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Giuseppe "Spedino" Moffa & Co.mpari



Last Updated: 1/31/2010

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Signup Date: 3/9/2007
Thursday, March 27, 2008 

Il Bene Comune

 

 

Marzo 2008

 

 

di Vincenzo Lombardi
Giuseppe Moffa è un giovane musicista molisano, di Riccia, che da alcuni anni ha intrapreso un viaggio della mente e del cuore nel mondo della musica, attraverso una costante ricerca linguistica ed espressiva; ma ha intrapreso anche un viaggio del corpo, dato che i sentieri da lui battuti lo hanno portato fuori dal Molise a cui, comunque, resta sempre fortemente e tenacemente legato.
Il tratto maggiormente caratterizzante della sua esperienza musicale sembra essere quello di un percorso verso un punto di efficace sintesi estetica da trarre - attraverso una continua ibridazione di tratti stilistici, strutturali, sonori - da una ampia e profonda ricognizione di territori musicali ed espressivi i più disparati.
Il suo modo di trarre i materiali musicali, siano essi provenienti dalla tradizione scritta o orale, da quella folklorica o blues, è - come dire - ecologico. Il processo compositivo non produce scarti di lavorazione, tutto viene costruito o riutilizzato in modo musicalmente eco-compatibile, con misura e gusto, senza sprechi. E’ come se abbinasse la qualità musicale della buona musica colta alla parsimoniosa modalità di trattamento della musica tradizionale.
Il percorso formativo di Giuseppe Moffa affonda le radici nella tradizione musicale orale molisana e nella prassi performativa di famiglia, nel percorso di studi accademici da chitarrista, nella pratica musicale in gruppi musicali di varia natura, genere e ubicazione geografica, in un approccio e un fare musicale a tutto tondo, che trova visibilità nel polistrumentismo di Giuseppe (voce, chitarra, zampogna, fisarmonica, organetto) nell’eredità musicale - acquisita o scelta per propria - di diverse culture musicali. Peppe ha il cuore in un fazzoletto di terra, l’intelligenza nel mondo. La musica di Giuseppe Moffa è un esempio di glo/calizzazione musicale, di costruzione di una identità musicale, scelta e voluta, che persiste, pur essendo sempre diversa da sè.

All’interno di questo sentire ed esprimersi musicale molteplice, proteiforme, ibridato, ma sintetico e compatto allo stesso tempo, Giuseppe Moffa colloca, e oggi ci offre, l’esperienza e il frutto del suo incontro con la zampogna, strumento simbolo delle aree montane molisane, fino a non molti decenni fa pervasivo dei paesaggi sonori molisani, delle performances festive, devozionali e rituali della tradizione musicale locale.
Il suo incontro è "doppio", bidimensionale e bicrono: è di oggi, sia in una dimensione regionale, legato al lungo ed attivo lavoro di recupero e promozione locale (ad es. da parte del circolo di Scapoli), sia in una dimensione globale, frutto dell’intuizione e della proiezione che - anni or sono - da Scapoli si è avuta verso altre regioni dell’Europa, depositarie di patrimoni musicali legati a cornamuse e gaide; allo stesso tempo è effetto e causa degli esiti musicali di marca world e anti-world della sua produzione. Ma, nell’incontro di Giuseppe con la zampogna, scorre linfa antica, emerge e si materializza un saper fare musicale di lunga tradizione locale; a Riccia, paese di provenienza di Giuseppe, era attestata una tradizione esecutiva zampognara. E’ da questa estso apparato di radici che emergono gli ottimi sei motivi per suonare la zampogna che Giuseppe traduce nella sua produzione propria, definizione che – in opposizione ad una produzione altrui, industriale – rimanda ad una idea di fattura artigianale di qualità, di cose buone , fatte in casa.
Lo stesso strumento è fattura artigianale di Piero Ricci, maestro zampognista e costruttore innovativo.
Quali sono queste sei ragioni – anzi le dodici, dato che ognuna di esse è doppia – che Giuseppe ci propone?
La prima è dettata dalla tradizione, anzi è un tributo al repertorio tradizionale più noto, quello che per eccellenza rimanda alla zampogna, quello che nell’immaginario collettivo (almeno fino a ieri) simboleggia la religiosità del Natale e la devozionalità popolare. ..:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />La Novena, quella all’Immacolata, è ripresa in maniera solo apparentemente tradizionale; l’esecuzione non si sottrae, infatti, a modalità esecutive e di approccio sonoro che risentono della contemporaneità e di  ambiti musicali estranei alla cultura tradizionale. E’ il binomio ieri vs oggi, antico vs moderno che richiama l’attenzione.
Mc Moffatt’s march, invece, corre su un secondo binomio, zampogna vs cornamusa, sud vs nord. Il tributo, questa volta, è alle consorelle celtiche. All’andamento pacifico cella novena subentra una articolazione ritmica di maggiore dinamismo, con più scarti successivi. La ricostruzione formale è più articolata, le idee melodiche, che presentano marcature modali, tratteggiano panorami ed evocano orizzonti più ampi; i due chanters  divengono più autonomi, fino a toccare il virtuosismo.
Solo riconduce ad atmosfere più vicine e scopre – abbastanza palesemente – il suo doppio nell’omaggio ad uno dei migliori zampognasti molisani e, sicuramente, fra i più attivi ed efficaci artefici della riscoperta della zampogna, strumento che ha – con la sua opera – contribuito ad evolversi sul piano organologico e a cui, grazie alle innovazioni tecniche apportate, ha permesso di riscoprire nuovi e prolifici territori musicali.
Il diavolo di Tufara, tutto giocato su moduli ritmico-melodici reiterativi, su ambivalenze modale/tonale, con coloriture di sapore medievale e suggestioni che fanno pensare ad una antica scrittura per strumento a tastiera, oscilla – in modo irrisolto – nel doppio fra musica "da suonare" e musica "da ballare". Così anche Fumo e cielo , il doppio torna in un reiterativi oscillare fra maggiore e minore, repentine, ma delicate inversioni di direzioni ritmiche; si riproduce in una laboriosa esplorazione delle possibilità armoniche dello strumento potenziato, allo stesso tempo fresca, come di gustoso gioco infantile, e soddisfatta, del cadenzare armonico.
Se l’incipit del disco, la sua prima ragione è stata la novena, la chiusa non poteva – in nome del doppio – che essere Una ballabile, come la nomina Peppe. Sacro vs profano, litania vs ballo. Musica per la danza, genere per zampogna con lo stesso grado di importanza della novena con la quale il disco si apre. Ma non basta, il brano è una rassegna di possibilità e soluzioni armoniche, è un piccolo repertorio di danze, con varie citazioni: vi sono echi di saltarello, di tarantella ed altro.
La costruzione complessiva del disco, la successione dei brani e lo svolgimento di ognuno portano la marca connotante della ibridazione creativa, fra tradizione e innovazione, fra territori – geografici e culturali – locali e globali, fra stilemi musicali di tradizione orale e scritta, folklorica e colta. Innesti contrappuntistici nella prassi esecutiva/improvvisativa tradizionale, trattamenti armonici non consueti nei brani per zampogna e strutture non abituali prendono corpo grazie alla coesistenza di uno strumento antico con uno rivisitato e innovato, di un suono antico e di uno moderno, di un bravo esecutore, che piega lo strumento alle sue necessità espressive, e di un compositore.
Tutto si duplica, si raddoppia, si specchia, è, o appare duplica. Lo stesso Giuseppe – "un metro e novantaquattro di musica alla grande, ricca di memoria e di storia e di presente" come lo ha simpaticamente descritto Ivan Della Mea in una recensione sulle pagine de l’Unità, sembra essere il doppio della sua zampogna.