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Current mood:  sore
Sono tornata da pochi giorni da un breve viaggio a Berlino. L'ho rivista dopo tanti anni: era l'84, il muro era ancora vivo e incomente, quello che del lato est si vedeva dal Checkpoint Charlie era ben diverso da oggi. Per fortuna. Poi ho fatto una puntata a Cracovia e, da lì, ad Auschwitz. Erano anni che desideravo visitare quei posti dove si sono perpetrate le peggiori atrocità partorite dalla mente di un essere umano. Volevo osservare, sentire le voci di dentro. Riflettere. L'errore c'è stato, ed e stato quello di inserire la visita nell'ambito di un tour turistico. Ce n'erano tanti, come me, una folla proveniente da ogni parte del mondo, ognuno col nostro viso contratto, stavamo con gli occhi bassi e lucidi, il cuore pesante d'angoscia. Però turisti. E invece no, il luogo meritava una visita appositamente, niente tour turistico, niente hot dog all'uscita, niente cena al ristorante, la sera. L'esterno sembra organizzato apposta per cercare di cancellare il buio che ti entra dentro non appena varchi quel cancello, non appena calpesti quelle pietre che ora giacciono su uno spesso strato di sangue che non si vede, ma si sente. E come se si sente. A ogni passo, si sente. E io mi sono sentita una merda, mortificata, addolorata, un senso di vergogna per essere lì con le mie scarpe da ginnastica e la macchina fotografica che non ho avuto il coraggio di usare se non per immortalare la più grossa menzogna della Storia: il cancello con la scritta Arbeit macht frei. Poi, una volta varcato quel cancello, non ce la fai. O almeno, io non ce l'ho fatta ad usarla. Era oltraggioso. Così ho assorbito ogni angolo del campo con la memoria, ogni minimo particolare si è stampato a fuoco nella mente. Ho girato tra quelle baracche da sola, familiari e amici si erano spersi, ognuno solitario, a cercare di dare un senso a tutto quello che stavamo vivendo. Perché Auschwitz non si visita, si vive, ve l'ho detto, ti entra dentro. Non starò a soffermarmi sui particolari di quanto visto ma una cosa ve la voglio dire, amici. Il resto della serata l'ho passata in silenzio, incapace di aprire bocca o di formulare pensiero che non fosse rivolto a quell'orrore. E ho pensato. Ho pensato che Auschwitz è la prova che Dio non esiste. Non può esistere, sarebbe un Dio troppo carogna e non credo che mi piacerebbe. Oppure il suo disegno è talmente grande e complesso da giustificare un simile genocidio e allora io con la mia piccola, piccola ragione, non ci posso arrivare. O forse potrei ma non ci riesco. Ho pensato a quanti Auschwitz si compiono ogni giorno, quanti morti inutili... e Dio dov'è? Che fa 'sto Dio dell'Amore? Rileggedo alcuni passi della Bibbia mi trovo di fronte a un Dio tutt'altro che amorevole, ma piuttosto battagliero e vendicativo. Che cacchio ci ha insegnato la Chiesa? Vabbe', il discorso s'inoltra in meandri troppo bui e tempestosi. La chiudo qui. Solo volevo condividere con voi un'esperienza negativa, per una volta, che non credo dimenticherò più. Spero di tornarci un giorno. Appositamente. Solo lì. Niente viaggio, niente turismo. Vado lì e ci resto una giornata intera. E penso ancora. Magari riesco a capire.
19:00
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