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Current mood:  fascinated
“ Buongiorno, siamo Alessandro Cattelan e Francesco Maria Mandelli e ci è venuta un’idea della Madonna! Ce ne andiamo un mese in giro per l’America, liberi, seguendo come unico itinerario i luoghi dove sono morte le grandi icone pop di tutti i tempi, da Marylin a Cobain, passando da Martin Luther King a Belushi, da Elvis a John Lennon… praticamente un coast to coast de li mortacci… eh, eh, eh…. Che dice? Si può fare? ” Alzi la mano chi già pensa che volessimo solo farci una vacanza a spese del giornale. Se vi può consolare, tra le varie mani alzate, c’era anche quella del direttore di Vanity Luca Dini, che infatti ne ha voluto sapere di più, rilanciando sul piatto una domanda tanto semplice quanto ficcante: Perché? Perché ci incuriosisce la morte in quanto tale; perché ci incuriosisce la storia di chi passa una vita cercando di raggiungere qualcosa e non appena la ottiene, la perde un istante dopo; perché vogliamo capire se esiste un legame, un disegno, una formula matematica che unisce la prematura scomparsa di una stella nascente, alla sua consacrazione planetaria e permanente. Vogliamo capire se, paradossalmente, morire, meglio se in maniera violenta, sia una tappa imprescindibile nel percorso che ti conduce all’immortalità artistica. Come dire: “ hey! Paul Newman, sei in gamba sai… Ma non sei James Dean. Non te la prendere, non pensare che lui sia migliore di te, non è questo…in fondo lui ha fatto si e no un paio di film, come si fa a giudicare… E’ che tu ci hai messo qualche anno di troppo a far calare il sipario. James Dean, 83 anni, non li ha mai avuti. James Dean è rimasto per sempre quello di gioventù bruciata. Tutto qua. Senza rancore…” Nel giro di una settimana ci siamo trovati catapultati nella gelida estate di Seattle, e il primo impatto non è stato sicuramente dei migliori. Una mattina uscendo dalla stanza d’albergo dove alloggiavamo abbiamo trovato, ben ripiegato su se stesso, il giornale locale, il Seattle Chronicles. Il titolo in prima pagina diceva: “colder than Siberia”. Non esattamente il genere di titolo che ti mette di buon umore, considerando che eravamo a giugno. Ci concediamo il primo sguardo sulla città, e sul nostro viaggio, dal grattacielo simbolo di Seattle, lo space needle ( letteralmente ago spaziale, bizzarra scelta per una città che deve la sua fama mondiale ad un gruppo di eroinomani ) e la cosa che più ci stupisce della capitale grunge per eccellenza è la pulizia, l’ordine e il rigore delle sue strade e dei suoi palazzi, in totale distonia con l’atmosfera decadente e nichilista evocata dalle canzoni di Nirvana e soci. A pensarci bene, non è poi così illogico, considerando che il buon Kurt Cobain, all’idea di fare una passeggiata in centro con la famiglia il sabato pomeriggio, ha preferito quella di spararsi in bocca con un fucile. A rispettare in pieno le nostre aspettative ( che erano poche, lo ammettiamo ) è stata la seconda tappa, che ci ha condotto fino a Portland, nell’Oregon. Salire sul primo autobus in città e sentirsi catapultati dentro la realtà di strada di Paranoid Park, è stato un attimo. Portland è una città giovane, forse una delle nuove realtà americane, dove hai la costante impressione che ogni persona che incontri potrebbe farti passare la più piacevole delle serate, così come farsi esplodere davanti a te senza un motivo. Chuck Palahniouk vive qui, e da qui, trae ispirazione il suo genio malato. Per un momento, ci è sembrato di capirne il motivo. Avremmo voluto provare a cercarlo, avremmo voluto guardare sull’elenco telefonico o chiedere in giro il suo indirizzo, ma questo freddo fuori stagione stava letteralmente iniziando a darci sui nervi. Avevamo bisogno di caldo, avevamo bisogno di California. Prima a San Francisco, poi a Los Angeles. Se cercare materiale a L.A. per il nostro articolo era difficile come pescare con le bombe a mano, visto che gli aneddoti sui miti deceduti prematuramente ti saltavano letteralmente addosso, da Merylin a Jim Morrison, da River Phoenix a John Belushi, molto diversa è stata la questione a San Francisco. Innanzi tutto non chiamatela Frisco, davanti ad un nativo, pensando di fare i fighi… loro non apprezzano. In secondo luogo apparentemente, la città della baia non è un luogo che invoglia a farla finita, eppure, tenetevi forte, a San Francisco è morto l’Ideale della Libertà. Si, qualche musicista di strada ancora ci prova, lungo height ashbury a darsi un tono da Hyppie, ma la serie di testimonianze, tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, “ un tempo qua era tutta campagna”, e via discorrendo ci hanno fatto capire che per quanto San Francisco, nel 2008, possa mantenere ancora quell’aria vagamente naiff, il vero divertimento se l’è goduto ci bazzicava da queste parti nei ruggenti anni 60. Las Vegas ci ha fatto toccare il fondo, portandoci al punto di metterci le mani addosso, Memphis ci ha trascinato ad una messa gospel e ci ha fatto incontrare Dio, nel vero senso della parola. La casa di Elvis è stata trasformata in un attrazione da Gardaland, tanto da farci pentire di aver sacrificato la ricerca del punto in cui Jeff Buckley si è gettato nel Missisipi. Siamo stati a New York cantando yesterday con i senza tetto che ogni giorno si trovano a Central Park davanti al Dakota Building dove l’8 dicembre 1980 è stato assassinato John Lennon e abbiamo capito che l’unico modo per essere immortale è ragalare alla gente qualcosa che ti tenga con loro, per sempre. Abbiamo concluso a Coney Island, come i guerrieri della notte facendo visita per una volta ad una futura vittima, il parco dei divertimenti in cui Tom Hanks diventava grande, e che tra poco lascerà spazio a una serie di villette per ricchi. Abbiamo sistemato i pezzi del nostro macabro puzzle, notando che mentre la millenaria storia d’Italia si regge su Giulio Cesare e Garibaldi, Cavour e Mussolini, in America attori e cantanti hanno rivestito un’importanza sociale di gran lunga superiore a quella a cui noi siamo abituati. Dimostrazione è il fatto che un attore come Regan sia stato presidente degli Stati Uniti o che se si sfogliano gli stradari di Roma e di New York, il primo sembra un libro di storia, il secondo un catalogo grandi classici della sezione musica della Feltrinelli. Abbiamo incontrato e parlato con centinaia di persone che ci hanno dato il loro personale contributo, lavoratori sui mezzi pubblici che ci hanno raccontato aneddoti su come avessero conosciuto in vita questa star o quell’altra, proprietari di negozi di qualunque genere dove, a detta loro, Kurt Cobain era stato a mangiare, a comprare una chitarra, farsi uno shampoo, acquistare un po’ di droga. Era lo stesso. Poco importava se fossero storie vere o no. Più passavano i giorni, più ci rendevamo conto che una bugia è tale solo quando viene abbandonata a se stessa. Quando una bugia diventa di tutti e tutti raccontano la stessa bugia ecco che immediatamente diventa la verità. In maniera simile una semplice leggenda si consolida mito. Abbiamo viaggiato per un mese attraverso bugie e leggende. Abbiamo compreso la verità e il mito. Alessandro Cattelan
11:00 AM
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