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Long Hair In Three Stages -il 4 dicembre a Messina



Última Atualização: 24/11/2009

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quarta-feira, julho 01, 2009 

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LONG HAIR IN THREE STAGES:
CATANIA È ANCORA ROCK

di Benedetta Motta


Si chiamano “Long Hair in Three stages”, ovvero “Come ottenere dei capelli lunghi in tre semplici passaggi”, una di quelle promesse da ciarlatano che alimentano false illusioni. Giuseppe Iacobaci, Fabio Corsaro, Roberto Risicato, ed Emanuele Finocchiaro hanno scelto questo slogan (preso in prestito da un album degli U.S. Maple) per dare un nome alla loro musica matta arrabbiata e triste.


Prima domanda a bruciapelo: perché ascoltare la vostra musica?

Perché a detta di molti siamo interessanti e non banali, consapevoli dei nostri limiti e del nostro ruolo ma quando suoniamo diamo tutto; perché ce ne freghiamo delle vaghe ipotesi di "successo" ma anche delle fosche visioni di chi impone alla musica un'etica ed estetica austera, cupa e nichilista. Perché anche se non sembra essere di moda, abbiamo una visione del mondo e delle idee, e le mettiamo nella nostra musica. E perché in un'epoca in cui tutto (da Avril Lavigne a Laura Pausini) viene definito rock e tutti imitano le band del passato, noi facciamo la nostra cosa, comunque si chiami, coniugandola al presente indicativo e al futuro.


Come è nata la vostra band?

Ci siamo trovati per necessità, pazzia e ostinazione a fine 2006. Ognuno di noi aveva un bisogno viscerale di un progetto creativo, di trovare qualcuno che lo seguisse in idee musicali fuori dai canoni; immagina qualcuno che d’improvviso scorge (e ti mostra) un lato di te che nessuno conosceva, qualcosa che nessuno avrebbe mai pensato: è libertà pura, un progetto vivo, passionale. La band è come un soggetto che ha pensieri e creatività impensabili per ciascuno di noi come singoli.


Qual è stato il vostro percorso artistico?

Quando dopo tanti provini, con l’arrivo di Emanuele, abbiamo chiuso il cerchio, siamo rimasti stupiti da quello che veniva fuori. Ci siamo presentati in qualche pub, impreparati, emozionati, e la gente è stata da subito entusiasta, e il seguito è stato un turbinio di eventi, Amaury Cambuzat che ci ascolta su myspace e ci vuole ad aprire per i suoi Ulan Bator a Palermo, la gente sempre più appassionata, i brani sempre più convincenti e personali, strambi ma granitici e allo stesso tempo orecchiabili. Poi, le varie manifestazioni e i live nei pub, adesso l’Etna Sound Festival davanti a tutta quella gente e la vittoria all’Indie Concept.


Come potremmo definire il genere di musica che suonate?

Una cosa che può piacere a chi ha amato il noise e la new wave e l’alternative rock, ma che non è noise né new wave né alternative. È un genere nostro, esplorativo ma grezzo come il punk, con sfumature cupe come certa new wave e orecchiabili come il pop e infatti abbiamo ascoltatori di ogni tipo (dal metal più serio, ai goth-dark, fino a chi magari di solito ascolta canzoncine alla radio). E La cosa ci lusinga moltissimo.


Quali sono le vostre influenze musicali?

Ecco, qui litighiamo… Roberto ama i Joy Division o i Sound, Emanuele Jeff Buckley, i Pixies, Fabio roba sperimentale, come Mars, DNA, U.S. Maple, i Jesus Lizard, Giuseppe Mark Lanegan o i Camper Van Beethoven, ma anche R.E.M., Portishead, Thin White Rope, Can, i Cure… difficile conciliare questi generi, e infatti non sono vere e proprie influenze, ma piccoli atomi che si uniscono per formare una sostanza differente.


Vi ispirate a questi gruppi quando componete i vostri brani?

No, quando scriviamo, non ci ispiriamo a nessuno. Ognuno porta qualcosa di suo, elementi teoricamente incongruenti. Prova a immaginare un brano sulla morte che si conclude come una specie di samba; e la cosa scioccante è che funziona.


Hate song #1 è la canzone del vostro debutto, com’è nata?

(Giuseppe:) Vedevo in giro tutti questi manifesti di una megadiscoteca tamarra con questo deejay americano, l’espressione carica di odio e disgusto, e mi chiedevo come facessero i catanesi ad andare a serate del genere. Il brano è venuto fuori di getto, come se ce l’avessimo avuto dentro da anni.


Siete italiani, ma cantate solo in lingua inglese, perché questa scelta?

Per vari motivi. La voce è soprattutto uno strumento e devi metterci delle note, un ritmo e un senso. L’inglese è secco, onomatopeico e puoi dire un sacco di cose, raccontare storie, in brevissimo spazio. Però non ti nascondo che ci piacerebbe molto cantare anche in italiano, penso ad artisti come De André, a Rino Gaetano, gli Afterhours... è un’ipotesi che non escludiamo.


Raccontateci della serata con gli Ulan Bator a Palermo.

È stata un’esperienza molto intensa. Tutti a battere le mani e farci i complimenti, c’era un matto esaltatissimo che a un certo punto prende di mano il microfono a Giuseppe e grida al pubblico “ciati affari n’applausu foitti foitti a sti picciotti ca su cioppu braivi!!”, una bambola da sexy shop che veniva lanciata da una parte all’altra del pubblico, la gente esaltata, persino una rissa -ok, cosa sgradevole ma si aggiungeva al quadro surreale. Insomma, in una parola, indimenticabile. Da quella sera un sacco di palermitani ci hanno scritto per mesi via myspace invitandoci a tornare a suonare lì.


Quindi avete già un “vostro” pubblico?

Siamo una band di outsider, o di asociali se preferisci, non abbiamo grandi cerchie di amici, ma un pubblico di estranei, gente che poi si affeziona e torna a vederci ogni volta che suoniamo, e che aumenta sempre più. A ogni serata c’è sempre qualche faccia già vista, gente che ci dice che è venuta perché ci aveva visti in precedenza, ci fa i complimenti e ci chiede quando sarà la prossima. Non suoniamo molto spesso, non più di una volta al mese di solito, ma è sempre un piccolo evento, una festa.


Cosa vi offre il panorama musicale locale?

Il problema non è tanto economico (su questo a Catania sono tutti più o meno rassegnati) ma il fatto che stanno mettendo, forse senza neppure rendersene conto, una specie di coprifuoco ai locali, a via di fonometri e multe, e molti pub stanno interrompendo le stagioni live o riconvertendole in altro. È assolutamente distruttivo perché così facendo riconsegneremo la città al buio e al silenzio di vent’anni fa. Le istituzioni sembrano aver dimenticato che sono state la musica e il movimento giovanile a rendere vivibili certe zone di questa città. Se gira poca musica originale non è perché ci sono poche band valide, ma perché in una città dove si tollerano parcheggiatori abusivi e illegalità d’ogni genere, si sceglie di essere intolleranti verso la creatività.


Come conseguenza naturale pensate che uscirete dalla Sicilia, per ampliare gli orizzonti o, parafrasando un vostro pezzo, per “rompere quelli delle aspettative”?

Sicuramente faremo dei live in giro, per promuovere e diffondere la nostra musica, ma non vogliamo spostare il “quartier generale” e non crediamo nel vecchio adagio cu nesci arrinesci. Grazie ai siti di social networking, poi, nessuno è più confinato nella sua città. Contando anche il solo MySpace, si può essere (e siamo) ascoltati da migliaia di persone praticamente in tutto il mondo. Però ci piace rompere gli orizzonti di attesa altrui, e ampliare i nostri, a casa come in capo al mondo.

(da UniversitInforma, Giugno 2009)

No momento lendo:
Marcelo en el mundo real/ Marcelo In The Real World (Spanish Edition)
Por: Francisco X. Stork
Samantha Torrisi

 
Siete grandi ragazzi, sono fiera di avervi conosciuti... continuate così!
 
Postado por Samantha Torrisi em quarta-feira, julho 01, 2009 - 5:24
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SSiCk

 
ho letto con piacere quest'intervista.. interessante! (non leggo mai le interviste, di solito sono pallosissime!).. ciao.. a presto :-)

 
Postado por SSiCk em sexta-feira, julho 10, 2009 - 3:56
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