INTERVISTA - FUORI DAL MUCCHIO - APRILE 2008
Il progetto si chiama DonSettimo, ma in realtà si tratta di un ideale punto di incontro tra tradizione popolare e canzone d’autore: quella delle bande di paese e di De Andrè, ma anche quella di Tom Waits e Hugo Race. Ne abbiamo parlato con il titolare,Settimo Serradifalco.
Chi è DonSettimo?
Prendo in prestito le parole di Barore Servegiu, noto Cristolu: "Mi chiamo DonSettimo, stato civile celibe e professione nessuna. Un po’ frate e un po’ bandito, questo lo deciderà chi leggerà un giorno la mia storia. Altezza un metro e ottantadue senza i cosinzos, capelli pochi, occhi verdi e sempre tristi da quando il destino mi ha dato un calcio nel basso ventre e il Signore non è riuscito a trattenere la mia collera. Segni particolari: una cicatrice da forcipe sulla tempia sinistra e una da coltello sul fianco destro." Il resto è un affare di legami e, se non sono di sangue, vanno consacrati. Ci esibiamo in quattro: io, mio fratello, il fidato guappo tuttofare e un suonatore di tamburi. Con quest’ultimo non avevamo nessun vero legame. Per apparentarci, abbiamo fatto ricorso all’unica via possibile per quelli che parenti non sono nati: il Sacramento. Dal giugno dello scorso anno è il mio padrino di cresima. Si chiama Salvo Compagno, il Padrino Compagno.
"DonSettimo" è il tuo/vostro primo disco. L’impressione generale è che nelle dieci tracce in scaletta sopravviva buona parte della canzone d’autore più "maudit" della nostra tradizione, da Fabrizio De Andrè a Cesare Basile passando per Piero Ciampi e Vinicio Capossela...
Io la vedo così: i nomi che hai fatto hanno attinto alla stessa grande fonte, si sono abbeverati allo stesso fiume, ma sono, nel medesimo istante, gli stessi che alimentano questo fiume, con le loro creazioni. Questo perché ci potrebbero essere altri viandanti – come me, ad esempio - che al passaggio si fermano per bere.
Parallelamente emerge uno spiccato interesse per un folk ibrido, mutuato da modelli stranieri – pensiamo in particolare a Hugo Race e Tom Waits –, ma anche fortemente legato alla musica popolare e alla tradizione bandistica di paese...
Io direi pure Robert Wyatt. Hugo Race, Tom Waits e non so chi altri sono la formazione. È un po’ come cucinare: il soffritto è la base di tutto. Poi, ci sono le spezie, che danno un taglio diverso al piatto. Sono quelle che, in senso buono, ti fanno torcere le budella. E Wyatt è un torcibudella.
Al disco partecipano vari musicisti, primo fra tutti proprio Cesare Basile, chiamato anche a produrre. Come sei riuscito a coinvolgerlo e come è stato lavorare con un musicista come lui?
Al disco partecipano circa una quindicina di musicisti, artisti ispirati e maestri di conservatorio. La scelta è caduta su Cesare in modo molto naturale. Ascoltai un suo album, "Closet Meraviglia", sapendo già che mi avrebbe impressionato anche senza avere un’idea di cosa stavo per affrontare. Così fu. Mi sembrò naturale proporgli la produzione del mio disco. Gli feci sentire i primi provini e non ci fu molto da spiegare. Per molti aspetti, abbiamo una formazione musicale molto simile. Nulla di tutto ciò faceva presumere che ci sarebbero stati momenti di tensione in studio, dovuti al fatto che ogni tanto mi scaldavo, non capendo subito la direzione che prendeva. Fortunatamente lui si è comportato da saggio, da fratello maggiore, riportando la situazione alla normalità.
L’impressione è che il rapporto che vi lega vada al di là di una semplice collaborazione. Verrebbe da chiamarla quasi un’unità di intenti, almeno a giudicare dalle analogie musicali ma soprattutto da testi che ricordano da vicino la poesia obliqua dell’artista siciliano...
In linea di massima è così. In comune abbiamo, tra le altre cose, un’attenzione particolare per i testi. E poi Basile è un bel personaggio, ha fatto tanto. Ha introdotto alla musica italiana e alla collaborazione con essa personaggi del calibro di John Parish, ha ridato nuova linfa ad artisti come Nada, è stato un prezioso aiuto per gruppi come Afterhours; tutti ospiti, insieme a tanti altri, negli studi di registrazione catanesi che Cesare ha contribuito a far conoscere.
Esci per Malintenti Dischi. Come giudichi l’esperienza dell’etichetta palermitana e, di riflesso, la tua personale?
Quando è nata, circa un anno e mezzo fa, Malintenti era la prima etichetta palermitana di questo genere. Altre si occupano si jazz e musica neomelodica partenopea. L’unica con una distribuzione nazionale, un ufficio stampa e un instancabile booking (ha prodotto più di 140 concerti lo scorso anno).
È un’ etichetta che ti sta addosso, ti lega a tutti gli altri suoi artisti e a sé. Io, il ventinove di questo mese, con delega del sindaco, celebrerò al Castello di Carini il matrimonio di una delle colonne portanti della Malintenti, Andrea Gullotta, che si sposa con una giovane e splendida neozelandese di nome Lisa. Credo che questa etichetta nasca come Malintenti ma sarà nota come "Malintenti e Sacramenti".
Quali sono le difficoltà che incontra un musicista indipendente come te in un contesto musical-culturale come la Sicilia del 2008 e quali differenze ci sono, se ci sono, tra la scena di una città come Palermo e quella di una realtà come Catania, città di provenienza, tra gli altri, anche di Carmen Consoli?
Innanzitutto non contemplo la parola indipendente. Ha perso la sua connotazione originaria, il concetto di indipendente si è smarrito. Palermo è semplicemente fatta da artisti che si fanno in quattro per portare avanti la loro musica, macinano chilometri per tenere concerti in tutta la penisola e consumano ore e ore di sala prove. A Catania siamo fortemente legati. È la città dove la musica di DonSettimo ha preso forma, si è concretizzata, in uno studio della provincia, il Sonoria di Vincenzo Cavalli. Ed è stata prodotta da un catanese, Cesare Basile.
Quali realtà musicali ti sentiresti di consigliare a chi che volesse avvicinarsi alla scena siciliana?
Facciamo un giro a Palermo. Se bevessimo un bicchiere nella piazza del mercato di Ballarò potremmo imbatterci in un concerto della Matrimia Klezmer Band; se ci spostassimo per cena verso piazza Kalsa potremmo assistere alle rievocazioni sacre siciliane del Teatro Ditirammu o alle improvvisazioni jazz dell’Orchestra Instabile in Disaccordo, sederci ad ascoltare le morbide ballate west coast dei Second Grace, quelle low-fi di Herself, o, ancora, il blues acido dei Waines o degli Omosumo. Oppure potrei prenotarti un posto ad una festa della mia etichetta, dove il palco diventa un salotto con tanto di tavoli imbanditi ai quali siedono tutti gli artisti Malintenti. Ovvero Donsettimo, Akkura, Om, Mimi Sterrantino, Sad Pony e Toti Poeta, tutti pronti per suonare. Allora, andiamo?
Contatti: www.myspace.com/donsettimo
Fabrizio Zampighi