Si definisce con il termine avanguardie (e più spesso "avanguardie storiche" per distinguerle dalla ripetizione della loro formula originaria sino ad oggi) un insieme differenziato, ma riconoscibile in una comune cifra trasgressiva e innovativa, di movimenti culturali che si sono manifestati nei primi tre decenni del Novecento – espressionismo, futurismo, dadaismo, surrealismo – raggiungendo un così alto livello di sperimentazione espressiva da costituire una traumatica discontinuità rispetto alla tradizione delle arti moderne e del loro rapporto con la società. Avanguardia è un termine che si rifà al lessico militare, significando un ristretto manipolo di uomini che, mandato all'avanscoperta di un territorio di guerra, si spinge molto oltre, lasciandosi alle spalle l'esercito a cui appartiene e di cui, avventurandosi nell'ignoto per anticiparne la visione di rischi e fortune, si assume la responsabilità di fare da guida al suo viaggio di conquista...:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Come si vede, gli elementi in gioco in questa parola appartengono al carattere più tipicamente gerarchico della tradizione moderna ed essa è inscindibile dalla dimensione di massa dei suoi modelli di sviluppo (appartenenti ad una dimensione comunicativa che non era ancora entrata nei processi di privatizzazione ma anzi faceva dominare i processi di socializzazione più tipici della tradizione pubblica metropolitana). L'avanguardia è dunque una dimensione che non poteva accendersi senza masse, senza l'idea pilota di un destino collettivo da invertire, deviare o correggere. La nostra sensibilità post-moderna ha formulato un concetto apparentemente analogo a quello di cui tratta il rapporto tra avanguardie e masse ma più duttile e persino personalizzato. Lo ha suggerito Francesco Alberoni (1979) ricalcando sul dinamismo conflittuale della coppia movimento versus istituzione anche il dinamismo personale (e familiare) della coppia innamoramento versus amore.
E tuttavia le avanguardie storiche, essendo radicate in un ciclo dei fenomeni espressivi che culmina negli anni Trenta – e cioè al compiersi del ciclo ottocentesco dei linguaggi dello spettacolo nell'avvento dei linguaggi televisivi – non fanno ancora parte del tipo di mutamenti che sostanziano i movimenti e l'innamoramento come modi di destabilizzazione e rigenerazione del tessuto sociale e privato. Mentre questi sono il risultato di un sistema collettivo organicamente funzionante come vera e propria espressione dei mutamenti sociali, le avanguardie ne sono state la causa, il fattore determinante. A loro si deve lo scatto di qualità di una industria culturale che, prima del loro intervento innovativo sui suoi dispositivi espressivi, non poteva ancora rappresentare la globalità dei processi sociali e dei suoi soggetti. Essa costituiva dunque una componente assai larga del mondo moderno ma comunque separata da componenti di più lunga e profonda tradizione culturale. Proprio sotto questo profilo il rapporto tra avanguardie e masse può essere definito nel conflitto stesso tra intellettuali e società (quindi anche tra Cultura e Civilizzazione), tra élite e collettività, tra arti e mercato. Un conflitto che, grazie alle dinamiche di integrazione che ha favorito, è stato essenziale per la nascita della "terza cultura" (Morin 1962) e cioè delle condizioni materiali di sviluppo espressivo dei media contemporanei.
Con le avanguardie storiche assistiamo a picchi di creatività artistica – nella pittura, nella scultura, nell'architettura, nella musica, nel teatro, nelle performace – che, pur carichi di ogni autorità e tradizione, ne fuoriescono per entrare in una dimensione sacrale, rigorosamente depurata dei nessi tra arte e società tipici di tutta la vicenda moderna dal Rinascimento in poi, così da toccare la sostanza dell'immaginario collettivo, luogo in cui, grazie all'industria culturale, ogni oggetto della vita quotidiana si rivela arcana, bisognosa di una fantasmatizzazione simbolica (i linguaggi dello schermo) e di una rielaborazione rituale (i linguaggi delle mode, dei consumi e della pubblicità. La prossimità degli artisti di avanguardia ai mondi della tecnica e delle merci, non fu dunque un cedimento della tradizione al potere seduttivo dei processi di modernizzazione e mondanizzazione, ma, al contrario, l'emergere della comune piattaforma comunicativa di un mondo occidentale in sempre più rapida trasformazione. Invece di regredire nella ripetizione delle formule classiche della dicotomia tra Antico e Moderno, gli artisti di avanguardia accettarono le qualità dei territori che si sentivano eticamente chiamati a rappresentare: deterritorializzazione, smaterializzazione, artificializzazione, velocizzazione, macchinizzazione, automazione. Indebolivano, sino a rifiutarla, ogni marca di distinzione tra linguaggi codificati e linguaggi non codificati. Penetravano nell'inconscio e nell'irrazionale (nella materia sacrale di cui si erano nutriti gli alchimisti, la magia, l'occultismo, le false scienze). Uscivano dalla logica visiva dell'immagine-specchio per toccare le astrazioni interiori dello sguardo. Abbandonavano le grammatiche e sintassi dettate dalla scrittura e dalle sue narrazioni, dalle identità e dai poteri che vi si incarnano. Si orientavano verso i linguaggi triviali e spettacolari (la rissa con il pubblico dal vivo, la superficialità sensitiva dell'abbigliamento, il montaggio cinematografico, le distruzioni urbane, il traffico e rumore della città e delle automobili, la velocità dei numeri di varietà, il rischio acrobatico del circo, la guerra, gli eccessi dello spirito e della carne).