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Io me lo ricordo, lo "scemo" che nella mia cittadina natale, si faceva chiamare Maicol. E credo che in quasi tutti i paesi, almeno fino a una decina d'anni fa, c'era uno "scemo" che credeva di essere Michael Jackson. Cercava di imitarne i passi di danza, di riprodurne lo stile vocale, indossava la maglietta bianca, il giubbotto di pelle nera pieno di fibbie, i guanti bianchi. Si pettinava come lui. Cercava di essere lui. VOLEVA essere lui. E in fondo, lo era. Come ogni bambino che a carnevale indossa un mantello per diventare Zorro, Batman, Superman. E i folli non sono diversi dai bambini. Hanno candore, purezza, fantasia. Credono di poter volare. E a volte, non visti, ci riescono. Michael Jackson sul palco volava, scompariva, ballava con passi inconcepibili per un normale essere umano. Camminava sulla luna. Non erano trucchi scenici. Anche lui, in fondo, credeva di volare. Come Maicol, forse. Prima di Michael Jackson era toccato ad altri personaggi, l'ingrato compito di essere fonte di ispirazione di quella dolce e affettuosa pazzia che risiede nel desiderio di emulazione. Per fare dei nomi: Elvis Presley, Marilyn Monroe, Rodolfo Valentino, fino all'icona dei matti tipica delle barzellette: Napoleone. Questo privilegio segue regole imperscrutabili che non sono soltanto commerciali: il successo dell'immagine di un personaggio e la sua predisposizione a suscitare il desiderio di identificazione nello spettatore c'entra poco con l'esposizione mediatica. Un privilegio che capita soltanto a chi ha saputo lasciare un'impronta sul suo tempo al di là dei costumi di scena, dello stile di vita, del modo di impiegare il talento, della stessa qualità delle sue opere. Michael Jackson, lo scrissi tanto tempo fa in un articolo, non era semplicemente "IL SIMBOLO" degli anni '80. Era, in qualche modo, qualcosa di più. Era la più grande invenzione di un'epoca. E al tempo stesso, era il suo inventore. Come Marconi e la radio. Come Copernico e la teoria eliocentrica. Come Gutenberg e i caratteri mobili. Come Al- Khwarizimi e lo zero. Come Platone e l'Accademia. Come quel tizio vestito con una pelle d'orso e la ruota. E' stato lui a inventarsi, a costruire la sua immagine, a creare uno stile che - piacesse o meno - era impossibile confondere con quello di qualcun altro. E' stato lui a far nascere il bisogno di "vedere" le canzoni dentro uno schermo, a dettare i tempi di un processo di ipnosi collettiva cominciato durante l'infanzia della mia generazione e di quelle successive: il passaggio dalla voce materna alla sua- altrettanto dolce e rassicurante - che cantava dentro un video è stato decisivo per cominciare a riconoscere in quello schermo una figura importante - decisamente troppo - per la nostra crescita. Dalle ninne nanne siamo passati, in maniera quasi naturale, alle note di Billie Jean, sviluppando una forma di familiarità con quello schermo e, ancora più, con la voce e il volto più facilmente riconoscibile e più presente, in quel quadrilatero. Ma quei video erano il riflesso inalterabile di un uomo che, dentro lo specchio, cominciava a non riconoscersi più. E negava l'evidenza, terrorizzato dall'idea di perdere quell'eternità che stava cercando di creare. Provò così a evocare l'incantesimo terribile di un'adolescenza senza fine, di una voce eternamente fanciulla, dell'atto contronatura di arrestare il processo di invecchiamento. Ricevette quel dono. O almeno, ne ebbe l'illusione. Voleva essere perfetto, amato da tutti, riconosciuto come l'essenza estetica e morale della bellezza e della bontà. Era bello come un dio giovane. Voleva essere più bello. Conservare per sempre l'espressione migliore del suo volto, far sì che i suoi lineamenti fossero privi di imperfezioni, fotogenicamente ineccepibili. E aveva un animo buono, in fondo. Voleva curare i mali del mondo. Voleva essere di esempio per tutti. Cantava che: "Noi siamo il mondo, noi siamo i bambini..." Credeva, nella sua innocenza, che fosse il modo più giusto per restituire l'affetto ricevuto alla gente. Che da lui, invece, voleva soprattutto canzoni. E le sue intenzioni venivano travisate, ridicolizzate, arrivavano a suscitare tremendi sospetti. L'affetto per i bambini che diventava molesto, la filantropia che gli fruttava introiti e popolarità, le camere iperbariche in cui riposava per garantirsi l'immortalità, gli interventi di chirurgia estetica che lo trasformavano in una specie di mostro privo di espressione, le donne che sposava per esperimenti molto simili all'eugenetica per avere il figlio perfetto: Prince Michael Jr., il figlio di un ragazzino seduto sul trono di un Re. C'era, al di là delle vicende giudiziarie, qualcosa di morboso nel suo modo di dimostrare amore. Al pubblico, alla gente, a chi gli stava accanto. A sè stesso, innanzitutto. I colossali monumenti dorati che lo ritraevano rendendolo visibile da enormi distanze, le centinaia di guardie del corpo che marciavano al suo fianco per fare scudo a qualsiasi contatto con la mortalità, il castello stregato in cui si era rinchiuso cercando di nascondersi al mondo e al tempo... tutto era rappresentazione innanzitutto della sua paura. Paura di essere solo, incompreso, ferito dalla sua diversità. Paura di non essere più amato. E la paura non è mai una buona ispiratrice per le azioni, le relazioni, le scelte. Mi sono imbattuto spesso, per la mia professione e la mia passione, in storie che riguardavano Michael e che assumevano sempre più spesso i contorni di leggende metropolitane. Con lui era inevitabile esagerare. Era la sua stessa storia ad averci abituati così. Alla fine ho smesso, come quasi tutti, di credere a qualsiasi notizia sul suo conto. Buona o cattiva che fosse. Ho smesso di credere all'uscita di un nuovo album, ho cominciato a voltare pagina prima ancora di leggere gli ultimi aggiornamenti sui suoi comportamenti surreali, ho pensato a lui come a qualcuno che ha cessato di appartenere al mio mondo. Anni fa aveva cantato: "Leave me alone". Nel mio piccolo, l'avevo accontentato. Però mi è capitato di ascoltare le sue canzoni, ogni tanto. Negli ultimi tempi,soprattutto quelle dell'epoca in cui era ancora, davvero, un bambino. E devo riconoscere che ho riscoperto le sue doti, spesso passate in secondo piano rispetto a quello che lui stesso cercava quasi ossessivamente di veicolare al pubblico. Ho riascoltato la sua voce. Ad occhi chiusi. Sono stati bei momenti, lo ammetto.
Quando ho appreso la notizia della sua morte, ieri sera, ero in un locale e mettevo i dischi per fare ballare la gente. Non ci ho creduto, in un primo momento. Ho pensato si trattasse dell'ennesima balla sul suo conto. Ho addirittura sospettato si trattasse di una messinscena fatta apposta per fuggire con il malloppo racimolato in vista dei suoi concerti a Londra. Una serie incredibile di date da "tutto esaurito". L'ennesimo record di una carriera e di una vita segnata dall'impossibilità di un confronto con l'idea di "normalità". Alla fine mi sono convinto dell'attendibilità della notizia. Ho sospirato. Ho lasciato che l'ultimo disco che avevo in programma sfumasse nel silenzio. Qualcuno in mezzo al pubblico sapeva già cos'era accaduto. E poi ho chiuso la serata con una sua vecchia canzone: "Don't stop 'til you get enough". Forse quel bambino di cinquant'anni ne aveva davvero abbastanza. E ha deciso di fermarsi, sfinito da una vita impossibile anche solo da concepire per chiunque altra persona su questo pianeta. Che la morte lo abbia raggiunto inaspettatamente o che lui l'abbia cercata, poco importa. Sono questioni di medicina legale che poco hanno a che vedere con la vita e col suo significato.
Non gli chiederò scuse postume, pur prendendo atto di essere stato poco clemente nei suoi confronti, soprattutto negli ultimi tempi. Non lo farò, anche perchè credo che non avesse bisogno delle mie scuse da vivo. Figuriamoci da morto. Non gli perdonerò di avere sprecato una buona porzione di un talento smisurato. Ma credo sia giusto ringraziarlo. Perchè al di là della discutibile ultima parte della sua carriera artistica, al di là delle colpe per essere stato - involontariamente, credo - il principale responsabile della plastificazione della musica pop, al di là dei sospetti - destinati a rimanere tali - su una condotta privata riprovevole e su evidenti turbe psichiche che lo avevano trasformato - non certo per volere della stampa - in un mostro alieno rispetto a qualsiasi idea di umanità, ha fatto qualcosa per cui sarà giusto e doveroso rendergli omaggio, per sempre. Miliardi di persone hanno ballato, sognato, fatto l'amore ascoltando la sua voce, seguendo il suo ritmo, credendo in lui. E ballare, sognare, fare l'amore, sono cose che rendono questa vita degna di essere vissuta. Chi sa farne dono all'umanità, lascia qualcosa di più grande e duraturo dei limiti imposti dalla nostra natura umana. Qualcosa che sopravvive anche al male che inevitabilmente ogni essere umano produce. E' diventato eterno e invincibile. Vivrà per sempre. Anche per merito di Maicol che, ne sono certo, in questo momento non starà piangendo.
Grazie, Jacko.
12:45 PM
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