Col suo teatro-canzone Giorgio Gaber ha attraversato quarant’anni cruciali della storia italiana, in una compenetrazione continua tra pezzi di vita pubblica e privata. Ironico, ruvido, istrionico, nel corso degli anni è stato definito "anarchico", "vate dei cani sciolti" e perfino "l’Adorno del Giambellino", ma qualsiasi etichetta risulta insufficiente a riassumerne la personalità. Le sue sono state poesie scanzonate ("Lo shampoo", "Barbera e Champagne", "La ballata del Cerutti"), inni per la libertà e contro l’egoismo borghese ("La libertà"), amare analisi generazionali (l’esilarante e commovente "Qualcuno era comunista), invettive politiche (il j’accuse feroce di "Io se fossi Dio" in cui non veniva risparmiato neanche Aldo Moro, appena ucciso dalle Brigate Rosse), ma anche delicate canzoni d’amore ("Non arrossire quando ti guardo", "Suono il clacson, scendi giù"). Gaber si è spento a 63 anni, dopo una lunga malattia. L’ultimo disco, "Io non mi sento italiano", è uscito postumo. Ritratto di un "maverick" meneghino che non ha mai accettato di farsi accalappiare.
By Gianluca Veltri