Qui di seguito una nota critica di Alberto Mori, in fondo il testo che da titolo alla raccolta "LATTICE" :
Nell’iniziare a scrivere di
Lattice è opportuno guidare brevemente uno scivolamento semantico della vocale verso una sostituzione e dunque
leggere e pronunciare Lettice.....
Questo modus, soccorre, poiché il libro di Garbin è
disseminato di “letti” che hanno l’aderenza collosa del giaciglio e lenzuola sudate da trasmutazione febbile.
Il simbolo viene progressivamente alchimizzato nelle
procedure dei versi, i quali sono viaggi attraverso la possibilità/impossibilità di un corpo
onirico fusionale ed allo stesso tempo generativo: in queste isole di dormiveglia,nelle quali
si sdraiano i versi, il paesaggio da una circostanziata ed iniziale veglia di assenti,
diviene quasi sacrificale.
“Come succhiare l’impasto della ossa/una vigna in sacrificio
musicale/si interpone tra le mie narici”.
Il gioco dell’alterità irresoluta ed irrisolta verso l’io
amoroso,sembra aprire e chiudere ferite fra spazio e corpo.L’altro viene tastato, compulsato, sentito nel fremito della carezza, ma anche impastato addentro, nelle proprie ossa.
Viene avvertito qualche bagliore orfico in disseminazione
che ricorda “il delirio amoroso” alla Alda Merini,
soprattutto nella poesia “Realizzazione”, dove il desiderio mancante è pensiero sfuggente che ritorna inafferrato.
E’ interessante notare anche come il poeta configuri in
progressione una sorta di volto unanime che riassuma
in sintesi le peregrinazioni oniriche, i paesaggi marini e la tensione esistenziale verso la libertà, fino a raggiungere
una “emulsione senza vento”, sublimazione accennata di due esseri che si possono vedere
solo in breve rifrazione.
Prima della sparizione reciproca.
Altrove invece “la tua pelle è perla di ghiaccio/che ricerca
tra lenzuola di neve” la condensazione è
stigma scultoreo.
La lotta interiore del poeta ha ascendenze che raggiungono
nella poesia del ‘900 il “tumulto” del giovane R.M. Rilke, il quale ebbe la sua notte
oscura,combattendo con i propri impulsi prima
di donarsi alla poesia.
Dopo lo scivolamento semantico iniziale dunque è possibile
ora sentire il saldo cammino di Lattice direzionato
nell’intenzione di offrire una sorta di
sapienzialità notturna, mostrando che ciascuno si corica in universi
paralleli e la stessa parola lettura
contiene la postura.... orizzontale del corpo che lascia all’occhio il cammino del
verso.
Intanto, restiamo vani, anche con presagi dubbiosi, dopo aver afferrato le domande del libro.
Andrea Garbin con Lattice svela suggestioni variabili, ma
soprattutto la nascita di una post identità che dimostra come la scrittura di
poesia post moderna, si sia aperta un varco ad un sentimento di rinascita, in questi anni “della
malattia che imita l’essenza”, come afferma lo stesso autore e che decantano
con virtualità grafica d’immagine nello stesso
fiore kitsch che ingromma sulla cover del libro donando evidenza percettiva alla materia compositiva stessa delle poesie.
Alberto Mori
LATTICE (Andrea Garbin)
E le mie mani ridiventano fango
il lattice che porto sugli occhi
fa pressione su pensieri stretti
come succhiare l’impasto delle ossa
una vigna in sacrificio musicale
si interpone tra le mie narici
e clavicola diviene, adolescente,
quel sottile grappolo di luce,
come pecore in gregge accodate
sulle ginocchia, amori, come ceci,
urlano il conato delle porte
entro il cuscino vidi un mare racchiuso.