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La banda comunale di Zafferana ha un pubblico piccolo e raccolto, molto più ristretto degli andini fasulli con le loro basi midi e i flauti di Pan e i cd da vendere nella valigetta. Segno dei tempi, di musica sembra non capire più un cazzo nessuno, forse la banda suona troppo popolare e paesana alla generazione dei tronisti che si credono evoluti perché hanno i jeans dell'ultima marca-cometa, mentre la paccottiglia pseudo-etno-new-age va tanto forte. Anna e i bimbi in genere sembrano particolarmente attratti dalla banda, forse perché hanno ancora il senso della bellezza. Il ragazzo alto stacca il bocchino al suo corno e fa sgocciolare la saliva per terra. Comincia un altro brano. Sono belli e veri, nella vita faranno altro, qualcuno sarà barbiere, qualcun altro meccanico, ma eccoli lì tutti in fila a suonare. Il loro lato b, la loro 'S' rossa e gialla sotto la camicia. Tutti dovremmo averne una.)
Quando risposi a quell'annuncio sul mercatino, non sapevo ancora che davvero sarei salito su un palco, che qualcuno ci avrebbe davvero battuto le mani. Non è vero che non conta. Sentire la gente entusiasmarsi per quello che fai è meraviglioso. Non ho mai creduto all'idea dell'artista puro che non si svende, che se ne frega del mondo circostante. Tutti vorremmo battute le mani per quel che facciamo, tutti vorremmo fare per lavoro qualcosa di creativo che ci piace, ed essere ammirati e magari guadagnare un pozzo di soldi. In questo senso i Tokio Hotel e i Take That sono fra le band più sincere che esistano al mondo. Almeno non si fingono puri e disinteressati e distanti dal mondo.
Però ci sono infinite motivazioni al mondo per cui uno mette su una band e decide di fare musica (ad esempio, il semplice e condivisibile proposito di non essere come i Tokio Hotel o i Take That), e non tutte hanno a che vedere col diventare ricchi o col successo planetario.
Il prossimo brano che presto pubblicheremo sul nostro myspace è la canzone più puttana che abbiamo, si chiama Swindle Hit Single (o, come la chiama Fabio sin dal primissimo giorno in cui venne fuori tre anni fa, il 'Brano Truffa'), e sono certo che qualcuno ascoltandola ci dirà che è deliziosa, qualcun altro resterà sconcertato per quanto è pop, dirà che ci siamo svenduti. (A chi, a cosa, non si saprà mai dal momento che siamo e resteremo sempre una band provinciale e poveri in canna.) :-) La verità, molto ironica, è che si tratta del brano più antico che abbiamo (prima ancora di Hate Song #1, quando ancora non ci chiamavamo neppure Long Hair In Three Stages), si tratta proprio dell'inizio del percorso e non volevamo negarci il piacere di registrarla, mixarla e condividerla con voi, propro subito prima di offrirvi quella che è invece la nostra canzone più complessa e ruvida, "Fossil fuel junkie planet", che arriverà subito dopo.
Forse scriveremo altre canzoncine così anche in futuro, forse no. Forse diventeremo ricchi e famosi con questo brano (volesse la madonna), molto probabilmente no.
Eppure c'è in giro tutta questa gente che ti parla di prospettive, di successo, che dà consigli, ti fa auguri di crescita. Crescita? In che senso? Diventare ricchi con la musica? Con la nostra musica? Ok. Metter su un'azienda musicale e farci su un po' di soldi non è un peccato mortale né una cosa disonesta, checché ne possano pensare i fascistoidi dell'indie che vorrebbero tutti purissimi (ma che poi indossano Nike e Adidas fatte da bambini cinesi), ma ragazzi... davvero credete a queste cose? Alle radio, alla promozione, alle classifiche, al successo? Riflettete. È semplicemente così improbabile, quello che voi chiamate 'successo', che non vale neppure la pena di pensarci.
Ditemi, quanti artisti nuovi avete visto spuntare nell'ultimo anno? Pochissimi. E avete idea di quante realtà ci siano sotto, di quanta gente cerchi di arrampicarsi per arrivare fin lì?
Eppure c'è tutta questa gente che vuole vincere contest, ricevere patentini di approvazione, certificati di credibilità statica. Passare la vita a sperare di passare per radio e tv, per un breve istante, e poi magari riuscirci pure, e poi passare il resto della vita a risognare quel momento, e un giorno andare rugoso da Carlo Conti a cantare quell'unico successo di venti anni fa. Bella prospettiva.
Ma il punto è che la musica non è così lontana. Non passa solo
sul due. È ovunque intorno a noi, se quel che gli altri fanno (compresi
noi) non ti piace o se ti si senti 'artista' non devi necessariamente
andare a sottoporti al giudizio di Morgan o Mara Maionchi, ma chiuderti
in un garage e formare la tua band.
Per te stesso, non per il successo.
Tutti possono farlo.
Tanto, le ipotesi di successo sono così rade e minuscole, mi dico guardando l'allegra banda comunale di Zafferana, e le prospettive del largo pubblico o dei suoi "censori sonori" sono così ristrette, che mettersi a suonare quel che speri vogliano sentire gli altri, imitando quel che altri hanno già fatto, più che scorretto o immorale, è uno spreco di energie deprimente e statisticamente inutile.
Non è un problema andare a Sanremo, se ci vai con la tua musica; il problema diventa se sogni di andarci e ti poni domande, seghe mentali, limiti, frustrazioni e paranoie in vista di quell'obiettivo, dimenticando che il piacere e la soddisfazione e persino il successo è già lì davanti a te, nella chitarra che puoi imbracciare oggi e suonare per te.
Questo, vorrei dire ai ventenni che mettono su le cover band o che imitano il sound del momento: lasciate perdere, è uno sforzo inutile. Come ben dice Daniele Grasso (uno che la sa lunga dall'alto dei trecento e più dischi che ha registrato nel suo Cave Studio) quel che ascoltate oggi è passato per mille mani ed era vecchio di almeno due anni già prima di arrivare a voi; quando sarete faticosamente arrivati a un produttore con la vostra imitazione, sarete già strasuperati. Perché sforzarsi? Tanto vale "suonare la propria anima", bella o brutta che sia, no?
Ecco perché i Long Hair In Three Stages sono così, prendere o lasciare. Non perché siamo puri secondo un vago metro di coerenza applicato da chissà chi. Non vogliamo essere puri. Scriviamo i nostri brani, buoni o pessimi, senza pensare a nulla che a noi stessi, ed è questa l'unica cosa che importa e che ci si debba aspettare da una qualsiasi band. Non per purezza, ma perché non vale la pena fare altrimenti. Smettere di godersi qualcosa che nasce come godimento, in vista di chissà quale ipotesi teorica, sarebbe un prezzo troppo alto anche per la più immensa delle vanità. Come una schedina da un miliardo per vincere un euro. Semplicemente non conviene.
Noi siamo esattamente come quella banda di
paese, operai di giorno e con una esse rossa e gialla sotto la camicia
che ogni tanto fa capolino per salvare qualche vita umana da una serata di noia.
Ottimi o pessimi poco importa, non abbiamo debiti o impegni di coerenza verso nessuno, se non verso il nostro gusto e il piacere che abbiamo di farlo. Finito quello, finirà la band. Esistono davvero altre forme di successo, oltre a quella del riuscire ad arrivare ad essere sé stessi senza costrizioni, foss'anche dentro a un semplice garage?
E se un giorno dovesse capitarci quella rarissima fortuna di diventare ricchi e famosi esattamente per quello che siamo, per le nostre canzoni scritte in piena libertà e divertendoci, nessuno si tirerebbe certo indietro. Ma intanto, anche senza quell'improbabile eventualità, noi stiamo già bene. il successo è già qui, due volte alla settimana in sala prove, e quando capita davanti a un pubblico.
11:44 AM
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