“In un momento come
quello avevi due alternative: diventare animale o saggio”.
Massimiliano
Santarossa
Intro
Non avevo una Heimat né un
dialetto, qui.
Al Brennero le stalattiti di ghiaccio cadevano sui marciapiedi
della stazione ferroviaria. La zona ristoro del binario sei era illuminata al
neon e i viaggiatori scendevano dal treno per un caffè alla macchinetta
automatica, poi risalivano. Intorno, la neve. Le insegne del centro
commerciale. I cartelli di confine. Austria. Italia. Südtirol ist nicht Italien
La carrozza del treno per Verona si mosse; ero seduto su un
sedile di alcantara, guardavo fuori cercando di non pensare alla tua stanza, al
tuo odore, alla tua scrivania, al copripiumino Ikea a pallini rossi e arancioni.
Il controllore entrò munito di palmare e borsellino a
tracolla.
Quando arrivò il mio turno stavo abbracciando lo zaino:
«Buonasera, biglietto prego»
«Non ho nessun biglietto, signore»
La neve si sciolse.
Tu, Lolli, stavi riordinando la cucina dell’appartamento di
Erzherzog Eugen Straße maledicendo
le coinquiline, il caffè si rovesciò nel lavello pieno e solo allora decidesti
di vestirti e raggiungermi col treno successivo.
Facesti il giroscale di corsa, uscisti dal portone in legno
e attraversasti il viale seguendo i binari del tram.
I capelli sciolti profumavano di camomilla. Vedevo i tuoi
occhi verdi sotto le lenti degli occhiali: erano riflessi sul finestrino del
treno appena partito.
Ad Innsbruck, in febbraio, c’erano 22 gradi. Al Brennero 25.
Gli Schützen della Val d’Isarco
cominciarono a sparare.
Mi sarebbe piaciuto avere una stanza in più al bilocale. Mi sarebbe
piaciuto avere un lavoro normale, una ragazza normale e una famiglia normale. Avrei
voluto comprarti un guardaroba nuovo.
Ma io suonavo la chitarra nei locali, quando andava bene
negli hotel.
Se avessi finito il Conservatorio forse sarei stato professore.
Se non mi fossi innamorato di De André forse non avrei bevuto tutto quel vino.
Tu, Lolli, decidesti di lavare i piatti maledicendo le
coinquiline e preparasti la colazione per il giorno successivo.
Ad Innsbruck, in febbraio, c’erano - 2 gradi. Al Brennero
-5. Gli Schützen della Val d’Isarco continuarono
a spalare.
I tuoi occhi verdi sotto le lenti degli occhiali si
dissolsero su un cartellone del Cinzano.
«Venga con me».
Mi alzai, presi le mie poche cose e seguii il controllore.
Arrivammo all’ultimo convoglio. Aprì la porta dello scompartimento del
personale. Appoggiai lo zaino e la chitarra sul sedile vuoto.
«Si accomodi» controllò la sua agenda. Si accese una
sigaretta.
Pensavo che fumare sul treno fosse illegale e glielo dissi:
«Qui comando io»
Era il capotreno. Si tolse il berretto verde paramilitare e
liberò dei riccioli non curati. Lo guardai meglio: sembrava un sindacalista con
quella barba incolta. Sul borsellino aveva appiccicato un adesivo di
Rifondazione. Io, che di politica proprio non me ne intendevo, pensavo che
Rifondazione Comunista non esistesse neanche più.
Mi offrì una paglia rollata di Old Holbron, che accettai.
«Mi racconti una storia post rave party, signore».
E la storia post rave party, la storia di questi anni
veloci, cominciò.
Capitolo 1
Berlino
C’era una volta un appartamento bellissimo perché vi abitavano
un giovane musico italiano e una ragazza con il suo fidanzato nuovo. Condividevano
un bagno e una cucina. Con il resto del caseggiato avevano in comune il
pianerottolo, le mura decorate e un cortile interno con molte bici parcheggiate
o accatastate.
La ragazza che abitava con il suo fidanzato nuovo si
chiamava Melissa: era bella, considerata da molti la più bella della suo paese
d’origine da dove, senza lasciare che un biglietto e un cartone pieno di tesori,
scappò in tempi lontani per non tornare mai più. Alcune malelingue dicono che
lo fece per debiti, altri invece che lo fece per passione.
La cosa certa è che Melissa partì.
Io, che sono una Didascalia senza memoria concreta, vi
racconto che la bella si trasferì a Berlino senza pensarci troppo.
In quegli anni nella capitale germanica c’erano stregoni ben
pagati e pozioni per ogni male, dei locali di tendenza e delle interviste senza
intervistatori. C’era il civico due di Wisbyer Straße dove Melissa guardava il
suo fidanzato nuovo dormire, e rifletteva: lei non riusciva a stare sola e quel
ragazzo, forse, non l’aveva mai amato veramente.....
Ma intanto i mesi passavano e con loro le stagioni; le
giornate, lentamente, parevano allungarsi.
In una sera d’inverno la bella scrisse su facebook: “Non
voglio più pensare alla pagina bianca”.
Era convinta che i suoi amici telematici si sarebbero presi
cura di lei.
Capitolo 2
C’era una volta il Generale
Sento di condividere
con molti un destino personale.
Le sensazioni sono importanti
nel mio mestiere: se non gli dai il giusto peso è facile che la concorrenza
anticipi le tue mosse; per evitare di essere surclassato ogni sera esco in
balcone, annaffio la rosa e le parlo, le accarezzo le foglie, tolgo con cura
quelle morte. Lei in cambio mi tiene attaccato alla terra, mi consiglia quando
agire e quando invece è meglio di no: lo fa soffrendo, e io questo lo capisco.
Non è facile essere buoni consiglieri e sbocciare a comando.
Sono svaccato sul
divano del bilocale di Via San Giacomo 701, terzo piano, interno 14 e, vi
svelo, domani sera la mia vita cambierà: mi farò una doccia, la barba, mi
metterò un vestito poco appariscente e poi salirò in Clio diretto al Palaonda
dove suoneranno gli Oasis, il gruppo dei fratelli Gallagher da Manchester; non
mi sono mai piaciuti, sia chiaro: non eccezionali nel songwriting, look
discutibilissimo e poi, soprattutto, non sanno gestire le droghe. Se c’è una
cosa che proprio non mi va a genio è la gente che non sa gestire le droghe.
Comunque sia domani
sera la finirò una volta per tutte di fare questo mestiere; da martedì mi
dedicherò esclusivamente ai viaggi d’istruzione.
Non sono uno di quelli
che decide di partire per cercare sé stesso, mi trovo benissimo anche sul
divano, e non parto neppure per scappare da qualcosa.
Devo osservare e imparare
e, al ritorno, decidere dove investire il mio capitale.
È giusto che sappiate
che non ho ancora trent’anni quindi niente crisi anche se, comunque, quelli che
vivono la vita a decadi proprio non li capisco.
Ho deciso che è giunto
il tempo di cambiare.
Diciamo che se avete
la stessa intenzione ma non sapete da dove cominciare, vi potrei aiutare.
Diciamo che niente è
gratis e il conto si paga in anticipo nel mio mestiere.
Diciamo che si
potrebbe cominciare anche così
Capitolo 3
Non ho una Heimat né un dialetto, qui
Ipnotizzato dallo sferragliare delle rotaie fissavo il
capotreno. Nel giro di venti minuti aveva spento tre sigarette sul sedile.
Aprì il finestrino con una brugola che teneva attaccata con
un moschettone ai passanti per la cintura. Gettò il palmare che, risucchiato
dal treno in corsa, fece un botto senza ritorno. Il personaggio cominciava ad
inquietarmi. Non mi fece neanche aprire bocca: «Lei mi vede come un capotreno,
certo. Ma non è molto diverso da me. Siamo entrambi schiavi del tempo, solo che
io ho una divisa a ricordarmelo e Lei no».
Possedeva il gusto della fabulazione e del ragionamento
filosofico.
«Da dove viene?»
«Sono sudtirolese d’adozione»
Si accigliò malfidente, i riccioli si scomposero in un
nuvolone: «E di cosa si occupa nella vita, Lei?»
Quando mi davano del “Lei” mi pigliava male: non mi sembrava
di essere già adulto e mi risultava strano apparire agli altri come un uomo. Da
buon paraculo mi ero sempre definito “un ragazzo” schivando con maestria ogni
responsabilità.
Di che cosa mi occupo
nella vita? Della mia famiglia, della mia casa, del mio coinquilino, dei miei
amici. Ascolto De André. Viaggio in treno e suono la chitarra nei locali.
Quando va bene negli hotel. In questo momento sono in relazione complicata con
la Lolli.
«Sono un onesto libero professionista senza partita IVA».
«Lei è uno spirito autonomo come me e, devo dirle, mi è
stato simpatico dal primo istante»
La situazione stava degenerando. Cosa voleva da me questo scapigliato?
Stava masticando del tabacco, sputacchiava sul pavimento schivandomi di
striscio. D’improvviso si girò e mi guardò fisso negli occhi: «Lei che è
sudtirolese d’adozione conoscerà sicuramente Norbert Kaser
suppongo»
Feci mente locale fra tutti i campioni di sci e slittino con
la divisa delle forze armate che vedevo sulle foto dei giornali; pensai a
qualche scalatore; presi in considerazione tutti gli imprenditori del latte,
del legno, delle sculture in ceramica, dell’edilizia ecosostenibile. Niente. Di
Norbert Kaser nessuna traccia.
«È forse un membro dei Kastelruther Spatzen?»
Il capotreno sussultò. Il tabacco gli andò di traverso senza
procurargli fastidio alcuno. Poi, dopo un colpo di tosse leggero, recitò:
« geliebtes land
aus kuhglocken gebaut &
gasthausrauferei
kind des wetters
mutter der trauben
schnaufen der winde
alpenglut
an gruenen fluessen
& zu fueßen
ein erschlagner warum
traute gassen
buergesinn stolzer bauernmut
dem welchsen feind & schlechter
als der
kind des wetters
mutter der trauben
innige doerfer
blauer shurz & stiere
autonom
heiden im rock der schuetzen
feuerwehr musik
hackbretter zithern
jodeln kann keiner
dem herzen des gottes verschworen
& ueber allem schwebt der henngeier»
Ed io, non capendo nulla, applaudii.
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