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Ieri sono stata in un karaoke. Frase che non vuol dire niente. Allora diciamo 'in un karaoke pub'. In un locale dove ogni sera fanno karaoke. Come diavolo si dice?
Sono sempre stata... diffidente non è la parola giusta... ostica... avversa... nei confronti del suddetto impronunciabile agglomerato di lettere senza senso... tradotto: 'prima che mi vediate entrare in un karaoke. tiferò le rumente al derby'. [rumente = affettuoso nomignolo che i tifosi della Samp appioppano agli amici rossoblu e viceversa, ndS] Per me che mi glorio e mi vanto di aver sempre suonato in gruppi che sudavano l’anima per portare a casa... beh, un bel niente, ma comunque sudavano l’anima, l’idea di un tizio che schiaccia play e fa partire un midi, dopo 4 minuti schiaccia stop, e a fine serata si porta via un fascio di palanche, mi ha sempre infastidito. Per non parlare degli avventori, nella migliore delle ipotesi patetiche pulzelle che sognano reality e salgono sul palco per far vedere quantosòbbrave, o personaggi alticci e molesti che dopo un po’ non sai se ridere, compatirli o prenderli a sassate (come tutti i sogni ancora in volo).
Devo dire che ieri sono partita un po’ meno ingrugnata del solito, avendo già avuto modo (avendo avuto???) di sentire il Maestro di Cerimonia.
Beh, ragazzi... uno spettacolo.
Il tizio (che qui non nominerò per evitare pubblicità occulte, ma che potrete trovare gironzolando per la mia top friend) schiaccerà anche play e stop, ma suona, e belin se suona. Cosa, non importa, ma il come è sempre di un livello squisito. Le pulzelle sono brave, disinvolte, per niente “forzate”, e la stessa cosa dicasi dei pulzelli. E i personaggi alticci si rivelano molto meno alticci del previsto, e tirano fuori interpretazioni da far rizzare i peli.Tutto questo nell’atmosfera che più adoro, quella del “pochi ma buoni”, in cui ci si ritrova a chiacchierare anche se non ci si conosce e a chiamarsi per nome a fine serata.
Ma la cosa che più mi ha aperto il cuore è stata il rendermi conto che c’è gente là fuori che di musica ne sa. E ne fa. Ragazzi che mostrano una cultura musicale invidiabile, ai quali piace suonare e cantare, e che lo sanno fare bene. Gente davvero in gamba che rimane nell’ombra, che si accontenta di tenere il proprio talento per le venti persone che ascoltano, ma che alla fine è felice così.
Ieri ho cantato e ascoltato, ho sentito pezzi che avevo quasi dimenticato, sepolti sotto strati di festivalbar. Alla fine, della buona musica, gliene frega ancora qualcosa a qualcuno.
P.S. I miei lettori più accaniti perdoneranno il post semiserio. Vi prometto però un’impennata di demenza nel prossimo.
10:34 AM
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