MySpace
myspace música


Simone Cristicchi



Última Atualização: 24/11/2009

Enviar Mensagem
Mensagem Instantânea
Enviar por E-mail para um Amigo
Inscrever-me

Status: Solteiro
Cidade: Roma
País: IT
Data de Inscrição: 1/4/2007
quarta-feira, janeiro 02, 2008 

Francesco Bianconi è un cantautore e un musicista. Fa parte di una band fra le più interessanti e originali dell'odierno panorama musicale italiano: i Baustelle.

Il terzo album che ha pubblicato si intitola "La Malavita" e, a mio parere, un capolavoro. Ho invitato Francesco per parlare di una bellissima canzone in particolare, "Sergio", che racconta con immagini a tinte forti la storia di un Matto che abitava nel suo paese.

I testi che scrive sono molto profondi e, a volte drammatici, la musica non è mai banale e lascia intuire un grande lavoro di ricerca sulle sonorità.

Il nostro incontro avviene qui al San Niccolò, dove Francesco ha avuto un'esperienza durante l'anno del Servizio Civile.

- Com'è stata la tua esperienza nell' ex manicomio?

Molto bella. Io scelsi di fare l'obiettore perché non volevo fare il militare. Non ero animato da nessun impeto volontaristico e umanitario. Diciamo che non me ne fregava un cazzo. Poi sono finito alla Usl di Siena e, fra le tante mansioni che mi hanno affidato, c'era quella di svolgere lavoro di assistenza in una cooperativa di recupero di ex pazienti dell'ospedale psichiatrico. Ragazzi, per la maggior parte. Ho passato le giornate di un anno parlando con loro, e qualcosa di Francesco è cambiato. Non so che cosa, ma la mia vita è cambiata.

- Parlami della canzone "Sergio".

Sergio Gallastroni era il Matto del paese dove sono nato e vissuto per molto tempo, Abbadia di Montepulciano. Per quel che ne so io, Sergio da bambino soffriva di attacchi epilettici. I suoi genitori, gente semplice, povera, contadina, diciamo che ignorarono il problema. Ad Abbadia c'è chi dice che quando Sergio aveva gli attacchi, la madre lo chiudeva negli stanzini dei maiali. Sta di fatto che Sergio è finito in manicomio a Siena, rimanendoci per parecchi anni. Quando è uscito io e gli altri ragazzini di Abbadia lo abbiamo conosciuto. Un signore a forma di pallone, pallido, glabro. Con dei buffi pantaloni tenuti su da bretelle, la pipa sempre in bocca, un borsello a tracolla, calze di lana da clown a strisce orizzontali rosse e gialle.
Passava I pomeriggi al bar della Casa del Popolo, dove li passavamo anche noi, raccontando storie strampalate che ci facevano molto ridere. Non era "pericoloso" o violento, I nostri genitori non erano preoccupati se parlavamo con lui al bar. Faceva degli indovinelli, ci sfidava a risolverli. "Qual è la cosa più costosa del mondo? Se indovini ti regalo duecento lire". La cosa più costosa del mondo era il missile, se ricordo bene, oppure l'orologio di diamante. A tratti questa sua allegria si interrompeva. Nel bel mezzo dei suoi racconti, si bloccava, con lo sguardo fisso su un punto indefinito. Era "la brutta paura" come la chiamava lui, da cui per fortuna dopo poco si risvegliava. Sergio ha significato per me, e forse anche per qualcuno dei miei amici di Abbadia, il passaggio dall'età felice della fanciullezza a quella inquieta e violenta dell'adolescenza. Nel mio ipotetico Romanzo di Formazione, Sergio Gallastroni c'è. Mentre lui raccontava al bar, noi bambini crescevamo. Noi in cerchio sotto di lui a diventar uomini e lui a invecchiare. Crescendo capimmo che tante delle cose strane e divertenti e senza senso che diceva avevano una spiegazione, un appiglio alla realtà dei cosiddetti "normali". Capimmo le botte che aveva preso in manicomio, capimmo gli elettroshock, gli abusi sessuali. L'infermiere che dava "cazzotti forte e svelto", il "piscio bianco", il sangue, I dottori, la "scossa", "signore falli morì", "sant'agnese proteggi", Siena.
Cominciavamo a capire che Sergio ci diceva cose terribili. Ci diceva la vita, e la sua violenza.

- Che idea ti sei fatto della vecchia istituzione del Manicomio?

Lavorando all'interno dell'ex ospedale psichiatrico di Siena, più che farmi un'idea ho visto. Ho visto lunghi corridoi, celle simili a quelle in cui si chiudono le bestie, sotterranei pieni di frigoriferi giganteschi, cucine abbandonate, un cortile alle cui finestre erano ancora appesi mutande e calzini, gli ex pazienti ciondolare come zombies e fermarsi a raccattare cicche per terra. Ho visto stanze, persone e cose da film dell'orrore. Un orrore in absentia.

- Se la follia fosse una musica o uno strumento musicale,a cosa penseresti di
avvicinarla?


Avvicinerei la follia a tutta quella musica che ha la capacità di sovvertire un codice, di rompere qualcosa, disturbare, provocare uno estraniamento emotivo nell'ascoltatore. Tutta la musica che mi piace è così. I Beatles sono così, Miles Davis è così, Beethoven è così. Ma potrei andare avanti a lungo, tendendo quasi all'infinito.

- Secondo te, chi è il "Matto"?

Non sono così esperto da fornire una definizione clinica. Il Matto è molto probabilmente una persona malata. Una brutta espressione-sinonimo è "malato di mente". Qualcosa nel funzionamento della testa del Matto non va come deve andare. Il Matto devia dalla norma. Straparla, delira, salta, piange, ride, quasi mai nel momento o nei modi che la società che gli sta intorno considera giusti. Ed è qui che ti volevo. Citando De André, "dietro ogni scemo c'è un villaggio". Le patologie della mente umana si sustanziano e si completano in relazione e nei confronti di qualcos'altro. Chiamiamo questo qualcos'altro, per semplicità, "società". Il Matto è matto anche e soprattutto perché c'è un collettivo "altro" da lui, un villaggio, una comunità, una società, che lo indica e ne sottolinea la diversità.