MUSICASSETTA
La
musicassetta è un supporto fonografico a nastro
magnetico molto diffuso e popolare per la economicità e la sua semplicitàd'uso: un piccolo contenitore con due bobine che raccolgono il nastro su cui può essere registrato materiale sonoro. La musicassetta è stata introdotta sul mercato nel
1963 dalla
Philips. In origine era costituita da una certa quantità di nastro magnetico della
BASF racchiusa in un guscio protettivo in materiale plastico. Il nastro disponeva di quattro tracce, dando la possibilità di registrare due tracce stereo – una riproducibile con il lato 'A' posto in alto e l'altra utilizzabile capovolgendola – in modo analogo a quanto avviene con i
dischi.(da “Musicassetta” – Wikipedia)

Già dalla prima infanzia, il mio approccio alla tecnologia,
potrebbe tranquillamente essere definito “mistico-trascendentale”, dove, alla
parola -mistico-, spetta il compito di sostituire la mia incapacità di
comprendere pressocchè qualsiasi fenomeno o reazione fisica, chimica o
matematica (e le evoluzioni tecnologiche ad essi legate); “trascendentale”, sintetizza
il mio rapporto con tutto ciò che non capisco: non perché non lo capisco, vuol
dire che non ci sia un motivo per cui qualcosa accade.
Per il momento mi trascende.
(giuro che NON è una versione sofisticata di sticazzismo!)
Preamboli a parte, la mia inattitudine alla comprensione
della tecnologia, non è mai stata sufficiente a scoraggiarmi dalla volontà di
sperimentare (tant’è che ho fatto del mio proprio corpo un laboratorio, non un
tempio…eppure, sia gli animalisti che i credenti-praticanti, sono unanimemente
convinti che dovrei chiuderlo…mpf!).
Le musicassette sono state protagoniste onnipresenti nella
mia vita dal 1979, al 2005.
Non vuol essere questa la sede del Processo alla Mia
Refrattarietà al Cambiamento, né dell’Apologia della Mia Propensione
all’Abitudine.
Quindi soprassiedo qualsiasi futile giustificazione... o
quasi: c’avevo pure i CD e il lettore MP3, occhei?! (ufff!)
Ora.
Chiunque ne abbia una a portata di mano, o chiunque se ne
ricordi l’aspetto, non potrà fare a meno di rintracciare, sull’estremità superiore
(quella opposta al nastro), sovrastanti le viti, due piccole rientranze: due
minuscoli vani quadrati in cui sono (o erano) posizionate due microalette di
plastica.
Non me ne voglia per il prestito l’Enigmistico Settimanale
ma, “forse non tutti sanno che” quelle due alette determinano la
riutilizzabilità (o reincidibilità) della musicassetta: finchè rimangono al
loro posto, la mc può essere reincisa a piacimento infinite volte; si può
coprire “Il Valzer del Moscerino” con J.S.Bach…e poi stenderci sopra Voodoo
Chile…ricoprirlo con “La tradizione orale delle ricette di Zia Carolina”…sfinirlo
con la “Macarena”…torturarlo “Di sere nereee”…ma lui sarà ancora lì, forte
delle sue alette, a sperare in una conversione a “Mother’s Milk”; ad attendere
una estrema unzione di “Rondò Veneziano”; come una millefoglie con una sola
sfoglia visibile.
A 12 anni, allorchè i semi della mia audacia erano già
belli che germogliati, invisibilmente guidata da una curiosità bruciante,
nell’uggia del tardopomeriggio dei compitiacasa, abbandono definitivamente lo
sterile studio delle frazioni, abdicando a favore della sperimentazione e della
ricerca (a distanza di 18 anni sono per 2/3 fiera della mia scelta, e per 3/5 abbondantemente convinta
che il fatto che la musica, in qualche modo, sia fondamentalmente basata su
rapporti frazionari, lega me e le frazioni in un rapporto che, altrimenti,
sarebbe morto da decenni).
Prescelta la “vittima sacrificale” -Il meglio della musica
leggera italiana degli anni ’80- (quando si dice -controsenso in termini-…),
provvedo lesta a rimuovere le alette con precisione chirurgico-estetica, usando
le forbicine per le unghie come fossero un bisturi affilatissimo; indi pongo la
musicassetta nel MANGIANASTRI (non nello stereo, e manco nell’impianto Hai Fai!) e premo rec e play contemporaneamente, com’era d’uopo in caso di registrazione casalinga.
I due tasti che, in presenza di alette, rimanevano pigiati
permettendo l’incisione, subitaneamente scattano: la vendetta dell’asportazione
delle suddette!
Riprovo. Scattano. Riprovo. Scattano ancora.
Testarda come poche testedicazzo, mi ci accanisco: l’atavica
sfida tra l’uomo e la macchina!...
Pianto le mie dita stoiche sui due tasti, costringendoli
alla resa e, in un delirio di onnipotenza degno del più esilarante Gene Wilder
(cfr. “Frankenstein Jr.” -Mel Brooks- 1974), comincio a ridere e cantare a
squarciagola
“Solounasanaeconsapevolelibidinesalvailgiovanedallostressedall’azionecattolicaaa”;
faccio due o tre versi riconducibili più al regno animale che all’umano (…non
sto più alludendo ai versi di Sugar Fornaciari!); dico il mio nome 2 o 3 volte;
infine mi lascio blandire dallo stupido “1,2,3, prova…prova…sssa, sa…prova”,
quindi mollo i tasti, che tornano (sfiniti&vinti) al loro posto.
Famelica schiaccio rew e poi play.
VITTORIA!
Ho sconfitto le alette! Uomo 1- Macchina 0.
Malgrado lo strapotere delle alette, sono riuscita a
reincidere la mia voce su un nastro altrimenti destinato al limbo desolato
della “leggera italiana anni ‘80”.
Eccoli, i miei versacci registrati: prova subumana e
tangibile della mia superiorità.
Ma.
Ma non sono soli.
Ennò…non sono soli, porcammerda!
C’è qualcosa, quasi impercettibile di
sottofondo&contemporaneo: la leggera italiana che resiste e permane!
Un Raf post-pere, mi edulcora al contrario la sensazione di
trionfo, con un “Cosa resterà di questi anni ‘80” che, pur soccombendone, fa da
invisibile tappeto alla mia supremazia vocale.
Mi sa che non ho vinto del tutto. Mi sa che ho vinto solo a
¾, per dirla con le frazioni.
Penso.
Adesso, a distanza di svariati anni e innumerevoli conquiste
tecnologiche, penso.
Penso e credo che la mia natura sia profondamente affine a
quella della musicassetta.
Ho il mio nastro, che mi piacerebbe essere da 180’, ma
potrebbe benissimo essere solo da 45’.
Il mio nastro che ha accolto&raccolto suoni su suoni, voci e musiche
e lamenti dei più svariati ed eterogenei.
Vi è impressa l’armonia dei sussurri; la violenza di molte
grida, ma anche di urla mute.
C’è anche abbondante rumore inutile, che scorre tra le mie
bobine.
Molto è rimasto. Qualcosa s’è smagnetizzato. Altro c’è ma
non si sente.
E poi ci sono le mie alette.
Le mie fedeli alette che hanno permesso lo svolgimento e
l’evoluzione e anche il volo (irresistibile tentazione delle metafore…).
Ho tenuto quelle alette per 29 anni.
E poi ho deciso di eliminarle.
Di tenere quello che c’è e che mi piace, e di rendere
estremamente difficile ogni nuova incisione.
Il bello in tutto ciò, è che mi è rimasta una curiosità
morbosa nei confronti di chiunque voglia arrischiarsi a premere forte i miei
tasti rec e play; un’insano&violento entusiasmo destinato a chi non si
arrende, e incide la sua voce forte e chiara, sul groviglio di
accordi&disaccordi della mia esistenza.
PseudoCris