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Alberto Abruzzese



Last Updated: 11/2/2009

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Sunday, January 01, 2006 
   

Ricorrente in maniera ossessiva negli studi letterari, il concetto di canone (peraltro di origine religiosa) può assumere due diversi significati: quello originario, che lo considera come l’insieme delle regole di composizione, e quello oggi più diffuso, che vede nel canone il catalogo delle opere classiche, riconosciute e studiate come tali. In questo senso, si usa parlare di un canone "nazionale" (ben esemplificato, in Italia, dai programmi scolastici: Dante-Petrarca-Boccaccio; Foscolo-Leopardi-Manzoni), così come di un canone "universale" o di un canone "occidentale". L’interpretazione più accreditata del concetto di canone (a cui si deve anche la confusione tra le dimensioni "universale" e "occidentale") è certamente quella del critico nordamericano Harold Bloom (1994). Secondo Bloom, il canone letterario ha una ragione esclusivamente estetica ed in base a questa "supremazia", ratificata nei giudizi e nelle interpretazioni dei secoli passati, alcuni autori hanno saputo porsi come valori universali nella storia letteraria - così nel caso di Shakespeare, che Bloom individua come l’epicentro del canone, e così per tutti quelli che il mondo occidentale ha considerato "classici" della letteratura. Fortemente antistoricista e dichiaratamente contraria a ogni lettura sociologica o ideologica (o latamente politica), l’interpretazione di Bloom fissa i contenuti e le proporzioni del canone occidentale e la genealogia letteraria che lega i suoi diversi momenti. Di taglio opposto è invece l’interpretazione avanzata dalle diverse scuole critiche, riassumibili approssimativamente nelle due linee dominanti del post-strutturalismo francese e dei cultural studies angloamericani. In base a un’istanza di critica generale alle istituzioni della cultura occidentale - ben riassumibili, in sintesi, nell’idea che "non c’è canone senza un’autorità che lo ponga" (Onofri 2001) - queste scuole hanno denunciato la natura ideologica, e quindi politicamente costruita, del canone letterario in quanto espressione dell’egemonia dei gruppi sociali dominanti. Questa critica - rispetto a cui le idee di Bloom rappresentano una reazione - ha dunque avuto il merito di porre l’attenzione sulla natura ideologica del canone, senza tuttavia introdurre una interpretazione effettivamente nuova dello specifico della storia letteraria. Una lettura più fluida dell’evoluzione letteraria - e quindi un’interpretazione più attenta al tema della costruzione del canone - si può far risalire al critico Viktor Šklovskij (1925), che ha introdotto il concetto di "canonizzazione della linea minore". Secondo Šklovskij, la storia letteraria si sviluppa su due livelli: un vertice, in cui emergono le opere canonizzate in un determinato periodo, e una base costituita dalla grande massa della letteratura non canonica. Un quadro statico, dunque, soltanto se osservato in termini sincronici: a livello diacronico, invece, la storia letteraria risulta come un complesso insieme di scambi che spostano i confini del canone, eleggendo - o viceversa destituendo - opere diverse in periodi diversi. Elaborata anche da Bachtin, Tynjanov e Todorov - secondo il quale la codificazione dei generi letterari è una misura della "cornice ideologica" in cui questa scelta viene compiuta (Todorov 1978) - l’idea di Šklovskij costituisce il fondamento di una riflessione sociologicamente più accorta sulle dinamiche di formazione del canone letterario.

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