezza. Invece sono sempre più interessanti quei fenomeni che raccontano lo scambio Arte - Moda da tutt'altro punto di vista.
Un punto di vista che si può riassumere così: dalla centralità della produzione alla centralità del consumo.
A partire da questo scarto, vediamo casi di autorappresentazione di soggetti che attraverso i consumi costruiscono identità, generando una proficua con-fusione arte-moda, fino a determinare la confluenza dei due ambiti in un unico assai più ricco e complesso, definibile con il termine plurale di "arti": ovvero uno spazio dove ciò che conta non sono le opere in sé ma i nuovi processi di produzione simbolica attraverso i quali i soggetti si raccontano. È il campo di ricerca proprio dei Fashion Studies (così chiamati a partire dal primo numero, nel 1997, della rivista "Fashion Theory" diretta da Valerie Steele) che integrano la dimensione estetica con quella sociologica, centrando l'attenzione sul processo più che sul prodotto. Vediamo, allora, una serie di fenomeni estetici che non consistono nella riproposizione di modelli ai quali conformarsi, ma che rimettono al centro dell'attenzione lo stile, ovvero l' autorappresentazione di sé, al di là dei modelli formali.
Uno stile che è soprattutto modo di essere (Abruzzese A. – Barile N., Communifashion, Sossella editore, 2001) e che riposiziona sul corpo del soggetto, sulle sue scelte, quello che "Moda" o "Arte", in senso tradizionale, ancora tentano di ricondurre al modello formale, alla sintesi della "bella forma", in quanto ipotetica rappresentazione dell'inverarsi di un'idea; come se la "bellezza" fosse esterna al tessuto sociale, quasi una "verità" esprimibile da poche mani sapienti, e non fosse invece niente altro che un prodotto culturale connesso con la politica, l'economia, la comunicazione…
La mostra di Ivana Spinelli (artista vincitrice del premio New York 2005) mette in scena, in galleria, un processo di produzione simbolica fondato proprio sulla con-fusione produttiva di arte e moda. La mostra consiste nella creazione di un bazar dove vengono presentati icone, cartelle di disegni, video, nonchè indumenti ed accessori per un soggetto speciale: la Global Pin Up. Questa creatura virtuale-reale è un passo ulteriore rispetto alla figura della Top Model, esempio moderno di bellezza universale, ed è più vicina alla sua evoluzione nella Pop Model: bellezza mondanizzata, la cui "connotazione ipersemiotica del corpo" (Calefato P., Mass Moda, Costa&Nolan 1996) trasforma il corpo in spazio territoriale, narrativo, comunicativo. La Pin Up globale di Spinelli - kamikaze erotico, silouette dal volto coperto da un passamontagna nero e rosa o da una maschera antigas verde brillante - è una creatura che mescola l'icona televisiva di Miss Italia con quella delle Grazie rinascimentali, e contemporaneamente è il corpo sul quale si incrociano le cronache del terrore con le immagini della seduzione che, insieme, abitano quello che Arjun Appadurai (Modernità in polvere, Meltemi 2001) ha chiamato il mediascape del mondo globalizzato.
Questa Pin-Up, molto glamour, indossa pochi essenziali accessori riferiti al terrorismo internazionale che si mescolano con altri accessori fetish e con pose e atteggiamenti marcatamente seduttivi. Il "look esplosivo" a cui fanno esplicito riferimento il "Body in strech argentato con pizzo nero e piume", o il "Cappuccio in pelliccia ecologica e cotone" sono insieme strumenti di seduzione e di attacco che fissano molto bene come il senso del nostro tempo (ma non solo) si concretizzi assai meglio negli oggetti, nelle pratiche vestimentarie, piuttosto che in un punto di vista critico esterno ad essi. "L'oggetto è il miglior portatore del soprannaturale" sosteneva Roland Barthes. Senza allontanarci troppo, si può dire che nell'oggetto, e nei comportamenti che esso ribadisce, si riproduce il senso più profondo del mito, che non è riducibile al meccanicismo della spiegazione simbolica (come un pensiero esterno ai processi vorrebbe far credere) bensì è insieme il senso e il prodotto stesso di un processo che assembla nelle cose ciò che altrimenti sarebbe incomponibile, ma tuttavia sperimentabile nella nostra quotidianità.
La Pin-Up di Spinelli, pertanto, come la Pop Model, è creatura mitica, indicatore culturale della convergenza degli ambiti della moda, del corpo, dell'economia, della politica, dell'arte, della comunicazione… campi d'attenzione della Fashion Theory, e di quella riflessione che pensa la comunicazione come costruzione di territori relazionali, e che si chiama Mediologia. Lo stesso catalogo in mostra, curato da Cristina Petrelli e ideato dall'artista, è un "oggetto" frutto di molte convergenze: il quaderno di appunti, l'album con le foto di un viaggio, la rivista di moda, il campionario di un marchio… Questo insieme, non scindibile, è l'equivalente fattuale, di un pensiero concreto che nella complessità convergente individua il senso.
Del resto, la messa in scena che l'artista fa del mondo della Pin-Up non si ferma all'iconismo pop dell'oggetto. Il suo bazar parla dei processi di produzione simbolica propri dei marchi. Il modo in cui Spinelli attinge al mediascape contemporaneo non è differente dal metodo con cui i marchi agiscono, ad esempio, nei confronti delle mode giovanili, producendo lo street style.
Entambi trasformano in rappresentazione collettiva le autorappresentazioni comunitarie di gruppo, le tendenze più inafferrabili e fluide che passano attraverso gli stili di vita, le pratiche di consumo indici delle emergenze del globo. I marchi, pertanto, trasformano le tendenze che si autoproducono sulla scena del mondo in una rappresentazione densa che fissa un'emergenza sociale. Come il marchio Killer Loop attinge al mondo dell'hip-hop e del graffitismo, così Global Pin-Up propone un look violento e seduttivo, nonché un punto di vista di genere, che rende visibile il presente, testimoniandolo attraverso i colori rosa, argento e nero dei suoi accessori.
A ben vedere, la fatticità dell'artista, come quella dei marchi, consiste nel dare spazio al "culturale" evidenziandolo come momento cruciale della produzione di senso della società, in un'ottica che si potrebbe dire neoweberiana, come quella proposta da Colin Campbell nel suo saggio L'etica romantica e lo spirito del consumismo moderno (Edizioni Lavoro 1992). Global Pin Up, ovvero "GPU", è quindi un vero e proprio logo (www.global-pin-up.net) prodotto da un artista che dà consistenza alla scena del mondo tramite il modo di essere di una modella - un avatar -, per la quale si può dire la stessa cosa che Stefano Verri ha scritto in catalogo a proposito della borsa "Pink Bang": " porta di serie tutte le paure – e aggiungerei le seduzioni - del mondo contemporaneo ".
recensione della mostra:
Fuorizona artecontemporanea
Via Padre Matteo Ricci, 74 / 76
62100 Macerata
Tel. + fax 0733 230818
fuorizona_ac@yahoo.it
www.fuorizona.org
Orario: dal martedì al sabato dalle 16.00 alle 20.00
Global Pin Up Bazar
Ivana Spinelli
13 maggio - 30 giugno 2006
http://www.extrart.it/articolo.php?cod=2466