C’è qualcosa di profondamente istruttivo nella vicenda di Abdul, morto a Milano pochi giorni fa. Ed è cosi forte il messaggio e la lezione che si possono trarre da quell’orrore che viene voglia di non guardare, per non rigettare. E’ difficile parlare di un omicidio di questo tipo, vedete, normalmente le persone tendono a commuoversi (senza per questo mutare in alcun modo le proprie pessime abitudini) per i grandi numeri. Soffrono se vedono nel loro piccolo schermo molti bambini che muoiono di fame, si indignano quando vengono "informati" delle pulizie etniche in corso, restano sgomenti di fronte alle stragi nei campus americani. Per me il processo è inverso, ho raggiunto un certo grado di cinismo emozionale al riguardo di questi eventi e (sia chiaro non è un vanto ,ma una descrizione) mi sento molto vicino al "un morto è una tragedia, 1000000 di morti una statistica" di staliniana memoria.
Forse sarà anche dovuto al fatto che la storia, le politiche internazionali e le relazioni tra gli stati, sono sempre stati , insieme alla filosofia politica, i miei principali campi di interesse, e la strage ,il terrore e il dominio senza scrupoli li ho viste crescere come congeniti al genere umano.
Ecco, io provo sgomento di fronte all’azione di un singolo essere umano. Sarà che dietro ad un volto e ad una azione individuale io vedo sempre una coscienza che ha deciso cosa fare, forse credo ancora alle persone, la realtà alla fine è questa, mi inquieta più un omicidio che un genocidio.
In funzione di questo mio problema ho vissuto molto male l’uccisione a Milano del giovane "italiano di colore" (perché poi un telegiornale debba specificare di colore e non dire semplicemente italiano qualcuno me lo dovrà spiegare.), sono sconvolto per la banalità dell’orrore, sono sconvolto perché questa azione ci ha dimostrato a cosa siamo arrivati come società.
E’ bastato pensare che un uomo (e diciamolo pure uno "sporco negro" perché questo avranno pensato le due bestie colpevoli) avesse sottratto qualcosa per scatenare la reazione omicida, che fossero dei biscotti o l’intero incasso, a mio modo di vedere è un dettaglio.
Gli era stata toccata "la robba" e dunque andava punito.
In un mondo in cui ogni ideologia si è persa e ogni religione è denigrata, abbiamo lasciato via libera alla materia, e ormai siamo aggrappati agli oggetti come unica fonte di appartenenza e di credo, è cosi, la proprietà privata vale più della vita nella nostra situazione.
Questo è il grande dramma di cui parlo, è un episodio di cronaca nera diverso dunque dalle varie madri killer estive o dai fidanzatini diabolici che periodicamente tornano in prima pagina. E’ orribilmente diverso proprio perché normale, qui non si tratta di cercare spiegazioni nella psichiatria ,come accade per fatti tipo la famosa villetta di Cogne. Qui non si possono tirare fuori puntate morbose di Porta a Porta, non ci troviamo in una situazione che stuzzica la squallida curiosità del pubblico, non ci sono spunti romanzeschi.
Abdul ha rubato e per questo è stato ucciso, punto. Nulla più.
Ed è di questa sensazione diffusa che voglio parlare prendendo spunto dal nostro dramma quotidiano. Nella nostra società piano piano ha preso piede un forte senso di giustizialismo, e non di quello ipotetico evocato da Silvio "hyena ridens" Berlusconi, quello inventato dei complotti ai suoi danni e del vittimismo di una classe politica sempre più oscena e imperturbabile. Io parlo di un giustizialismo più profondo e che mi lascia sgomento proprio perché cova dentro la semplice cittadinanza.
Il senso del possesso prevale su ogni altra remora morale. La proprietà privata assurge a ruolo di nuovo Dio o Totem e acquisisce un valore Assoluto che non conosce limitazioni di sorta, che sconfina e supera il valore di qualunque altra cosa. I nostri oggetti divengono più considerati di un essere umano.
Il vero orrore è dunque questo, abbiamo perso il senso di ciò che ci circonda e, molto probabilmente, una società che raggiunge una talmente odiosa scala di valori è una società che corre verso l’inevitabile declino.