Tratto dal libro: "Centro di Igiene Mentale - Un cantastorie tra i Matti"
"Il lavoro dell'infermiere è molto difficile e si mettono in moto meccanismi spontanei di autodifesa psicologica. Si instaura un adeguamento alle regole e, come è naturale in queste situazioni, si viene inglobati dai meccanismi istituzionali senza rendersene conto, divenendo allo stesso tempo strumento e vittima della repressione manicomiale. L'infermiere all'interno del manicomio si trasforma rispetto a fuori e questo, in fondo, è quanto vuole l'istituzione. "I problemi della vita si devono lasciare al cancello quando si entra qui dentro e viceversa", sentenziò un giorno uno psichiatra; ma che sia proprio un medico a invitare alla scissione mentale i suoi infermieri la dice lunga sul manicomio come luogo di cura."
Adriano Pallotta – ex infermiere Santa Maria della Pietà
TAGLIACOZZI B. – PALLOTTA A., Scene da un manicomio.
Dopo questo viaggio nella memoria attraverso i "reperti" di quello che era il frenocomio, finalmente Massimo dell' Ufficio tecnico ci porta a vedere i Padiglioni dismessi del San Girolamo. Percorriamo una strada di campagna, tutta in salita , e passato il Maragliano, Padiglione dalle grandi terrazze destinato ai tubercolotici, arriviamo a un grande cancello.
Di lì si prosegue a piedi e la strada si divide.
Il "Diavolo".
"…Al "Ferri", che era il Padiglione dei Giudiziari, avevo a che fare con persone pericolose, che avevano commesso reati. Non c'erano mica i "santarellini"! Per i reati comuni erano previsti 2 anni, per reati come il tentato omicidio 5 anni, e 10 anni per omicidio e venivano chiamati "prosciolti". In questi casi la pena di 30 anni di reclusione, veniva scontata con 10 anni di Manicomio. I più pericolosi erano i detenuti a "pena sospesa", ovvero quelli per i quali la malattia era sopravvenuta durante il carcere; venivano mandati nell' Ospedale Psichiatrico fino ad avvenuta guarigione. Il problema è che il Direttore del Manicomio, una volta dimesso il detenuto, sarebbe stato responsabile di tutti reati che costui avrebbe commesso dopo. Per cui, come può immaginare, questi degenti non venivano MAI dimessi!!! Non potevano né ritornare all'Ospedale Civile, né ritornare in carcere. C'era un detenuto di Roma: lo chiamavano "il Diavolo", perché dicevano che avesse ammazzato 9 o 10 persone!
Il "Diavolo" era solito camminare, reggendosi alla spalla di altri detenuti, perché aveva paura del suo piede! Con un calcio di quel piede era stato capace di uccidere un maresciallo dei Carabinieri…".
Il lavoro nei manicomi.
Nei Padiglioni "Scabia" e "Livi" vivevano gli ammalati più tranquilli, degenti che avevano la possibilità di lavorare in squadre nelle colonie agricole. Le terre intorno erano tra i possedimenti dell' Ospedale Psichiatrico, e i reparti vennero costruiti via via – sembra incredibile a dirlo! - grazie al lavoro degli ammalati. Era una cosa all'avanguardia per l'epoca…stiamo parlando degli anni '30! Si chiamava "Ergo-Terapia" e la mise in pratica a pieno ritmo il Direttore Scabia.
I Matti si davano da fare con vari lavori, e così non pensavano ai loro deliri, alle loro fobie…stavano tranquilli!
A quel tempo, si faceva pure una battuta: "…Guarda questi poveri matti che si costruiscono la loro prigione da soli!"
Mi ricordo che a quel tempo il Primario si recò a Roma, per stabilire con il Ministero a quanto dovesse ammontare la quota giornaliera per la cura di ogni ammalato.
Lui si lamentava: "Noi, con i soldi che ci date, non facciamo in tempo nemmeno a comprare le medicine per curare gli ammalati!", e sembra che al Ministero gli abbiano risposto: "Ma a voi chi via ha detto di curarli? L'importante…è che li teniate chiusi!".
- Nascevano anche bambini all'interno del Manicomio?
Non che io mi ricordi. Anche perché all'epoca agli ammalati venivano dati farmaci anti-concezionali. Mi ricordo che il professor Casagrande, che era l'aiutante di Basaglia, accusò noi e il personale medico di Volterra di usare questa pratica un po' contro natura.
Io sono stato a Trieste, a Gorizia, dove Basaglia visse ed elaborò le sue teorie.
Ci rimproverarono il fatto che i degenti fossero separati tra uomini e donne.
Poi con il tempo furono creati reparti "misti" e vivevano nello stesso Padiglione: al piano di sopra le donne, al piano di sotto gli uomini. È indubbio che per i malati di mente questa fu una novità, e porto un notevole giovamento alle loro condizioni. Il fatto di stare insieme fra uomini e donne era come una "terapia"!
Quali sono stati i benefici della presenza del Manicomio per la città di Volterra?
I Volterrani hanno sempre avuto rispetto per i malati dei mente; perché in qualche modo hanno vissuto per tanti anni insieme. Ci si affezionava a queste persone.
E poi, nei tempi passati il Manicomio dava da mangiare a tutti. A volte, in una sola famiglia, c'erano anche due o tre persone che lavoravano qui.
Si faceva un corso di specializzazione molto breve e approssimativo e si andava tutti a lavorare al Manicomio. Molti infermieri prima facevano i contadini, e non si può dire che fossero preparati. C'era quello che faceva l'infermiere perché gli piaceva, ma pure quello che lo faceva perché non aveva trovato altri sbocchi di lavoro… Insomma, era un'accozzaglia di persone anche poco competenti, che non si capiva il motivo per cui facessero gli infermieri! Addirittura, alcuni cosiddetti infermieri non sapevano nemmeno leggere e scrivere: mi chiedevo come facessero a insegnare ai ricoverati? Anzi, le dirò che spesso gli ammalati erano più colti di chi li doveva curare: tra i Matti c'erano anche intellettuali, studiosi, letterati, gente di un certo livello sociale…
Capitavano episodi in cui infermieri maltrattavano gli ammalati?
Ma…non mi sembra. Poi c'erano degli infermieri più "prepotenti"…
Ma è una cosa alquanto difficile avere a che fare con alcuni ammalati; qualche volta magari un ceffone partiva… ma non ho mai visto trattare male un ammalato per divertirsi.
Io non ho mai avuto contrasti. Il mio lavoro lo svolgevo volentieri.
E forse questo i Matti lo percepivano.
Prima succedevano cose indescrivibili.
Senza i tranquillanti, che cosa dovevi fare?
Per fortuna poi ci fu l'avvento di psicofarmaci come il Largactil e il Serenase, con i quali si procedette con una vera e propria "cura". Era una "contenzione chimica". Non come in passato, che bisognava tenerli legati con le fasce al letto, con le camicie di forza o con un fiasco di Bromuro! Ricordo che me lo mettevo sotto il braccio e lo versavo ai pazienti.
Dopo due o tre volte però questo bromuro non aveva più alcun effetto: per gli ammalati era come bere un bicchiere d'acqua! L'elettroschock, invece, al momento faceva il suo effetto: poi venne appurato che "a lungo andare" fosse molto deleterio.
Prima di andare in pensione, ho lavorato 12 anni al Centro di Igiene Mentale di Pisa e so che fino al 1992 ancora praticavano l'elettroschock. Forse lo fanno tutt'ora…
È vero che la sera voi infermieri venivate chiusi dentro al Manicomio con i malati?
C'era solamente una chiave che apriva la porta esterna, e la teneva uno di noi.
I primi tempi facevamo anche 24 ore di servizio. Due giorni si stava dentro, e poi un giorno di riposo. Mi ricordo che al centro di quelle stanzone che contenevano un centinaio di ammalati, c'era messo un tavolo. Dalla mattina alla sera, sia i due infermieri della sorveglianza, che gli ammalati dovevano girare camminando intorno a questo tavolo. Tutti dovevano girare! Se c'era uno che girava in senso contrario, veniva subito aggredito e riportato nella direzione "giusta"!
Dovevano camminare, perché, se stavano fermi litigavano fra loro, creavano tensione e scompiglio. Invece così si stancavano e non piantavano grane ai compagni e agli infermieri.
A volte ci stancavamo pure noi, e ci mettevamo a sedere sulle panche, con le spalle appoggiate al muro. Di quelle lunghe ore, ricordo il brusio incessante delle voci.
È una cosa che non dimenticherò mai.
Con gli anni avevo imparato ad estraniarmi da quel contesto e, anche se tenevo sempre gli occhi aperti, le mie orecchie non sentivano più niente.
Se all'improvviso dei malati si attaccavano tra loro, bisognava intervenire immediatamente per dividerli; se c'era sangue si buttava sopra un po' di segatura, si mettevano uno in una cella, e uno in un'altra, possibilmente non adiacenti…e si andava avanti fino alla fine del turno.
Nel Padiglione dei Tranquilli invece, i malati giocavano a dama e a scacchi.
Una partita a scacchi può durare anche delle ore, e così passavano il tempo.
Se non ce li avevano, gli scacchi e la dama se la creavano da soli, con la mollica del pane.
Molti di loro avevano sviluppato una manualità da artisti: uno aveva costruito con i fili della rete del letto una specie di armatura tutta di ferro, come una giacca. Per certe cose, avevano una pazienza invidiabile, e il tempo li aiutava.
Le racconto una cosa: il fuoco era una delle cose più proibite in questo tipo di reparti. A loro serviva più che altro per accendersi le sigarette, ma avrebbero comunque potuto usare il fuoco per fare del male a se e agli altri. Quindi era proibito avere anche un fiammifero. Quando ne riuscivano a trovare uno, usando un chiodo erano capaci di dividerlo in quattro parti: era un lavoro di pazienza certosina, ma alla fine ci riuscivano, e con un solo fiammifero potevano accendersi quattro sigarette!... Io l'ho visto fare con i miei occhi.